Goodbye Norma Jean

Il 5 agosto del 1962 Marilyn Monroe fu trovata morta nel letto della sua casa a Brentwood, Los Angeles, città dove era nata 36 anni prima.

La morte di Marilyn ebbe un’eco incredibile e lasciò un gran vuoto nel mondo dello spettacolo.

Marilyn è da me (e da moltissimi altri, addetti ai lavori e non) considerata come la più grande diva di tutti i tempi, una delle migliori attrici che siano mai esistite. Amo Marilyn per il suo modo di recitare, per la sua splendida capacità di illuminare una scena, di dare voce a e volto a personaggi che sembravano conservare parte della sua sensibilità.

Iconica per il suo incredibile talento, per la sua straordinaria bellezza, per la sua apparente spontaneità, Marilyn mi ha sempre incantato soprattutto perché, pur non conoscendola e senza la pretesa di poter davvero comprendere del tutto la sua personalità, mi è parsa una persona molto dolce e bisognosa di affetto, una persona con interessi e principi davvero splendidi.

Marilyn era una grandissima appassionata di letteratura: sono famose le foto scattate da Eve Arnold di lei che legge l’Ulisse di James Joyce e si dice che la sua biblioteca comprendesse oltre 400 volumi.

Marilyn inoltre aiutò la bravissima cantante Ella Fitzgerald, permettendole di esibirsi in uno dei più famosi ed importanti locali di West Hollywood, il Mocambo, promettendo al proprietario che sarebbe stata in prima fila ogni sera al locale se Ella avesse potuto cantare ( e così fece).

Marilyn mi è sempre apparsa come una grande artista e come una persona molto più buona rispetto a come tanti l’hanno vista nel corso dell’ultimo secolo, e avrei tanto desiderato che lei avesse potuto evitare la terribile fine che ce l’ha portata via 57 anni fa, che avesse potuto superare le sue sofferenze e i suoi traumi per vivere una vita piena di quella che sarebbe stata senza dubbio una più che meritata felicità.

Goodbye Norma Jean

Your candle burned out long before

Your legend ever did

Auguri magica Jo

Nata il 31 luglio del 1965 a Yate, Joanne Rowling compie oggi gli anni, come Harry Potter, protagonista della omonima saga letteraria, opera di Joanne, che l’ha resa l’autrice più letta del nuovo millennio.

La premessa da fare è che i libri di Harry Potter sono fra i miei preferiti e che il mondo creato dalla Rowling mi ha sempre affascinato, catturato, per il suo essere così distante dalla realtà eppure per averla rappresentata così fedelmente.

I libri di Harry Potter riflettono così tante tematiche importanti e attuali da risultare spesso ai miei occhi contemporaneamente come opere fantasy, romanzi di formazione e manuali di storia riadattati ad un contesto magico.

L’odio e la discriminazione nei confronti del diverso e la glorificazione di una purezza razziale sono secondo me richiami ai regimi totalitari nazi-fascisti e alla propaganda dell’odio intrapresa da essi : si pensi alle leggi di Norimberga del 1935 e a quelle razziali italiane del 1938.

Il non volere accettare il ritorno di Voldemort da parte delle autorità rappresenta la negazione della verità e l’incapacità di assumersi le proprie responsabilità e di fare ciò che è meglio per tutti che caratterizzano purtroppo molti governi attuali

Altri temi fondamentali sono ovviamente l’importanza dell’amicizia e della conoscenza, la capacità di affrontare il dolore e la perdita e di superarli grazie all’aiuto degli altri e al proprio coraggio.

Il mio personaggio preferito è Hermione Granger, interpretata dalla stupenda Emma Watson nella trasposizione cinematografica. Hermione rappresenta un sacco di valori positivi : l’importanza e la bellezza dell’intelligenza e della conoscenza, il coraggio, la lealtà nei confronti dei propri amici, la lotta all’oppressione sociale (come si vede ad esempio quando costituisce il C.R.E.P.A.).

Ma oltre alla sua attività di scrittrice J.K.Rowling merita di essere ricordata per la sua mentalità aperta, per la capacità che ha avuto nel ricostruire la propria vita e per la sua passione per la letteratura.

