La libertà è una lotta costante – di Angela Davis

Angela Davis è una delle anime, letterariamente e ideologicamente parlando, più affini a me. Tuttavia, al di là della mia profonda ammirazione per questa magnifica rivoluzionaria, le parole della Davis sono caldamente consigliate a chiunque, perché dotate di una potenza illuminatrice sconvolgente.

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Angela Davis, nata nel 1944, è una attivista, scrittrice, pensatrice e rivoluzionaria. Dall’archivio di Mosca, foto di Yuriy Ivanov

Raccolta di interviste e conferenze tenute tra il 2013 e il 2015 presso diverse Università statunitensi e non solo, La libertà è una lotta costante, edito da Ponte delle grazie, è un’immersione in tematiche come l’antirazzismo, il femminismo nero e intersezionale, la lotta alle armi e alla guerra, il movimento delle Pantere Nere e l’abolizione del sistema carcerario per come è concepito, un’immersione che diventa habitat naturale grazie alla saggezza e alla lungimiranza di una pensatrice sopraffina.

“Proprio come diciamo <<mai più>> riguardo al fascismo che ha portato all’Olocausto, dovremmo dire <<mai più>> in riferimento all’apartheid in Sudafrica e nel Sud degli Stati Uniti. Ciò significa, anzitutto, che dobbiamo ampliare e intensificare la solidarietà verso il popolo palestinese […] Boicottate G4S! Sostenete la campagna BDS! La Palestina sarà libera! Grazie.”

Angela Davis – La libertà è una lotta costante

Ciò che di più interessante propone Davis è l’utilizzo delle modalità di pensiero del femminismo intersezionale in altri campi: particolarmente a cuore le sta la questione della Palestina, che collega all’apartheid sudafricano e al razzismo sistematico statunitense. Citando gli omicidi di Michael Brown a Ferguson, nel 2014, e quelli delle Pantere Nere nel 1971 (che scatenarono la rivolta carceraria di Attica) Davis anticipa e cita il movimento del Black Lives Matter, già attivo in quegli anni, e rivendica la necessità di una cooperazione e di un sostegno reciproco fra minoranze oppresse.

“Il femminismo implica molto di più che non la sola uguaglianza di genere. E implica molto di più del genere. Il femminismo deve implicare la coscienza del capitalismo – perlomeno il femminismo in cui mi riconosco […] Deve implicare una coscienza riguardo al capitalismo, al razzismo, al colonialismo, ai postcolonialismi e all’abilità”

Angela Davis – La libertà è una lotta costante

Il modo in cui i palestinesi che lottano per la fine dell’oppressione siano descritti dai media occidentali come terroristi fa riflettere: Davis ci dice che ella stessa è stata inserita nella lista dei 10 terroristi più pericolosi dall’FBI negli anni ’70, a testimonianza che il terrorismo secondo il governo e i servizi segreti occidentali sia equiparabile al dissenso verso un’élite che promuove la guerra per vantaggi economici. Questa è la critica mossa al governo Obama: finanziando le basi militari israeliane con milioni di dollari al giorno, Obama ha costruito un governo fondato sulla guerra. Davis sostiene che l’elezione di un afroamericano alla più alta carica americana abbia fatto credere alla popolazione di vivere in un’epoca post-razzista, cosa lontanissima dalla realtà (e George Floyd, Breonna Taylor e tutte le vittime degli ultimi sei anni ne sono, purtroppo, l’esempio più lampante).

“Questi saggi […] ci offrono anche la prospettiva di una solidarietà attuale fra tutte le forma di lotta”

Judith Butler su La libertà è una lotta costante

La libertà è una lotta costante, ma anche collettiva: solo se perseguita da tutti e tutte, e in funzione di tutti e tutte, tale libertà potrà essere effettiva. Ci vogliono cambiamenti, ci vuole apertura verso l’esterno, sostegno a chi è in difficoltà anche al di là dei propri confini, serve comprendere che non si possono combattere battaglie individuali o esclusive se si vogliono raggiungere risultati collettivi.

