Ho finalmente recuperato V for Vendetta

V for Vendetta | "Dissent is the highest form of Patriotism"… | Flickr

Non è facile trovare film d’azione particolarmente intriganti, vero? I supereroi del capitalismo (Marvel/DC etc) e i blockbuster ultraventennali (James Bond, Matrix, Mission Impossible), danno tanto intrattenimento e preziosismi da stunt, ma possiamo affezionarci ai loro personaggi, alle loro storie personali, al loro modo di vedere il mondo?

“Mio padre diceva che gli artisti usano le bugie per dire la verità”

Evey a V

Così, se dovessi dirvi perché guardare V per Vendetta (nel caso siate tardivə come me) sicuramente citerei i suoi personaggi. V per Vendetta resta molto vicino ai suoi personaggi, li definisce estremamente bene, regala al pubblico quello che si chiama una caratterizzazione ben fatta. Non vi chiede di sposare il punto di vista di V, e come potreste d’altronde? Tuttavia, la sceneggiatura sa come costringere chi guarda il film a entrare in empatia con lui, a sforzarsi di capire i suoi obiettivi, più che le sue motivazioni.

V è un uomo mascherato, un uomo che il 5 novembre del 2020 decide di far partire un countdown: a un anno da quel momento farà esplodere il Parlamento Inglese. La data non è un caso, un rimando alla congiura delle polveri del 1605, tentativo fallito di far saltare in aria il Parlamento da parte di Guy Fawkes, di cui la maschera di V ha le fattezze. Il 2020 (e questa è la parte profeticamente da brividi) è un anno assai duro: una pandemia globale ha sconvolto il mondo, distruggendo gli Stati Uniti, mentre la Gran Bretagna vive in uno stato dittatoriale fascista guidato da un Alto Cancelliere dai poteri quasi illimitati. La sera del 4 novembre V, prima dell’annuncio, salva Evey, una giovane che lavora nell’emittente televisiva dello Stato, aggredita dalla polizia (altro inquietante tratto, la misoginia, la violenza sessuale, l’abuso di potere, che non si distacca dalla realtà). Evey interviene per salvare a sua volta V, legandosi così indissolubilmente alla sua storia.

La ciclicità rende le storie incredibilmente potenti. Sono tanti i ritorni in V per Vendetta, con scene prese e ricreate a distanza di anni con un montaggio concettuale, come la fuga di Evey dalla polizia di stato, che la ricerca in primo luogo da bambina come figlia di dissidenti politici, poi ormai adulta come collaboratrice di V. Evey poi fa tutte le tappe del cammino dell’eroina: all’inizio vittima come tuttə del sistema, quindi chiamata ad agire si rende conto di potersi ribellare, quindi liberata dalla paura per sostenere l’ideale di V. Perché V, e questo la sceneggiatura lo dice esplicitamente, è un ideale: spogliato della sua identità fisica e del suo passato dagli esperimenti per cui è stato cavia, V sacrifica se stesso non nella vendetta personale, quanto nella distruzione dello stato totalitario, dando occasione al popolo di unirsi per costruire una democrazia.

Bannato negli Stati Uniti come pericolosamente anti-americano e sovversivo, V per Vendetta ha in realtà una connotazione politica tutt’altro che anarchica, per quanto quella V rovesciata possa essere associata al tradizionale simbolo. La società tratteggiata dalle sorelle Wachowski è a dir poco orwelliana, quindi la rivoluzione di V, violento solo nelle questioni personali, è più che auspicabile. Nonostante il sabotaggio stelle e strisce (erano gli anni della guerra in Iraq fomentata dall’amministrazione Bush) il film ha avuto un gran successo, e come altrimenti quando contiene sub-plot come quello della povera Valerie, torturata a morte per essere lesbica? Penso che le storie di Valerie e Gordon (interpretato da Stephen Fry, famoso comico gay inglese) siano una rappresentazione tremendamente realistica per la comunità LGBTQ+. V non è un modello da seguire, ma Evey sì, soprattutto per chiunque voglia scrivere un personaggio che abbia sia una back-story motivante che una serie di scelte da compiere per diventare padrona della propria vita e del proprio destino. Inutile aggiungere che il lavoro di Natalie Portman sulla protagonista è qualcosa che raramente si vede nel cinema mainstream, specialmente nei film d’azione.

