Gli Mtv Video Music Awards 2021: nominations

Segna la data degli MTV VMA 2021: si tengono il 12 settembre a New York -  News Mtv Italia

Si terranno il prossimo 12 settembre a New York City gli Mtv Video Music Awards, i celebri premi annuali fra i più importanti e seguiti della stagione musicale americana. Da sempre motivo di interesse per le stelle che attirano sui palcoscenici, i VMAs hanno annunciato le candidature lo scorso 11 agosto e stanno svelando pian piano i performer della serata.

A cantare ci saranno Shawn Mendes e Camila Cabello, che un paio di stagioni fa fecero faville con Senorita, ma anche Doja Cat, la rapper onnipresente, Lil Nas X, Lorde e la diciottenne Olivia Rodrigo, fresca di primo album.

La Rodrigo è candidata come Artista dell’anno, assieme alle superstar Ariana Grande e Taylor Swift e alla rapper Megan thee Stallion, che ha fatto incetta di nomination grazie alla super collaborazione con Cardi B WAP, che è candidata come Miglior Collaborazione e Video dell’anno. Entrambe le categorie presentato anche Kiss me more, la deliziosa hit di Doja Cat e SZA, che, con il suo monocromatismo e la sua dolce sensualità, ha raccolto molti consensi.

Fra le Migliori Collaborazioni spicca anche Prisoner, il duetto pop-rock di Miley Cyrus e Dua Lipa, quest’ultima candidata anche come Canzone dell’anno per la traccia pop-disco Levitating. La categoria per la miglior canzone ha una batteria impressionante, con la ballad R&B Leave the Door Open di Bruno Mars e Anderson Paak, la struggente drivers license di Olivia Rodrigo e la già citata WAP, nominata anche per il Miglior Video Hip Hop.

Nel Pop invece se la vedranno Positions, il lead single dell’ultimo album di Ariana Grande, le splendide willow di Taylor Swift e Wonder di Shawn Mendes e un altro piccolo gioiello della Rodrigo, Good 4 U. Nei campi tecnici spazio anche a 911, lo splendido video di Lady Gaga basato sul film Il colore del melograno (1968) e nominato per la cinematografia e la direzione artistica, oltre che per Beyoncé con i video estratti dal film da lei diretto Black Is King.

Infine nel Video for Good si distingue l’inno queer Montero di Lil Nas X, che è anche fra i Video dell’anno come Save Your Tears di The Weeknd e Bad Habits di Ed Sheeran.

Chi riuscirà a vincere l’ambito trofeo? Nell’attesa non resta che ricordare in chiusura, i trionfi degli anni passati:

La zia marchesa, di Simonetta Agnello-Hornby

Costanza Safamita, io, me la immaginavo diversa. Quando ho preso in mano l’edizione Feltrinelli del secondo romanzo della Agnello-Hornby ho pensato di potermi figurare già da copertina e titolo delle caratteristiche ben precise: una donna anticonformista, oppure una figura stravagante. Mai mi sarei aspettato quello che ho trovato leggendo, e per fortuna ci sono grandi scrittrici, come la Hornby, che sanno sorprendere e rapire. E dove ci portano? In un luogo mitico, di un’epicità insulare, la Montagnazza scossa dai venti dove Amalia racconta alla nipote inferma Pinuccia la vita della marchesa Safamita, di cui è stata la balia.

Da dove partire per elogiare la Hornby? Dal punto di vista forse, questo continuo avanti e indietro fra palazzi lussuosi di una nobiltà decadente e l’aspra e tremenda e magnifica realtà della Montagnazza. Il paesaggio, la Sicilia terra madre dell’autrice, emerge con forza dalle pagine di un romanzo che trascende le categorie di formazione, sentimentale e storico, abbracciandole tutte. Costanza, la figlia non voluta, la sorella invidiata, la rossa malvista, dicevo, è un personaggio fuori da ogni schema, e la sua è una vita vera, accidentata e costruita su quel poco che riesce a prendere. Non è bella, non è sicura di sé, non ha una grande confidenza col suo corpo, eppure piano piano cambia, cresce, resta se stessa per tante sfaccettature e impara a levigare delle altre.

“Amuri è amaru, ma arriccia lu cori”

I rapporti umani, intimi, non solo sociali, sono un altro, grande motivo di interesse della Hornby: sono imperfetti e mutevoli, dolorosi e semplici, quasi una grande e profonda riflessione sulle diversità di indole, di carattere, di necessità. Non c’è un personaggio che sia trascurato, non uno che appaia troppo simile a un altro, non una relazione che non si evolva. La zia marchesa è come la vita: lampi di cocente bellezza in un cielo a volte terso e a volte sereno, dove nessuna nuvola resta immutata.

