The Circle

E un altro scenario distopico inquietante

Ho visto questo film quando uscì al cinema, nel 2017, e rivedendolo recentemente ho apprezzato di più il modo attraverso cui immerge noi spettatori in un clima di angoscia, facendoci rendere conto di come ciò che è rappresentato non è poi tanto distante dalla nostra realtà.

The Circle è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Dave Eggers, pubblicato nel 2013, che non ho letto, ma che secondo me potrebbe essere utile anche per la comprensione del film.

La storia è quella di Mae Holland, una ragazza che lavora come centralinista, guadagna poco e non riesce a trovare i soldi necessari a comprare le cure per il padre, malato di sclerosi multipla.

Un giorno Mae riesce ad entrare nella potente società di The Circle, un’azienda d’alto livello tecnologico che basa la propria attività sul controllo del proprio personale, sul feedback dato da coloro che usufruiscono dei suoi servizi e su un ideale di assoluta trasparenza.

La cosa che mi è piaciuta del film è il fatto che esso mostri l’ambivalenza della tecnologia: lo sviluppo tecnologico può permettere di ridurre la criminalità, di mantenere la sicurezza in diversi ambiti, di migliorare la ricerca medica. Allo stesso tempo, l’uso incorretto di tali risorse porta alla totale assenza della privacy, alla creazione di rapporti superficiali e alla volontà di controllo sule vite degli altri, di influenza sulle loro scelte.

Nel momento in cui Mae decide di usare durante tutto il giorno una telecamera attraverso cui è connessa a milioni di utenti il lato di internet che prevale è quello negativo: Mae perde ogni forma di privacy, non ha più tempo per rapporti reali, costruiti su una reciproca e profonda conoscenza, nonostante sia apparentemente la persona più seguita e apprezzata del mondo.

Mae cambia opinione su The Circle nel momento in cui, a causa di un esperimento fatto per mostrare come attraverso i miliardi di iscritti a The Circle sia possibile rintracciare chiunque, il suo grande amico Merces muore.

Il film ha senza dubbio ottime potenzialità, parte da uno spunto interessante e da quello che potrebbe essere visto come un quadro veritiero della contemporaneità, ma secondo me si perde un po’ sul finale, dove non è molto chiaro il messaggio che vuole essere trasmesso.

Mae incastra i due capi di The Circle, Bailey e Stenton, grazie all’aiuto di Keldan, il fondatore della società che si era poi distaccato da essa, rendendo pubblica la corrispondenza segreta fra i due, attraverso la quale dovrebbe emergere la loro volontà di controllare senza essere controllati.

Tuttavia non riesco a capire come dopo la sua esperienza Mae possa ancora essere a favore di una trasparenza e di un controllo così eccessivi. D’altra parte, ha compreso come la tecnologia, se sfruttata nel migliore dei modi, possa rivelarsi uno strumento potente attraverso cui migliorare le cose.

Per quanto riguarda gli interpreti, sono tutti sembrati adatti: Emma Watson è una delle mie attrici preferite, Tom Hanks ha reso bene l’uomo di potere che rivendica la democrazia assoluta quando in realtà non fa altro che presentare un altro tipo di tirannide, e Karen Gillan mi è piaciuta nella parte dell’amica invasata che recupera progressivamente la lucidità e il senso di realtà.

Insomma anche questo film merita di essere visto, se non altro per le buone intenzioni, per il suo tentativo di far riflettere su qualcosa di assolutamente contemporaneo e di molto importante.

Fahrenheit 451

In un mondo futuro (rispetto agli anni in cui è stato composta la storia, comparsa sotto forma di romanzo per la prima volta nel 1953) il governo proibisce la lettura e il possesso dei libri: tutti coloro che violano questa legge sono incarcerati e costretti a guardare i volumi clandestinamente ottenuti o conservati bruciare sotto i loro occhi.

A compiere queste azioni sono i vigili del fuoco, in una realtà capovolta rispetto alla nostra, in cui le abitazioni sono ignifughe e compito dei pompieri è bruciare e distruggere anziché salvare dal fuoco.

Fahrenheit 451 è la storia di Guy Montag, un vigile del fuoco che, ad un certo punto della propria vita, si rende conto dell’insensatezza della sua esistenza, apparentemente felice ma in realtà vuota.

