Tutto quello che verrà al cinema nei prossimi mesi (speriamo)

2020 funesto per il mondo del cinema, non solo per tutt* coloro impegnati nel girare e produrre i film, ma anche per gli appassionati e le appassionate, private per mesi di nuovi stimoli artistici, con il Covid che ha portato alla chiusura dei cinema in tutto il mondo per diversi mesi e alla cancellazione di tanti dei maggiori festival, tra cui quello storico e fondamentale di Cannes.

Tuttavia, anche in questo campo i passi in avanti non mancano, a partire dallo splendido Festival del Cinema di Venezia, andato a buon fine nonostante la pandemia, in scena dal 2 al 12 settembre, che ha visto Nomadland della regista cinese Chloé Zhao vincere il Leone d’Oro al Miglior Film.

Attesissimo film con protagonista una, dicono, strepitosa Frances McDormand (già vincitrice di 2 premi Oscar), Nomadland uscirà il prossimo 4 dicembre negli States. Ma molte sono le pellicole presentate a Venezia che stanno popolando le sale italiane e non: io ho avuto il piacere di vedere sul grande schermo l’apprezzatissimo Le sorelle Macaluso, scritto e diretto da Emma Dante, e il biopic italo-belga diretto da Susanna Nicchiarelli Miss Marx, di cui parlerò più in là.

Un po’ più dovremo aspettare per vedere quello che si prospetta essere uno dei più interessanti progetti dell’anno, quell’Ammonite diretto da Francis Lee, film in costume con protagoniste Saoirse Ronan e Kate Winslet, nel ruolo di due amanti. Ammonite uscirà il prossimo 13 novembre, stessa data in cui sarà disponibile su Netflix il nuovo film con protagonista Sophia Loren, La vita davanti a sé, storia di una anziana ebrea sopravvissuta all’olocausto che si prende cura di un bambino senegalese. La pellicola, adattamento di un romanzo del francese Roman Gary, è stata diretta da Edoardo Ponti ed è uno dei film che aspetto con maggior impazienza.

Dicembre sarà ricco di scoperte affascinanti, grazie all’uscita dell’attesissimo sci-fi Dune, film diretto da Denis Villenueve con protagonisti Timothee Chalamet e Zendaya, in sala dal 17 di quel mese. Dune, tratto dal romanzo di Frank Herbert, sarà preceduto da The Prom, musical a tema LGBTQ+ diretto e prodotto da Ryan Murphy con le leggende Meryl Streep e Nicole Kidman, disponibile su Netflix dall’11 dicembre.

Respect, biopic della regina del soul Aretha Franklin, con protagonista Jennifer Hudson uscirà invece il 15 di gennaio 2021, mentre la rom-com Marry Me, con Jennifer Lopez e Maluma, sarà in sala dal 12 febbraio. Sempre febbraio dovrebbe essere il mese di French Exit, il nuovissimo film con protagonista Michelle Pfeiffer.

Ancora incerte le date di Mank, film in bianco e nero sullo sceneggiatore Joseph L.Mankiewicz, che si diceva dovesse uscire il prossimo mese su Netflix. Il film è tanto atteso e presenta un cast di stelle, con Amanda Seyfried, Gary Oldman e Lily Tomlin su tutte. Stesso discorso per Pieces Of A Woman, presentato a Venezia, con Shia LaBeouf e Vanessa Kirby, vincitrice della Coppa Volpi alla Miglior Attrice.

Già in sala invece il nuovo, splendido, film di Christopher Nolan, Tenet, con Robert Pattinson e John David Washington. Con un incredibile uso del tempo e degli effetti speciali, Tenet è uno dei progetti più visionari che ho visto al cinema quest’anno.

Avril e il punk (non serio) che fu

File:Avril Lavigne on piano, Italy (cropped).jpg - Wikimedia Commons

C’era una volta una generazione di millennials adolescenti in cerca d’identità che rifiutava le imposizioni ferree e i paletti di una società ossessivamente attaccata a valori, tradizioni e costumi ormai morti e sepolti. Avril Lavigne, quella ragazzina canadese che più che staccarsi dal pubblico ci si identificava e confondeva, è stata un po’ la voce di quella generazione.

Bionda adolescente che al posto delle coreografie preferiva le spinte, al posto dei sorrisi plastificati proponeva parole vere e sentite, Avril era un’outsider, una di quelle ragazze che si staccavano volentieri dagli stereotipi, che criticavano apertamente le personalità fatte con lo stampino, la cosiddetta buona educazione trasformatasi in ipocrisia, i canoni di genere che imponevano alle ragazze di essere più sexy che sincere, più attente all’apparenza che alla sostanza, più legate ad un carattere mansueto piuttosto che ad un’indole giocosa e trasgressiva.

Con quello stile soft punk, con quella musica super rock, con basi di chitarra elettrica, ma mai veramente tale, con il cappellino all’incontrario, la cravatta e i pantaloni a vita bassa, Avril ha saputo esprimere le contraddizioni, il bisogno di rappresentazione, la voglia di divertirsi e di trasgredire di una grossa parte della gioventù nordamericana e globale.