Un altro dei suoi scritti che mi ha dato forza, e che è da poco stato trasformato in un libricino dal titolo Buona vita a tutti, è il discorso che Jo ha tenuto alla cerimonia di laurea di Harvard nel 2008, di cui riporto una delle mie parti preferite:

Il sapere che vi rialzate più saggi e più forti dalle cadute significa che sarete, da allora in poi, sicuri della vostra capacità di sopravvivere […] La vita è difficile, è complicata, è oltre la possibilità di mantenerla completamente sotto controllo, è l’umiltà di sapere che sarete capaci di sopravvivere alle sue sfide.

Con queste splendide parole vi lascio, e auguro a Jo buon compleanno, ringraziandola per tutte le volte in cui è stata fonte di ispirazione per me e per aver reso magica la vita di milioni di persone.

Buona vita a te, Jo.

Sandra Bullock

e la commedia intelligente

Il 26 luglio del 1964 nasceva in Virginia Sandra Bullock, una di quelle attrici, dal mio punto di vista, che rendono un film degno di essere visto.

Figlia di un’insegnante di canto tedesca e di un impiegato dell’esercito statunitense, Sandra ha vissuto a lungo in Germania, tanto da parlare perfettamente il tedesco. Dopo aver studiato recitazione in America si è dedicata alla carriera di attrice, imponendosi sin dagli anni ’90 come una delle migliori interpreti della sua generazione.

Il suo primo grande successo fu il film d’azione Speed, con Keanu Reeves, che incassò oltre 350 milioni di dollari e vinse due Oscar tecnici, ma ciò che ha permesso alla Bullock di esprimere al massimo il proprio talento è un genere diverso: la commedia, spesso romantica, intelligente.

I film che ha interpretato mi sono sempre piaciuti perché divertenti e leggeri, ma quasi mai prevedibili e spesso dotati di un umorismo brillante.

Miss Detective (2000), Two Weeks Notice (2002), Miss F.B.I. (2005), Ricatto d’amore (2009) e Corpi da reato (2013) sono gli esempi più lampanti di quanto sopra scritto e i personaggi interpretati dalla Bullock, l’agente sotto copertura, l’avvocatessa ambientalista, l’editor spietata, la poliziotta mite, sono la prova di come questa attrice riesca a rendere al meglio l’essenza di personaggi molto diversi fra loro senza ricorrere ad alcun tipo di trasformismo esteriore.

Vincitrice dell’Oscar nel 2010 per la sua performance in The Blind Side (2009, altro film consigliatissimo), è stata nuovamente candidata per il pluripremiato Gravity (2013) di Alfonso Cuaròn ( 7 Oscar vinti e 10 candidature agli Academy del 2014).

Negli ultimi tempi ha recitato in Ocean’s 8 (2018, qui la mia recensione ->https://wutheringbooks.blog/2019/06/29/oceans-8/https://wutheringbooks.blog/2019/06/29/oceans-8/) e nel thriller targato Netflix Bird Box (2018).

Amata dal pubblico e dagli addetti ai lavori, Sandra Bullock ha, a mio parere, ancora tanto da dare al cinema contemporaneo. Intanto, tanti auguri (un po’ in ritardo).

Io so perché canta l’uccello in gabbia

di Maya Angelou

Un’autobiografia scritta in prima persona, come un percorso quasi perfettamente cronologico degli avvenimenti e delle sensazioni più importanti della propria infanzia e adolescenza, diventa in questo caso non solo fonte di interesse per gli amanti (come me) del genere, ma anche un’inestimabile testimonianza di un periodo storico, gli anni ’30 e ’40 del secolo XX, e di una condizione sociale, quella dei neri oppressi nel Sud dell’America del Nord, che vengono qui espressi intelligentemente quasi sempre attraverso gli occhi di una bambina o ragazza, e non come una riflessione a posteriori sulle mostruosità che tale persona ha dovuto subire sin dalla nascita.