Happier than Ever: se Billie si supera…

La copertina di Happier than ever, in commercio dal 30 luglio

Siamo sincer*: le premesse non erano le migliori, o meglio, erano talmente altalenanti che il cammino verso Happier than Ever, il secondo album in studio della diciannovenne Billie Eilish, sembrava dovesse risolversi in un progetto di successo assai inferiore rispetto al precedente. When We All Fall Asleep, Where Do We Go? dopotutto aveva sorpreso chiunque, e a distanza di due anni e mezzo resta uno degli LP di debutto più significativi della musica pop.

L’era Happier, anticipata dal singolo Therefore I Am, è sbocciata con il cambio look di Billie, dai capelli biondi e i vestiti beige e bianchi. Your Power, entrato in top10 nella classifica stelle e strisce, non mi aveva colpito particolarmente, classica ballad sussurrata a cui la Eilish e il fratello cantautore e produttore Finneas ci avevano abituato. Lost Cause, con il suo ritmo diverso e il video leggero e tutto al femminile era stato, invece, un positivo cambiamento di rotta, che però ha tradito le aspettative, fermandosi alla posizione numero 27 nelle charts. NDA, traccia elettropop sul lato oscuro della fama, non era riuscito a spostare l’asticella più in alto, ma poi ha raddrizzare le cose ci ha pensato il quarto e ultimo singolo, Happier than Ever, la canzone che dà il nome all’album.

Partendo come una sussurrata telefonata di chiusura di una relazione, la canzone passa da voce flebile e chitarra acustica a una seconda parte elettrica in cui il talento vocale di Billie si esprime in parti molto più intense, per range e volume, mentre il video ufficiale lascia che un interno luminoso e cromaticamente unitario venga affogato da una pioggia catartica in una notte che è il momento di sfogo della giovanissima stella pop.

La sconvolgente bellezza del singolo ha aperto così le porte a una serie di paesaggi nascosti, di canzoni saggiamente disseminate in un album definito coeso e coerente, espressione dei tormenti di una giovane ragazza esposta alla fama e alla volubilità della vita. La voce delicata di Billie, assieme agli accompagnamenti di una produzione meno orientata al trap / trip-hop e meno invadente, ci accompagnano lungo un percorso di auto-riflessione in cui alcuni picchi sono Getting Older e OverHeated. La prima, senza grandi mutamenti sonori, permette a chi ascolta di rivedersi nel percorso di formazione e confronto che ciascun* di noi compie crescendo; la seconda, invece, ha un’aggressività e un’energia che spiccano sul resto del progetto.

Not my responsability è uno spaccato in cui la parola assume un’importanza capitale: per questo la Eilish interpreta, anziché cantare, le sue riflessioni sulle pressioni che la società in generale pone sul corpo della donna. Dall’iper-sessualizzazione alla massificazione, il corpo “femminile” continua a essere visto come qualcosa da poter standardizzare, sfruttare, un oggetto più che il luogo dei sensi di chi lo porta, un concetto su cui dibattere e su cui tanti uomini si sono presi libertà di giudizio. Con la fermezza di chi conosce bene i doppi standard di genere, la fat-phobia e il body-shaming in generale, Billie si libera da queste catene con una traccia che è un invito a lasciar fuori ogni giudizio.

Sul resto dell’album spicca Goldwin, amatissima dai/lle fan della Eilish, e My Future, la speranzosa traccia pubblicata ormai più di un anno fa, capace di vendere oltre mezzo milione di copie digitali. Un album costruito come una confessione, con onestà, rabbia, autocoscienza e la solita voglia di sperimentare che ha permesso a Finneas e Billie di catalizzare le attenzioni dell’industria musicale degli ultimi quattro anni. Il boom di vendite di WWAFAWDWG?, otto milioni e mezzo di copie e il Grammy all’album dell’anno, potrebbe non ripetersi, ma il vero dubbio è stato sciolto: Billie Eilish è ancora rilevante, per le cose che ha da dire e, soprattutto, per il mezzo attraverso cui le dice.