Il legame che lo lega alla moglie Mildred è debole e Bradbury sembra suggerire che lo sia diventato col passare del tempo, che la loro vita di coppia e le loro singole esistenze siano degenerate insieme. Tale degenerazione ha però portato a risultati specularmente opposti i due coniugi: alla comprensione della realtà e alla presa di coscienza Guy, al rifiuto di vedere una possibile altra via e alla negazione sistematica della propria infelicità Mildred.

A portare Guy ad una svolta sono secondo me due eventi: la visione della vecchia che preferisce bruciare insieme a suoi libri piuttosto che lasciarli per sempre e l’incontro con Clarissa, ragazza emarginata dalla società perché in grado di esercitare pensiero critico, di uscire dalle costruzioni sociali.

La società presentata è proiettata all’abolizione della capacità di essere diversi, all’omologazione nel suo peggior significato, di soppressione dell’individualità e della capacità di pensare con la propria testa.

Le persone vengono disabituate a provare sentimenti, ad attaccarsi alle persone veramente: vivono in superficialità, senza riflettere, hanno talmente paura di emozionarsi fino in fondo per qualcosa da auto annegarsi in un mare di divertimenti superficiali.

La televisione, elemento per eccellenza dei mass media, viene usato come strumento per istupidire la gente, al punto che essa arrivi a vivere solo in funzione di una realtà veritiera ma fittizia.

Il libro mi è piaciuto molto, sia per la denuncia di una società massificata in cui ragionare autonomamente è un atto raro quanto pericoloso, sia per la grande importanza che dà ai libri, alla letteratura ed alla cultura in generale.

Perché è importante ricordare, soprattutto in questi tempi che portano a vedere tutto in funzione dell’utile e propongono un’immagine stereotipata di successo e felicità, l’importanza della letteratura, che è testimonianza storica, via attraverso cui conoscere se stessi, fonte di conoscenza che allarga la nostra mente e ci rende persone migliori, e rende più intensamente vissuta la nostra stessa vita.

L’amica geniale

Volume I e II

Ho iniziato questa saga quasi per caso, ma devo dire che era esattamente ciò di cui avevo bisogno.

Questi libri mi hanno catturato, mi hanno completamente portato in un mondo che mi ha sempre affascinato ed incuriosito, e che si è rivelato essere intrigante e terribile allo stesso tempo.

Il mondo è la Napoli, o meglio, un rione povero e piccolo della Napoli degli anni ’50-’60. E i romanzi sono una testimonianza storica importante, una finestra su una realtà fatta di povertà, di lavoro, di frustrazione e violenza: una realtà da cui le due protagoniste sperano di fuggire sin da bambine.

La saga è come un grande romanzo di formazione, che segue cronologicamente le vicende di Elena e Raffaella, detta Lila, narrato dal punto di vista di Elena.

I primi due volumi coprono gli anni dell’infanzia, dell’adolescenza e della giovinezza, e si concentrano soprattutto sul rapporto fra le due amiche, del loro rapporto con la realtà del rione, a cui fanno da sfondo i grandi eventi della politica del dopoguerra, italiana e non.

Ho amato questi libri nonostante abbia trovato estremamente duro da immaginare ciò che narravano. La cosa che mi ha più colpito è probabilmente la difficoltà che hanno i personaggi nell’uscire dal microcosmo del rione. Nonostante la violenza, nonostante le diverse visioni ideologiche, nonostante tanti sentano che il mondo in cui stanno vivendo non sia ciò che vogliono, sembra che nessuno sia capace di uscire dalle leggi del rione, dal modo di pensare di una realtà piccola e da una mentalità comune e chiusa.

Lila ed Elena sono le uniche che sembrano in qualche modo cercare di scappare da questa realtà, ed Elena sembra l’unica parzialmente in grado di riuscirci, nel corso della storia, grazie allo studio.

Lo studio ha, a mio parere, in questo caso un valore ambivalente: esso è concepito come un modo per emanciparsi da una condizione di miseria materiale e culturale, come un modo per autoaffermarsi, ma questo porta spesso a concepire la cultura come qualcosa che porta a dividere, come un modo per porsi al di sopra degli altri, in un atteggiamento che porta a vivere le cose studiate come lontane, senza passione.

Illuminante è senza dubbio il concetto, da tutti condiviso, di felicità, che viene fatto coincidere con la realizzazione di un futuro che preveda l’uscita dalla povertà ed il possesso di beni materiali e stabilità: una famiglia, soldi, un lavoro, una casa non in affitto con l’acqua calda e la vasca. Ovviamente l’ essere una persona privilegiata, aver avuto queste cose senza faticare, non mi impedisce di comprendere l’importanza di queste cose per coloro che sono cresciuti in un contesto storico e sociale del genere.