Era facile fidarsi di Avril, quando attraverso i testi delle sue canzoni ti diceva “sono io, sono vera” e ammetteva i propri errori, ammetteva di non aspirare alla perfezione, bensì al divertimento ed indagava se stessa come un essere umano, pieno di emozioni diverse e con la curiosità che è propria di una persona che crescendo matura, impara, si responsabilizza ma non cede al conformismo.

Un po’ era già scritto nella sua stessa immagine, che il fenomeno Lavigne dovesse estinguersi, perché la sua ricerca di basi, la sua trasgressione spensierata, la sua voglia di sperimentazione sono tutte strettamente legate, perlomeno nella cultura popolare, alla giovinezza, e destinate ad essere sostituite o a risultare meno autentiche se trasmesse da una trentenne. Tuttavia, Katy Perry e il suo Teenage Dream sono un chiaro esempio del contrario.

Insomma, Avril era la voce dei teenager, con le loro fragilità e le loro sempre sottovalutate idee, era la voce degli anni 2000, il miglior decennio della musica pop, a cui si guarda sempre con nostalgia e gratitudine e a cui si torna sempre quando l’usa e getta odierno non riempe più. Finta punk, vera rocker, tremendamente simpatica, dopo aver scritto due capolavori e retto bene il semi-passaggio ad un’immagine più commerciale con The Best Damn Thing, Avril ha perso il suo mordente, ma non il suo talento. What The Hell?, Smile, Wish You Were Here, Tell Me It’s Over ci hanno accompagnato nel nuovo decennio come una vocina dall’accento canadese: “Ehi, sono ancora qui, so ancora esprimere come ti senti con le mie parole, faccio ancora buona musica”.

E così ci ricorderemo per sempre di quella fantastica popstar diversa da tutte le altre, quella che tutti e tutte ascoltavano fino ad una decina d’anni fa, ci ricordiamo di Avril, nel giorno dei suoi 36 anni e le diciamo che anche se adesso non ha più grande seguito, noi siamo con te, come cantava lei.

Gia- un consiglio

Gia Carangi | L | Flickr

Nella mia ricerca continua di arte che mettesse al centro personaggi femminili complessi, ben lontani da ruoli marginali o privi di carisma, ho pensato di dare uno sguardo a Gia, biopic della modella statunitense Gia Carangi, personalità di spicco dell’haute couture mondiale fra gli anni ’70 e ’80.

Gia si è rivelato, fortunatamente, proprio quello che cercavo: una storia su una giovane donna piena di vita, narrata senza filtri o censure così fastidiosamente presenti sul grande schermo. Gia deve tanto della sua riuscita a uno script d’enorme interesse: Gia è stata una donna fenomenale sotto tanti punti di vista: come modella ha saputo unire alla sua incredibile bellezza una notevole dinamicità. Tanti ne hanno parlato come la prima top-model a muoversi al di là delle tradizionali pose. Sessualmente disinibita, lesbica dichiarata, uno spirito libero dotato di una aggressività sulla passerella a cui univa un dualismo nella vita privata: senza filtri e giocosa così come in continua ricerca di affetto, di attenzioni e di una guida.

Gia non si affretta sugli elementi più difficili della vita della protagonista, anzi: ne fa vedere la fragilità, la dipendenza dalla droga, la profonda tristezza al di là del successo professionale. Il declino fisico e spirituale di Gia, la sua lotta persa contro la dipendenza, l’avanzare della tremenda malattia che le toglie la vita prematuramente, la volontà di far comprendere le terribili conseguenze dell’assuefazione da droghe pesanti. Essere malate di AIDS, ed esserlo negli anni’80, era una doppia croce da cui era impossibile uscire se non dopo indicibili ed incomprensibili sofferenze.

Il ritratto che emerge della Carangi, al di là di quanto detto dai suoi parenti, è di una ragazza piena di iniziativa, coraggio e amore, ma profondamente immatura ed incapace di badare a se stessa: che una persona così ricca di vitalità abbia perso in una così giovane età la possibilità di crescere, di realizzarsi, di essere interamente felice, spezza il cuore.

Ritornando ciclicamente all’inizio, Gia è un personaggio che dà straordinarie possibilità interpretative, e Angelina Jolie, che aveva solo 22 anni quando si incaricò di questo non facile onere, le coglie tutte. Angelina non è solo bellissima, è strepitosa. Non c’è cosa che non si dia la pena di dimostrare con vigore: l’amore di Gia per la truccatrice Linda, il suo essere sempre bisognosa d’attenzioni, la naturalezza con cui si muove e dice cose che tante altre avrebbero taciuto, la sua vena irriverente. Non è facile interpretare una ragazzina curiosa e impenitente e trasformarla in una giovane donna vittima di demoni troppo spaventosi per essere del tutto superati. Angelina lo fa con egregia naturalezza, tanto da essere premiata con un Golden Globe ed un SAG Award alla miglior attrice in un film per la TV.