Marilyn, cinquantanove anni dopo

Che luminosa figura era Marilyn Monroe, che straordinario, perfetto connubio ha saputo creare con la cinepresa, un’unione fruttuosa e scintillante, lei che di etereo aveva ben poco, così fisicamente e sensualmente collocata in un determinato spazio della Storia da divenirne simbolo. Che di grandi attrici l’età del cinema classico hollywoodiano fosse piena è poco ma sicuro. Vivien Leigh e i suoi personaggi conturbanti, Elizabeth Taylor e il suo sguardo magnetico, Audrey Hepburn massima espressione di una raffinatezza che sapeva anche prendersi poco sul serio, la divina Greta Garbo e la tormentata Ingrid Bergman: ognuna occupa un preciso posto nel ventennio più fruttuoso del cinema stelle e strisce. Marilyn anche, biondissima bombshell, pin-up da grande schermo, trionfo di sensualità e libera sessualità, di innocenza e candore e sgargiante ardore giovanile. Tuttavia, c’era qualcosa che non si lasciava catturare dai produttori avidi della città degli angeli, c’era qualcosa che solo la pellicola poteva dare in segreta comunione a chi guardava.

“Se sono una star, è perché il pubblico mi ha resa tale. Nessuno ha deciso di creare Marilyn Monroe, la gente mi ha creata”

Il tacito rapporto di reciproco scambio fra Marilyn e il pubblico mondiale ha finito per essere a senso unico: lei se n’è andata presto, troppo presto, nella notte che avrebbe portato a esattamente cinquantanove anni fa, lasciando un pubblico famelico che l’ha, di fatto, cannibalizzata, prendendo tutto quello che ha potuto della più grande stella che la settima arte abbia mai creato. Dopotutto, in quel volto ci potevi vedere qualsiasi cosa: l’emozione di una prima volta, il senso della sfiducia di chi è stata tradita troppe volte, quello di colpa di chi ha tradito troppo. Nei suoi occhi blu da Tecnicolor ci leggevi speranze e tormenti, gioia e allegria, leggerezza e profondità, e mentre la bocca, rossa e semischiusa, suggeriva superficialità, la voce dolce e flebile implorava amore, prometteva amore, chiedeva un asilo, un luogo sicuro.

Demoni su cui non è necessario ricamare tormentavano la Monroe, che ha avuto una vita così spettacolarizzabile da riuscire perfettamente a rientrare nei canoni del grande sogno di auto-emancipazione americana. Sogno incompiuto verrebbe da dire, oltre il dorato mondo delle illusioni ci sono le molestie dei produttori, gli amori svaniti, da DiMaggio a Miller passando per Sinatra e arrivando ai Kennedy, che probabilmente ne orchestrarono l’omicidio fra le dieci e le undici della sera del quattro agosto in Fifth Helena Drive, Brentwood.

Ce l’avevano tutti con Marilyn: Zanuck e la 20th Century, che volevano relegarla a ruoli di stupida bambola ossigenata; Bob e Jack, che le avevano confessato segreti governativi e si rifiutavano di trattarla da essere umano; J.Egar Hoover, capo dell’FBI, che addirittura la riteneva fra le colpevoli di un’ipotetica soffiata alla base della Baia dei Porci e di attività comuniste; Arthur Miller, perché era anaffettivo e perfino alcuni colleghi esasperati dal suo dolore. Per riuscire a delucidare le circostanze sulla morte della più grande icona del ventesimo secolo i consigli sono sempre quelli: Compagna Marilyn, di Mario La Ferla, edito da Stampa Alternativa nel 2007, e Marilyn: tutti i segreti di una vita, di Anthony Summers, saggi-biografie-libri di cronaca estremamente dettagliati e inquietanti nella loro cruda trasposizione di un assassinio fatto per far tacere una donna che sì soffriva, personalità turbolenta e piagata da traumi infantili e non, ma era anche genio della recitazione, brillìo di vita pura, scintilla di passione e impulsività, curiosità e bellezza.

Perché Marilyn, come ogni Gemelli, aveva due lati, due mondi, e allora viviamo nel ricordo di quello più perfetto, viviamo dei “grazie e stragrazie” di Lorelei Lee, del dolce e ambiguo sussurro sulle note di Kiss, dell’urlo disperato di una donna contraria a ogni violenza in un paesaggio desolato del Nevada, del modo in cui una ragazza dei saloon canta River of no Return, di quello in cui Cherie si abbraccia in un cappotto sorridendo commossa. Perché la perfezione non esiste, ma se fosse esistita avrebbe scelto, senza esitare, il nome Marilyn Monroe.

J.Lo ne fa 52: cinque film da vedere

Non fatevi fregare dai gioielli e dagli abiti di lusso, lei è sempre Jenny dal Block, la ragazza nata e cresciuta nel Bronx da genitori portoricani. Così cantava in una delle sue più famose canzoni Jennifer Lopez, oggi 52 anni, e in effetti non è cambiata tanto dagli inizi, letteralmente: il tempo in casa JLo non scorre e la stella dell’intrattenimento è rimasta fisicamente uguale a quando, quasi tre decenni fa, ha fatto il suo debutto nel mondo dello spettacolo.