Tuttavia la felicità difficilmente coincide con le comodità materiali o con il raggiungimento di uno status sociale e culturale di alto livello, e questo Lila e Elena lo capiscono nel corso degli anni.

I libri della Ferrante meritano di essere letti, perché affrontano tramite un punto di vista parziale un sacco di tematiche importanti come, oltre a quelle già citate, l’adolescenza, il rapporto con il proprio corpo, la condizione delle donne in una società regredita al limite della misoginia, l’influenza dei grandi eventi della storia sui centri più piccoli e apparentemente trascurabili del mondo.

Leggete questa saga, vi appassionerà immensamente e vi aprirà la mente, soprattutto grazie alla maestria di chi scrive.

PS: avendo una forte curiosità sull’autor* della tetralogia, ho cercato informazioni e ho scoperto che ha composto un libro, intitolato La frantumaglia, in cui parla della sua esperienza come scrittrice/ore, che vi consiglio e che probabilmente farà parte delle mie prossime letture.

She-Devil

e come Meryl Streep migliora ogni film

Sarà ripetitivo da parte mia dirlo, ma la qualità di un film dipende tanto dalla capacità degli attori di dare rilievo al personaggio rappresentato, di renderlo caratteristico e difficile da dimenticare.

Ho deciso di guardare questo film perché sentivo il bisogno di una commedia, di qualcosa di leggero e divertente. La trama non è niente di nuovo, ma il messaggio di fondo è giusto e mai eccessivamente ripetuto.

Ruth è una casalinga con due figli, grande ammiratrice dei romanzi rosa della scrittrice Mary Fisher, donna ricca e di successo. Ad un party il marito di Ruth, Bob Patchett, incontra proprio Mary e inizia con lei una relazione, che lo porterà a lasciare la moglie, accusandola di essere per lui di peso e di non avere nessuna qualità. Da qui Ruth, dapprima succube dei tradimenti e del comportamento del marito, decide di vendicarsi.

Ovviamente il lascito positivo del film non sta nel desiderio di vendetta, ma nella presa di posizione di Ruth, che si rende conto di avere un grande valore, di avere capacità, e di non avere bisogno di un uomo accanto per sentirsi completa.

Proprio per trasmettere ciò che ha capito su se stessa Ruth fonda insieme all’amica Hooper una società che si occupa di aiutare donne in difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro e a trovare gratificazione in ciò che fanno e in ciò che sono.

Il motivo per cui vi consiglio questo film consiste, come detto, nella prova delle attrici, partendo da Roseanne Barr, nel ruolo di Ruth, al suo debutto cinematografico, per arrivare a Linda Hunt (Hooper), che avevo visto solo nel ruolo di Henrietta Lange nel telefilm NCIS: Los Angeles.

E, ovviamente, lei, Meryl Streep, nel ruolo della bella e ricchissima Mary Fisher. Questo probabilmente è uno dei ruoli meno noti di Meryl, e anche per questo avevo curiosità nel vederla in questa veste. Come già detto, Meryl riesce sempre a colpirmi per la sua abilità di dare volto a personaggi diversissimi fra loro. In questo caso è riuscita perfettamente nella sua interpretazione di una scrittrice ambiziosa, amante del lusso e fortemente attaccata alla sua immagine, tanto da essere candidata ai Golden Globe del 1990.

Insomma il film non è di certo fra i miei preferiti, ma di sicuro non demerita, e come detto, c’è più di un motivo per cui dargli una possibilità.

Pretty Woman

Sono sempre stato affascinato da film che, come questo, sono diventati parte della storia del cinema, film cult che sono rimasti nell’immaginario collettivo e hanno portato una svolta nel genere o nella carriera di coloro che hanno lavorato nella produzione.

In questo caso siamo davanti alla seconda situazione: questo è il film che ha reso definitivamente (e giustamente) famosa Julia Roberts, allora 22enne, proponendo sul grande schermo una coppia, quella Gere-Roberts, che ha funzionato bene, tanto da essere poi riproposta quasi dieci anni dopo in Notting Hill.

La storia è quella di Vivian (Roberts), giovane prostituta che convive con l’amica Kit, anch’ella prostituta, e tossicodipendente, in una situazione economica precaria.