Ed eccoci tornatə all’inizio. Evey, non i supereroi mono-tutto. La complessità del bene, l’impossibilità di idolatrare anche quando si è tentatə, non l’eroe praticamente perfetto. V per vendetta è più liberatorio e coinvolgente che problematico, ha l’intrattenimento e il mistero ma anche la profondità psicologica. Più Evey, meno Ethan Hunt.

PS: ho scritto “più coinvolgente che problematico” perché in alcuni passaggi è molto problematico, ma lascio a voi il giudizio.

Come Back Rihanna

Forse non sapete che Rihanna compie oggi 33 anni, e perfino la diva delle dive, Mariah Carey, le ha fatto gli auguri. Forse non sapete che viene da Barbados ed era nell’esercito prima di sfondare nel mondo dello spettacolo (deo gratia). Forse non sapete che con seicento milioni di dollari fa la carità a gente come Selena Gomez e Demi Lovato. Quello che di sicuro conoscete bene è la sua musica: chiunque sia nat@ tra gli anni novanta e i duemila ha ballato i pezzi della Good girl gone bad più da discoteca di tutte.

Sì perché Rihanna Robyn Fenti, che ha prestato il nome al marchio di prodotti di bellezza con cui ha fatto i miliardi, un tempo era una delle cantanti più prolifihe al mondo. Basti pensare che fra il 2005 e il 2012 aveva pubblicato sette album, roba da far impallidire anche le più stakanoviste, che si chiamino Ariana Grande o Taylor Swift.

Poi è arrivato il lungo inverno, con nuova musica invocata da fan in ogni lingua ormai dal lontano 2019, mentre la loro beniamina continua a proprorre creme viso, lingerie ipercostosa e selfie da top model. Ce le vedo lei e Adele scriversi su Instagram ridendo di noi povere bestie che chiediamo musica per ballare dalla prima, ballad su cui piangere alla seconda, mentre rimandano i nuovi album all’infinito, tanto che l’inglese dovrà chiamarlo 60 e la raggae lady lo nominerà R10, con il nono come i figli morti dei re.

Come consolarci? Pensando a Umbrella, Please Don’t Stop the Music, Rude Boy, What’s My Name?, We Found Love, Only Girl, Diamonds, Work. Potete fare le persone fini quanto volete, le conoscete tutte a memoria. Che si voglia o no, la discografia di Rihanna è strapiena di hit, al punto che negli states la pigra beauty maker ha più vette di Madonna.

Ma tornando seri@, quando uscirà R9? Misteri, ci vuole fede. Ormai le big ci fanno aspettare così tanto che quando arrivano ci accontentiamo anche di un disco fatto coi pezzi scartati. Riri, buon compleanno, festeggia, magari dona qualche altro dei tuoi milioni in beneficienza. Poi però, torna. E portati dietro Adele, please.

Sula – Per onorare Toni Morrison

Toni Morrison avrebbe compiuto novant’anni due giorni fa. Nata il 18 febbraio del 1931 in Ohio, la cantastorie della comunità afroamericana del secolo XX, ci ha lasciatə nell’estate 2019, dopo quasi cinquant’anni di attività come scrittrice. Nella prefazione a L’origine degli altri, Roberto Saviano scrive “Esisto solo se escludo qualcuno, esistiamo solo se scacciamo nel basso dei commenti e delle gerarchie umane chi ci appare diverso. E può essere chiunque: il meridionale, il nero […] non esistono contesti protetti”. Toni ha preso come protagonisti della propria narrazione tutti e tutte coloro che hanno costituito per l’intera Storia l’Altro, il diverso, l’escluso, colui o colei che rende possibile con la propria discriminazione la creazione di una comunità fondata sul disprezzo e sulla supremazia di una categoria sull’altra.