Per una donna latina scalare la montagna dell’enterteinment stelle e strisce non deve essere stato facile, ma la determinazione e una grande professionalità sono sempre trasparite dal bagaglio di JLo, che, tappa dopo tappa, ha unito i fili di una passione multifaccia per cucire una tela che va dalla danza alla recitazione, fino al canto e alla produzione. Da una delle tante ballerine per artiste e gruppi hip hop a stella di Hollywood, Jennifer è riuscita a diventare anche la popstar che oggi tutte conosciamo, simbolo di energia, solarità e sensualità.

Venduti quasi ottanta milioni di dischi, JLo ha creato hit mondiali che hanno segnato gli anni 2000, da If You had My love a Waiting For Tonight, da Let’s Get Loud a Love Don’t Cost a Thing, da Get Right fino a On the Floor e Dance Again. Sempre sottovalutata, diciamolo, sempre iper-sessualizzata, criticata perché “non abbastanza brava”, “marchettara”, “troppo aggressiva”, tutte sciocchezze con tratti di misoginia e ossessione per l’aspetto fisico. Certo, ne ha fatti di errori, di film veramente brutti, come Gigli e Quel mostro di suocera, ma il talento non le manca, e lo ha dimostrato.

Tra gli anni quaranta e i sessanta del secolo scorso, nell’epoca d’oro del cinema classico, un’attrice, per quanto brava e con una grande carriera alle spalle, superata una certa età non veniva più considerata. Questo perché, prima tra tutte le qualità richieste, una diva del grande schermo doveva essere affascinante, sexy, soddisfare un’aspettativa maschile di piacere. J.Lo, per quanto dimostri almeno la metà dei suoi anni, sta continuando a distruggere questo stigma: i sui cinquant’anni sono quasi i migliori della sua carriera. Due prove su tutte? Il Superbowl 2020 con Shakira, esplosione di ritmi latini e coreografie eccezionali, e Hustlers, il film che ha dimostrato anche ai più scettici che Jennifer Lopez è una grandissima attrice. Ramona, la stripper bellissima, è un mix di cinismo, affetto, protezione materna e carisma, e il suo personaggio ambiguo è stato costruito meravigliosamente da J.Lo, rilanciatasi come attrice e ora più attiva che mai.

Shotgun Wedding, rom-com d’azione girato nella Repubblica dominicana, uscirà a giugno 2022, preceduto nel febbraio da Marry Me, il film che vede Jennifer nel ruolo di una popstar il cui legame con il fidanzato è messo in crisi all’improvviso. Ma sono ben quattro gli altri progetti prodotti e interpretati dalla Lopez, dallo sci-fi Atlas al film The Godmother, sulla madrina del narcotraffico Griselda Blanco, fino a The Mother e The Cipher, tutti presumibilmente in uscita nei prossimi due anni. Ruoli su ruoli che provino che, con il materiale giusto, Jennifer rende una storia avvincente ancora più impressionante. Per concludere, eccovi cinque film da vedere con JLo, la stella immortale e onnipresente del neo-divismo:

Un amore a cinque stelle (2002)

Forse la migliore delle commedie romantiche targate JLo, che tante ne ha fatte: da Prima o poi mi sposo (2001) a Shall We Dance (2004) fino a Piacere sono incinta (2010). Un amore a cinque stelle sfrutta l’eredità della commedia degli equivoci per creare la storia di amore inter-classe fra una cameriera ragazza madre, Marisa Ventura, e il candidato al senato Christopher Marshall. Piacevole tanto quanto prevedibile, è frutto di una sceneggiatura dolce e già vista e di una serie di luoghi comuni che comunque mettono in evidenza le difficoltà della working class.

Bordertown (2006)

Sottovalutato e per lo più poco conosciuto, Bordertown, diretto da Gregory Nava, è un film-inchiesta che mostra le crudeltà dello stupro e del femminicidio. Crudo nel montaggio così come nei temi, eccessivamente saturato e carico di un realismo tutt’altro che hollywoodiano, Bordertown segue l’inchiesta di Lauren Adrian, giornalista messicana trapiantata negli States che ritorna in Messico per indagare sui femminicidi di Ciudad Juarez. Con questo ruolo la Lopez, affiancata da Antonio Banderas, dimostra di saper costruire un personaggio, di avere range emotivo, di saper tenere a freno gli eccessi per dare espressioni diverse al dolore, il ricordo, il coraggio. Perché il coraggio è fondamentale nel narrare una storia del genere.

