Ocean’s 8

il genio criminale e il girl power

Uscito nel 2018, Ocean’s 8 è il sequel tutto al femminile della trilogia di successo Ocean’s, e se questa aveva un cast di stelle fra cui George Clooney, Brad Pitt e Matt Damon, anche Ocean’s 8 ha come punto di forza una squadra di attrici celebri e, soprattutto, bravissime.

La storia è quella di Debbie Ocean (Sandra Bullock), sorella di Danny Ocean (Clooney), che, appena uscita di prigione, costituisce un team di sole donne per mettere in atto un grosso colpo, consistente nel rubare una preziosissima collana di diamanti, dal valore di oltre 150 milioni di dollari.

Debbie è aiutata dall’amica Lou (Cate Blanchett), dalla stilista caduta in rovina Rose Weil (Helena Bonham Carter), dall’esperta di gioielli Amita (Mindy Kaling), dalla borseggiatrice Constance (Awkwafina), dall’hacker Palla 9 (Rihanna) e da Tammy (Sarah Paulson).

Insieme le sette truffatrici organizzano il furto per la serata del Met Gala, uno degli eventi più esclusivi e importanti che si tiene annualmente a New York, facendola indossare alla famosissima attrice Daphne Kluger (Anne Hathaway).

Il film merita soprattutto per le interpretazioni delle attrici, in particolar modo quelle di Helena Bonham Carter e Anne Hathaway, calate alla perfezione nella parte dell’artista svampita e della diva intelligente e bella, ma anche per il modo in cui il piano viene esplicato passo per passo e per come queste donne molto diverse fra di loro riescono a mandare avanti il progetto cooperando e mettendo insieme le proprie qualità.

Il film, che ha sfiorato i 300 milioni di dollari al botteghino, ha secondo me avuto meno risonanza di quanto avrebbe meritato, considerando anche la presenza, come già detto, di attrici già affermate come la Bullock (premio Oscar nel 2010), la Blanchett (2 Oscar), la Hathaway (Oscar nel 2013), la Bonham Carter (protagonista di numerosi film di successo e 2 volte candidata all’Oscar) e anche del conduttore del Late Late Show James Corden, nel ruolo dell’investigatore dell’assicurazione chiamato ad indagare sul furto.

Il matrimonio del mio migliore amico

Commedia di P.J.Hoban del 1997, Il matrimonio del mio migliore amico è un film che vi consiglio, soprattutto se avete bisogno di qualcosa di non troppo impegnativo e divertente.

La cosa che ho apprezzato di più del film è stata probabilmente la fine. Mi spiego: ciò che ha contribuito a rendere godibile questa commedia è senza dubbio il fatto che essa abbia una sceneggiatura che porterebbe il pubblico ad immaginare un lieto fine, e ne proponga invece un altro, meno prevedibile e non meno positivo.

Il film parla della volontà di Julianne Potter, critica gastronomica, di mandare a monte il matrimonio del suo migliore amico, nonché ex ragazzo, Michael, cronista sportivo, con la ricca Kimberly, interpretata da una giovane Cameron Diaz, con l’aiuto dell’amico e collega George.

Il film diverte e ve lo consiglio soprattutto per la presenza di Julia Roberts, bravissima in una parte assai distante da quelle che le ho visto interpretare, quella di una donna disposta a tutto per riottenere quello che crede essere l’uomo della sua vita. La Roberts è eccezionale nel dare furbizia e ironia al suo personaggio, divertente e brillante, ma anche calcolatore, e la sua performance le è valsa la candidatura ai Golden Globe del 1998 come miglior attrice in una commedia.

Altro motivo valido è senza dubbio il personaggio interpretato da Rupert Everett, anch’egli candidato al Globe, George, editor gay che si finge il fidanzato di Julianne e che, in una celebre scena, le canta I say a little prayer di Aretha Franklin.

Insomma, il film non è niente male, grazie soprattutto alla bravura degli attori e ai dialoghi non banali, e merita sicuramente di essere visto.

American Beauty?

Uscito nelle sale nel 1999, American Beauty è stato allora un gran successo di pubblico (oltre 350 milioni di dollari incassati) e di critica. Ai premi Oscar del 2000 il film ha vinto 5 statuette su un totale di 8 candidature, tra le quali quella per il miglior film e quella per il miglior regista, a Sam Mendes.

Elogi meritati ad un film che è da me assolutamente consigliato, perché estremamente intelligente sotto molti punti di vista.

Innanzitutto la tematica affrontata: il titolo stesso del film allude al concetto del sogno americano, a una vita preconfezionata alla quale il cittadino medio americano (ma non solo) dovrebbe aspirare: una bella casa, una famiglia, un buon lavoro. Il film mostra con intelligenza che tale realtà ideale viene spasmodicamente cercata, desiderata e raggiunta spesso solo perché ci si illude che ciò che tutti vogliono sia la via per la nostra stessa felicità: diviene così fondamentale mantenere l’apparenza, l’apparenza della vita perfetta, della piena realizzazione, e tale apparenza diventa una superficie fragile sotto cui spingono la frustrazione, il dolore, una lacerazione ed una insoddisfazione assoluta.