Per onorare la memoria di un genio servirebbe un elegia al di sopra delle possibilità di chi scrive: il tentativo sarà quindi quello di rendere conosciuta, o riscoprire con chi legge, Sula, romanzo del 1973, tra i più noti e apprezzati della Morrison. Sula è la storia di un’amicizia, prima di tutto, e come gran parte dei romanzi della Morrison è una storia con una protagonista definita, ma anche un’opera corale, in cui i personaggi importanti sono tutti quelli creati dalla pena e dall’immaginazione della Morrison. Sula e Nel, due bambine che vivono in Ohio, hanno due famiglie, due case, diametralmente opposte. Piena di parenti e persone quella della prima, vuota quella della seconda. Entrambe vivono nel Fondo, la comunità a parte isolata dai bianchi e costituita da soli neri. Crescendo, il fortissimo legame che le unisce si spezza, al punto che Sula, accusata dalla nonna di aver goduto della morte della madre, decide di lasciare il Fondo, e Nel, per poi ritornare dopo molti anni. Le due concezioni completamente diverse della vita e della loro relazione delle due le porta però a fronteggiare verità che non hanno mai potuto dire.

Sula è un romanzo, come ogni scritto di Morrison, intriso di realismo e di eventi quasi soprannaturali, che hanno una connotazione fortissima. Nella letteratura di Morrison i singoli episodi hanno una forza rivelatrice per i personaggi, sulla loro stessa natura, che non è comune nella scrittura classica. Non servono dialoghi, sono i fatti, che siano di quotidianità, che siano premeditati o accidentali. Sula, come Amatissima, ma in modo meno commovente, più legato alla complessità umana che alla sua infinità bontà, trascende il giusto e sbagliato, l’errore universalmente condannato. Morrison era oltre le categorie dualistiche, per questo capace di creare personaggi dalle mille sfumature. Sula è una donna indipendente e capace di vivere la solitudine, eppure fragile e bisognosa dell’affetto di Nel: in lei c’è del sadismo e della dolcezza, i suoi errori sono innocenti e crudeli. Nel da parte sua è molto più vicina alla sensibilità di chi legge, un personaggio che non riesce a staccarsi e la cui sofferenza non dipende tanto da ciò che accade quanto da quello che non succede.

Toni Morrison ha creato mondi imperfetti e dolorosi, ricchi di una cultura dimenticata e ignorata, con una narrazione che sfida sempre il surreale pur mantenendo l’adesione all’umile, al particolare, allo scenario ombroso delle vite straordinarie nella loro assoluta miseria. È stata una cantastorie di una delle culture più violate del mondo e la sua testimonianza, arricchita dall’inestimabile purezza letteraria delle sue opere, sono motivo di gratitudine. per aver avuto nella nostra epoca così grandi autrici.

Novità musicali – Ariana Grande, Selena Gomez, Cardi B, Taylor Swift e P!nk

I Grammy, rimandati fino al 14 marzo, si terranno fra meno di un mese, e nel frattempo, nonostante l’assenza di tour, premiazioni importanti ed eventi dal vivo, la musica non si ferma. Continuano a tacere le grandi stelle da tempo attese: nessuna nuova da Rihanna e Adele, così come da Beyoncé, con Christina Aguilera che sta ufficialmente lavorato a un nuovo album da diverse settimane. Tuttavia, i progetti già avviati continuano, e nuove ere si avvicinano.

Prosegue la scalata di Ariana Grande, che ha pubblicato il video del remix di 34+35 in collaborazione con Doja Cat e Megan Thee Stallion. Un video che vede le tre cantare in un lingerie-party in un albergo di lusso, fra piscine, specchi per truccarsi e televisori anni cinquanta. Il pezzo, così esplicitamente sessuale e dal sound dolce, è arricchito della potenza rap di Doja e Meghan, con la parte di quest’ultima particolarmente incisiva. Ariana, splendida come sempre, sta andando forte in classifica (la canzone ha raggiunto la numero 2 negli Stati Uniti) e sta per pubblicare la versione deluxe di Positions, con tre nuove tracce e un interludio oltre al remix.

Se la splendida De Una Vez è rimasta insuperata, Baila Conmigo non è affatto male: Selena Gomez ha rilasciato il video del secondo singolo in spagnolo, anticipando l’EP in lingua Revelaciòn. Baila Conimgo, una traccia molto più raggae-pop della precedente, è in collaborazione con il portoricano Rauw Alejandro e ha fatto ottimi numeri in streaming. L’unica mancanza? L’assenza quasi totale di Selena dal video. Un video della Gomez senza la Gomez non è lo stesso.