Altro motivo per cui procurarsi La libertà è una lotta costante è l’analisi del sistema penitenziario, che Davis fa con riferimenti precisi alla G4S, una società internazionale che specula sul sistema carcerario e opera in gran parte del mondo. Un incubo che tanti e tante non hanno presente, un’ingiustizia capitalistica dai risvolti spaventosi, che anche se non vi convincerà delle idee della scrittrice, vi farà per forza riflettere sulle vostre posizioni. Per non farsi mancare niente, Davis ci consiglia anche alcuni libri fondamentali come Tutte le donne sono bianche, tutti gli uomini sono neri, ma alcune di noi sono coraggiose, This Bridge Called My Back e Questioni di genere.

La reggitora di Peter Marcias-Nilde Iotti nelle parole delle altre

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Edito da Solferini, La reggitora è tante cose: biografia, testimonianza storica, libro di lotte sociali e politiche, ritratto di una donna straordinaria attraverso le parole di coloro che con lei hanno convissuto un periodo denso di avvenimenti. Il regista Peter Marcias, autore del documentario Nilde Iotti- Il tempo delle donne ci svela il lavoro di ricerca che lo ha portato a concepire il suo film dedicato a colei che ha vissuto in prima persona la Storia d’Italia del secolo XX.

“Il mondo può cambiare solo se le donne avranno potere. Questo dovrebbe essere il tempo delle donne perché il tempo degli uomini è quello che già conosciamo mentre qualcosa potrebbe e dovrebbe cambiare, anche profondamente. Occorre solo che tutte le capiscano”

La reggitora- Nilde Iotti, di Peter Marcias- citazione della stessa Nilde

La prima cosa che mi è saltata in mente nel leggere questa serie di testimonianze e interviste è stata: perché nessuno mi ha parlato di Nilde Iotti al Liceo? Perché no ho trovato un riferimento neanche nei manuali di Storia Contemporanea dell’Università? La straordinarietà di questo personaggio dovrebbe essere all’ordine del giorno nello studio della Repubblica Italiana, e invece non è così famigliare al pubblico più giovane (perlomeno nella mia esperienza).

Nilde, nata nel 1920, è stata una partigiana, ha lottato nella Resistenza, è stata parte della Costituente che ha dato vita alla Costituzione ora in vigore, ha fatto parte dell’Assemblea costituente dell’Unione Europea, è stata la prima Presidentessa della Camera dei deputati donna, nel 1979, mantenendo il ruolo fino al 1992. La sua vita professionale è quasi un unicum nella storia contemporanea italiana ed europea, per questo sono grato a Marcias e a i Solferini per aver dato uno sguardo sincero e appassionante su una delle più influenti personalità della politica tricolore.

“Una delle ultime cose che ci disse prima di lasciarci fu: “Tenete gli occhi bene aperti, guardando a ciò che succede in Italia e nel mondo”. Cioè: state attenti perché la democrazia non è un valore conquistato una volta per sempre, ma a difeso e riconquistato ogni volta”.

La reggitora- Nilde Iotti, di Peter Marcias – citazione di Ione Bartoli

Il libro si articola in una serie di testimonianze di collaboratrici e amiche della Iotti, di personaggi attivi nella vita politica e sociale dell’Italia del Novecento, come Livia Turco, politica con una carriera nel Partito Comunista e poi nei Democratici di Sinistra, fondatrice della Fondazione Nilde Iotti che si occupa di mantenere la memoria delle azioni e delle idee di Nilde, definita da tutte le testimonianze come una grande difenditrice delle istituzioni, della democrazia e dell’apertura verso le collaborazioni internazionali. Nilde non si è mai definita femminista, ma le sue compagne e amiche ci riportano i suoi impegni per una maggior rappresentanza femminile in politica. Grazie al suo lavoro la donna non è stata più sottomessa all’uomo nel diritto di famiglia: il suo non è stato un esempio isolato di donna forte e di successo, bensì un lavoro per aprire le posizioni più alte nei vari ambienti lavorativi alle donne.

Nella raccolta di Marcias trovano spazio anche testimonianze di lotte femministe delle militanti del Partito Comunista, e di come la Sinistra Italiana non sia stata sempre aperta a un’integrazione femminile. Nonostante questo, la lotta di tali donne straordinarie fece sì che il Partito Comunista presentasse il più alto numero di deputate donne in Parlamento, sotto il governo Andreotti. Insomma, la storia di Nilde è Storia d’Italia, storia delle conquiste per uno stato più egualitario e democratico, storia delle donne nelle istituzioni politiche, e ha per questo un fascino e una carica energetica senza eguali.