Io so perché canta l’uccello in gabbia è considerata la prima delle sette parti dell’autobiografia di Marguerite Johnson, conosciuta come Maya Angelou, ed è un libro veramente potente, che vuol far capire, senza renderlo del tutto esplicito attraverso riflessioni e argomentazioni, ma attraverso le idee e le percezioni di una giovane Maya, come una persona di colore potesse vivere in un clima fortemente razzista, in un clima di segregazione, povertà e anche umiliazione.

Ma il razzismo non è l’unico grande tema dell’opera: essa merita di essere letta, studiata e ricordata perché affronta molte tematiche con sincerità e coraggio: il rapporto con la famiglia, il rapporto con la religione, l’istruzione, il rapporto con il proprio corpo e con la propria sessualità e le relazioni con i propri familiari.

Ciò che mi ha attratto di questo libro fin da subito è anche il titolo. A suggerire esso all’autrice fu l’attivista e cantante Abby Lincoln: si tratta della ripresa di una poesia del poeta afroamericano Paul Dunbar. Il canto dell’uccello è una preghiera da mandare a Dio, nella speranza che, un giorno, l’uccello possa uscire dalla gabbia.

Queste sono alcune delle mie citazioni preferite dal libro:

<<La carità non dice: ” Siccome ti do un lavoro, tu devi prostrarti in ginocchio davanti a me”… Non dice: ” Siccome ti pago quello che ti devo , tu mi devi chiamare padrone”. Non mi chiede di umiliarmi e sminuirmi. Questa non è carità>>

Quello spiacevole incontro non aveva niente a che fare con me, con il mio io, e nemmeno con quella sciocca impiegata. Si trattava di un sogno ricorrente, architettato anni prima da stupidi bianchi, che tornava a perseguitarci di continuo. Io e la segretaria eravamo come Amleto e Laerte nell’ultima scena, costrette a batterci fino alla morte a causa del male fatto da un avo a un altro avo.

Il fatto che una donna nera americana sviluppi un carattere eccezionale viene spesso guardato con stupore, avversione e persino ostilità. Raramente viene accettato come l’inevitabile conseguenza della lotta vinta dai sopravvissuti, una vittoria che merita rispetto se non accoglienza entusiastica.

Auguri JLo!

Una cosa che mi piace molto fare attraverso questo blog è condividere ciò che trovo affascinante ed interessante, cosa che viene facile nel momento in cui ricorrono anniversari o compleanni.

Oggi quindi parlo di Jennifer Lopez, che compie 50 anni, portandoli benissimo, soprattutto per l’energia che mette ancora sul palco.

Nata il 24 luglio del 1969 a New York,ascendenze portoricane e gioventù passata nel Bronx, Jlo ha sempre sostenuto di non essersi mai scordata delle proprie origini, come canta in Jenny From The Block.

Dopo anni passati a fare la ballerina, anche per Janet Jackson, Jennifer è riuscita ad emergere come attrice: il suo primo grande successo fu l’interpretazione di Selena Pérez, icona della musica latina uccisa a 23 anni, che le valse la candidatura come miglior attrice ai Golden Globe del 1998.

Nel 1999 ha pubblicato il suo album On the 6, che ha venduto oltre 8 milioni di copie nel mondo e ha dato il via alla sua carriera di cantante.

Nel corso di oltre due decenni e mezzo di carriera Jennifer ha dato prova di essere un’artista completa e una donna d’affari di enorme successo: attrice, popstar, ballerina, doppiatrice, ma anche produttrice discografica e imprenditrice. JLo ha rilasciato linee di moda e di gioielli, creato profumi, aperto ristoranti e ha anche fondato una casa di produzione cinematografica.

Il lato che più mi piace di JLo è senza dubbio quello musicale: canzoni come If You Had My Love, Waiting for Tonight, Love Don’t Cost a Thing, Jenny From The Block, I’m Glad, Get Right, It Ain’t Funny hanno un ritmo stupendo e videoclip con coreografie iconiche e sono state hit di inizio millennio.