La famiglia Burnham è l’esempio della famiglia perfetta, in cui in realtà tutti i rapporti sono ormai degenerati nell’indifferenza e nell’astio.

Lo è il rapporto fra Jane, la figlia adolescente, e Lester, il padre, che è visto da Jane come anaffettivo e lontano dall’essere un modello.

Lo è quello fra Lester e sua moglie Carolyn, tra i quali l’ostilità sostituisce la mancanza di sentimento nel momento in cui Lester si invaghisce di Angela, amica di Jane.

E ciò che trovo più geniale nella realizzazione di questo film è proprio la distruzione più completa di ogni illusione, il rovesciamento di tutte le apparenze e il mostrare al contempo l’attaccamento ossessivo ad esse della maggior parte dei personaggi, perché, come dice Carolyn

Per avere successo è necessario proiettare sempre un’immagine di successo

E così la perfetta famiglia Burnham non è in realtà altro che un matrimonio scoppiato, in cui la moglie tradisce il marito con il proprio rivale nel lavoro, mentre il marito si innamora di una sedicenne che dice di aver una movimentata vita erotica e millanta una perfetta sicurezza in se stessa, quando invece è ancora vergine, come svela lei stessa a Lester, e necessita di sentirsi amata e protetta.

L’intera opera è secondo me un invito a guardare oltre e una forte critica di una società materialista, superficiale e vuota, in cui si cerca ostinatamente di arrivare ma senza sapere nemmeno dove, né perché.

L’ossessione per l’apparire e per il successo in ogni campo è rappresentata per eccellenza dal personaggio di Carolyn, magistralmente interpretato da Annette Benning (candidata anch’ella all’Oscar), ma anche dalle rose rosse, elemento onnipresente nel film. Esse hanno, a mio parere, la funzione di rappresentare una realtà attraente, ma la loro bellezza è come artificiale. Le rose sono anche il simbolo della passione, e sono infatti per questo sempre presenti nelle fantasie di Lester su Angela.

Il tema di fondo del film sembra essere l’inautenticità dei personaggi, il loro non appartenere a se stessi. Oltre a Carolyn, faccio riferimento in particolar modo al colonnello Frank Fitts, omofobo perché represso che arriva addirittura ad uccidere affinché non si sappia il suo segreto.

Non volendo giustificare in nessun modo i personaggi, dal momento che loro è la colpa più grande, la debolezza, il non riuscire a separarsi da un’immagine non vera di loro stessi, credo che un altro importante obiettivo polemico sia la società stessa. Sono i modelli dati dalla società, dal governo, da coloro che hanno il potere economico e politico, a imprigionare le persone ed a rendere difficile la vita a tutti: essi proiettano un’immagine di successo e fanno sì che chiunque si distacchi da essa venga emarginato e schiacciato dagli altri. Questo è il caso di Jane e Ricky, il figlio del colonnello, gli unici due personaggi autentici del film, che riescono a capire la vera importanza delle cose. Il colonnello è invece la dimostrazione di come un certo tipo di educazione basata su una disciplina fatta di violenza e ristrettezza mentale porti a violenza e odio.

American Beauty è un film splendido nel suo distruggere gli idoli, con un messaggio importante: dare a ogni cosa la sua vera importanza e sapere che l’unica bellezza che conta è quella che è tale ai nostri occhi.

Buon compleanno Meryl

auguri alla migliore attrice del mondo

Le parole icona, mito, leggenda, non bastano ad esprimere cosa significhi per me, e credo per molte altre persone di tutto il mondo, Mary Louise Streep, per tutti Meryl.

Nata il 22 giugno del 1949 a Summit, nel New Jersey, Meryl compie oggi 70 anni, e il minimo che possa fare è festeggiarla, dal momento che per me lei rappresenta la personificazione di quella meravigliosa arte che è la recitazione. Quando penso ad un’attrice, al ruolo di attrice, penso a Meryl, perché lei, come pochissimi altri nella storia del cinema, è riuscita a dare corpo a ogni sfaccettatura di questa vocazione. Passione, talento, esercizio, introspezione, sono solo alcune delle qualità che Meryl mette in campo nella rappresentazione di un personaggio, e sono quelle decisive, quelle che ti fanno stare tranquillo nel momento in cui decidi di guardare un film, perché sai che la sola presenza di Meryl nel cast basterà a renderlo valido.

