Sotto accusa – La piaga dello stupro è frutto della società non femminista

La sera del diciotto aprile 1987 la giovane Sarah Tobias viene stuprata da tre uomini in un locale. Le sue braccia sono bloccate, la bocca tenuta chiusa, e tanti altri uomini incitano i tre. Quando denuncia l’accaduto, Sarah, sostenuta dell’avvocatessa Kathryn Murphy, si trova a dover fronteggiare un muro di omertà, colpevolizzazione della vittima e misoginia, proseguo di un incubo iniziato il diciotto aprile. Questa è la sinossi e l’inizio di Sotto accusa, film del 1988 che con estremo realismo mostra tutte le criticità, le complessità e il dolore che una situazione del genere comporta.

Sotto accusa è un film non importante, ma fondamentale, prezioso, da salvaguardare e da far vedere. Come scritto alla fine del film, ogni sei minuti negli Stati Uniti viene denunciato uno stupro. Uno ogni sei minuti. La sceneggiatura curata da Tom Toper ha dato al cinema mainstream la prima sequenza di uno stupro realistico, traumatizzante e che soprattutto denuncia lo stupro come arma politica, come fenomeno non solo di disumanità personale, ma anche come risultato di una mentalità alimentata dalla misoginia, l’oggettivazione della donna e la volontà di sopraffazione. C’è tanto di ciò di più mostruoso al mondo in questo film, non è facile guardare, non è facile trattenere la rabbia, la nausea, la commozione, non si può tenere fuori un sentimento di devastante paura guardando Sotto Accusa.

Ancora oggi nei casi di molestie sessuali e stupri anziché chiudere in prigione per sempre l’uomo si mette in dubbio la parola della donna. No, non importa come fosse vestita, se avesse bevuto o se stesse ballando con il suo violentatore. Niente di tutto questo conta, conta solo il fatto che la nostra società insegna all’uomo che tutto è in suo diritto, e lascia che la donna debba vivere nel terrore.

“Questa performance non ha solo ottenuto un Oscar. Ha avuto accesso ai cuori di ogni donna che abbia dovuto subire l’orrore dello stupro e la continua ingiustizia di combattere contro il pregiudizio e un sistema legale fondato dal patriarcato.”

Keeva Stratton – rescu

Sotto Accusa è una testimonianza, dà valore alle voci delle vittime e soprattutto denuncia attivamente tutte le falle del sistema giudiziario. Jodie Foster è al di là dell’umana bravura nella parte di Sarah Tobias, il suo Oscar non basta a rendere l’idea del range di emozioni e della credibilità che ha dimostrato, spalleggiata da Kelly McGillis nel ruolo di Kathryn Murphy. Vorrei chiudere questo articolo con le parole che la Foster ha usato nel suo discorso di accettazione dell’Oscar :”la crudeltà è umana ed è un fattore culturale, ma non per questo deve essere ritenuta accettabile, ed è di questo che questo film parla”.

Il racconto dell’ancella- la distopia magnifica di Margaret Atwood

Qualcuno ha scritto che Il racconto dell’ancella, romanzo distopico pubblicato per la prima volta nel 1985 e ritornato in grande stile grazie al successo della serie TV basata sulla sua storia, è persino più capace di cogliere il momento rispetto a 1984. I confronti lasciano sempre il tempo che trovano, ma in questo caso aiutano a capire lo spessore di una storia, e di una cantastorie, che toglie il fiato.

“[…]lo vedo mentre scendo le scale, tondo, convesso, uno specchio che è come l’occhio di un pesce, e con dentro me, un’ombra deformata, una parodia di qualcosa, una figura da fiaba in mantello rosso, che si avvia verso un momento di noncuranza che è identica al pericolo. Una suora inzuppata nel sangue.”

Margaret Atwood – Il racconto dell’ancella

Narrato in prima persona come una sorta di reportage a posteriori, Il racconto dell’ancella è ambientato presumibilmente a fine anni Novanta, negli Stati Uniti. L’ancella, di cui ci è dato il nuovo nome, Offred (patronimico che è tra le invenzioni, o rivisitazioni, più calzanti della Atwood) vive in una società profondamente cambiata da un colpo di stato attraverso cui si è instaurata una teocrazia che ha reso le poche donne fertili delle schiave sessuali (ma in modo assai diverso da come si possa pensare) degli attempati uomini le cui mogli hanno perso la possibilità di procreare. Tuttavia, anche nelle società più impenetrabili c’è sempre una crepa.