JLo ha pubblicato fra il 1999 ed il 2014 8 album, vendendo oltre 80 milioni di copie nel mondo e cantando sia in inglese che in spagnolo. Negli ultimi 5 anni tuttavia ha continuato a pubblicare singoli, tra i miei preferiti Ain’t Your Mama, del 2016, e Medicine, uscito in questo 2019.

Per quanto riguarda la carriera di attrice, Jennifer ha spesso optato per commedie romantiche, leggere ma godibili, come Prima o poi mi sposo (2001), Un amore a 5 stelle (2003), Shall We Dance? (2004) e The Back-Up Plan (2010).

JLo è di sicuro una delle celebs maggiormente da ammirare, se non altro perché è riuscita a sfruttare le sue qualità nei più disparati campi, e tuttora è ancora impegnata in molti progetti. All’inizio dell’anno è uscito Second Act, che a me è piaciuto moltissimo e che ritengo sia un film intelligente, mentre adesso è in giro per l’America con l’Its My Party Tour, e a settembre uscirà Hustlers, il suo nuovo film, che la vede nel ruolo di una spogliarellista.

Per questo e per tutto quello che verrà, tanti auguri Jennifer!

The Circle

E un altro scenario distopico inquietante

Ho visto questo film quando uscì al cinema, nel 2017, e rivedendolo recentemente ho apprezzato di più il modo attraverso cui immerge noi spettatori in un clima di angoscia, facendoci rendere conto di come ciò che è rappresentato non è poi tanto distante dalla nostra realtà.

The Circle è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Dave Eggers, pubblicato nel 2013, che non ho letto, ma che secondo me potrebbe essere utile anche per la comprensione del film.

La storia è quella di Mae Holland, una ragazza che lavora come centralinista, guadagna poco e non riesce a trovare i soldi necessari a comprare le cure per il padre, malato di sclerosi multipla.

Un giorno Mae riesce ad entrare nella potente società di The Circle, un’azienda d’alto livello tecnologico che basa la propria attività sul controllo del proprio personale, sul feedback dato da coloro che usufruiscono dei suoi servizi e su un ideale di assoluta trasparenza.

La cosa che mi è piaciuta del film è il fatto che esso mostri l’ambivalenza della tecnologia: lo sviluppo tecnologico può permettere di ridurre la criminalità, di mantenere la sicurezza in diversi ambiti, di migliorare la ricerca medica. Allo stesso tempo, l’uso incorretto di tali risorse porta alla totale assenza della privacy, alla creazione di rapporti superficiali e alla volontà di controllo sule vite degli altri, di influenza sulle loro scelte.

Nel momento in cui Mae decide di usare durante tutto il giorno una telecamera attraverso cui è connessa a milioni di utenti il lato di internet che prevale è quello negativo: Mae perde ogni forma di privacy, non ha più tempo per rapporti reali, costruiti su una reciproca e profonda conoscenza, nonostante sia apparentemente la persona più seguita e apprezzata del mondo.

Mae cambia opinione su The Circle nel momento in cui, a causa di un esperimento fatto per mostrare come attraverso i miliardi di iscritti a The Circle sia possibile rintracciare chiunque, il suo grande amico Merces muore.

Il film ha senza dubbio ottime potenzialità, parte da uno spunto interessante e da quello che potrebbe essere visto come un quadro veritiero della contemporaneità, ma secondo me si perde un po’ sul finale, dove non è molto chiaro il messaggio che vuole essere trasmesso.

Mae incastra i due capi di The Circle, Bailey e Stenton, grazie all’aiuto di Keldan, il fondatore della società che si era poi distaccato da essa, rendendo pubblica la corrispondenza segreta fra i due, attraverso la quale dovrebbe emergere la loro volontà di controllare senza essere controllati.

Tuttavia non riesco a capire come dopo la sua esperienza Mae possa ancora essere a favore di una trasparenza e di un controllo così eccessivi. D’altra parte, ha compreso come la tecnologia, se sfruttata nel migliore dei modi, possa rivelarsi uno strumento potente attraverso cui migliorare le cose.