Di nuovo in gioco- con Amy e Clint

Mickey è una brillante avvocatessa 33enne, schiva e oberata dal lavoro, che sta per diventare socia del suo studio legale, quando, allertata da Pete, miglior amico del padre Gus, decide di seguire quest’ultimo nel suo tour in qualità di talent scout di baseball. Qui si rende conto della cecità crescente di Gus e cerca di comprendere perché questi l’abbia mandata via dopo la morte della madre.

Questa la sinossi di Di nuovo in gioco (2012), film sportivo-sentimentale diretto da Robert Lorenz, con al centro una relazione famigliare priva di sincerità e comunicazione, con la passione per il baseball come denominatore comune per riaccendere un affetto spento dal silenzio. Proprio il rapporto padre-figlia è l’elemento chiave, croce e delizia, del film con protagonista Clint Eastwood. Se la prima metà, con gli scontri e gli scambi molto divertenti fra i due personaggi, regge bene, la semi-risoluzione, l’unico vero dialogo a cuore aperto fra i due, è deludente e troppo poco complesso. Anche l’uso del flashback non è soddisfacentemente esaustivo, ed è un peccato perché lo sceneggiatore Randy Brown ha costruito due personaggi simili e per certi versi commoventi. Soprattutto Mickey, che è tosta, realistica, complicata, una vera protagonista da ottimo soggetto.

Amy Adams è adorabile e misurata, Clint Eastwood burbero fino al midollo come nei suoi ruoli più celebri, mentre Justin Timberlake ha il ruolo chiave del consigliere, amato e amante, che scioglie la sfiducia di Mickey e si connette con la sua parte migliore. Il suo Johnny Flanagan non è male, e le relazioni interpersonali sono il punto di forza di questo dramma lieto fine in cui lo sport è più sottofondo che altro. Consigliato sì, soprattutto perché il tono è sempre leggero e Amy Adams migliora ogni film, ma non aspettatevi Coach Carter o Tonya.

Buon anno con l’Argentina che legalizza l’aborto

Svolta storica per l’Argentina: con 38 voti favorevoli lo scorso 30 dicembre il governo ha legalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza entro le quattordici settimane, scatenando la gioia delle manifestanti e di tutte coloro che hanno lottato e sperato per un diritto che dovrebbe essere naturale e intoccabile.

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Una conquista storica per la popolazione argentina, un cambiamento che deve riempirci di gioia e soddisfazione, verso una legislazione più giusta. Tuttavia si fa fatica a festeggiare per conquiste che sarebbero dovute ormai essere avvenute universalmente dopo le lotte iniziate più di 50 anni fa dai movimenti femministi di tutto il mondo. Come possiamo pensare di ottenere un cambiamento culturale e sociale di portata significativa, quando c’è ancora tantissimo da fare in ambito legislativo?

In Europa l’interruzione volontaria di gravidanza è ancora illegale in 11 paesi, tra cui Polonia e Regno Unito, alcuni degli stati più popolosi e economicamente importanti del continente. In Oceania è illegale in ogni singola regione, in Asia in 27 dei 44 stati, in America (Stati Uniti esclusi) addirittura in 30 dei 37 paesi, con l’Africa che lo vieta in 47 casi su 51. Cifre spaventose che fanno davvero credere di non essere minimamente andate avanti nonostante le proteste, le manifestazioni, l’8 marzo, gli scritti, i collettivi e tutte le grandi attività che hanno impiegato anima e corpo per poter dar forma a una realtà non più conservatrice, patriarcale e maschilista.