Interpretando una donna in evoluzione e dalle mille, tormentate sfaccettature, Angelina ha dimostrato al grande pubblico di essere una grande attrice, e ha reso giustizia ad una donna dalle grandissime qualità, una donna molto più avanti del suo tempo.

Mamma Mia! è il musical perfetto

File:ABBA 2008 Av Daniel Åhs.jpg - Wikimedia Commons

La musica degli ABBA , con le sue molteplici sfumature, lo splendido mare della Grecia, un gruppo di personaggi tremendamente ricchi di vita. Una gioia per i sensi, una commedia brillante, con attori e attrici, soprattutto, strepitosi.

Mamma Mia!, capolavoro di Phyllida Lloyd tratto dall’omonimo musical di Broadway, è il musical dei musical, figlio di un umorismo intelligente e di un ottimismo contagiante. Un film gioioso e vivace, coinvolgente e divertente, luminoso in ogni sequenza, con una colonna sonora perfetta sia per lo sviluppo narrativo sia per la bellezza delle canzoni in sé.

La storia è quella di Donna Sheridan, direttrice di un albergo sulla paradisiaca isola di Kalokairi, intenta ad organizzare le nozze della figlia ventenne Sophie con Sky, ragazzo dell’isola che vorrebbe viaggiare. Ad aiutare Donna ci pensano le storiche amiche Rose, scrittrice di successo, e Tanya, sempre in cerca di nuovi ricchi partiti, ma le cose si complicano quando a Kalokairi arrivano Sam, Harry e Bill, amori di un tempo di Donna, chiamati da Sophie, che crede che uno dei tre possa essere suo padre.

E così si innescano pezzi perfetti uno dietro l’altro, dalla nostalgica Our Last Summer all’irresistibile Mamma Mia!, dall’allusiva Gimme Gimme Gimme! alla dolcissima e divertente Honey Honey, fino a quei capolavori come Dancing Queen, vero inno di libertà, di vita vissuta con intensità e spensieratezza, e Slipping Through My Fingers, strappalacrime come poche altre canzoni e perfette per esprimere tutto ciò che passa dentro l’animo di Donna in previsione delle nozze.

Di Meryl, strepitosa nella salopette di Donna, ne ho già parlato qui, quindi mi limito a parlare del resto del cast. Se la bellissima Amanda Seyfried è l’adorabile Sophie, l’ex James Bond Pierce Brosnan è il peggiore fra gli attori, con Colin Firth e Stellan Skarsgard a completare il terzetto dei padri.

Ma le vere regine dello schermo sono Julie Walters (Rose) e Christine Baranski (Tanya), scatenate nel ruolo delle fate madrine evergreen, con una chimica incredibile sullo schermo e una presenza scenica da popstar.

Insomma, guardate Mamma Mia!, riguardatelo, possibilmente in compagnia. Ballate, cantate, benedite gli ABBA e godetevi la vita, che pochi film come questo possono farvene capire la bellezza e le infinite possibilità.

S.O.B.

Satirico, autobiografico, autoreferenziale, autodistruttivo, carico di una vena polemica che si disperde nella comicità più velenosa possibile, S.O.B. (Son Of a Bitch) è un ritratto di Hollywood privo di filtri, una narrazione da cui emerge un quadro di paranoia, autocompiacimento, lotte interne, materialismo al servizio di un gruppo di uomini e donne prive di scrupoli, sempre pronte a darsi vicendevolmente la colpa dei rispettivi insuccessi e ad affossare l’altro per ottenere qualcosa.

Un film sulla creazione di un film, come tanti ne sono stati fatti nel corso dei decenni (si pensi a 8 e mezzo di Fellini del 1963, o a Il ladro di orchidee (2002) di Charlie Kaufman) ma dissacrante, carico di umorismo e con un gruppo di personaggi che ben poco hanno degli artisti, di creatori in crisi, e sembrano per lo più impostori e ubriaconi.

In effetti è proprio così: se la crisi d’ispirazione è ciò che prende il produttore Felix Farmer, il cui ultimo film è stato un flop colossale tale da rovinargli la carriera, tutto ciò di cui gli altri si preoccupano sono i soldi, gli incassi, la necessità di ridurre al minimo le perdite, la pubblicità.

Blake Edwards, regista e sceneggiatore del film, attinge tanto alla sua esperienza per creare questo progetto disinibito e fortemente critico. Spesso preso da crisi depressive a causa del lavoro, Edwards si prende gioco di se stesso ma anche del sistema che vuole solo successi commerciali e si preoccupa sempre di meno di fare cinema che sia effettivamente comunicazione, arte, che possa influenzare e ispirare, dando più spazio alle mode che alle idee dei registi. Facendo strage del politically correct, Edwards talvolta esagera, ma mostra con limpidezza il cinismo e l’opportunismo dell’industria dello spettacolo, dal potere esagerato dei produttori alla degenerazione del pubblico, che rende un successo un film solo perché vagamente pornografico, dall’arrivismo di chi circonda le star (si pensi al segretario della moglie del protagonista) alla continua incomprensione. Alla fine la maggior parte degli eventi avviene perché nessuno capisce come agire, ed è più facile ricorrere alle orge ed alle droghe che fermarsi a ragionare, o anche solo tentare di preoccuparsi per gli altri.