“Noi eravamo la gente di cui non si parlava sui giornali. Vivevamo nei vuoti spazi bianchi ai margini dei fogli e questo ci dava più libertà. Vivevamo negli interstizi tra le storie altrui.”

Margaret Atwood – Il racconto dell’ancella

Dopo averne sentito parlare per anni, mi sono avvicinato a questo romanzo con una feroce curiosità, e l’ho divorato perché, a mio avviso, è impossibile non farsi risucchiare dalle dinamiche interne di un libro così ben scritto e con una storia così potente. Margaret Atwood sa come catturare il pubblico, iniziando in media res e introducendo come già note delle figure e dei riti (le Ancelle, le Marte, la Partocucizione) e rendendo tutto più chiaro con il procedere di una narrazione che va avanti e indietro e si dice subito soggetta alle emozioni e allo svanire dei ricordi della sua narratrice e protagonista.

“Amavo mia madre, sebbene i nostri rapporti non fossero mai stati facili. Lei si aspettava troppo da me. Si aspettava che io rappresentassi la conferma delle scelte che aveva compiuto, ma io non volevo vivere la mia vita secondo i suoi principi, Non volevo essere la figlia modello, l’incarnazione delle sue idee”.

Margaret Atwood – Il racconto dell’ancella

Proprio l’Ancella rende questo romanzo pieno di umanità. La Atwood sconvolge creando un mondo che altro non è che il passato, ma proiettandolo nel futuro, così che l’indignazione per la disumana condizione di vita di queste donne sia in qualche modo ancora maggiore. La sua distopia è intrisa di una sottile denuncia al sistema che fa sì che, nel suo descrivere una società misogina e ipocrita, Il racconto dell’ancella sia un manifesto femminista che allarma sui pericoli della contemporaneità.

Mary Poppins Return☂️

Il problema è nella regia: qualsiasi cosa firmata Rob Marshall (Chicago, Into The Woods) ha in sé le tutto quello che serve a farmi star bene. Però, nel caso di Mary Poppins Returns, il film è bello davvero, oltre ogni inclinazione verso i musical.

Se avete amato l’originale, la storia della tata magica che salva la famiglia Banks con la sua pragmaticità e la sua grande saggezza, adorerete il seguito. Mary Poppins torna ad aiutare i piccoli Banks, Georgie e John e la piccola Annabel, figli di Michael, il bambino un tempo accudito, ora vedovo e con il rischio di rimanere senza casa.

Aiutati dall’acciarino Jack (il Lin Manuel Miranda di Hamilton) e da personaggi d’eccezione come la cugina Tootsy, la signora dei palloncini (interpretate rispettivamente da una funambolica Meryl Streep e dalla leggendaria Angela Lansbury) e l’anziano banchiere a cui dà il volto quel Dick Van Dyke che cinquantaquattro anni prima era stato Bert lo spazzacamino, figli e figlie impareranno la spensieratezza e il buon senso, mentre il padre metterà da parte orgoglio e pessimismo riscoprendo la migliore parte di sé.

Oltre alla gran dose di serotonina e positività derivanti dai messaggi trasmessi dai consigli della tata più magica del Regno Unito, Mary Poppins Returns brilla di spettacolari numerosi musicali, coreografie, costumi adatti e una splendida protagonista. Emily Blunt, ironica, inamovibile, intelligente, è la perfetta attrice per onorare la prima Mary, la grande Julie Andrews. Un musical (cinque candidature agli Oscar) di grande bellezza estetica e profondi contenuti.

Indovina chi viene a cena

Katharine Hepburn 1907 - 2003 | From "Suddenly Last Summer" … | Flickr
Katharine Hepburn

Canto del cigno di Spencer Tracy, morto due settimane dopo la fine delle riprese, Indovina chi viene a cena è stato l’ultimo film della coppia d’oro del cinema statunitense, che aveva in trent’anni girato dieci film di successo. Diretto da Stanley Kramer e scritto direttamente per lo schermo, è un film che va contestualizzato.

Spencer Tracy | Classic Film Scans | kate gabrielle | Flickr
Spencer Tracy

Praticamente inascoltabile nella versione italiana, in cui viene usata la n word con semplicità, Indovina chi viene a cena è uscito nel 1967, e ha il pregio di aver smascherato con brillantezza l’ipocrisia del liberalismo bianco e aver trattato con realismo un problema complesso, grazie a una sceneggiatura molto focalizzata e ben caratterizzante. Christina e Matt Drayton, coppia di progressisti bianchi avanti con gli anni, sono messi in crisi quando la figlia, Joanna, torna a casa dalle Hawaii e dice loro che sta per sposare l’uomo che ha portato con sé, John Prentice, un dottore nero.