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I panuelos simbolo delle manifestanti

Pensate che nel 2021, in una realtà in cui abbiamo smartphone, computer, sistemi elettronici raffinatissimi, laboratori di ricerca super-avanzati, collegamenti internazionali impensabili fino a mezzo secolo fa e ogni sorta di comfort, una donna non può decidere che cosa fare della propria vita, del proprio corpo e della propria salute psico-fisica. Non ci trovate niente di paradossale? A che cosa serve propagandare un continuo e inesorabile progresso dell’umanità se poi, in concreto, nel 69% dei paesi l’aborto è vietato per legge? Per non parlare della presenza di medici obiettori di coscienza, dei ritardi degli interventi, dei paesi in cui l’aborto non è consentito neanche nel caso in cui sia in pericolo la vita della madre o la gravidanza sia dovuta a uno stupro. Un incubo che porta a conseguenze reali, dalle vite distrutte alle vere e proprie morti. Celebriamo l’Argentina perché è un passo avanti in Sud America, terra arretratissima da questo punto di vista, ma ricordiamoci di agire con urgenza.

Ma Rainey’s Black Bottom

Ma Rainey era la Regina del blues, no, non la Regina, la Madre. Come lei sapeva intessere di sentimento, erotismo, confidenza e passione la propria voce nessun’altra riusciva. “Ho insegnato io a cantare a Bessie [Smith!]” dice Ma a un certo punto del film, giusto per farvi capire la portata di una donna, nera, afroamericana diventata una stella negli anni ’20 dello scorso secolo dopo aver iniziato a cantare semi-professionalmente a quattordici anni.

Ed essere una donna afroamericana negli anni ’20 non era per niente facile, in mezzo a uomini bianchi cisgender abituati a trattare come schifezze le persone di colore: l’enorme successo commerciale di Ma Rainey, dovuto alla sua incredibile voce, costringe i produttori discografici della leggendaria blues-singer a trattarla con i guanti, a passare sopra i suoi atteggiamenti da diva, le sue sfuriate, le sue richieste incessanti e le sue condizioni difficili da rispettare. Il rispetto, in fondo, è tutto ciò che chiede Ma, che spezza il cuore quando dice al trombettista Cutler che il suo manager bianco l’ha invitata solo una volta a casa sua per fare contenti degli amici. Ma è cosciente di come è percepita dai bianchi, ma non fa un passo indietro perché sa quanto vale.

Ma Rainey’s Black Bottom, film Netflix uscito lo scorso 18 dicembre, non è un biopic, tutt’altro: è ben delimitato temporalmente e spazialmente in una calda giornata, nello studio di registrazione in cui Ma deve incidere le sue canzoni, accompagnata dall’amante Dussie Mae e dal nipote, e dalla band composta da Cutler, Toledo al piano, Slow Drag al violoncello e Levee alla tromba.

Questa sessione rischia di non spiccare mai il volo proprio a causa delle condizioni imposte da Ma e dalle tensioni interne alla band, dovute al difficile carattere di Levee, un uomo giovane e sfrontato, che si scontra con i compagni su temi come il razzismo dei bianchi, la religione, la possibilità di fare carriera. Levee scrive canzoni ed è convinto di poter diventare una stella della musica, nonostante Cutler e gli altri cerchino di mettere un taglio alle sue fantasie. Così entriamo in momenti unici fatti di dialoghi infuocati e monologhi terribili. Le traumatiche esperienze di Levee vengono buttate fuori da Chadwick Boseman, all’ultima performance della sua troppo breve vita, come un canto di disillusione, in cui abbandono e speranza, ricerca della gloria e stenta sopravvivenza si mescolano senza mai risultare contraddittorie.

Tutto è sempre sul punto di esplodere in Ma Rainey’s Balck Bottom, la tensione e la fratellanza si confondono mentre una schiera di personaggi tutti memorabili ci espongono con parole ed espressioni caratterizzanti i propri sentimenti e le proprie riflessioni. Se Chadwick Boseman, come detto, ha la funzione di aprire gli occhi a forza con i suoi ricordi delle violenze bianche, Viola Davis è anima e corpo un’altra persona. Appesantita, sudata, lenta nei movimenti, truccata quasi in modo gotico, Viola sparisce nei meandri di una donna sensuale, forte, orgogliosa e incontestabile, il cui allure si spande attorno a lei come una potenza che buca lo schermo. Viola non ha bisogno di battute: i primi minuti in cui è in scena, lasciando con uno sguardo arcigno alla pensione appena lasciata, la sogniamo stringere la statuetta d’oro al Dolby Theatre.

