Liberate Britney Spears

“Mi hanno sbattuta in un istituto mentale togliendomi tutti i beni, telefono, carte di credito, passaporto. Lavoravo 7 giorni su 7 e in California l’unica cosa che si avvicina a questo tipo di sfruttamento è il traffico sessuale”

Come un fiume in piena, nella notte italiana Britney Spears ha abbattuto i confini del silenzio e delle mezze verità facendo valere la propria voce. Presentatasi online in una delle udienze attraverso le quali da ormai due anni sta cercando di porre fine alla conservatorship che suo padre Jamie e il di lui entourage mantengono dal 2008, Britney ha rivelato una realtà ancora più tremenda da ascoltare di quanto si potesse immaginare.

“Quando mi hanno costretta ad assumere Litio, sei infermiere venivano a casa mia tutti i giorni a monitorarmi e assicurarsi che io lo assumessi”

La storia dei grossi problemi avuti dalla Spears fra il 2007 e il 2008 è ormai nota alla grande maggioranza del pubblico mainstream: dopo aver conquistato un enorme successo, stressata dall’invadenza dei paparazzi, dal fallimento del proprio matrimonio, dai ritmi impostigli dal suo team e dalle due, quasi consecutive, gravidanze, Britney è crollata. I mesi in terapia e rehab e la diagnosi di disturbo bipolare, anziché portarle l’aiuto e il sostegno della famiglia, l’hanno resa bersaglio facile del padre-padrone, che ne ha preso in custodia tutti i beni e ha deciso tutto per lei per tredici, lunghissimi, anni: tutte le sue conoscenze dovevano essere approvate da Jamie, il suo patrimonio è stato gestito da lui, che l’ha costretta a esibirsi in tre tour mondiali e svariate residency a Las Vegas anche quando aveva la febbre alta.

“Mi è stato detto di non potermi sposare e avere figli durante la tutela. Ho una spirale nell’utero che non mi permette di avere figli. Voglio rimuoverla e provare ad averne uno”

Sfruttata, costretta a assumere psicofarmaci, mandata in terapia alla mercé dei paparazzi, è stata obbligata a fare X Factor, presentandosi in pubblico assente a causa dei medicinali. Britney, la dolce principessa del pop che con il suo candore, la sua bravura, le sue indimenticabili canzoni ha fatto ballare, divertire e sognare diverse generazioni di fan, non ha diritti: è stata costretta alla schiavitù. Adesso, dopo anni di abusi psicologici e fisici, dopo claustrofobia e depressione indotte dai trattamenti invasivi a cui è stata sottoposta, dopo essere stata trattata come una macchina da soldi, ha detto la sua verità.

Il coraggio dimostrato da Britney Spears è, ancora una volta, un esempio della forza straordinaria di una donna che ha cercato con tutte le forze di essere felice. Come lei tantissime persone sono costrette dai loro tutori legali a vivere una vita su cui non hanno controllo, come lei tantissime persone mentalmente fragili o in un periodo difficile hanno subito abusi volti, anziché a guarirli, a distruggerli; ma lei non si è arresa, e può star certa che adesso che il mondo sa, nessuno lascerà impuniti coloro che hanno costretto all’orrore una persona innocente.

Oltre alle tante manifestazioni di supporto in piazze e davanti ai tribunali, Britney Spears ha creato un’onda mediatica clamlrosa, con oltre un milione di tweet in un giorno e servizi sui TG anche in Italia. L’appello è uno, e non può non essere ascoltato: liberate Britney.

Buon compleanno Meryl: 72 anni di purissima gloria

Meryl Streep from "Florence Foster Jenkins" at Opening Cer… | Flickr

La più grande attrice vivente, il genio della sua generazione (questo lo ha detto Diane Keaton, nientemeno), l’attrice con il maggior numero di candidature ai premi Oscar e ai Golden Globes, la più trasformista tra le perfomer, la più acclamata e apprezzata di tutte. Un mito costruito su talento, duro lavoro, ironia e umiltà. Meryl Streep compie settantadue anni.