Edwards sceglie la moglie, la divina Julie Andrews, per poter lavorare ulteriormente sul limite fra realtà e finzione. Julie interpreta Sally, una pluripremiata attrice che deve staccarsi dalla sua etichetta di stella del cinema per famiglie, donna pura, casta, elegante e dolce, recitando nel film erotico del marito e dando scandalo con una scena di nudo. Questo fu un reale problema della vita professionale della Andrews, a cui furono offerte solo parti della “ragazza della porta accanto” dopo l’enorme successo di Mary Poppins e Tutti insieme appassionatamente. “Sporcando” la propria immagine Sally potrebbe far rivitalizzare gli incassi della pellicola, ed allo stesso modo Julie potrebbe mettersi alla prova in contesti differenti e più stimolanti. Di fatto, il film è un ottimo test per provare le capacità comiche della Andrews, che ha grande abilità nel rendere divertenti le scene più estreme (da quella del topless sotto sedativo a quella in cui lancia l’Oscar contro il marito).

Il film è sicuramente un must watch, se non altro perché esistono ben poche pellicole così polemicamente brillanti e apertamente critiche. Ovviamente non mancano i lampi di genio di Edwards, in mezzo a tante sequenze incomprensibili ed evitabili. Tra tutti il migliore momento è il finale, un momento di solennità ed ipocrisia in cui la splendida voce della Andrews si fonde con il grottesco della situazione. Sally sta infatti cantando al funerale della salma sbagliata, ma nessuno sembra accorgersene.

S.O.B., uscito nel 1981, divise la critica all’epoca, fra chi ne parlava come di una “satira di umorismo nero fra le più divertenti fatte su Hollywood” e chi ne criticava regia e soggetto, tanto da candidare Edwards ad un Razzie al peggior regista. Non un successo al box office, S.O.B. riuscì però a strappare una nomination ai Golden Globe come Miglior Commedia.

Insomma, difficile esprimersi senza pericolo di essere contraddetti: a voi la parola.

I 500 migliori album della storia secondo Rolling Stones

Rolling Stones, storica rivista di musica, si era già espressa nel 2003 e nel 2012, ed ora, a otto anni di distanza, ha aggiornato la sua listona dei 500 migliori album di tutti i tempi.

Ovviamente la classifica presenta limiti enormi: è molto americano-anglo-centrica, molto poco volta a valorizzare determinati generi e la decisione di stilare un posizionamento potrebbe non essere una scelta eccellente, viste le difficoltà nel trovare dei criteri universalmente accettabili. Tuttavia resta un importante riconoscimento per gli artisti e le artiste, per il loro duro lavoro ed inoltre è un ottimo metodo per trovare nuova musica da ascoltare, nuovi microcosmi da scoprire.

Concentrandomi su quello che conosco (parte piccolissima della lista), posso dirmi soddisfatto della presenza di tanti dei miei dischi preferiti. Nello specifico:

Madonna è presente con ben 3 album, Like A Prayer (1989), Ray Of Light (1998) e The Immaculate Collection (1990), a tutti gli effetti tre capolavori della musica pop del secolo scorso nonché i migliori tre lavori di Madge. Forse un posticino lo avrebbero meritato pure American Life (2003) e, per l’influenza avuta, Like A Virgin (1984).

Di Lady Gaga è stata scelto quel gioiellino di Born This Way (2011), meritatamente incluso, mentre è rimasto fuori The Fame Monster (2009), il cui inestimabile valore di cambiamento dei canoni della musica pop avrebbe meritato un riconoscimento.

The Emancipation Of Mimì (2005), riscatto commerciale e picco artistico di Mariah Carey, è stato inserito giustamente. Trainato dalla splendida ballad We Belong Together, l’album è spesso stato definito come uno dei migliori della cantante americana.

Subito al primo colpo ha fatto centro Billie Eilish, la neanche 19enne nuova reginetta degli States: il suo viaggio nell’onirico, nello spaventoso, nel gotico e nel personale When We All Fall Asleep, Where Do We Go? (2019) è subito diventato un connubio di musica commerciale e opera artistica di carattere rivoluzionario.

Rivoluzionario è stato l’apporto di Blackout (2007), quinto album in studio di Britney Spears, un progetto cupo che unisce tematiche molto personali a sonorità elettroniche e che ha poi influenzato l’intero panorama pop dello scorso decennio. “Take your broken heart, make it into art”: solo Britney poteva farlo in questo modo.

Ben due gli album in classifica di Taylor Swift, il cui lavoro in Red (2012) e 1989 (2014) è stato lodato dalla critica di tutto il mondo. Inutile aggiungere altro: i due progetti sono il meglio del meglio che si può trovare andando a scavare nella musica leggere degli ultimi 10 anni.