La cosa che mi ha sempre catturato è la sua abilità di interpretare personaggi estremamente diversi da loro essendo capace di risultare credibile in ogni ruolo. Meryl può essere l’intransigente Miranda Priestly de Il diavolo veste Prada (2006) con uno sguardo severo, la fragile Florence Forster Jenkins di Florence (2016), la madre debole e apparentemente anaffettiva de La stanza di Marvin(1996), l’attrice tossicodipendente di Cartoline dall’Inferno(1990), ma anche l’appassionata Francesca de I ponti di Madison County (1995) o la strega di Into The Woods (2014).

Attraverso lo sguardo, il modo di camminare, l’espressione del volto, Meryl riesce a catturare l’essenza del personaggio e , cosa fondamentale per un artista, a comunicarla. Nei suoi film ha espresso dolore, gioia, determinazione, incertezza, dando figura e voce a donne forti, coraggiose, deboli, rassegnate e riuscendo anche a creare figure esilaranti come quella di Madeline Ashton ne La morte ti fa bella (1992).

Assoluta è anche la dedizione con cui Meryl si dedica al proprio lavoro, come è dimostrato dall’aver imparato accenti di svariate lingue, da quello polacco ne La scelta di Sophie (1982) fino a quello inglese usato per la sua interpretazione di Margaret Thatcher in The Iron Lady (2011).

E proprio attraverso film come i già citati The Iron Lady e Florence Meryl ha dimostrato di poter rappresentare sul grande schermo personaggi storici, come la leader delle suffragette Emmeline Pankhurst in Suffragette(2015) , la direttrice del Post Katherine Graham in The Post (2017), la scrittrice danese Karen Blixen in La mia Africa(1985) o l’attivista Karen Silkwood in Silkwood(1983).

Meryl ha dimostrato di essere un’artista completa ed eclettica: partendo dal teatro (ha ottenuto un Master of Fine Arts a Yale), è passata con successo per la televisione , vincendo 3 Emmy (e proprio alla televisione è tornata recentemente, nel ruolo di Mary Louise Wright nella seconda stagione di Big Little Lies) dimostrando di saper anche cantare molto bene soprattutto in Mamma mia! (2008), uno dei miei film preferiti in assoluto.

Meryl è entrata nel corso dei suoi oltre 40 anni di carriera nel firmamento delle grandi stelle di Hollywood, stregando pubblico e critica , come dimostrano i numerosissimi premi che ha ottenuto. Tra tutti i 3 Oscar vinti su 21 candidature ottenute (record), i 9 Golden Globes su 31 candidature (altro record), i 2 BAFTA, l’Orso d’Oro alla carriera e quello d’argento al Festival del cinema di Berlino, il Prix al Festival di Cannes, 2 David di Donatello, 2 SAGA e, soprattutto, il Kennedy Center Honours nel 2011, la più alta onorificenza per il mondo dello spettacolo negli Stati Uniti.

Per concludere questa forse fin troppo lunga lista di motivi per cui Meryl è una delle interpreti di maggior ispirazione per me, riporto le parole usate da Viola Davis per descriverla nella cerimonia di consegna del Cecile DeMille, il Golden Globe alla carriera, nel 2017:

Posso solo immaginarmi dove vai Meryl, quando sparisci dentro un personaggio. Immagino che tu sia dentro di loro, aspettando pazientemente, usando te stessa come un condotto, incoraggiandoli e guidandoli a esprimere se stessi, ad esporsi, a vivere […] Tu mi fai essere fiera di essere un’artista.

Per questo Meryl, grazie, e mille di questi giorni.

Virginia Woolf

e come la sua vita può cambiare la tua

Oggi nel parlarvi di una delle mie scrittrici preferite faccio riferimento alla di lei biografia pubblicata dalla RBA per la collezione Grandi Donne, una iniziativa a mio parere bellissima, attraverso cui scoprire quelle donne che hanno avuto un ruolo fondamentale nella Storia, riuscendo ad emergere in una società a lungo patriarcale e sessista grazie alla loro tenacia, alle loro idee ed al loro talento.

La biografia di Virginia Woolf è un viaggio all’interno della vita dell’autrice, dall’infanzia e dai rapporti con la famiglia fino al suicidio. Questa lettura è da me fortemente consigliata agli appassionati della Woolf, ma non solo, perché rappresenta anche un viaggio nell’Inghilterra dall’epoca vittoriana passando per la Grande guerra fino ad arrivare nel mezzo della Seconda Guerra Mondiale.

Virginia, oltre che per la sua straordinaria abilità di scrittrice, è una delle mie più grandi fonti di ispirazione per le sue idee, così avanti sui tempi.