Gli aggettivi, gli elogi, sono terminati decenni fa, con la stessa critica specializzata che non sapeva più giudicare la Streep se non paragonandola a se stessa. Goldie Hawn, sua collega nel film camp La morte ti fa bella, ne ha parlato come dello Stradivari della recitazione, “she’s the best ever was” le ha cantato Anne Hathaway, co-protagonista del Diavolo veste Prada, dal palco dei Kennedy Center Honors nel 2011. Diane Kamp, famosa insegnate di accenti, ha detto di lei che deve avere un orecchio perfetto” come riporta Erin Carlson nella sua splendida biografia Queen Meryl: nel corso di quarantasei anni di carriera la Streep ha perfezionato una quantità incredibile di accenti, dal polacco de La scelta di Sophie all’inglese di The Iron Lady e La donna del tenente francese, dall’australiano di Lindy Chamberlain ne Un grido nella notte all’italiano del film romantico di Clint Eastwood I ponti di Madison County.

Ha prestato se stessa per dare corpo profilmico a eroine indimenticabili, come Emmeline Pankhurst in Suffragette, la meravigliosa e vitale Donna Sherydan di Mamma Mia!, la caparbia Karen Silkwood in Silkwood, capolavoro di Mike Nichols, che l’ha diretta in quattro film. Grandissima cantante, ha creato un’antagonista fatta di luci e ombre in Into The Woods e una narcisista impossibile da non amare in The Prom.

Versatile come nessuno mai, Meryl ha contribuito a ridefinire il concetto di invecchiamento dell’industria cinematografica: la sua bravura, la sua capacità di immergersi nei personaggi o impersonare alla perfezione figure storicamente note l’hanno resa indispensabile, richiestissima. Così, se Joan Crawford, Bette Davis e Elizabeth Taylor hanno dovuto rinunciare al grande cinema entro i sessant’anni, Meryl ha ottenuto nell’ultimo decennio cinque nominations agli Oscar ed è pronta a tornare in sala con Don’t Look Up di Adam McKay, dopo aver brillato lo scorso autunno in Lasciali parlare. Lunga vita alla Regina, non c’è stato mai nessuno come Meryl.

Tre film da vedere con Nicole Kidman

File:Nicole Kidman 10 (cropped).jpg - Wikimedia Commons

Dall’Australia streepiana di Un grido nella notte, con la raccapricciante vicenda del dingo-assassino, restiamo nello stesso paese, ma lo scenario cambia. L’Australia oggi ci porta a trovare Nicole Kidman, che compie cinquantaquattro anni e di Meryl è stata più volte collega, nel capolavoro The Hours e nella serie Big Little Lies.

Non c’è necessità di presentarla, la Kidman è una delle attrici più attive, brave e famose degli ultimi tre decenni. Protagonista di numerosi capolavori artistici, presente sia nei prodotti indipendenti che nei blockbuster, ha collaborato con alcuni dei registi e delle registe più visionari/e di Hollywood, tra cui Gus Van Sant, Jane Campion, Stanley Kubrick, Alejandro Amenàbar, Lars Von Trier e Yorgos Lanthimos. Premiata con ogni sorta di riconoscimento, dall’Oscar per il prima citato The Hours al Golden Globe vinto per il musical Moulin Rouge e al doppio Emmy vinto per Big Little Lies, in cui interpreta l’ex avvocata e vittima di violenza Celeste Wright, Nicole ha sempre avuto una predilezione per il thriller: Eyes Wide Shout, The Others, Il sacrificio del cervo sacro sono solo alcuni esempi di questo. Ultimamente lodata per la sua performance nella serie di grande successo The Undoing, per cui ha ottenuto candidature ai Globes e ai Screen Actor Guild Awards, Nicole tornerà sul piccolo schermo entro l’autunno con Nove perfetti sconosciuti.

Per festeggiarne il talento, che fa leva sul suo coraggio nel prestare il suo intero corpo e la sua anima a ruoli impegnativi e talvolta traumatici, ecco tre film da vedere con Nicole Kidman:

Da morire (1995)

Diretto da Gus Van Sant, questo film viaggia a metà fra la black comedy e il thriller ed è la storia di una meteorina decisa a far carriera, senza scrupoli né limiti, la cui vita si intreccia a quella di tre adolescenti spostati e insicuri. Ipnotica e quasi irriconoscibile nel ruolo di questa donna apparentemente perfetta, Nicole è strepitosa affiancata da Matt Dillon, Casey Affleck e Joaquin Phoenix.

Nine (2009)

Ammettendo che in questo caso, nel ruolo della bionda musa del regista Contini (Daniel Day Lewis), Nicole Kidman è poco e male utilizzata, Nine, riduzione di cinematografica del musical di Broadway ispirato al capolavoro felliniano 8 e 1/2. Con canzoni splendide e coreografie gestite dal regista Bob Marshall (Mary Poppins Return, Chicago, Into The Woods), Nine non ha una grande struttura narrativa né può paragonarsi all’originale, ma fa dei momenti singoli di un cast stellare la sua forza. Penelope Cruz, Kate Hudson, Fergie e Sophia Loren usano al meglio il palcoscenico, fra seduzione e commozione, in un tripudio di figure femminili che trasudano grandezza.