Fa doppietta anche Beyoncé, presente sia con l’omonimo album del 2013 che con Lemonade (2016). Cambiando radicalmente il proprio stle, volto fino ad allora molto più al pop ed a un R&B leggero e contemporaneo, Beyoncé ha scelto l’hip-hop e l’influenza delle sonorità africane per dare voce alla lotta femminista, all’autocoscienza, al bisogno di protezione della comunità nera americana, creando un connubio di arte e sociale non indifferente.

Rihanna è presente grazie ad Anthi (2016), il suo album più strutturato ideologicamente e meno puramente commerciale, mentre Shakira è nella lista con il suo secondo lavoro, in spagnolo, ¿Dònde Estàn Los Ladrones? e Lana Del Rey con il bellissimo Norman Fuckin Rockwell! (2019), lavoro pieno di testi nostalgici, ricchi di una tenerezza particolare e di un disincanto mai vero, candidato tra l’altro a due Grammy Awards.

Ovviamente non potevano mancare Back To Black (2006), capolavoro di Amy Winehouse trainato da pezzi struggenti come la title track e Rehab, e l’album di maggior successo del secolo, 21(2011) di Adele, con le sue ballad cariche di romanticismo, tensione, rimorso, nostalgia e risentimento.

Felicissimo che sia stato dato spazio anche a Harry Styles ed al suo piccolo gioiello Fine Line (2019), che è uno dei miei album preferiti, alla leggendaria Dolly Parton, presente con Coat Of Many Colors (1971) e alla Voce Whitney Houston, il cui album in lista è quello di debutto, eponimo, del 1985.

Tra le più presenti in assoluto c’è la Regina del Soul Aretha Franklin, con ben 4 titoli: I Never Loved a Man The Way I Love You (1967), Lady Soul (1968), Amazing Grace (1972) e Young, Gifted and Black (1972). Say A Little Prayer, Chain Of Fool, Natural Woman, Ain’t No Way: come non inserire questi capolavori, che hanno fatto la storia di un paese e più?

Le icone queer George Michael e i Queen sono in classifica grazie a Faith (1987) e A Night At The Opera (1975), prezioso progetto barocco in cui musica ed epica si fondono.

She’s So Unusual (1983) di Cyndi Lauper, l’album di Girls Just Wanna Have Fun e Time After Time, è in classifica con merito, così come The Definitive Collection (2001), raccolta del meglio della spettacolare ed intramontabile band svedese, gli ABBA. Il re del Pop, Michael Jackson, è presente con Bad (1987)e Thriller (1982), pietre miliari della musica, così come quelle di Etta James, At Last! (1961) e dei Nirvana, MTV Unplugged (1994) e Nevermind (1991).

Chi è stato dimenticato?

A mio parere qualche lacuna c’è: Stripped (2002) di Christina Aguilera su tutti, ma anche The Bodyguard Soundtrack (1992) di Whitney Houston, Funny Girl (1968) di Barbra Streisand e thank u, next (2019) di Ariana Grande.

Le candidature ai Billboard Music Awards 2020

I Billboard Music Awards sono giunti alla loro decima edizione, dopo la rinascita avvenuta nel 2011, e quest’anno l’evento si preannuncia carico di significato, visto che, a causa della pandemia globale, le maggiori cerimonie musicali hanno incontrato degli stop forzati e lunghi rimandi a date da destinarsi.

Organizzati dalla celebre e sempre aggiornatissima rivista musicale Billboard, punto di riferimento dell’industria video-musicale statunitense da ormai oltre un secolo, i Billboard Music Awards premiano l’eccellenza in campo artistico, basandosi soprattutto sul successo commerciale dei candidati, considerando il periodo di tempo che va dal marzo del 2019 al marzo del 2020. Sono quindi rimasti fuori dalle candidature di quest’anno alcuni splendidi progetti come Chromatica, gran ritorno di Lady Gaga, e Folklore di Taylor Swift, oltre all’apprezzatissimo Future Nostalgia di Dua Lipa.

Tuttavia il gran lavoro di alcune delle stelle del pop non è passato inosservato, anzi. A far da padrona è ancora una volta Billie Eilish, in testa con 12 candidature tra cui quelle come Top Artist, Top New Artist, Top Female Artist, Top 200 Artist e Top Hot100 Artist. Billie, vincitrice di 5 Grammy a inizio anno per quel piccolo gioiello gothic-pop When We All Fall Asleep, Where Do We Go?, è seguita a ruota libera da Lizzo, la star che unisce R&B a hip-hop e pop, candidata in ben 11 categorie, grazie soprattutto a Truth Hurts, nominata come Top Radio Song, Top Selling Song e Top Rap Song.