Selena (1997)

Biopic diretto da Gregory Nava sulla stella della musica latina Selena Quintanilla Perez, Selena è stato il primo grande ruolo di Jennifer. Chiamata a esibirsi e mostrare i conflitti di un astro nascente della musica, fra la multietnicità, le origini messicane, il padre contrario al matrimonio e la voglio di viversi un sogno che è divenuto realtà, la Lopez ha catturato il pubblico rendendo onore a una delle più grandi artiste latinoamericane.

Out of Sight (1998)

Film d’azione, romantico, tanto trasparente nel montaggio quanto preciso nelle interpretazioni, Out of Sight è diventato un cult nonché uno dei migliori progetti del suo grande regista. Soderbergh segue alla perfezione la regola dell’inquadratura necessaria, indugiando solo per creare quella tensione erotica e sentimentale fra i due protagonisti, la poliziotta interpretata da Jennifer e il ladro a cui dà volto e voce George Clooney, che rende questo crime ancora più avvincente e sentito.

Hustlers (2019)

Destiny (Costance Wu), nuova nel mondo dello stripping, è accolta e istruita da Ramona (Lopez), donna bellissima e intelligente e maestra della pole dance. Quando la crisi finanziaria del 2008 colpisce duramente le due e il loro gruppo di colleghe e amiche, Ramona decide di usare i clienti per ottenere denaro extra, sfruttando per non essere sfruttate. Diretto (benissimo) da Lorene Scafaria e co-prodotto dalla Lopez, Husterls è uno spaccato crudissimo che mette in difficoltà un giudizio morale, proprio come l’enigmatica Ramona, per cui JLo ha ottenuto nomination ai Globes, agli Screen Actors Guild Awards e ai Critics’ Choice Awards.

Selena Gomez in tante canzoni🌹

File:Selena Gomez - Walmart Soundcheck Concert.jpg - Wikimedia Commons

Ventinovenne oggi, praticamente è cresciuta insieme a noi della generazione Z, noi che la guardavamo su Disney Channel, nel ruolo della sfaticata, arrogante, eppure tanto adorata Alex Russo nei Maghi di Weaverly, e ancora prima, come la Mikayla che Miley Stewart odiava in Hannah Montana. Da lì a oggi ne ha fatta di strada Selena Gomez, la popstar metà messicana che è diventata una delle donne più influenti e popolari (245 milioni di followers su Instagram) del mondo.

Da ex personaggio Disney non è mai facile staccarsi da uno stereotipo, da un’immagine fittizia creata nella mente delle milioni di persone che per anni e anni ti hanno vista in un certo modo: Miley Cyrus, Zac Efron, Demi Lovato ne sono esempi. La celebrità nell’adolescenza porta a tanti privilegi, ma anche a un’attenzione mediatica gigantesca, a pressioni non indifferenti, a un protocollo da seguire che può portare a una sensazione di continuo soffocamento. Selena, non senza difficoltà, se ne è liberata creandosi una via man mano sempre più definita verso le sue aspettative e i suoi desideri, in campo artistico e non.

Ma cos’ha da dire una giovane donna ricca e famosa? Più di quanto potreste pensare. Sessualizzata dai media, spesso sottovalutata e indicata come “la fidanzata di”, Selena ha fatto fruttare nella musica ciò che l’industria dell’intrattenimento e della comunicazione hanno tentato di offuscare. Kill ‘em with kindness cantava nel 2016, cioè “uccidili con la gentilezza”. Tutto l’album Revival, uscito nel 2015, affrontava i temi dell’amore, della necessità di riconoscere quando una relazione diveniva tossica e ancora la sessualità e la presa di consapevolezza di se stesse: Same Old Love e Hands To Myself, per citare due singoli di notevole successo.

Anche Rare, ritorno alla musica dopo anni di assenza, celebrava la presa di coscienza di sé, il lavoro fatto per non dipendere dagli altri, il superamento della rottura di una relazione importante: Lose You To Love Me, numero 1 in America, ne è stata la cima, ma Look At Her Now, con il suo ritmo sincopato, Rare, Dance Again, Kinda Crazy sono tutte parti, fondamenta di autostima e riscatto di una cantante spesso definita come “prodotto commerciale” o “voce debole”, in realtà vero modello di una generazione che non ha paura di esporsi, che parla di salute mentale e incertezze, diritto all’aborto e lotta alla povertà.