Una sera Vivian incontra il ricco uomo d’affari Edward Lewis (Gere), che rimane affascinato dalla ragazza tanto da decidere di proporle di passare con lui un’intera settimana e di accompagnarlo nei vari impegni durante la sua permanenza a Beverly Hills.

Il film è una commedia romantica certamente riuscita, non tanto per la trama, ma per diversi aspetti che lo hanno reso godibile.

Il primo di essi è il mostrare come la gente spesso si senta superiore agli altri solamente per il lavoro che svolge o per le condizioni economiche in cui vive. Esempio di questo è il modo con cui le commesse del negozio dove si reca Vivian la trattano, ma soprattutto come Philip, collega di Edward si comporta con Vivian. Il problema della prostituzione è trattato forse con troppa leggerezza in questo film, ma si può comunque vedere come, anziché essere aiutate, persone che vivono in condizioni difficili vengano spesso emarginate, maltrattate e abusate.

Un altro aspetto che mi è molto piaciuto del film è che esso riesca a mostrare come il rapporto dei due protagonisti porti entrambi a migliorarsi ed a pretendere per se stessi una vita migliore.

Se dovessi dare un unico motivo per cui guardare questo film tuttavia direi che la performance di Julia Roberts merita : è riuscita ad interpretare il personaggio in un modo tale da rendere difficile non entrare in empatia con Vivian, non voler conoscere la sua storia e sperare in un finale positivo per lei. Per questa interpretazione inoltre Julia ha ricevuto la sua seconda candidatura al Premio Oscar, nel 1991.

Ma sono molti i temi ed i personaggi che rendono questo film un must per gli appassionati del genere, come il direttore dell’albergo Barney Thompson (Héctor Elizondo), che tratta con rispetto Vivian e la aiuta e dicendo

E’ difficile lasciare andare qualcosa di così bello

dà ad Edward l’input per decidersi ad iniziare con Vivian una vera relazione, che è poi ciò che entrambi hanno sempre cercato.

Auguri, e grazie, Leo

Corre oggi l’anniversario della nascita di Giacomo Leopardi, nato a Recanati il 29 giugno del 1798.

Uno dei più grandi autori della letteratura italiana di sempre, Giacomo Leopardi è anche uno dei miei scrittori preferiti, anche se la parola scrittore non rende l’idea delle infinite capacità di questo personaggio.

Leopardi era infatti un grandissimo appassionato e conoscitore di letteratura, un erudito come pochi altri nella storia dell’umanità. Nei sette anni di “studio matto e disperatissimo”, fra il 1809 ed il 1816, ma anche successivamente, Leopardi dedicò tutto se stesso allo studio. Arrivò a conoscere approfonditamente il latino, il greco e l’ebraico, fu filologo, poeta, scrittore di prosa e filosofo.

Mi sembra quindi il minimo ricordarlo nel giorno della sua nascita, visto quanto ha significato per me e per l’intera storia della cultura italiana e non la sua opera.

Se le mie poesie preferite sono l’Infinito, l’Ultimo canto di Saffo, A Silvia, il Canto notturno di un pastore errante per l’Asia, anche la prosa leopardiana mi ha lasciato molto.

Ho amato le Operette morali, per la brillantezza con cui sono state composte e per la capacità di Leopardi di sfatare tutti i miti del suo tempo attraverso il proprio sistema filosofico. La critica allo storicismo, all’idealismo, alla convinzione ottocentesca che la storia fosse un continuo progresso e che l’uomo avesse potere sulla storia stessa mi ha sempre affascinato. Nel suo essere realista e saper trasmettere attraverso personaggi appartenenti ai campi più svariati le proprie idee con dialoghi intelligenti, Leopardi ha costruito un vero e proprio viaggio nel suo pensiero: dalla Natura Matrigna (Dialogo della Natura e di un Islandese) al tema del suicidio (Dialogo di Plotino e di Porfirio) passando per il tema del taedium vitae (Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez) e delle illusioni a cui s aggrappa ciecamente il genere umano (Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare).

Leopardi è per me uno dei maggiori esempi di pensiero critico, di genio artistico e di capacità di utilizzare nel miglior modo la cultura. Mi è quindi naturale esortarvi a leggere una qualsiasi sua opera, dal momento che tale esperienza potrà solo arricchirvi. Io spero di poter iniziare al più presto lo Zibaldone, la sua raccolta di pensieri e riflessioni.