Rolling Stones ha parlato di Ma Rainey’s come di un film blues, per sottolineare l’intensità emotiva di un flusso continuo di sofferenza e resilienza, che è palpabile durante tutto il film. “I bianchi non capiscono il blues” dice Ma: ha ragione lei.

PS: Ma Raney’s è uno dei pochissimi casi di film con un cast quasi tutto afroamericano, scritto da Ruben Santiago Hudson, afroamericano, diretto da un afroamericano, George C.Wolfe, e prodotto da uno dei più famosi attori neri di Hollywood, Denzel Washington. Una storia raccontata da chi ha vissuto davvero, in parte, le privazioni e le qualità di una cultura tra le più discriminate del mondo. Il film ha finora il 99% di recensioni professionali positive su Rotten Tomatoes: capolavoro certificato?

Biancaneve di Tarsem Singh

Prima di Aladdin, de La bella e la bestia e di Cenerentola, la primogenita della principesse Disney fu adattata in live action. Correva il 2012, quando Biancaneve uscì in sala trainato da uno dei registi più visionari di sempre.

Non accolto con particolare entusiasmo dalla critica, Biancaneve forse scontentò per la distanza dall’originale storia Disney, con una sceneggiatura riveduta che, a mio parere, contribuisce a fare del film una fiaba-commedia divertente come pochi altri prodotti waltiani. La perfida Regina, matrigna della bellissima Biancaneve, ha impoverito la popolazione per poter vivere nel lusso, e, finito il denaro, mette gli occhi sull’affascinante principe Alcott, giunto in visita nel suo regno. Minacciata da Biancaneve, da cui il principe è subito preso, la Regina incarica il fedele Brighton di dare la giovane in pasto alla bestia che sconvolge la foresta. Qui tuttavia Neve si salva, grazie al rifugio offertole da sette nani briganti, ladri provetti che si servono di astuzia e trampoli per derubare i viandanti. Neve e i nani stringono un’amicizia forte, con i primi che la rendono un’abile combattente e la seconda che riporta loro, emarginati per volere della Regina, sulla retta via.

Biancaneve è uno dei pochi film Disney in live-action esilaranti, grazie a personaggi adorabili e divertenti, come Mezza Pinta, Riso e Lupo, la dolce e simpatica Lily Collins nel ruolo dell’intrepida principessa-ribelle e un Armie Hammer affascinante e buffo a cui ruolo del principe Alcott è cucito addosso. Proprio la sceneggiatura, con battute pungenti e sequenze d’azioni irrealistiche e coinvolgenti, fa suo il pubblico, che si rifà gli occhi davanti a una gigantesca Julia Roberts nel ruolo della Regina, personaggio vanitoso, egoista e allo stesso tempo irresistibile. Julia ruba risate con il suo cinismo e la sua ossessione per l’estetica, trainando il film con una serie di battute indimenticabili.

Di estetica è necessario parlare, visto che stiamo facendo riferimento a Tarsem Singh, regista i cui lavori sono intrisi di una paesaggistica straordinaria, quasi surrealista: Biancaneve non è un’eccezione. Dalla stanza da letto regale aperta su un cielo ora al tramonto, ora buio e tempestoso, fino alla foresta, con magica creatura dragonesca, Singh crea un mondo a parte affascinante e complesso, di cui l’interno dello specchio, palude nebulosa con capanna in cui vive l’alter ego della regina, è l’acmè.

Insomma, guardatevi Biancaneve, che non sempre la critica c’azzecca; sono uman* anche loro. Fatemi sapere cosa ne pensate!

Don’t Bother To Knock

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Noir breve ma intenso, ambientato interamente in un hotel di New York, Don’t Bother To Knock si propone come un episodio d’alta tensione inserito nella vita di una coppia agli sgoccioli.

Jed, pilota di linea, viene scaricato dalla cantante dell’hotel Lyn, che lo considera cinico e disinteressato, e individua una compagnia per la serata nella dirimpettaia, Nell. Questa, grazie all’aiuto dello zio, parte dello staff dell’albergo, ha ottenuto un incarico come babysitter di Bunny, per la serata che i genitori passano a una festa al piano terra. Nell’affascinante Jed, Nell rivede Phil, il fidanzato pilota morto durante un volo sul Pacifico, la cui scomparsa ha creato sofferenza e forti disturbi psichici nella donna. La serata si trasforma quindi in un intreccio pericoloso di malintesi e dolore, in cui la piccola Bunny rischia la propria vita.