Nata a Londra nel 1882, Virginia Stephen, figlia di Leslie e Julia, soffrì molto durante la sua giovinezza : entrambi i genitori morirono prima che ella compisse 22 anni. Tuttavia , a mio parere, a dare una svolta alla sua vita fu il trasferimento con la sorella Vanessa, alla quale era molto legata, e ai fratelli Thoby ed Adrian, nel quartiere di Bloomsbury, nel 1905: a Bloomsbury le due sorelle diedero vita all’omonimo e famoso circolo di intellettuali, inizialmente composto dagli amici di Thoby, studenti dell’università di Cambridge.

Il circolo di Bloomsbury era, dal mio punto di vista, un locus amoenus in cui parlare di arte, in tutte le sue forme: era composto da scrittori, pittori, musicisti e poeti, ragazzi animati dalla passione per la cultura, che ignoravano i dettami della rigorosa, per non dire opprimente, morale inglese dell’epoca.

Ed è proprio il coraggio di Virginia nell’essere se stessa, nel non voler aderire a nessun canone impostole in un contesto storico dove era assai semplice esser relegati al di fuori della società, ad avermi affascinato da subito. Oltre ad essere una superba scrittrice (romanziera, biografa, saggista), un’appassionata lettrice e una critica letteraria dalla conoscenza illimitata , Virginia fu una delle grandi personalità del femminismo (Una stanza tutta per sé e Le tre ghinee sono due saggi illuminanti a proposito della condizione della donna e della scrittrice), si adoperò attivamente durante le Guerre per aiutare la popolazione devastata dalla miseria e dai bombardamenti e si oppose con forza a quel regime di violenza, di discriminazione e di odio che caratterizzò la Storia durante buona parte della sua vita adulta.

Per questo vi invito a immergervi in questo libro o in altre biografie sulla Woolf, una donna straordinaria, la cui vita vi darà coraggio nell’affrontare la vostra e nell’affrontare la realtà che vi circonda senza mai aver timore di essere voi stessi e di portare avanti i vostri ideali.

Non sapere il greco

di Virginia Woolf

Questo piccolo libro prende il nome dalla prima delle quattro parti di cui è composto, ed è un altro esempio dell’incredibile intelligenza e della sterminata curiosità di questa scrittrice. Non sapere il greco è una riflessione su quella che nel secolo XIX, il secolo del Romanticismo, durante il quale è nata e ha vissuto la propria infanzia la stessa Woolf, era considerata la civiltà per eccellenza. Greco non è solo la lingua che continua ad attrarre e ad affascinare dopo millenni: Virginia si sofferma sul concetto della grecità, contrappone l’approccio alla vita dei greci a quello degli inglesi, suoi contemporanei e non. Ci invita a trascendere dalla nostra condizione e ad immaginarci, quando leggiamo un autore come Eschilo o Euripide, il clima in cui si svolge il dramma, un paesaggio soleggiato e caldo, con il Mediterraneo all’orizzonte e il vento che sferza le vesti. Ci fa capire la difficoltà di impadronirsi di un linguaggio che non sappiamo come fosse parlato, del quale abbiamo solo testimonianza scritta. Si sofferma saggiamente su come i grandi autori della classicità dovessero rivolgersi quasi sempre ad un pubblico, su come avessero quindi necessità di intrattenere attraverso la propria opera, di divertire e di mantenere sempre alta l’attenzione. Non sapere il greco è un saggio che merita di essere letto non solo perché ci riporta in un mondo ricco di vita, nella culla della cultura, ma anche per le parti successive alla prima. In Appunti sul dramma elisabettiano

frequentiamo imperatori e buffoni, gioiellieri e unicorni, e ridiamo ed esultiamo e ci meravigliamo davanti a tutto questo splendore, a tutto questo humor e a tutta questa inventiva. Una nobile rabbia ci consuma quando cade il sipario; siamo anche annoiati da questa pomposità.

Ne Il punto di vista russo si passa dal dramma al romanzo, e ci sono richiamati alla mente Tolstoj e Dostoevskij, Anna Karenina , Guerra e pace e I fratelli Karamazov. Ma è l’ultima parte , Come leggere un libro? la mia preferita: in essa Virginia non ci dà dogmi da rispettare, ma presenta la lettura per quello che è, un piacere, qualcosa di personale e soggettivo, e riporta la sua fantasia per cui, alla fine dei tempi,

l’Onnipotente si girerà verso san Pietro e dirà, non senza una certa invidia nel vederci arrivare con i nostri libri sotto il braccio: “Guarda, quelli non hanno bisogno di ricompense. Non abbiamo nulla da dar loro: sono coloro che amavano leggere”

Un blog sull’arte

Questo blog è un’occasione per condividere le mie due più grandi passioni: la letteratura e il cinema. Ho deciso di aprire un sito per poter rendere omaggio a quelle opere e a quegli autori che sono stati fonte di ispirazioni, di sogni e viaggi incredibili, che mi hanno aperto la mente, sperando che il mio possa essere un punto di vista interessante ed in grado di mettere in luce due delle più coinvolgenti forme d’arte.