L’inganno (2017)

La fotografia de L’inganno cattura foreste verdi e una colossale casa bianca. Siamo nel pieno della Guerra di Secessione statunitense, e in questa casa abitata da giovani sudiste e organizzata da miss Martha (la Kidman) gli equilibri sono sconvolti dall’arrivo di un soldato nordista ferito (Colin Farrell), il cui fascino catalizza le attenzioni di Edwina (Kirsten Dunst), Alicia (Elle Fanning) e Martha. Inquietante e fascinoso, meravigliosamente diretto da Sofia Coppola, L’inganno è passato un po’ in silenzio all’epoca, ma è un dramma che non esagera mai, giocando con una sottile tensione, erotica e mortuaria, che sconvolge senza clamore.

Buon compleanno Meryl – 3 : Un grido nella notte 🌃

File:Lindy Chamberlain 1986 face photo.jpg - Wikimedia Commons
Lindy Chamberlain (nata nel 1948)

Il più grande caso di cronaca dell‘Australia negli anni Ottanta è stato trasformato in uno dei migliori drammi giudiziari, come riconosciuto dall’American Film Institute, del cinema anglofono. Girato nei luoghi in cui accadde la tragedia e distribuito nel 1988 subito dopo la fine del processo, Un grido nella notte ricostruisce il caso mediatico e non solo che travolse la famiglia Chamberlain a partire dal 1980, quando in una notte estiva la piccola Azaria, due mesi, venne presa dalla sua tenda e mangiata da un dingo.

Il caso della piccola Azaria è divenuto un fenomeno nazionale di popolarità incredibile perché il popolo australiano ha sin da subito messo in discussione l’innocenza dei coniugi Chamberlain, in particolar modo della madre di Azaria, Lindy, una donna all’apparenza insensibile, estremamente pragmatica e dura, il cui modo di vestire, parlare e comportarsi ha indispettito e insospettito la maggior parte delle australiane e perfino la giuria.

Il film, diretto da Fred Schepisi, insinua il dubbio nel pubblico con un montaggio che alterna le opinioni di comparse alle aule di tribunali, le chiacchere da bar alle reazioni insolite della Chamberlain all’odio subito, come quando una donna le sputa e lei scoppia a ridere. Lindy Chamberlain è scagionata dalla scelta di Schepisi di far vedere l’accaduto secondo la sua testimonianza, ma Meryl Streep aggiunge spessore all’ambiguità del personaggio, dosando i momenti di fragilità in un mare di indifferenza e scherno verso il disprezzo subito, facendo della sua protagonista una donna con cui è difficile empatizzare, ma della quale è chiara l’innocenza (ovviamente il tutto facendo proprio un accento perfettamente neo-zelandese/australiano).

Vincitrice del premio per la Miglior Attrice a Cannes e candidata agli Oscar, la Meryl de Un grido nella notte è veramente impressionante, un tuffo in un personaggio che non si svela mai del tutto. Il film, di per sé doloroso, ha il fascino del mistero e una scansione temporale quasi priva di flashback o analessi, lineare, non eccezionalmente coinvolgente, ma a tratti inquietante quanto basta a lasciare un solco in chi guarda, testimone anche l*i di un orribile crimine orribile senza colpevole.

Raffaella💃🏼

File:RaffaCarra.jpg - Wikimedia Commons

Momento di pausa dalla settimana cinematografica dedicata alla Streep, ma nessuna pausa dalle date importanti: come sempre ogni anniversario è pretesto per parlare d’arte, e oggi parliamo di una donna che, come tante delle mie eroine, ha sconvolto un po’ i canoni dell’Italia perbenista ed è diventata icona queer per eccellenza del Bel paese: la mitica Raffaella Carrà.

Attrice, cantante, showgirl, ballerina, conduttrice e ideatrice di programmi televisivi, attiva per oltre sei decenni, regina del piccolo schermo in Italia come in Spagna e venerata nell’America Latina, la Carrà ha aperto le porte ai format televisivi oggi in voga, combattendo allo stesso tempo ipocrisie e bigotteria nello Stato tradizionalmente più conservatore dell’Europa. Schietta, sguaiata, allegra, un turbine di energia, portavoce della sessualità libera e dell’amore oltre barriera, con i suoi look camp e i suoi balletti folli la Carrà è stata l’incarnazione del meglio degli anni Settanta e Ottanta.