Lamentavamo l’assenza delle big, ma una s’è ridestata da un lungo inverno: Cardi B ha recentemente pubblico Up, singolo di immediato successo (numero 2 negli States) con video ricco di colori, vestiti sfarzosi e una simbologia tutta sua che non provo neanche a decodificare: a voi l’arduo compito. Up è come sempre a base di sesso e forza personale, ma con un sound particolarmente originale, che la rende accattivante, seppur non quanto WAP o Bodak Yellow.

P!nk è tornata con una canzone luminosa quanto il suo titolo: Cover Me in Sunshine, questa la collaborazione con la figlia di nove anni. La canzone è dolce e tenera quanto il video, molto amatoriale e sincero, che vede mamma e figlia rilassarsi e divertirsi in questi tempi difficili. C’è qualcosa in P!nk, sin dagli esordi, che suggerisce onestà, e forse è questo che permette alle sue canzoni di essere così facilmente accessibili a tuttə.

Dulcis in fundo, grandissime notizie nel mondo Taylor Swift: la cantautrice del Tennessee ha, come saprete, avuto molti problemi nel corso degli ultimi due anni con la vecchia casa di produzione, che ha venduto tutto il suo materiale antecedente Lover (il suo settimo album, del 2019) a Scooter Braun. Taylor ha però avuto la possibilità di registrare nuovamente la propria musica e rimetterla sul mercato, e non se l’è lasciata fuggire. Oltre ad aver composto e cantato due interi nuovi album, Folklore e Evermore, Taylor ha qualche giorno fa pubblicato la sua versione della bellissima Love Story, hit del 2008 appartenente all’album campione di vendite Fearless (Album dell’anno ai Grammy del 2010). Ascoltare Love Story è sempre pura gioia, farlo sapendo che Taylor è padrona della sua arte aumenta le sensazioni positive. Taylor che ha lasciato, come di consueto, un messaggio cifrato, attraverso cui ha fatto intendere che l’intera nuova versione di Fearless sarà pubblicata il prossimo 9 aprile. Giustizia, almeno in parte, è stata fatta, con la nuova Love Story che potrebbe esordire in top 10 negli USA.

Demi Lovato, che meraviglia: ecco What Other People Say con Sam Fischer

L’anticipato settimo album in studio è sempre più confusamente gestito, rimandato ormai da un anno, ma nel frattempo Demi Lovato non si è persa per strada: dopo aver rilasciato Still Have Me, ballad sulla forza interiore, lo scorso ottobre, la cantante è tornata con un duetto incredibilmente commovente, What Other People Say, con il trentenne australiano Sam Fischer, che aveva già scritto per lei alcune canzoni.

What Other People Say suona come uno di quegli inni coinvolgenti, toccanti, perché ci parla della fragilità delle nostre certezze, del bisogno dell’approvazione degli altri, del difficile percorso verso l’autenticità. La voce di Demi è quella di sempre, potente, e cantate da lei, queste canzoni, assumono un significato diverso, speciale. Ci sentiamo rappresentatə da qualcuno che ha vissuto difficoltà enormi e le ha superate, e tuttora lotta per se stessa, per amarsi ed essere felice: nessuna battaglia è più giusta di questa, e Demi e Sam ce lo hanno ricordato. Potrà passare inosservata al grande pubblico, ma What Other People Say merita un posto in questo piccolo blog. Non mollate mai.

Un tram chiamato desiderio – di Elia Kazan

Tennessee Williams ha composto una pièce teatrale che sfiora il melodramma senza mai scendere nel patetico, anzi. Una grande storia poggia sempre su grandi elementi e su personaggi complessi e pieni di sfaccettature, Williams lo doveva sapere, tuttavia, nonostante il suo talento, non fu mai a suo agio nel ruolo di sceneggiatore. Quindi intervenne Elia Kazan, regista dell’adattamento cinematografico, per dar vita a un film teatrale tra i più celebri degli anni cinquanta.