1-a-patch-of-blue-sidney-poitier-1965-everett | James Joel | Flickr
Sidney Poitier

Nell’arco di mezza giornata vediamo quindi le esitazioni, le incertezze e le contraddizioni dell’alta borghesia intellettuale bianca. Potrebbe sembrare un film eccessivamente verboso, con un’unità di spazio, tempo e azione che rende difficile immaginare la notevole scorrevolezza che invece il film ha, cambiando in continuazione i beat: dallo shock iniziale alla progressiva accettazione fino alla comprensione dei propri limiti, per arrivare al confronto diretto con i genitori di Prentice.

La regia di Stanley Kramer, poi, è una delle migliori che io abbia visto: in ciascuna inquadratura ogni personaggio ha il suo posto, riempie un vuoto e gli dà significato con la propria presenza. Spesso è Christina, che entra in una posizione arretrata rispetto a Matt, come se lo guardasse, sapesse che il percorso di lui è più tortuoso. Le prove del cast sono l’altro elemento di grandezza: Katharine Hepburn, che si rende protagonista di una memorabile scenata antirazzista, è dolce e commovente, in una parte più distante dalle sue usuali, con Spencer Tracy e Sidney Poiter nei ruoli di Matt e John.

Candidato a dieci premi Oscar, con vittorie per la Hepburn (secondo Oscar all’epoca) e la sceneggiatura di William Rose, Indovina chi viene a cena cattura una necessità: accettare fino in fondo i nostri principi e non smettere mai di confrontarsi con le altre persone.

Il segreto dei suoi occhi- le molteplici vittime di violenza

Poster ufficiale del film

Vittime di stupro e omicidio: sempre troppe, sempre presenti, e ogni volta che se ne parla faccio fatica a continuare. Eppure si deve fare, si deve guardare, parlare, e soffrire, sapendo che non potremo mai comprendere il dolore di chi queste violenze le ha subite e di coloro che sono rimaste in vita per soffrirne. Il segreto dei suoi occhi è un film tratto da un romanzo: fiction, ma fiction che smuove qualcosa in profondità.

Ampiamente criticato, in relazione all’originale adattamento argentino, Il segreto dei suoi occhi è un thriller drammatico che parte con grande lentezza e cresce in un secondo atto intenso e intrigante. Il mistero, l’incertezza e soprattutto la figura concreta dell’antagonista rendono la seconda parte e il finale emotivamente sconvolgente.

Billy Ray, regista e sceneggiatore, sceglie un doppio filo narrativo, tra il 2002, quando la figlia dell’agente dell’FBI Jess è stuprata e uccisa da un giovane informatore del Bureau, e il 2015, quando il partner di Jess, Ray, torna all’FBI convinto di aver ritrovato l’assassino, cercando l’aiuto di Claire, avvocatessa divenuta procuratrice di cui Ray è innamorato.

La storia vale da sé il biglietto, e il senso di ingiustizia e il dolore che trasmette sono tremendi. La violenza, la volontà di sopraffazione maschile, il rifiuto del rifiuto sono espressione chiara non di una singola follia, bensì di una strutturale problematica che altro non è che esasperazione estrema del sessismo. Julia Roberts, commovente fino alle lacrime nel ruolo della madre Jess, avrebbe meritato una nomination importante. Nicole Kidman, nei panni dell’intelligente e capace Claire, costituisce un’altra punta di diamante del trio chiuso Chiwetel Ejiofor, strepitoso nel ruolo dell’ordinario eroe Ray Kasten, che convive con il senso di colpa e con la mancata relazione con l’unica donna che davvero vorrebbe con sé.

Quanta strada dobbiamo ancora fare. L’Internazionale di questa settimana ha riportato l’aumento considerevole delle chiamate al numero anti-violenza da parte delle donne in Italia nell’ultimo anno. Vittime di un sistema che avvalla la violenza, la protegge, pur di mantenere il potere di chi lo ha già.