Oggi fresca settantottenne, ancora col caschetto lungo platinato e la risata pronta, la festeggiamo con alcune delle sue più iconiche canzoni, da cui dovremmo tutt* prendere vivacità e voglia di vivere, come dice Raffaella: “se per caso cadesse il mondo, io mi spostò un po’ più in là” . Rumore, Ballo ballo, Festa, Luca, Adios Amigo, Tanti auguri, Tuca Tuca, A far l’amore comincia tu: una carriera strepitosa, un dono di gioia purissima. Tanti auguri Raffaella.

Buon compleanno Meryl – 5: Il ladro di orchidee🌺

ADAPTATION - il ladro di orchidee (2002) | ADAPTATION - il l… | Flickr

Il ladro di orchidee è quello che si dice una meta-narrazione: il film ha come soggetto il soggetto del film. Mi spiego meglio: lo sceneggiatore Charlie Kaufman ritrae ne Il ladro di orchidee la sua enorme difficoltà nell’adattare per il grande schermo il più grande successo della scrittrice del New York Times Susan Orlean, interpretata dalla grande Meryl, che nel 2002 ritorna in pompa magna dopo un biennio di pausa, con questo acclamato progetto e il meraviglioso e intimista The Hours.

Il ladro di orchidee vede Charlie in uno stato di profondo malessere e blocco dello scrittore, mentre il suo spensierato (e fittizio) fratello gemello Donald fa carriera e lo aiuta a capire cosa c’è davvero fra Susan Orlean e Laroche, un avventuroso e sdentato coltivatore e studioso di orchidee.

Così, quella che inizia come la storia di un uomo pieno di ansie e dubbi, si tramuta in un film carico di momenti divertenti, inaspettata azione e mistero, in cui ogni personaggio è caratterizzato perfettamente dalla penna di Kaufman. Non viene meno a questo Susan Orlean, all’apparenza tranquilla e curiosa scrittrice, con un mondo interiore desideroso di emozioni forti e divertimento puro. Se ieri ho scritto di Mary Fisher, un personaggio-macchietta per cui era necessario uno stile di recitazione stilizzato, ne Il ladro di orchidee Meryl Streep è al culmine della naturalezza, non c’é una battuta che non sia pronunciata come forzata o volontariamente indirizzata al pubblico. La Susan di Meryl resta sempre molto nel film, nella storia e le scene che condivide con il Laroche interpretato da Chris Cooper (premiato con l’Oscar) sono impagabili.

“Mi chiedo come debba essere amare veramente qualcosa”

Susan Orlean nel film

Approvato all’unanimità dalla critica sia per la sceneggiatura che per le performance, Il ladro di orchidee è un film sul fallimento, sull’angoscia legata a questo e sull’ossessione, proprio come il libro omonimo della Orlean: probabilmente dovrete pensarci un po’, ma sono sicuro che piacerà anche a voi!

Buon compleanno Meryl – 6: She Devil!

File:Meryl Streep (2071470089).jpg - Wikimedia Commons
Meryl Streep ai Premi Oscar 1989

“Qualcuno può per favore, andare alla porta? Qualcuno può per favore andare alla stramaledetta porta?!„

Mary Fischer, She Devil

Semplicemente perfetta. Meryl Streep, nei panni della famosissima scrittrice di romanzi rosa Mary Fisher, è una gioia per gli occhi, stretta in completi rosati e cappellini inguardabili, calcolatrice e narcisista anima in cerca dell’amore. She-Devil, commedia che gioca sulla vendetta di Ruth, una donna tradita e lasciata dal marito per la perfida Fischer, è un film strutturato su un doppio cliché, quello della femme fatale e quello della fedele compagna abbandonata, eppure diverte.

Come? La Streep e la Barr abbandonano ogni pretesa e portano al parossismo i propri personaggi, ironizzando sulle loro caratteristiche e, giocando con gli stereotipi, esasperano a tal punto chi guarda dall’adorare ogni momento in cui sono in scena. Il piano di Ruth per sabotare completamente vita e carriera di Mary e dell’ex marito Bob non si sottrae a questa drasticità, che dà sapore alla commedia, la quale giustamente punta all’incredibile anziché al realistico.