Un tram che si chiama desiderio è il mezzo con cui Blanche DuBois, donna non più giovane ed emotivamente sofferente, arriva a casa della sorella Stella, sposatasi con il rude e violento Stanley Kovalsky. Blanche ha perso la casa di famiglia, tutti i suoi cari sono morti, e il suo arrivo in casa Kovalsky crea dinamiche distruttive nel trio.

Marlon Brando, in uno dei primi ruoli per il cinema Hollywoodiano, trasuda pericolo e cinismo, ipocrisia e rabbiosità. È lui Stanley, il marito di Stella che tormenta Blanche fino al peggiore dei crimini. Blanche che è un personaggio doppio, affettato ed esigente ma fragile e bisognosa. Blanche che è Vivien Leigh, che tocca la perfezione realistica quando lascia andare i lati più oscuri della sua antieroina, quando fa esplodere rabbia e orgoglio. Un tram che si chiama desiderio è stato descritto dallo stesso Kazan come una semplice ripresa del dramma, e risulta teatrale proprio nella sua distanza dai protagonisti, ripresi evitando primi piani e flash back, quasi si trattasse di una riproduzione dal vivo. Se in questo modo il cinema puro perde della sua essenzialità, è anche vero che l’autenticità del quadro e il mistero del detto ma non visto contribuiscono alla bellezza del tutto.

Un film di una tragicità tremenda, riassumibile nell’ultima battuta di Blanche “ho sempre confidato nella gentilezza degli estranei” dice la donna prendendo sotto braccio l’uomo che la condurrà in manicomio. È straziante dal momento che tutto ciò di cui Blanche avesse bisogno fosse gentilezza, qualcuno di cui fidarsi, venendo tradita da entrambe le persone a cui si affida.

Ma sono tantissimi i preziosismi di questo dramma, su tutti la recitazione di Brando, che portò l’ormai famoso Metodo al massimo esponente, e lo stordimento, l’ambiguità, i sogni non corrisposti di Blanche, grazie alla quale la grande Leigh vinse il suo secondo Oscar, oltre alla Coppa Volpi a Venezia. Gigante e gigantessa sul palcoscenico (la Leigh fu prolifica attrice di teatro con il marito Olivier, Brando il Kovalsky di Broadway) e sullo schermo, accompagnat& da una colonna sonora disomogenea, pensata per corrispondere ai singoli stati d’animo piuttosto che allo sviluppo narrativo. Uno sviluppo narrativo di una profondità psicologica presagita fin dall’inizio e mai abbandonata, in un capolavoro da vedere.

“Yes, I’ve had many meetings with strangers! “

Blanche DuBois a Mitch

Buon Global Movie Day con alcuni dei miei film preferiti

“Il cinema è forse lo strumento attraverso cui è possibile empatizzare maggiormente con gli altri” queste alcune delle parole più significative pronunciate da una dei membri dell’Academy in occasione del Global Movie Day, giorno di celebrazione del cinema quanto mai significativo in un momento come questo, in cui il cinema come esperienza vissuta collettivamente è ormai un ricordo. Per festeggiare vi propongo una personalissima lista di alcuni dei miei film preferiti :

Gli uomini preferiscono le bionde – 1953

Potrei scrivere un intero paragrafo solo citando Lorelai Lee, il personaggio interpretato dalla divina Marilyn, ma mi limito a sottolineare l’iconicità eterna dei numeri musicali e la bellissima amicizia femminile al centro del capolavoro camp con Jane Russell e la Monroe. Un tripudio di costumi, colori (Technicolor) e divertimento con l’indimenticabile Diamonds Are a Girl’s Best Friend.

Colazione da Tiffany – 1961

L’unico film che potrei vedere e rivedere all’infinito. Holly Golightly leggera come l’aria è l’eterea Audrey Hepburn, con i vestiti Givenchy e l’amore per i gioielli, Gatto e i festini eccentrici, New York e una storia d’amore quasi senza pari.

Come eravamo – 1973

Forse è la colonna sonora, forse il finale, forse Barbra e Robert. Il film d’amore perfetto, travagliato, intenso, con paesaggi e costumi magnifici.

Rocky Horror Picture Show – 1975

Come mettere in parole la grandezza e la portata rivoluzionaria di questo capolavoro dei capolavori, film cult per eccellenza, meraviglia performativa e musicale. Mi limito a ricordare che da quarant’anni e passa è sempre in cartellone in qualche cinema del mondo. Un luogo sicuro per la comunità queer e non solo.