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I just wanna thank God. And thank YOU. @bbmas @billboard

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Continua a mietere successi, nonostante la breve durata, l’era Lover per Taylor Swift, che ha ottenuto 6 candidature tra cui quelle di Top Artist e Top Female Artist. Taylor in passato ha vinto ben 23 premi, risultando seconda nella storia solo a Drake, a quota 27.

Top Female Artist che è la categoria più contesa dell’anno, con anche Ariana Grande nominata: nonostante non abbia fatta uscire nuova musica, eccezion fatta per i duetti, entro primavera 2020, Ariana ha strappato 3 nominations, tra cui quella di Top 200 Album grazie a thank u, next.

Se fra le nuove leve spicca Lil Nas X con 13 candidature, della vecchia guardia son presenti ancora Beyoncé, candidata come Top R&B Female Artist e Top R&B Album, P!nk, in lizza per il Top Tour e Mariah Carey, candidata nella speciale categoria Billboard Chart Achievement, dove si scontrerà con Harry Styles, snobbato nelle altre categorie ma in odore di Grammy 2021. Altra importate nomination per Yungblud, candidato per la Top Rock Song grazie alla collaborazione con Machine Gun Kelly e Travis Baker I Think I’m Okay.

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strawberries 🖤🍓🖤

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Tutto tace per ora sulle performance, vero centro d’interesse della serata, ma si parla insistentemente di un nuovo duetto sulle note di Rain On Me da parte di Lady Gaga e Ariana Grande, ed è facile prevedere che almeno una fra le più nominate (Lizzo, Billie, Taylor) si aggiunga alla lista.

I Billboard Music Awards si terranno il prossimo 14 ottobre al Dolby Theatre di Los Angeles. Le aspettative sono alte.

Yentl

“Immagina che studiare sia tutta la tua vita, che tu voglia imparare ma non possa farlo per qualche strana legge, che per esempio impedisca ai ragazzi con gli occhi marroni di studiare, tu lo faresti lo stesso? Ti nasconderesti e mentiresti per poterlo fare”

Yentl è tante cose: è la storia di una ribelle, di una pioniera, è una fiaba realistica, una storia di formazione ed è anche una storia d’amore. Un musical, un film in costume, un dramma e una commedia, Yentl segue le regole di tanti generi diversi che si fondono per dare vita ad una storia di fondamentale importanza.

Fondata su un rapporto con la tradizione a metà fra il rispetto e l’ammirazione e la voglia di riscatto, Yentl è la storia di una ebrea polacca, figlia di un rabbino, che studia in segreto il Talmud, raccolta di commentari della Bibbia alla base della religione ebraica, e rifiuta di sposarsi. Quando il padre muore Yentl decide di non conformarsi alla società del suo tempo e, fingendosi un ragazzo e assumendo il nome del fratello morto, va a studiare in una yeshiva, dove incontra Avigdor, con cui stringe una fortissima amicizia.

Attraverso una serie di splendide canzoni Yentl esplicita l’interiorità della sua protagonista, ne rende chiari i sentimenti, spesso contrastanti, l’insicurezza iniziale, la mancanza di una guida (la bellissima Papa Can You Hear Me?), l’amore che cresce nel suo cuore ed il senso di inadeguatezza. La musica quindi non è centrale, eppure è fondamentale, perché aiuta a far a meno delle parole per scrutare dentro Yentl.

Yentl di per sé poi è un personaggio incredibile. Una donna che rifiuta il ruolo di moglie, madre e casalinga perché spinta da un desiderio di conoscenza, di illuminazione spirituale e mentale è un bene per il grande schermo, fa luce sulle reali e possibili necessità delle donne di trovare realizzazione in tutte le sfere delle propria vita, senza essere ridotte solo a quella sentimentale. Yentl rischia tutto per poter vivere in mondo indipendente e dimostra di essere abbastanza intelligente e determinata da avere successo nel proprio campo, smentendo in modo inequivocabile i rigidi pregiudizi e la divisione di ruoli propri della comunità ebraica (e non solo) di inizio ventesimo secolo.

Ma non è solo questo il lato più interessante di Yentl. Il rapporto di Yentl con la dolcissima e bella Hadass, promessa moglie di Avigdor, è uno dei punti meglio riusciti del film. Andando al di là dell’invidia e della gelosia, Yentl riesce a conoscere davvero Hadass, a comprenderne le qualità e a stabilire con lei un rapporto di affetto commovente e necessario alla realizzazione a tutto tondo del personaggio Yentl, così come il suo rifiuto di Avigdor per mantenere la propria libertà. Yentl deve ancora imparare tanto sulla vita, ma non compromette nel farlo la propria indipendenza: questo è il messaggio più importante del film.