Mary Fisher, ambiziosa e rude, è al suo massimo quando si sforza di essere amabile, di gestire le situazioni con calma, reprimendo l’ira solo per farla scoppiare con maggiore impeto in un secondo momento. La Streep, impegnata in ruoli drammatici e complessi, e per lo più abituata a portare in vita eroine, alla sua prima occasione in una black-comedy fa uscire tutto il suo humor e, soprattutto, con autoironia, crea le premesse per la vanitosa e crudele Madeline Ashton de La morte ti fa bella, uno dei suoi migliori personaggi.

Buon compleanno Meryl – 7: Julie & Julia

La cuoca e scrittrice di cucina Julia Child (1912-2004)

La voce di Julia Child, che sale alta e si abbassa, che aumenta di volume e poi cade bruscamente, è solo una delle chiavi nella trasposizione di una delle donne più celebri dei fornelli. Julia Child ha insegnato all’America a cucinare e a mangiare, dice Julie Powell nel film diretto da Nora Ephron, Julie & Julia, tratto dal libro della stessa Powell. Intreccio di due vite, di due donne appassionate di cucina, Julie & Julia è una commedia deliziosa almeno quanto le decine di ricette che propone. Tanta di questa luce, di questo dolce cammino nella scoperta del proprio valore di due donne distanziate da quattro decenni, deriva dalla scrittura della Ephron e dal montaggio alternato di Richard Marks: il resto lo fa Meryl Streep.

Come l’anno scorso, in occasione del compleanno della gigantesca Meryl, la più grande attrice vivente, eccomi tornare con sette ruoli interpretati alla perfezione dalla Streep. Settantadue anni il prossimo ventidue giugno, Meryl ha recitato in più di sessanta film per il cinema, per la televisione, oltre a deliziare Broadway: capite che non ci si deve sforzare molto per trovare parti eccezionali nel suo repertorio. Julia Child, la famosa cuoca vissuta fra il 1912 e il 2004, è un po’ la ciliegina sulla torta della carriera di Meryl. Subito dopo aver dato alla luce la incontenibile Donna Sherydan e l’inflessibile Sorella Alosyus, nel 2009 Meryl ricrea per il grande uno dei più celebri personaggi del piccolo schermo.

La sua Julia, esuberante e determinata, vuol essere di più di una casalinga, e si mette d’impegno nel divenire una grande cuoca, non senza incontrare prove più o meno stressanti, diventando un modello per chiunque desideri veramente far avverare il proprio sogno.

“Ormai sono finiti i superlativi con cui descrivere la Streep, e dire che si sia superata da sola significa dare per certo che lo farà di nuovo”

The New York Times

Così una donna spesso allegra e ricca di umorismo e ottimismo, eppure fragile e incerta, diventa un’eroina. Julie Powell trova in lei una ispirazione, un’anima a cui rivolgersi fra frustrazioni e problemi personali e professionali. La Julia di Meryl ha una gamma di espressioni tutte sue, come fosse una persona vera e propria, e forse il pregio più grande della sua performance è quella di risultare tanto distaccata da tutte le altre streepiane.

Aggiungendo una controparte brava come Amy Adams, e due spalle d’eccezione, Stanley Tucci nel ruolo del marito e Jane Lynch in quello della sorella della Child, questo racconto di formazione assume un sapore ancora più gustoso. Come tutte le grandi storie prende un’eroina, la mette di fronte alla vita, le dà sogni e speranze, le mostra tutto ciò che deve affrontare e la vede trionfare. Ecco, se volessimo trovare una pecca, la carriera di Meryl Streep non potrebbe essere descritta come un buon film: in un buon film i punti di debolezza e fragilità ci devono essere, nella carriera di questa divinità della settima arte, mancano.

Musica: Sour di Olivia Rodrigo

All’inizio lo scetticismo era tanto: Olivia Rodrigo, stellina Disney di High School Musical- La serie, ha da poco compiuto diciotto anni e Sour è il suo primissimo album. Eppure, ascoltando e riascoltando, Sour diventa sempre più familiare e allo stesso tempo innovativo: è come, con le dovute distanze, ascoltare Taylor Swift e Avril Lavigne se fossero nate quindici anni dopo.

Olivia usa le canzoni come diario personale, è onesta e dettagliata, come nell’irresistibile good 4 u, parla soprattutto di una relazione sentimentale finita, e questo potrebbe giocare a suo sfavore, il tema è sgualcito tanto è stato decantato. Questo succede con le tracce più deboli, come traitor o favorite crime, mentre nelle ballad funziona benissimo. deja-vu crea nostalgia con l’uso di sottofondi soffusi e falsetti incantevoli, con un videoclip che sfrutta montaggio rapido e spiagge da sogno per potenziare l’attrattiva di una canzone splendida. driver license ha spopolato in patria, e la ragione è facile da comprendere: prende un correlativo oggettivo e lo rende u po’ simbolo di una generazione e dell’età adolescenziale.