Victor / Victoria – 1982

Altro film che gioca con l’identità di genere, altro musical dal trucco appariscente e dal grande retaggio drag, con una sontuosa Julie Andrews e la perfetta regia di Blake Edwards.

Silkwood – 1983

Mike Nichols, una delle migliori Meryl Streep di sempre, Cher, una storia di giustizia e lotta, resa alla perfezione in un crescendo che termina con uno dei migliori finali mai visti. Toccante, interpretato alla perfezione.

L’attimo fuggente – 1989

Il messaggio, il modo in cui è trasmesso, la grandissima prova d’attore di Robin Williams, l’aria di camerata. Un film poetico e coinvolgente.

Thelma & Louise – 1991

Il film femminista per eccellenza, con due grandi protagoniste, la saggia e coraggiosa Louise e la dinamica e dolce Thelma, un on the road con una storia d’amicizia meravigliosa.

Il club delle prime mogli – 1996

Commedia allegra, satirica, scanzonata, con un terzetto di attrici e personaggi sublimi. Goldie Hawn è la meraviglia fatta persona, in questa vendetta femminista ai matrimoni oppressivi.

Tutto su mia madre – 1999

Il mio film preferito di Almodovar, trionfo citazionista, cromatico, cinefilo, coralmente condotto da un gruppo di personaggi femminili incredibili. Tutto su mia madre ha un’epicità tutta sua, pur essendo così ancorato coi piedi per terra.

Moulin Rouge – 2001

Spettacolare, romantico, scattante, coloratissimo, con Nicole Kidman in stato di grazia e un dolcissimo Ewan McGreggor, Moulin Rouge è un musical moderno alla Baz Luhrman, visivamente perfetto, teatrale e sopra le righe, in una Parigi del 1900 pop come mai.

The Dreamers – 2003

Poesia pura: Bertolucci concentra la giovinezza, l’amore per l’arte e l’idealismo di una generazione di ribelli in un claustrofobico appartamento francese. Un sogno, per l’appunto, bellissimo.

Mona Lisa Smile – 2003

Delicatamente emancipazionista, con una credibile Julia Roberts e un collegio di ragazze pronte a rifiutare le convenzioni sociali. Limitato, ma da vedere e prendere come esempio.

Il castello errante di Howl – 2004

Il mio preferito fra i capolavori dello Studio Ghibli, un film allegorico, visivamente intrigante con un’intreccio simbolico e la classica, incredibile, colonna sonora alla Myiazaki.

Volver – 2006

Sulla perdita, sul perdono, sulla crescita, un giallo che è commedia, un film corale al femminile che ha del realismo magico e punta sulla sublime Penelope Cruz. Genio Almodovar.

Into The Wild – 2007

Capolavoro esistenzialista, toccante e travolgente, che gioca di sottrazione e fa riflettere. Impossibile non innamorarsene.

Mamma mia – 2008

Il musical per eccellenza, fra isole greche, canzoni degli ABBA e una Meryl Streep più grande della vita stessa. Allegro, disinibito, onesto, gioioso fino alla fine.

Chiamami col tuo nome – 2017

La storia d’amore più struggente degli ultimi anni. Guadagnino pittore pennella con le inquadrature il paesaggio da sogno del Nord Italia, in un’estate fatta di sogni, sensualità, impossibilità, con un Timothee Chalamet indimenticabile e la colonna sonora di Sufjan Steven da lacrime agli occhi.

Piccole donne – 2019

La colonna sonora di Alexandre Desplat, l’adattamento moderno di Greta Gerwig, la storia senza tempo di Louisa May Alcott, l’eccezionale lavoro sui personaggi di Saoirse Ronan, Meryl Streep e Emma Watson, la pura bellezza classica della regia e della fotografia. Quando la somma di elementi eccezionali dà un risultato superiore a ogni aspettativa. Meraviglia.

Ricordando Whitney

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Aretha Franklin – Regina del Soul, possa anche lei riposare in pace- ha parlato della voce di Whitney Houston come di un dono di Dio. Whitney ha significato tanto per le artiste più giovani quanto per le sue coetanee. Tuttavia, se parole del genere vengono da vere e proprie leggende, la musica cambia, assume ancora più significato.