Ocean’s 8

il genio criminale e il girl power

Uscito nel 2018, Ocean’s 8 è il sequel tutto al femminile della trilogia di successo Ocean’s, e se questa aveva un cast di stelle fra cui George Clooney, Brad Pitt e Matt Damon, anche Ocean’s 8 ha come punto di forza una squadra di attrici celebri e, soprattutto, bravissime.

La storia è quella di Debbie Ocean (Sandra Bullock), sorella di Danny Ocean (Clooney), che, appena uscita di prigione, costituisce un team di sole donne per mettere in atto un grosso colpo, consistente nel rubare una preziosissima collana di diamanti, dal valore di oltre 150 milioni di dollari.

Debbie è aiutata dall’amica Lou (Cate Blanchett), dalla stilista caduta in rovina Rose Weil (Helena Bonham Carter), dall’esperta di gioielli Amita (Mindy Kaling), dalla borseggiatrice Constance (Awkwafina), dall’hacker Palla 9 (Rihanna) e da Tammy (Sarah Paulson).

Insieme le sette truffatrici organizzano il furto per la serata del Met Gala, uno degli eventi più esclusivi e importanti che si tiene annualmente a New York, facendola indossare alla famosissima attrice Daphne Kluger (Anne Hathaway).

Il film merita soprattutto per le interpretazioni delle attrici, in particolar modo quelle di Helena Bonham Carter e Anne Hathaway, calate alla perfezione nella parte dell’artista svampita e della diva intelligente e bella, ma anche per il modo in cui il piano viene esplicato passo per passo e per come queste donne molto diverse fra di loro riescono a mandare avanti il progetto cooperando e mettendo insieme le proprie qualità.

Il film, che ha sfiorato i 300 milioni di dollari al botteghino, ha secondo me avuto meno risonanza di quanto avrebbe meritato, considerando anche la presenza, come già detto, di attrici già affermate come la Bullock (premio Oscar nel 2010), la Blanchett (2 Oscar), la Hathaway (Oscar nel 2013), la Bonham Carter (protagonista di numerosi film di successo e 2 volte candidata all’Oscar) e anche del conduttore del Late Late Show James Corden, nel ruolo dell’investigatore dell’assicurazione chiamato ad indagare sul furto.

Il matrimonio del mio migliore amico

Commedia di P.J.Hoban del 1997, Il matrimonio del mio migliore amico è un film che vi consiglio, soprattutto se avete bisogno di qualcosa di non troppo impegnativo e divertente.

La cosa che ho apprezzato di più del film è stata probabilmente la fine. Mi spiego: ciò che ha contribuito a rendere godibile questa commedia è senza dubbio il fatto che essa abbia una sceneggiatura che porterebbe il pubblico ad immaginare un lieto fine, e ne proponga invece un altro, meno prevedibile e non meno positivo.

Il film parla della volontà di Julianne Potter, critica gastronomica, di mandare a monte il matrimonio del suo migliore amico, nonché ex ragazzo, Michael, cronista sportivo, con la ricca Kimberly, interpretata da una giovane Cameron Diaz, con l’aiuto dell’amico e collega George.

Il film diverte e ve lo consiglio soprattutto per la presenza di Julia Roberts, bravissima in una parte assai distante da quelle che le ho visto interpretare, quella di una donna disposta a tutto per riottenere quello che crede essere l’uomo della sua vita. La Roberts è eccezionale nel dare furbizia e ironia al suo personaggio, divertente e brillante, ma anche calcolatore, e la sua performance le è valsa la candidatura ai Golden Globe del 1998 come miglior attrice in una commedia.

Altro motivo valido è senza dubbio il personaggio interpretato da Rupert Everett, anch’egli candidato al Globe, George, editor gay che si finge il fidanzato di Julianne e che, in una celebre scena, le canta I say a little prayer di Aretha Franklin.

Insomma, il film non è niente male, grazie soprattutto alla bravura degli attori e ai dialoghi non banali, e merita sicuramente di essere visto.

American Beauty?

Uscito nelle sale nel 1999, American Beauty è stato allora un gran successo di pubblico (oltre 350 milioni di dollari incassati) e di critica. Ai premi Oscar del 2000 il film ha vinto 5 statuette su un totale di 8 candidature, tra le quali quella per il miglior film e quella per il miglior regista, a Sam Mendes.