La carica torna nella batteria e chitarra elettrica di brutal, che è uno sfogo tanto sincero da risultare tremendamente empatico, e jealousy jealousy costringe chi ascolta a fare i conti sul tossico metodo di confronto che pervade la società digitale. Sour è l’inno di una ragazza che accetta quello che prova e non ha paura a urlarlo, sussurrarlo, cantarlo: è vero, arrabbiato e in qualche modo giocoso e per questo funziona benissimo.

Con Sour la Rodrigo ha fatto il botto, stracciando record e segnando l’inizio di una brillante carriera. Al primo posto sia nel Regno Unito che negli States, l’album ha già venduto 678mila copie nel mondo in sole due settimane. drivers license ha passato otto settimane in vetta alla Billboard Hot100, con deja-vu che ha raggiunto il secondo posto e good 4 u il primo. Se il 2021 stava aspettando la stella dell’anno, l’ha appena trovata.

Vox Lux – un ritratto del XXI secolo

“Non ha più importanza ormai se sei Michelangelo o Michele Angelo di New Brighton, la cosa importante è che tu abbia una tua teoria”

Vox Lux

Un ritratto del XXI secolo, il sottotitolo rende bene le intenzioni del regista e sceneggiatore Brady Corbet. Parlandone con la stampa, la protagonista Natalie Portman ha spiegato come secondo lei questo film non abbia un messaggio particolarmente definito ma delle intenzioni assai chiare, e nello specifico l’unione della pop culture e degli eventi più seri e tragici del mondo contemporaneo.

Vox Lux mostra Celeste Montgomery in due atti ben separati. Il primo è quello in cui Celeste, quattordici anni, viene scoperta e lanciata come giovanissima pop-star, con iniziazione alle droghe, i lussi e il sesso. Il secondo ci fa vedere Celeste adulta, che si prepara per un concerto. Il periodo di mezzo, come detto ancora dalla Portman, è facilmente immaginabile da chiunque. Più importante di tutto è, tuttavia, il prologo: nel 1999 Celeste sopravvive a una sparatoria nella sua scuola media, in cui un ragazzo uccide la professoressa prima di spararsi in testa.

“È questo che amo della musica pop. Io non voglio che le persone pensino, voglio solo che stiano bene”

Vox Lux

Così emerge bene la inevitabile, ma non per questo meno inquietante, caratteristica della società digitale: le notizie e gli argomenti si susseguono e si contaminano senza discrezione. Così un gruppo terrorista prende in prestito il look di una popstar che ha visto la sua carriera iniziare grazie all’aver quasi perso la vita in un dramma scolastico. Più che un dramma si può parlare di uno studio antropologico che usa un singolo per esprimere qualcosa di maggiore. Celeste infatti può essere tante delle popstar odierne. Tragicamente vicina a Briteny Spears, vuoi per gli anni di carriera, vuoi per gli anni passati a stordirsi di droghe e alcol, a Kanye West, per l’ego fragilissimo eppure smisurato, a Justin Bieber, per la tossicodipendenza e le reazioni violente.

Natalie Portman dimostra, ancora una volta, la sua bravura: compare solo a metà film e riesce a impietosirci e irritarci in meno di un’ora. Non era certo un ruolo facile quello di una persona tragicamente compromessa a livello psichico e fisico, eppure lei lo indossa magnificamente, anche nella parte in cui canta e balla sulle note delle canzoni scritte apposta da Sia, la cantautrice che è anche produttrice esecutiva.

Il parterre di personaggi, che comprende un manager (figura paterna) privo di effettivo senso di responsabilità intepretato da Jude Law, ha con sé anche una figlia costretta a fare da mamma e una sorella che incassa e infierisce sottilmente, legata a nodo doppio alla stella della musica tra invidia e amore.

Vox Lux strappa applausi soprattutto per il suo realismo impietoso e per la sua otrima rappresentazione del presente, che si mostra anche nello sperimentalismo del montaggio e dell’uso della camera in certe situazioni. Non a caso strappò consensi a Venezia tre anni fa. Non a caso fa vedere Natalie Portman in azione. Non a caso ci sussurra che questo mondo fa paura. Anche a chi nkn sembra.