Don’t Bother To Knock è praticamente un modo di sciogliere i nodi dell’insensibilità di Jed, che, costretto a sforzarsi di comprendere la sofferenza di Nell, trova la chiave per un’empatia che non conosceva fino in fondo, e ritrova così l’amore di Lyn (l’esordiente Anne Bancroft). Di per sé non è un gran film, e alcuni tratti della psiche di Nell sono poco coerenti o comprensibili (erano anche gli anni ’50, in cui lo stigma sui problemi comportamentali era forte e le cure disgustosamente inadatte), tuttavia questo personaggio, al contempo vittima e antagonista (in senso strettamente narrativo) è struggente, tremendamente commovente e reale. Lo sguardo vuoto di Marilyn, le sue lacrime e la tensione con cui pronuncia le frasi che svelano la sua storia, in particolare la paura di tornare nei manicomi, spezzano qualcosa dentro di noi. Non c’è una sola battuta detta che non sia indispensabile, non un movimento fuori posto, l’umanità di cui impregna Nell eleva la materia narrativa molto al di sopra del suo valore standard.

Unico tratto piuttosto faticoso da accettare di Don’t Bother To Knock è la sua presentazione, che punta molto sull’effetto thriller, con rimandi vagamente erotici assolutamente fuori luogo (come la traduzione del titolo in italiano, La tua bocca brucia). Fa riflettere che nessuno sapesse valorizzare il talento irripetibile della Monroe, su di lei lo sguardo sessuato-sessista è l’unico a cui si sia dato credito. Che sia un monito costante.

Auguri, regina Maggie

Potreste averla amata per il suo sguardo al contempo comprensivo, saggio e ironico, oppure per quel sorriso appena compiaciuto che talvolta si fa spazio in un volto attento a non tradire mai troppo. Potreste averla adorata come maga intelligente e integerrima, come anziana duchessa dalla lingua tagliente, come suora incorruttibile o ancora come ricca signora dell’alta società. Quello che è certo è che l’avete, di sicuro, amata. Maggie Smith, 86 anni oggi compiuti, è una leggenda vivente, la massima esponente dell’arte inglese, luminosa veterana della recitazione da oltre sei decenni in attività.

Non lasciatevi abbindolare dalla sua aria da anziana signora distinta e ormai soddisfatta: Maggie continua a essere in piena attività, regina del mondo dello spettacolo nonostante il passare degli anni, dei decenni, dei (mezzi) secoli. Esplosa fra teatro e cinema negli anni ’60, nel 2019 ha recitato nelle costose vesti di Lady Violet nel film Downtown Abbey, seguito della celebre serie tv. Nell’ultimo decennio, in barba a chiunque possa pensare a ritiro o pensione, Maggie ha creato uno dei più iconici personaggi del piccolo schermo, un’arguta conservatrice dalla grinta e dall’intelligenza sopraffine, vincendo quattro Emmy e estendendo il proprio dominio, iniziato epoche prima. Che sia l’eccezionale Professoressa McGonagall di Harry Potter, la burbera Madre Superiora di Sister Act o la snob dell’iconico Club delle prime mogli, Maggie riesce sempre a rendere un personaggio importante e memorabile, per quanto secondario, soprattutto attraverso gli sguardi e l’enfasi nel pronunciare le proprie battute, per quante poche siano.

Spesso in coppia con un’altra grande Dama del cinema inglese sua coetanea, Judi Dench, Maggie è perfetta nei ruoli di antagoniste, anziane scontrose, personaggi dinamici soggetti al cambiamento. La sua scontrosa assistente di Bette Davis in Assassinio sul Nilo (1978) ne è un esempio così come la Lady Hester del raffinato Un tè con Mussolini (1999) o la conflittuale Diana, attrice frustrata di California Suite (1978). In Camera con vista (1985) bellissimo adattamento di Ivory del romanzo di Forster, è l’incarnazione dell’insopportabile cugina Charlotte, ma il suo ruolo migliore in assoluto è assai posteriore, a parer mio.