Elogi meritati ad un film che è da me assolutamente consigliato, perché estremamente intelligente sotto molti punti di vista.

Innanzitutto la tematica affrontata: il titolo stesso del film allude al concetto del sogno americano, a una vita preconfezionata alla quale il cittadino medio americano (ma non solo) dovrebbe aspirare: una bella casa, una famiglia, un buon lavoro. Il film mostra con intelligenza che tale realtà ideale viene spasmodicamente cercata, desiderata e raggiunta spesso solo perché ci si illude che ciò che tutti vogliono sia la via per la nostra stessa felicità: diviene così fondamentale mantenere l’apparenza, l’apparenza della vita perfetta, della piena realizzazione, e tale apparenza diventa una superficie fragile sotto cui spingono la frustrazione, il dolore, una lacerazione ed una insoddisfazione assoluta.

La famiglia Burnham è l’esempio della famiglia perfetta, in cui in realtà tutti i rapporti sono ormai degenerati nell’indifferenza e nell’astio.

Lo è il rapporto fra Jane, la figlia adolescente, e Lester, il padre, che è visto da Jane come anaffettivo e lontano dall’essere un modello.

Lo è quello fra Lester e sua moglie Carolyn, tra i quali l’ostilità sostituisce la mancanza di sentimento nel momento in cui Lester si invaghisce di Angela, amica di Jane.

E ciò che trovo più geniale nella realizzazione di questo film è proprio la distruzione più completa di ogni illusione, il rovesciamento di tutte le apparenze e il mostrare al contempo l’attaccamento ossessivo ad esse della maggior parte dei personaggi, perché, come dice Carolyn

Per avere successo è necessario proiettare sempre un’immagine di successo

E così la perfetta famiglia Burnham non è in realtà altro che un matrimonio scoppiato, in cui la moglie tradisce il marito con il proprio rivale nel lavoro, mentre il marito si innamora di una sedicenne che dice di aver una movimentata vita erotica e millanta una perfetta sicurezza in se stessa, quando invece è ancora vergine, come svela lei stessa a Lester, e necessita di sentirsi amata e protetta.

L’intera opera è secondo me un invito a guardare oltre e una forte critica di una società materialista, superficiale e vuota, in cui si cerca ostinatamente di arrivare ma senza sapere nemmeno dove, né perché.

L’ossessione per l’apparire e per il successo in ogni campo è rappresentata per eccellenza dal personaggio di Carolyn, magistralmente interpretato da Annette Benning (candidata anch’ella all’Oscar), ma anche dalle rose rosse, elemento onnipresente nel film. Esse hanno, a mio parere, la funzione di rappresentare una realtà attraente, ma la loro bellezza è come artificiale. Le rose sono anche il simbolo della passione, e sono infatti per questo sempre presenti nelle fantasie di Lester su Angela.

Il tema di fondo del film sembra essere l’inautenticità dei personaggi, il loro non appartenere a se stessi. Oltre a Carolyn, faccio riferimento in particolar modo al colonnello Frank Fitts, omofobo perché represso che arriva addirittura ad uccidere affinché non si sappia il suo segreto.

Non volendo giustificare in nessun modo i personaggi, dal momento che loro è la colpa più grande, la debolezza, il non riuscire a separarsi da un’immagine non vera di loro stessi, credo che un altro importante obiettivo polemico sia la società stessa. Sono i modelli dati dalla società, dal governo, da coloro che hanno il potere economico e politico, a imprigionare le persone ed a rendere difficile la vita a tutti: essi proiettano un’immagine di successo e fanno sì che chiunque si distacchi da essa venga emarginato e schiacciato dagli altri. Questo è il caso di Jane e Ricky, il figlio del colonnello, gli unici due personaggi autentici del film, che riescono a capire la vera importanza delle cose. Il colonnello è invece la dimostrazione di come un certo tipo di educazione basata su una disciplina fatta di violenza e ristrettezza mentale porti a violenza e odio.

American Beauty è un film splendido nel suo distruggere gli idoli, con un messaggio importante: dare a ogni cosa la sua vera importanza e sapere che l’unica bellezza che conta è quella che è tale ai nostri occhi.

Buon compleanno Meryl

auguri alla migliore attrice del mondo

Le parole icona, mito, leggenda, non bastano ad esprimere cosa significhi per me, e credo per molte altre persone di tutto il mondo, Mary Louise Streep, per tutti Meryl.