Per quanto riguarda gli interpreti, sono tutti sembrati adatti: Emma Watson è una delle mie attrici preferite, Tom Hanks ha reso bene l’uomo di potere che rivendica la democrazia assoluta quando in realtà non fa altro che presentare un altro tipo di tirannide, e Karen Gillan mi è piaciuta nella parte dell’amica invasata che recupera progressivamente la lucidità e il senso di realtà.

Insomma anche questo film merita di essere visto, se non altro per le buone intenzioni, per il suo tentativo di far riflettere su qualcosa di assolutamente contemporaneo e di molto importante.

Fahrenheit 451

In un mondo futuro (rispetto agli anni in cui è stato composta la storia, comparsa sotto forma di romanzo per la prima volta nel 1953) il governo proibisce la lettura e il possesso dei libri: tutti coloro che violano questa legge sono incarcerati e costretti a guardare i volumi clandestinamente ottenuti o conservati bruciare sotto i loro occhi.

A compiere queste azioni sono i vigili del fuoco, in una realtà capovolta rispetto alla nostra, in cui le abitazioni sono ignifughe e compito dei pompieri è bruciare e distruggere anziché salvare dal fuoco.

Fahrenheit 451 è la storia di Guy Montag, un vigile del fuoco che, ad un certo punto della propria vita, si rende conto dell’insensatezza della sua esistenza, apparentemente felice ma in realtà vuota.

Il legame che lo lega alla moglie Mildred è debole e Bradbury sembra suggerire che lo sia diventato col passare del tempo, che la loro vita di coppia e le loro singole esistenze siano degenerate insieme. Tale degenerazione ha però portato a risultati specularmente opposti i due coniugi: alla comprensione della realtà e alla presa di coscienza Guy, al rifiuto di vedere una possibile altra via e alla negazione sistematica della propria infelicità Mildred.

A portare Guy ad una svolta sono secondo me due eventi: la visione della vecchia che preferisce bruciare insieme a suoi libri piuttosto che lasciarli per sempre e l’incontro con Clarissa, ragazza emarginata dalla società perché in grado di esercitare pensiero critico, di uscire dalle costruzioni sociali.

La società presentata è proiettata all’abolizione della capacità di essere diversi, all’omologazione nel suo peggior significato, di soppressione dell’individualità e della capacità di pensare con la propria testa.

Le persone vengono disabituate a provare sentimenti, ad attaccarsi alle persone veramente: vivono in superficialità, senza riflettere, hanno talmente paura di emozionarsi fino in fondo per qualcosa da auto annegarsi in un mare di divertimenti superficiali.

La televisione, elemento per eccellenza dei mass media, viene usato come strumento per istupidire la gente, al punto che essa arrivi a vivere solo in funzione di una realtà veritiera ma fittizia.

Il libro mi è piaciuto molto, sia per la denuncia di una società massificata in cui ragionare autonomamente è un atto raro quanto pericoloso, sia per la grande importanza che dà ai libri, alla letteratura ed alla cultura in generale.

Perché è importante ricordare, soprattutto in questi tempi che portano a vedere tutto in funzione dell’utile e propongono un’immagine stereotipata di successo e felicità, l’importanza della letteratura, che è testimonianza storica, via attraverso cui conoscere se stessi, fonte di conoscenza che allarga la nostra mente e ci rende persone migliori, e rende più intensamente vissuta la nostra stessa vita.

L’amica geniale

Volume I e II

Ho iniziato questa saga quasi per caso, ma devo dire che era esattamente ciò di cui avevo bisogno.

Questi libri mi hanno catturato, mi hanno completamente portato in un mondo che mi ha sempre affascinato ed incuriosito, e che si è rivelato essere intrigante e terribile allo stesso tempo.

Il mondo è la Napoli, o meglio, un rione povero e piccolo della Napoli degli anni ’50-’60. E i romanzi sono una testimonianza storica importante, una finestra su una realtà fatta di povertà, di lavoro, di frustrazione e violenza: una realtà da cui le due protagoniste sperano di fuggire sin da bambine.

La saga è come un grande romanzo di formazione, che segue cronologicamente le vicende di Elena e Raffaella, detta Lila, narrato dal punto di vista di Elena.