Opera magna di Barbra Streisand, Yentl costituisce una pietra miliare della filmografia universale essendo il primo film diretto, co-scritto. co-prodotto ed interpretato da una donna, la nostra inarrivabile Barbra, che canta pure l’intera colonna sonora. Come disse Shirley McLaine, “Se avesse potuto cucinare l’avrebbe fatto”. La regia di Yentl è la parte più bella del film: le inquadrature, che siano primi piani di statue in un giorno di pioggia o mezzi-piani di interni carichi di libri con un colore assai poco saturo, rendono la storia più scorrevole e danno molte informazioni in più sulla personalità dei personaggi. Per il suo lavoro egregio, lodato da decine di esperti del settore, come il famoso e già allora pluripremiato regista Steven Spielberg, Barbra fu premiata con il Golden Globe alla Miglior Regista, la prima ed unica donna a ricevere il riconoscimento. Nel discorso di ringraziamento, Barbra usa il suo tempo per sottolineare la sua speranza, il suo voler credere che questo riconoscimento sia un passo in avanti per dar maggiori possibilità ed occasioni alle registe donne in film di alto budget. Una pioniera nei film così come nella vita reale.

Yentl, per l’importanza data al mondo ebraico, alla questione dell’istruzione femminile e per il successo della colonna sonora, è diventato un cult di notevole influenza, un film sottostimato e molto spesso trascurato: non è una delle pellicole buone solo per i fan della Streisand, come dice qualcuno, ma un pezzo di storia cinematografica non indifferente.

Io sono Malala

“Com’era possibile che quella gente, nel XXI secolo, impedisse a più di cinquantamila ragazze di studiare?”

Malala Yousafzai ha iniziato ad essere un’attivista per i diritti delle studentesse pakistane quando aveva solo undici anni: non si è mai troppo giovani per fare qualcosa di giusto, e Malala lo ha capito. Scriveva in un blog a favore dell’istruzione femminile che veniva diffuso dalla famosa rete britannica BBC. Divenendo sempre più famosa e apprezzata, ha iniziato a tenere conferenze ed interviste, spostandosi per il Pakistan con il padre, Zauddin Yousafzai, anche lui fervente attivista per la parità di diritti nell’istruzione. Tutto questo fino al momento in cui non è stata aggredita.

Il 9 ottobre del 2012, quando Malala aveva solo 15 anni, alcuni terroristi talebani le hanno sparato, ferendola alla testa, sul pullman di ritorno a casa dalla scuola. Malala è riuscita a sopravvivere solo grazie al trasferimento in Inghilterra, dove è stata ricoverata per ben tre mesi, dovendo affrontare due operazioni chirurgiche e riportando gravi danni al lato sinistro del volto.

Io sono Malala è il racconto di una sopravvissuta, il cui valore di simbolo di sopravvivenza è ampiamente superato dalle sue azioni e dalle sue parole prima e dopo l’attentato. Scritto in collaborazione con la giornalista inglese Christina Lamb, il libro copre l’intera, giovane, vita di Malala, partendo dalla giovinezza del padre, Ziauddin, uomo fortemente carismatico e con una grande passione per lo studio, che ha fondato più scuole e lottato per decenni per gli investimenti nell’istruzione. Con uno sguardo molto attento Malala raccoglie i ricordi del padre e li unisce alla storia vissuta e a quella studiata per accompagnare il pubblico in una vera e propria storia del Pakistan, con denunce esplicite alle dittature militari, repressive e allo stesso tempo inefficienti (diciamo così) nel contrastare la minaccia talebana.

Dallo scritto emerge tutto l’amore di una ragazza per il suo paese, per la bella e fiorente valle dello Swat, dove è nata e cresciuta, e in cui non ha potuto fare ritorno dal tentato omicidio. Malala sottolinea le difficoltà, economiche e sociali, del Pakistan e ne critica con un occhio precocemente esperto le politiche assolutistiche e repressive, ma allo stesso tempo ricorda le peculiarità e le straordinarie potenzialità di una terra che ha sentito da sempre come sua.

Con una prosa semplice e senza mai far mancare di capire quanto si sentisse una normale ragazzina, con problemi e gioie a scuola, con le amiche ed in casa, Malala descrive la sua lotta per l’istruzione femminile, il suo rifiuto a lasciare la scuola, i rischi che la sua famiglia si è presa, con decine di minacce di morte, per promuovere l’uguaglianza di genere. Pubblicato per la prima volta nel 2013, Io sono Malala è la storia di una delle più giovani e importanti attiviste del mondo, un’eroina capace di sfidare pregiudizi, odio e violenza, ma soprattutto di superare la paura per inseguire un obiettivo di fondamentale importanza: l’accesso di tutte le bambine e le donne del mondo all’istruzione di ogni livello. Ancora oggi sono più di 70 milioni le bambine che non hanno diritto all’istruzione, nel 2020, in quella che dovrebbe essere una società evoluta su tutti i fronti.

Malala, all’epoca della prima edizione sedicenne, adesso ha ventitré anni, si è laureata all’Università di Oxford in Filosofia e Scienze Politiche, ha vinto il Premio Nobel per la Pace e ha continuato a fare ciò che ha sempre fatto: usare la propria voce per raggiungere un obiettivo importante per il benessere collettivo. I talebani, sfruttando una sbagliata interpretazione del Corano, hanno passato anni a sminuire le donne, sostenendo che il loro ruolo fosse quello di madri e figlie devote, costrette a vivere nel purdah, senza scoprire il volto, non potendo uscire liberamente, non potendo avere voce in capitolo sulla propria famiglia, sulla propria vita e sulla politica, senza poter ambire a lavori di un certo tipo e dovendo trascorrere la propria esistenza sottomesse agli uomini ed alle loro decisioni.