Revelaciòn in questo senso ha anche messo l’accento sul recupero della propria identità culturale e sulla multietnicità di un’America quanto mai divisa fra conservatori suprematisti e persone sane di mente. La ballad De Una Vez, circondata da un gruppo di canzoni spagnole ricche di vitalità e energia, è un po’ la sintesi di Selena: una personalità in continua evoluzione, dalla dolcezza pari a quella del suo tono.

La sua voglia di fare del bene, di raggiungere un bene individuale e collettivo ha fatto sì che l’impegno oltrepassasse l’ambito artistico e si estendesse alla filantropia: la sua linea di cosmetici Rare Beauty, che ha incassato oltre 100 milioni di dollari nel suo primo anno, devolve tanto dei benefici al Rare Impact Fund, che si occupa di provvedere terapia psicoterapeutica a coloro che più ne hanno necessità. La Gomez non è una ragazzina miracolata, ma una donna che sa cosa davvero conta, che ha parlato apertamente della sua diagnosi di bipolarità, che ha fatto beneficienza per la UNICEF per sostenere economicamente i paesi del terzo mondo e che sa sfruttare la sua fama per amplificare le voci non ascoltate.

Per augurarle un felice compleanno, sperando di aver fatto lice su qualche aspetto meno conosciuto, ecco invece che vado a congedarci con tre canzoni che rendono onore alla leggerezza.

Perché Paola Egonu portabandiera a Tokyo è un fondamentale passo avanti

Paola Egonu, classe 1998

Il comunicato del presidente del CONI Malagò, con il quale ufficializzava la presenza di Paola Egonu fra coloro che porteranno il vessillo olimpico nella rassegna a cinque cerchi, mi ha profondamente colpito per due motivi. Il primo, strettamente personale, da ex pallavolista, è che mai nessuna giocatrice aveva mai avuto questo ruolo. Il secondo consiste in una riflessione un po’ più ampia.

Per portabandiera è sceltə qualcunə che sappia condensare a livello di immagine non solo meriti sportivi, ma anche una forte rappresentatività del proprio paese, qualcuno che sia un punto di riferimento per il movimento sportivo così come per il grande pubblico. Paola, ventidue anni, nata a Cittadella, è senza dubbio la più forte giocatrice al mondo, ma spesso questo non basta. Nel paese in cui ci si rifiuta di fornire appoggio ai migranti, in cui ci si oppone a un disegno di legge che tuteli le minoranze dalle violenze verbali e fisiche, vedere una giovane donna nera, figlia di immigrati e lesbica dichiarata investita del massimo riconoscimento sportivo vuol dire rendersi cono di una contraddizione o per lo meno di una spaccatura.

Le cose son due: o la dirigenza tricolore ha deciso di sfruttare il talento irripetibile della Egonu come strumento di pubblicità e promozione senza realmente interessarsi delle implicazioni sociali di tale scelta, o ha voluto lanciare un messaggio di progressismo, integrazione e normalità: sì, normalità, perché dovrebbe essere normale che in uno stato democratico evoluto le persone siano protette dalla legge in caso di violenze, che ci sia tutela delle minoranze, non solo etniche, ma anche sessuali, di genere e di abilità. Si parla tanto di meritocrazia, di assoluta equità di partenza di tuttə, si è interiorizzato il sogno americano figlio del capitalismo, eppure non si riesce nemmeno ad applicarlo. Paola ha parlato spesso in passato degli insulti razzisti che le erano infieriti durante le partite, da parte dei genitori delle avversarie, quando non era altro che una ragazzina. Lei è il simbolo di una generazione nuova, di una giovinezza che chiede reale uguaglianza, che chiede la fine di una violenza che non è episodica ma sistematica, e non serve andare troppo indietro per ricordarcelo. eri una coppia gay è stata picchiata a sangue da venti “persone” in Corsica, due gironi fa una coppia di ragazze lesbiche è stata aggredita verbalmente sulle spiagge del Bel Pase, a cui di bello non è rimasto che il nome.

Che vogliamo fare? Continuiamo a vivere nel Medioevo/ nel ventennio? Andiamo avanti? E coloro che in Senato si stanno opponendo al DDL Zan, festeggeranno le prodigiose abilità di Paola che (speremus) potrebbero portare una medaglia olimpica al volley azzurro, unica a mancare nel palmares di una nazionale che ha vinto tutto, dai Mondiali del 2002 alla doppietta Europei 2007-2009?

Arrivederci, Raffaella

Se ne è andata con una grande festa, come c’era da aspettarsi da lei. Le immagini del telegiornale spesso hanno inquadrato, fra tristezza e commozione, gruppi folti di donne e uomini di mezza età intenti a saltare cantando le sue canzoni. Dopotutto, la sua vita è trascorsa all’insegna della leggerezza e dell’allegria, e tale è stato un giusto commiato.