I primi due volumi coprono gli anni dell’infanzia, dell’adolescenza e della giovinezza, e si concentrano soprattutto sul rapporto fra le due amiche, del loro rapporto con la realtà del rione, a cui fanno da sfondo i grandi eventi della politica del dopoguerra, italiana e non.

Ho amato questi libri nonostante abbia trovato estremamente duro da immaginare ciò che narravano. La cosa che mi ha più colpito è probabilmente la difficoltà che hanno i personaggi nell’uscire dal microcosmo del rione. Nonostante la violenza, nonostante le diverse visioni ideologiche, nonostante tanti sentano che il mondo in cui stanno vivendo non sia ciò che vogliono, sembra che nessuno sia capace di uscire dalle leggi del rione, dal modo di pensare di una realtà piccola e da una mentalità comune e chiusa.

Lila ed Elena sono le uniche che sembrano in qualche modo cercare di scappare da questa realtà, ed Elena sembra l’unica parzialmente in grado di riuscirci, nel corso della storia, grazie allo studio.

Lo studio ha, a mio parere, in questo caso un valore ambivalente: esso è concepito come un modo per emanciparsi da una condizione di miseria materiale e culturale, come un modo per autoaffermarsi, ma questo porta spesso a concepire la cultura come qualcosa che porta a dividere, come un modo per porsi al di sopra degli altri, in un atteggiamento che porta a vivere le cose studiate come lontane, senza passione.

Illuminante è senza dubbio il concetto, da tutti condiviso, di felicità, che viene fatto coincidere con la realizzazione di un futuro che preveda l’uscita dalla povertà ed il possesso di beni materiali e stabilità: una famiglia, soldi, un lavoro, una casa non in affitto con l’acqua calda e la vasca. Ovviamente l’ essere una persona privilegiata, aver avuto queste cose senza faticare, non mi impedisce di comprendere l’importanza di queste cose per coloro che sono cresciuti in un contesto storico e sociale del genere.

Tuttavia la felicità difficilmente coincide con le comodità materiali o con il raggiungimento di uno status sociale e culturale di alto livello, e questo Lila e Elena lo capiscono nel corso degli anni.

I libri della Ferrante meritano di essere letti, perché affrontano tramite un punto di vista parziale un sacco di tematiche importanti come, oltre a quelle già citate, l’adolescenza, il rapporto con il proprio corpo, la condizione delle donne in una società regredita al limite della misoginia, l’influenza dei grandi eventi della storia sui centri più piccoli e apparentemente trascurabili del mondo.

Leggete questa saga, vi appassionerà immensamente e vi aprirà la mente, soprattutto grazie alla maestria di chi scrive.

PS: avendo una forte curiosità sull’autor* della tetralogia, ho cercato informazioni e ho scoperto che ha composto un libro, intitolato La frantumaglia, in cui parla della sua esperienza come scrittrice/ore, che vi consiglio e che probabilmente farà parte delle mie prossime letture.

She-Devil

e come Meryl Streep migliora ogni film

Sarà ripetitivo da parte mia dirlo, ma la qualità di un film dipende tanto dalla capacità degli attori di dare rilievo al personaggio rappresentato, di renderlo caratteristico e difficile da dimenticare.

Ho deciso di guardare questo film perché sentivo il bisogno di una commedia, di qualcosa di leggero e divertente. La trama non è niente di nuovo, ma il messaggio di fondo è giusto e mai eccessivamente ripetuto.

Ruth è una casalinga con due figli, grande ammiratrice dei romanzi rosa della scrittrice Mary Fisher, donna ricca e di successo. Ad un party il marito di Ruth, Bob Patchett, incontra proprio Mary e inizia con lei una relazione, che lo porterà a lasciare la moglie, accusandola di essere per lui di peso e di non avere nessuna qualità. Da qui Ruth, dapprima succube dei tradimenti e del comportamento del marito, decide di vendicarsi.

Ovviamente il lascito positivo del film non sta nel desiderio di vendetta, ma nella presa di posizione di Ruth, che si rende conto di avere un grande valore, di avere capacità, e di non avere bisogno di un uomo accanto per sentirsi completa.