Nata il 22 giugno del 1949 a Summit, nel New Jersey, Meryl compie oggi 70 anni, e il minimo che possa fare è festeggiarla, dal momento che per me lei rappresenta la personificazione di quella meravigliosa arte che è la recitazione. Quando penso ad un’attrice, al ruolo di attrice, penso a Meryl, perché lei, come pochissimi altri nella storia del cinema, è riuscita a dare corpo a ogni sfaccettatura di questa vocazione. Passione, talento, esercizio, introspezione, sono solo alcune delle qualità che Meryl mette in campo nella rappresentazione di un personaggio, e sono quelle decisive, quelle che ti fanno stare tranquillo nel momento in cui decidi di guardare un film, perché sai che la sola presenza di Meryl nel cast basterà a renderlo valido.

La cosa che mi ha sempre catturato è la sua abilità di interpretare personaggi estremamente diversi da loro essendo capace di risultare credibile in ogni ruolo. Meryl può essere l’intransigente Miranda Priestly de Il diavolo veste Prada (2006) con uno sguardo severo, la fragile Florence Forster Jenkins di Florence (2016), la madre debole e apparentemente anaffettiva de La stanza di Marvin(1996), l’attrice tossicodipendente di Cartoline dall’Inferno(1990), ma anche l’appassionata Francesca de I ponti di Madison County (1995) o la strega di Into The Woods (2014).

Attraverso lo sguardo, il modo di camminare, l’espressione del volto, Meryl riesce a catturare l’essenza del personaggio e , cosa fondamentale per un artista, a comunicarla. Nei suoi film ha espresso dolore, gioia, determinazione, incertezza, dando figura e voce a donne forti, coraggiose, deboli, rassegnate e riuscendo anche a creare figure esilaranti come quella di Madeline Ashton ne La morte ti fa bella (1992).

Assoluta è anche la dedizione con cui Meryl si dedica al proprio lavoro, come è dimostrato dall’aver imparato accenti di svariate lingue, da quello polacco ne La scelta di Sophie (1982) fino a quello inglese usato per la sua interpretazione di Margaret Thatcher in The Iron Lady (2011).

E proprio attraverso film come i già citati The Iron Lady e Florence Meryl ha dimostrato di poter rappresentare sul grande schermo personaggi storici, come la leader delle suffragette Emmeline Pankhurst in Suffragette(2015) , la direttrice del Post Katherine Graham in The Post (2017), la scrittrice danese Karen Blixen in La mia Africa(1985) o l’attivista Karen Silkwood in Silkwood(1983).

Meryl ha dimostrato di essere un’artista completa ed eclettica: partendo dal teatro (ha ottenuto un Master of Fine Arts a Yale), è passata con successo per la televisione , vincendo 3 Emmy (e proprio alla televisione è tornata recentemente, nel ruolo di Mary Louise Wright nella seconda stagione di Big Little Lies) dimostrando di saper anche cantare molto bene soprattutto in Mamma mia! (2008), uno dei miei film preferiti in assoluto.

Meryl è entrata nel corso dei suoi oltre 40 anni di carriera nel firmamento delle grandi stelle di Hollywood, stregando pubblico e critica , come dimostrano i numerosissimi premi che ha ottenuto. Tra tutti i 3 Oscar vinti su 21 candidature ottenute (record), i 9 Golden Globes su 31 candidature (altro record), i 2 BAFTA, l’Orso d’Oro alla carriera e quello d’argento al Festival del cinema di Berlino, il Prix al Festival di Cannes, 2 David di Donatello, 2 SAGA e, soprattutto, il Kennedy Center Honours nel 2011, la più alta onorificenza per il mondo dello spettacolo negli Stati Uniti.

Per concludere questa forse fin troppo lunga lista di motivi per cui Meryl è una delle interpreti di maggior ispirazione per me, riporto le parole usate da Viola Davis per descriverla nella cerimonia di consegna del Cecile DeMille, il Golden Globe alla carriera, nel 2017:

Posso solo immaginarmi dove vai Meryl, quando sparisci dentro un personaggio. Immagino che tu sia dentro di loro, aspettando pazientemente, usando te stessa come un condotto, incoraggiandoli e guidandoli a esprimere se stessi, ad esporsi, a vivere […] Tu mi fai essere fiera di essere un’artista.

Per questo Meryl, grazie, e mille di questi giorni.