Whitney aveva talento, un talento enorme. Aveva la voce di un sogno e stava bene sul palco, amata dal pubblico quanto lei amava lui e la musica, profonda connessione con il mondo. Troppo presto se ne è andata, dopo anni di complicazioni. Le sue canzono hanno segnato un’epoca come quelle di pochissime altre artiste. Da The Greatest Love of All a It’s Not Right but It’s Okay, tutte le declinazioni dell’amore hanno avuto il privilegio di essere intonate dalla più bella voce che ci sia stata.

Sono ppassati già nove anni da quell’11 febbraio in cui il suo corpo privo di vita fu trovato nella vasca da bagno e da allora non c’è settimana che passi senza udire la sua voce, la sua arte, la sua eredità.

Non possiamo quantificare tutto quello che ha dato Whitney. Possiamo provarci parlando dei suoi 200 milioni di dischi venduti, del successo e dell’universalità di singoli come How Will I Know, I Wanna Dance with Somebody, All The Men That I Need, Saving All My Love, della spettacolare collaborazione con Mariah Carey nella grande When You Believe. Una diva fra le dive, con una perla sulla cima del tesoro. Guardia del corpo, il film romantico con sotto-trama thriller capace di incassare oltre quattrocento milioni di dollari, in cui Whitney è la popstar innamorata del suo bodyguard, interpretato da Kevin Costner. La colonna sonora è diventata l’album più venduto da un’artista donna di tutti i tempi, con la riedizione di I Will Always Love You, la struggente I Have Nothing, la grande traccia disco Queen of the Night e la melodicamente trascinante Run to You. Difficile immaginare un altro album così ricco di pezzi indimenticabili, potenti, immortali.

Whitney ci manca, ci mancano le sue performance vocali strabilianti, ci manca l’energia che metteva sul palco, tutta affaticata e sorridente. Ci manca vederla ritirare decine e decine di riconoscimenti, ringraziando alla rinfusa il mondo intero, ci manca sapere che la bellezza più pura fa parte del mondo in cui viviamo. Per questo la ricordiamo, e cerchiamo di prendere il meglio del suo lascito. Siamo tuttə in debito, Whitney.

Angoscia di George Cukor

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Gaslight, titolo originale della pellicola datata 1944 con George Cukor alla regia, è un termine inglese per indicare la tecnica di abuso psicologico basata sul lento e crescente controllo di un individuo sulla salute mentale di un altro. Basandosi su una delle più atroci forme di manipolazione, Angoscia parte dal topos del noir per diventare un thriller psicologico ad altissima tensione.

È la storia di Paula, una giovane orfana che lascia Londra in seguito al brutale assassinio della zia, famosa cantante, per costruirsi una nuova vita in Italia. Qui si innamora di Gregory, pianista, che sposa e con cui va a vivere nella casa londinese della zia. Tuttavia l’idillio di Paula dura il tempo del trasloco: a Londra la donna è vittima di una discesa verso la follia. Paula vede la luce abbassarsi, perde oggetti, immagina cose mai successe a detta del marito e sente passi minacciosi nella soffitta blindata sopra la sua camera. L’investigatore Cameron di Scotland Yard, d’altronde, non crede alla pazzia della donna, e indaga per risolvere due misteri: chi ha ucciso la famosa cantante, e perché la nipote vive come una prigioniera della sua stessa casa?

Il mio insegnante di cinema parla della settima arte come di un consapevole abbandono alla manipolazione : Angoscia ne è un esempio perfetto. Perfetto perché il pubblico è per molto tempo all’oscuro di come sono mossi i fili del destino di Paula e perché, nonostante chi sia il burattinaio sia evidente. Perfetto per il sonoro, di crescente pesantezza nei momenti più oppressivi, per il bianco e nero elegante, attraverso cui l’assenza della luce è visibilmente di maggior impatto. La manipolazione è avvenuta, su Paula e su di noi, che ci ritroviamo a sostenerla e a soffrire per il suo cedere alla violenza subdola e lenta, che scava la sua mente come la pioggia fa con la roccia. Paula dubita di se stessa in un modo che spezza il cuore, è un personaggio emotivo, tutta la sua fragilità è gestita perfettamente dalla sceneggiatura così come dall’interpretazione di Ingrid Bergman, la svedese premiata con l’Oscar per la sua eroina straziante.