Proprio per trasmettere ciò che ha capito su se stessa Ruth fonda insieme all’amica Hooper una società che si occupa di aiutare donne in difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro e a trovare gratificazione in ciò che fanno e in ciò che sono.

Il motivo per cui vi consiglio questo film consiste, come detto, nella prova delle attrici, partendo da Roseanne Barr, nel ruolo di Ruth, al suo debutto cinematografico, per arrivare a Linda Hunt (Hooper), che avevo visto solo nel ruolo di Henrietta Lange nel telefilm NCIS: Los Angeles.

E, ovviamente, lei, Meryl Streep, nel ruolo della bella e ricchissima Mary Fisher. Questo probabilmente è uno dei ruoli meno noti di Meryl, e anche per questo avevo curiosità nel vederla in questa veste. Come già detto, Meryl riesce sempre a colpirmi per la sua abilità di dare volto a personaggi diversissimi fra loro. In questo caso è riuscita perfettamente nella sua interpretazione di una scrittrice ambiziosa, amante del lusso e fortemente attaccata alla sua immagine, tanto da essere candidata ai Golden Globe del 1990.

Insomma il film non è di certo fra i miei preferiti, ma di sicuro non demerita, e come detto, c’è più di un motivo per cui dargli una possibilità.

Pretty Woman

Sono sempre stato affascinato da film che, come questo, sono diventati parte della storia del cinema, film cult che sono rimasti nell’immaginario collettivo e hanno portato una svolta nel genere o nella carriera di coloro che hanno lavorato nella produzione.

In questo caso siamo davanti alla seconda situazione: questo è il film che ha reso definitivamente (e giustamente) famosa Julia Roberts, allora 22enne, proponendo sul grande schermo una coppia, quella Gere-Roberts, che ha funzionato bene, tanto da essere poi riproposta quasi dieci anni dopo in Notting Hill.

La storia è quella di Vivian (Roberts), giovane prostituta che convive con l’amica Kit, anch’ella prostituta, e tossicodipendente, in una situazione economica precaria.

Una sera Vivian incontra il ricco uomo d’affari Edward Lewis (Gere), che rimane affascinato dalla ragazza tanto da decidere di proporle di passare con lui un’intera settimana e di accompagnarlo nei vari impegni durante la sua permanenza a Beverly Hills.

Il film è una commedia romantica certamente riuscita, non tanto per la trama, ma per diversi aspetti che lo hanno reso godibile.

Il primo di essi è il mostrare come la gente spesso si senta superiore agli altri solamente per il lavoro che svolge o per le condizioni economiche in cui vive. Esempio di questo è il modo con cui le commesse del negozio dove si reca Vivian la trattano, ma soprattutto come Philip, collega di Edward si comporta con Vivian. Il problema della prostituzione è trattato forse con troppa leggerezza in questo film, ma si può comunque vedere come, anziché essere aiutate, persone che vivono in condizioni difficili vengano spesso emarginate, maltrattate e abusate.

Un altro aspetto che mi è molto piaciuto del film è che esso riesca a mostrare come il rapporto dei due protagonisti porti entrambi a migliorarsi ed a pretendere per se stessi una vita migliore.

Se dovessi dare un unico motivo per cui guardare questo film tuttavia direi che la performance di Julia Roberts merita : è riuscita ad interpretare il personaggio in un modo tale da rendere difficile non entrare in empatia con Vivian, non voler conoscere la sua storia e sperare in un finale positivo per lei. Per questa interpretazione inoltre Julia ha ricevuto la sua seconda candidatura al Premio Oscar, nel 1991.

Ma sono molti i temi ed i personaggi che rendono questo film un must per gli appassionati del genere, come il direttore dell’albergo Barney Thompson (Héctor Elizondo), che tratta con rispetto Vivian e la aiuta e dicendo

E’ difficile lasciare andare qualcosa di così bello

dà ad Edward l’input per decidersi ad iniziare con Vivian una vera relazione, che è poi ciò che entrambi hanno sempre cercato.