Quando, lo scorso 5 luglio, se n’è andata con discrezione, Raffaella Carrà ha lasciato un grande vuoto nel cuore di tutta l’Italia (e non solo), ma soprattutto ha dato il via a un sentimento di unione culturale, di ricordo affettuoso, di voglia di rendere onore a un’icona che, al di là del tempo, resterà sempre con il suo pubblico.

Raffaella poliedrica, professionale e scherzosa al contempo, simbolo vero e proprio di un’italianità tutta bella: gioia di vivere, piacere, voglia di ballare, di ridere insieme. Trasmettendo con la sua risata ormai celebre e i suoi modi amichevoli la voglia di stare insieme, la Carrà ha attraversato i decenni senza mai perdere il suo smalto, la sua verve brillante. Era partita col cinema, fra grandi produzioni hollywoodiane e sceneggiati Rai, poi ha trovato il suo posto nel mondo, sul palcoscenico, davanti alle camere della televisione: regina del piccolo schermo, fu la prima donna a mostrare l’ombelico in TV, facendo della sfida ai pregiudizi e al bigottismo un suo marchio di fabbrica. Da showgirl a conduttrice e ideatrice di programmi e nuovi veri e proprio format il passo è stato naturale per lei, così solare, carismatica, capace di accompagnare il suo ruolo a quello di cantante e ballerina, icona di una moda tutta sua, camp, esagerata, piena di strass, colori accesi, pantaloni alti e sbuffi, piume, trine, glitter.

Per quello che ha significato per il grande pubblico, per la sua capacità di reinventarsi, per le sensazioni positive che ha trasmesso con la sua musica, con le parole delle sue canzoni, con il suo scanzonato modo di presentarsi, senza filtri, Raffaella ha solo l’eternità davanti a sé. Quel 5 luglio se ne sarà anche andata, ma il suo personaggio e la sua eredità culturale andranno avanti ancora e ancora, a ispirarci e farci ballare, a dirci che, quando il mondo sembra cascarci addosso, basta spostarsi un po’ più in là.

The Death and Life of Marsha P. Johnson – in ricordo di Stonewall

Le immagini in un contesto del genere valgono più di mille parole. Le inquadrature ribassate con cui Victoria Cruz è inquadrata mentre cammina a testa alta per le strade, appoggiandosi al bastone, scrutando con l’occhio cieco, il capo cinto da una corona di fiori, ci dicono tutto del coraggio di una sopravvissuta. Victoria Cruz, donna transgender nera nata a Porto Rico, è già abbastanza per creare un documentario straripante, ma, nonostante la camera a spalla di David France la cerchi con primissimi piani e la segua per le strade di New York City, non è lei la protagonista del documentario The Death and Life of Marsha P. Johnson. Le protagoniste, al di là del titolo, sono almeno tre: Victoria, Sylvia Rivera e, chiaramente, il nostro angelo, Marsha.

Il 28 giugno del 1969, grazie a una rivolta senza precedenti allo Stonewall Inn di New York, nasceva il movimento per i diritti della comunità LGBTQIA+. Stonewall fu un momento spartiacque, per quanto sia citato e ricordato non si potrà mai far capire abbastanza quanto concretamente necessario: c’è un prima e un dopo Stonewall, e le eroine, le grandi ribelli di quella notte, furono loro, Sylvia Rivera e Marsha P. Johnson. Attaccando la polizia, ribellandosi all’ennesima retata, dicendo basta alle persecuzioni, alle manganellate, agli arresti ingiustificati, un gruppo di gay, drag queen e transgender cambiarono per sempre la storia, divennero la storia. Se giugno è il mese del Pride è merito loro.

Le immagini di repertorio che mostrano Marsha sorridente, abbracciata dalla gente, inneggiata dal pubblico nei locali gay, alternate alla furia, al disincanto e alla ritrovata serenità di Sylvia si intrecciano con le indagini di Victoria. France mostra la Cruz che si sposta alla ricerca di informazioni su quella notte del 5 luglio 1992, nella quale Marsha perse la vita nell’Hudson River. Emerge come una testimonianza il flusso di parole, ricordi e nuove scoperte conseguito dall’attivista nel corso di questo documentario che è, al tempo stesso, una ricerca della verità e un monumento alla memoria delle due madri del movimento LGBTQIA+. Il coraggio di mostrarsi e parlare con onestà di Marsha e Sylvia, i conflitti interni alla comunità, l’attivismo di Randy Wicker che minaccia la Mafia accusandola di gestire le parate per lucro: The Death and Life of Marsha P. Johnson è un grido di accusa fatto di silenzi di resilienza.