Oltre ad allegarvi il discorso tenuto da Malala in occasione della consegna del Nobel nel 2014, ho voluto condividere l’intervista fatta dall’attrice e attivista femminista Emma Watson alla giovane Yousafzai in occasione della presentazione del documentario He Named Me Malala nel 2015, in cui le due parlano di uguaglianza di genere, di discriminazione in tutti gli ambiti, per il genere, l’etnia e la religione, e della difficoltà e delle piacevoli scoperte di Malala nel passare dalla vita nello Swat a quella a Birmingham.

Tanti auguri, Donna Sophia

Sophia Loren Femminile Ritratto - Foto gratis su Pixabay

Una leggenda vivente, praticamente l’unica rimasta della generazione del cinema d’oro. L’American Film Institute l’ha posizionata fra le venticinque migliori attrici di sempre, l’unica della lista ad essere presente ai giorni nostri. Monumento del cinema italiano, musa di Vittorio De Sica, che l’ha diretta in otto splendidi film, diventati classici della settima arte, Sophia è diventata l’icona dell’Italia all’estero, riuscendo a sfondare ad Hollywood e divenendo la più celebre e premiata attrice italiana di sempre.

Credo che pochissime altre interpreti abbiano avuto l’occasione di lavorare con un così grande numero di artisti straordinari: oltre a De Sica e Marcello Mastroianni, con cui ha diviso ben 12 film, Sophia è stata collega di Cary Grant in Un marito per Cinzia (1958), di Clark Gable ne La baia di Napoli (1960), Paul Newman in Lady L (1965), George Peppard (famoso per Colazione da Tiffany) in Operazione Crossbow (1965), Gregory Peck in Arabesque (1966), Marlon Brando ne La contessa di Hong Kong (1967) e Omar Sharif in C’era una volta (1967). Diretta da geni come Charlie Chaplin, George Cuckor, Dino Risi, Mario Monicelli, Ettore Scola e Lina Wertmuller, Sophia ha iniziato la propria carriera fra concorsi di bellezza, fotoromanzi e comparse più o meno consistenti, per poi assumere il nome d’arte ormai conosciuto dappertutto nel 1952.

In 68 anni di carriera Sophia ha preso parte ad oltre 75 film fra grande e piccolo schermo, dandosi tantissimo da fare fino al 1979, per poi centellinare le proprie performance. Performance a dir poco straordinarie. Perfetta come bella popolana o affascinante contadina, con il suo spettacolare dialetto napoletano (è nata a Roma ma cresciuta a Pozzuoli), Sophia è saputa passare da ruoli di bella imbrogliona in commedie all’italiana come Peccato che sia una canaglia (1954), Pane, amore e… (1955) e Ieri, oggi e domani (1963) a ruoli impegnativi e drammatici come in La ciociara (1960), che le valse il premio Oscar ed il Prix d’interpretation feminine a Cannes, La Caduta dell’impero romano (1964), o nello splendido adattamento di Voce Umana (2014), che le valse un David speciale, toccando la perfezione interpretativa nel capolavoro Matrimonio all’Italiana (1964) per cui ha vinto un David di Donatello e ottenuto la sua seconda candidatura al Premio Oscar.

Che dovesse essere sensuale come Donna Sofia, spensierata come Adalina, bugiarda come Lina, affascinante come Natascha, onesta come Mara, Sophia è sempre riuscita a creare dei personaggi dinamici, sempre pronti ad evolversi, ad imparare, recitando sia con il corpo che con il volto, con i gesti e con le risate, con gli sguardi di quei bellissimi occhi verdi-nocciola e con la voce sempre pronta ad alzarsi o rilassarsi a seconda delle necessità.

Irresistibile, carismatica, di una bellezza anticonformista e parzialmente mediterranea, Sophia ha attraversato i decenni costruendosi una delle più intense e memorabili carriere cinematografiche, con un entusiasmo genuino, una grandissima professionalità e quel modo di fare fra l’aristocratico ed il popolare che la rende tremendamente simpatica.

Vincitrice di 2 Premi Oscar, 5 Golden Globes speciali, 10 David di Donatello, 3 Nastri d’argento, di un BAFTA, dell’Orso d’oro a Berlino, della Coppa Volpi a Venezia e del Leone d’Oro alla carriera, Sophia ha unito al talento un ottimo occhio per le buone sceneggiature, divenendo la Regina d’Italia.

“Quando si muove, quando cammina, è l’Italia che cammina”

Roberto Benigni su Sophia Loren

Auguri Donna Sophia, napoletana del mio cuore. Nell’Olimpo del cinema la tua stella brillerà per sempre.