Nel 2015 Maggie è stata infatti la senzatetto vicina di casa del celebre drammaturgo e scrittore Alan Bennett in The Lady In The Van, una delle più irriverenti e sarcastiche commedie inglesi degli ultimi tempi, in cui il personaggio della Smith brilla di complessità, orgoglio, follia e commozione grazie a una prova recitativa senza eguali, che ci conferma quello che spesso viene detto: there is nothing like a dame. Auguri Maggie.

Timothee, Timothee

Ah, Timothee, rubacuori, volto d’angelo, attore dal talento incredibile quasi oscurato dal suo fascino. Timothee fenomeno popolare, nuovo divo della Hollywood che ormai non ha più uno star system da mezzo secolo eppure continua a sfornare stelle la cui luce illumina gli schermi, le riviste, gli occhi di mezzo mondo. Al di là della enorme portata del fenomeno-Timothee, ciò che mi preme è sottolineare: quanto è bravo questo ragazzo? Questo 25enne dall’aria innocente è uno degli attori più convincenti e naturalmente dotati dell’ultimo decennio. Eccovi quindi 7 film da vedere o aspettare con Timmy solista assoluto: stiamo pur sempre parlando di uno dei più giovani candidati all’Oscar di sempre. Buon compleanno Timmy, va e stendili tuttə

Lady Bird

Un film sull’adolescenza onesto come pochi, con protagonista la fantastica Saoirse Ronan, scritto e diretto da Greta Gerwig, Lady Bird nel 2017 ha stregato tuttə e Timmy, nel ruolo di un ragazzo fascinoso, misterioso, carismatico e sicuro di sé, ha messo un primo tassello nella costruzione di una carriera in ascesa.

Chiamami col tuo nome

Capolavoro di Guadagnino, solo per la colonna sonora e gli splendidi paesaggi, Chiamami col tuo nome meriterebbe di essere visto, ascoltato e amato. Se poi ci aggiungiamo la storia scritta da Aciman, amore impossibile e tremendamente emozionante fra Elio e Oliver, ecco che Call me by your name diventa IL film per eccellenza, con Timothee eccezionale in ogni singola inquadratura.

Piccole donne

Il Laurie perfetto: divertente, giocoso, affascinante, con la vaga aria di un dandy, Timmy è l’incarnazione del personaggio nato dalla penna di Louisa May Alcott nell’adattamento cinematografico del 2019 firmato Greta Gerwig. Ancora una volta compagno di schermo di Saoirse (Jo), con cui la chimica è eccellente, Timothee fa parte di un cast stellare, interagendo con una dispotica Meryl Streep (zia March), una splendida Emma Watson (Meg) e l’effervescente Florence Pugh (Amy) in uno dei migliori film dello scorso anno.

Un giorno di pioggia a New York

Okay, Woody va proprio cancellato, ma Un giorno di pioggia a New York è un gioiellino di film. Una commedia divertente e molto parlata, con un’autoironia notevole e una serie di protagonisti eccezionali. Timothee è Gatsby, studente brillante e svogliato che accompagna la ragazza, Elle Fanning, a New York per un’intervista con un famoso regista, per poi ritrovare la vecchia cotta, la caustica Selena Gomez. Romantico nel suo essere disincantato, un gran film con un grandissimo cast di attrici e attori giovanissimi.

Dune

Rimandato al 1° ottobre 2021, Dune è fra i film più attesi del prossimo anno, un kolossal con un ricco cast e effetti speciali già da brividi, con Timmy nell’impegnativo ruolo di un eroe in un futuro post-apocalittico e pericoloso. Collega di Zendaya, Javier Bardem, Oscar Isaac e Rebecca Ferguson, Timothee potrebbe fare un ulteriore salto di qualità in un progetto così ambizioso e curato.