Dopotutto, quale personaggio, se non una orfana che nulla sa del suo passato, con in trauma alle spalle, può essere il miglior agnello nelle fauci dell’avidità più pura, per cui il solo limite è il successo? Patrick Hamilton confeziona una sceneggiatura di sopraffina intelligenza, che anticipa ogni risvolto, dalla la visita ai gioielli della corona al ruolo musicale di Gregory, fino alla condotta della cameriera Nancy, involontaria salvatrice.

Nancy che fu il primo ruolo cinematografico di una diciottene Angela Lansbury, fresca di contratto con la MGM e subito candidata al Premio Oscar come miglior attrice non protagonista. Angoscia è quello che si dice un capolavoro della Hollywood degli anni d’oro, un film di genere che riempie di terrore, confusione, disgusto e compassione chi lo guarda, giocando con la sottile linea fra realtà e immaginazione con le parole e con i fatti. Sublime fino all’ultimo, soddisfacente, momento. Vedere per credere.

Critics’ Choice Awards 2021

Il terzetto si è chiuso: nell’arco di una settimana sono state annunciate le candidature ai Golden Globes, ai SAGA e ai Critics’ Choice Awards, i tre più importanti premi cinematografici statunitensi dopo gli Oscar. In attesa dell’8 marzo, quando verranno annunciate le nominations ai BAFTA, il meglio del cinema anglofono del 2020 è stato scelto dai maggiori esperti del settore. I Critics’ Choice, in particolare, riflettono l’idea di cinema della critica, degli studiosi e studiose che hanno nell’ osservazione e nel discernimento i loro compiti principali.

I film migliori lo sono forse in modo universale: tutti e tre questi premi hanno riconosciuto la bellezza e la particolarità di alcuni dei più celebrati prodotti della stagione. Ecco così che Mank, Nomadland, Minari, News of the World, Quella notte a Miami, Ma Rainey’s Black Bottom e Promising Young Woman sono stati inseriti nella lista dei Migliori Film, così come Da 5 Blood di Spike Lee, finalmente notato. Conferme su conferme anche nelle categorie Miglior attore protagonista e Miglior attrice protagonista, con i soliti Chadwick Boseman, Anthony Hopkins, Gary Oldman e Riz Ahmed a cui si aggiungono il grande Tom Hanks di News of the World e Ben Affleck per The Way Back, da me ignorato fino a oggi, e le acclamate Viola Davis, Carey Mulligan, Frances McDormand e Vanessa Kirby accompagnate da Andra Day, l’ottima Zendaya di Malcolm & Marie e Sydney Flanagan.

Le Migliori attrici non protagoniste sono quelle favorite per la cinquina Oscar: Burstyn da Pieces Of a Woman, Close da Elegia americana, Colman da The Father, Seyfried da Mank, Bakalova da Borat e Youn da Minari. Minari candidato anche come Miglior sceneggiatura originale, come Promising Young Woman e Mank, con David Fincher e Lee Isac Chung inseriti come Miglior Regista al pari del terzetto di grandi donne registe Regina King, Emerald Fennell e Chloe Zhao. Spazio anche per Spike Lee e Aaron Sorkin del Processo ai Chicago 7. Tiene anche La vita davanti a sé di Edoardo Ponti, candidato come Miglior film in lingua straniera e Miglior Canzone per la toccante Io sì.

Esclusioni definitive?

Mi aveva commosso e rapito la performance di Sophia Loren, tornata a undici anni di distanza protagonista di un lungometraggio, ma le sue chance di ottenere una candidatura importante sfumano sempre di più, come quelle della spettacolare Meryl Streep, che con The Prom ha fatto faville ma è stata esclusa, per motivi che sembrano più generazionali che artistici. Con Amy Adams e Michelle Pfeiffer fuori la prima dai Globes e la seconda dai SAGA, il quinto posto per la Miglior Attrice sembra essere di Andra Day e della sua Billie Holiday, con un occhio a Zendaya.