Le vite delle persone trans non sembrano contare per la polizia, né per la maggior parte dei giudici statunitensi: emarginate, bullizzate, aggredite verbalmente, picchiate, stuprate e uccise, le persone transgender sono state per decenni e continuano tuttora a essere trattate come subumane, non-persone, ostacolate da coloro che dovrebbero proteggerle. Ma ci sono anche Victoria, Marsha e Sylvia, che hanno aperto strade infinite, che hanno liberato centinaia di migliaia di persone, che hanno vissuto sulla propria pelle ogni sorta di discriminazione ma si sono fatte esempio, esempio di un mondo che dovrebbe essere accettazione e amore. Senza Marsha non ci sarebbe stato l’enorme progresso sulla strada ancora lunga e accidentata verso la fine dell’omotransfobia. “Ci hanno trattato come merde per decenni. Ora è il nostro turno” ha detto Sylvia riguardo a Stonewall: mezzo secolo dopo, non dobbiamo mai dimenticare.

Ventotto volte Ariana

Che percorso ha fatto Ariana Grande? Da stellina di uno show televisivo a giovanissima popstar emergente, nell’arco degli ultimi otto anni e spiccioli ha conquistato il mondo intero. Tuttavia, qui, non si parla, solo, di fama, di successo, di record: si parla di cuore. Si è ancorata alle nostre emozioni con la sua onestà, con la sua crescente sincerità, con un’umiltà senza eguali nel suo campo, mantenendo sempre quello sguardo trasognato di una ragazzina a cui hanno aperto le porte del suo sogno. Perché Ariana ha ancora la giocosità e la dolcezza della giovinezza, ma è cresciuta tanto, così tanto da diventare la voce e il modello di una generazione.

Una generazione che si sta avvicinando sempre di più all’uguaglianza, o perlomeno ci sta provando: si parla di diritti mai completamente riconosciuti, di manifestazioni e battaglie, di confessioni e di un inno alla gentilezza verso cui tant* si stanno muovendo. Ariana, in piazza per il Black Lives Matter e il Gun Control, parte della comunità LGBTQ+, femminista intersezionale e attenta alla salute mentale, è un esempio dei suoi tempi. Ariana che ha dato voce alla cura, al dolore e nuovamente alla cura: sweetener, thank u, next, positions, tre album sulla guarigione dal trauma, sul dolore della perdita, sulla gioia dell’amore, prima di tutto verso se stessa.

Sbocciata, come una rosa, ha catturato l’attenzione con la sua voce meravigliosa, prima, con i suoi look camp (le ponytail chilometriche, i body, i tacchi alti metri, i felponi oversize) poi, quindi con la schiettezza e l’empatia delle sue parole. I can’t fake another smile, dice, I can be needy, ammette, I’d love to see me from your point of view, intona con il timbro di un angelo. Tre dischi in tre anni, singoli iconici, dall’emancipazione di 7 rings alla scioltezza con cui fraseggia sul sesso in 34+35, con il femminismo pop di God Is a Woman e la traccia sulla resilienza breathing, e poi le collaborazioni.

Lady Gaga, Demi Lovato, The Weeknd, Doja Cat e Megan Thee Stallion, Missy Elliott, Miley Cyrus e Lana del Rey, Nicki Minaj, Madonna, Iggy Azalea, Zedd, Mariah Carey e Jennifer Hudson: ha cantato con l’intero mondo musicale d’Occidente Ariana, creando tracce memorabili, momenti di grande tenerezza, unione di geni artistici, come in Rain On Me e nella recente Save Your Tears.

A ventotto anni, Ariana Grande ha già fatto suoi decine di risultati storici, dai 100 milioni di dischi venduti ai due Grammy vinti, dalla benedizione ottenuta da leggende come Patti Labelle, Aretha Franklin e Barbra Streisand al titolo di artista più ascoltata di sempre sulle piattaforme streaming. Una ragazza che è già leggenda, la cantante dalla voce più bella al mondo. Per me è stata una compagna di viaggio, una valvola di sfogo, un conforto e un inno alla gioia. L’unico modo per festeggiarla che ho trovato è stato disseminare di perle un po’ nascoste questo articolo, perché è solo con la sua voce e con le sue parole che Ariana, davvero, si può capire, apprezzare, fare un pochino nostra, lei che, davvero, è la nostra generazione in musica.