The French Dispatch

Il genio di Wes Anderson, la cui regia scattante, fantasiosa e sorprendente ha creato capolavori come Grand Budapest Hotel, avrà modo di splendere in The French Dispatch, nuovo film in uscita (anche in questo caso rimandata causa Covid) l’anno prossimo, con un cast corale incredibilmente talentuoso. Timmy ritroverà Saoirse Ronan, e potrà essere affiancato dalla due volte premio Oscar Frances McDormand, da Adrien Brody, Owen Wilson, Edward Norton e Tilda Swinton. Si preannuncia un gioiellino rarissimo di ironia e estetica.

Don’t Look Up

Personalmente, aspetto questo film con un’eccitazione incontenibile. Il motivo principale è il ritorno sulle scene dopo anni di assenza di Jennifer Lawrence, accompagnata da nientemeno che Leonardo Di Caprio, con sua Maestà Meryl Streep, l’incredibile Cate Blanchett, Jonah Hill, Chris Evans e addirittura Ariana Grande a chiudere un cast senza eguali negli ultimi vent’anni. Il film, satira politica di Adam McKay, parla di due scienziatə che devono avvertire il mondo dell’arrivo di un asteroide che distruggerà la Terra. Timothee, parte di questo progetto attesissimo, non ha ancora un ruolo definitio al pubblico, ma so già che si troverà a suo agio in uno scrpit disastroso-satirico. Le riprese sono iniziate più di un mese fa, e l’uscita potrebbe non essere troppo lontana.

Happiest Season🌈 – Non ti presento i miei

La nuovissima commedia romantica natalizia di Hulu con protagonista Kristen Stewart è il miglior regalo cinematografico da scartare sotto l’albero. Diretta e sceneggiata da Clea DuVall, Happiest Season è una piccola perla, un sospiro di sollievo che è piaciuto tanto anche al di là dell’oceano.

“Ci sarà spazio per noi, un giorno, per vederci davvero sullo schermo. Per me, Happiest Season non è stato questo. Ma ci è andato abbastanza vicino.”

Rachel Charlene Lewis – Bitch Media

Abby, 29enne dottoranda rimasta orfana da adolescente, è sinceramente innamorata di Harper (Mackenzie Davis), con cui convive e che vorrebbe sposare. Il Natale di Abby dovrebbe trascorrere in solitudine, ma Harper decide di invitarla a trascorrere le feste dalla sua famiglia, salvo poi dirle, una volta arrivate, di non aver fatto coming out con i genitori. Il soggiorno si trasforma quindi in un tentativo di nascondere Abby sotto le spoglie della coinquilina orfana e sola. La famiglia di Harper nel frattempo si prepara a una serie di incontri importanti per Ted (Victor Garber), il padre, il quale sta preparando la sua candidatura come sindaco, ai quali provvede la perfezionista e maniacale madre Tipper (Mary Steenburgen), con le sorelle Sloane e Jane rispettivamente nelle vesti della madre di famiglia perfetta e della ultimogenita bizzarra e un po’ lasciata in disparte.

Duvall dovrebbe essere lodata per aver portato una delle più divertenti e scanzonate commedie romantiche queer dell’anno

Linda Marric – The Jewish Chronicle

Happiest Season riesce nell’impresa di essere una commedia con protagoniste due donne lesbiche senza scendere nel drammatico o nello stereotipo, trattando con leggerezza un tema scottante e regalando tanti momenti divertenti grazie anche alla cornice di personaggi quasi surreali e a una Kristen Stewart molto a suo agio e assolutamente convincente nel ruolo di Abby. Considerando il livello medio dei film natalizi, la loro banalità e la non divertente comicità, Happiest Season si distacca fieramente dalla massa, con tanti problemi e tante soluzioni, un positivo messaggio di accettazione e comprensione e un deciso attacco alla politica Don’t Ask Don’t Tell che tanti danni ha fatto negli States. Alcune scene poi, come quella della lotta in corridoio o quelle in cui ci sono Jane e l’amico gay di Abby, John, sono impagabili.

“Funziona. È ben costruito. E i personaggi sembrano reali, o perlomeno realistici.”

Michael Phillips – Chicago Tribune

Insomma, forse anche il cinema ad alto budget sta iniziando a finanziare prodotti non drammatici in cui i personaggi queer non sono solo secondari, macchiette, ridotti alla loro sessualità o peggio ancora non considerati in base ai reali problemi che porta la loro sessualità. Happiest Season sembra un buon primo passo.