Tanti auguri Cher, : l’icona attivista dagli anni Novanta a oggi

File:Cher in 2019 cropped.jpg - Wikimedia Commons

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Oggi, all’età di settantacinque anni, guardandosi indietro Cher potrà dire di aver segnato più di tantə altrə gli ultimi sei decenni. Se potessimo sintetizzare il fantastico mondo dello spettacolo in un problema, si potrebbe paragonare alla fase dorata della vita di Siddharta: Hollywood non vuole anzianə, disabilità, comunità queer o minoranze etniche. Bene, se un singolo non può cambiare il mondo, può certamente aiutare a trasformarlo. Così Cher, che abbiamo visto passare dal pop-folk alla televisione fino al cinema, negli anni Novanta inizia quel percorso che la porterà a essere, spesso al di là del suo ruolo di stella multimediale, un’icona senza tempo.

“Tu hai detto che gli uomini non sono una necessità” “Come i dessert- voglio dire, io adoro gli uomini, sono fantastici, ma non hai davvero bisogno di loro per sopravvivere. Un giorno mia madre mi disse <<Sai tesoro, un giorno dovresti sistemarti e sposare un uomo ricco>> e io le ho detto <<Mamma, io sono un uomo ricco>>”

Con queste parole, tratte da un’intervista televisiva del 1996, si può ben capire l’impatto che ha avuto nel femminismo popolare: da quando ha rifiutato le etichette che la ritenevano non seria per le sue scelte stilistiche fino al momento in cui ha rivendicato la propria libertà sessuale ed estetica, Cher ha sempre dimostrato di essere una donna indipendente, contraria a ogni pregiudizio, e mai incline a piegarsi al volere altrui, specialmente quello maschile. Di particolare rilevanza è il film dello stesso 1996, Tre vite allo specchio, un ritratto in tre parti dell’aborto visto da tre donne a distanza di ventidue anni, nel 1952, 1974 e 1996. Cher ha fortemente voluto questo progetto, prendendo parte al delicato soggetto come attrice e regista del terzo capitolo e producendo il tutto. Il film, intelligente e complesso, apre gli occhi sulle difficoltà psicologiche, fisiche e pratiche collegate all’aborto e soprattutto ne rivendica il diritto coinvolgendo emotivamente chi lo guarda.

Di questo periodo è anche l’attivismo per la comunità LGBTQ+. Quando scoprì che il figlio Chaz era omosessuale, diede di matto. Poi, comprendendo il suo errore, si fece promotrice dei diritti della comunità queer molto più di quanto non fosse già prima, venendo premiata anche ai GLAAD Awards (Gay & Lesbian Alliance Against Defametion), e sostenendo lo stesso Chaz nel suo percorso di transizione F to M. Se poi servissero altri motivi per innamorarsi follemente di questa leggenda, basta aprire Twitter e leggersi i cinguettii in maiuscolo contro Donald Trump, la sua ostentata xenofobia e tutti i danni che la sua amministrazione ha compiuto nei confronti delle minoranze.

“Andiamo, pronuncia quelle lettere [LGBTQ ndr] come se le avesse appena imparate! La mia gente non crederà a quello che dice!”

Cher sulle dichiarazioni di protezione della comunità queer dell’ex presidente USA Trump

Come se non bastasse, gli ultimi tre decenni hanno dato modo all’armena più famosa del mondo di regalare alcuni dei momenti più iconici della storia dell’intrattenimento: dall’album Believe, quello del singolo inventore dell’auto-tune, a Closer To The Truth Cher è diventata la regina della dance, ha dato il via a un faraonico tour d’addio durato tre anni fra il 2002 e il 2005, si è esibita seminuda con una parrucca enorme ai Billboard Music Awards 2017, all’età di settantuno anni, ricevendo il premio di Icona. E poi il ruolo di Tess, la capa del club in Burlseque, il film camp/cult con Christina Aguilera, quello di Ruby, la biondissima madre di Donna Sherydan (Meryl Streep) in Mamma Mia! Here We Go Again, il mega tour iniziato nel 2018 e costretto a stopparsi lo scorso anno causa pandemia. E ancora, le canzoni d’autrice, le splendide Walking In Memphis, One by One, Song for the Lonely (per le vittime dell’11 settembre), My Love, Woman’s World.

Prima over settanta a incassare oltre 100 milioni di dollari con un tour, già icona prima che Madonna esordisse e ancora leggenda vivente ai tempi di Billie Eilish, Cher sta per lanciare il documentario in cui è ripreso il percorso che ha fatto per salvare “l’elefante più solo della Terra” e ha oggi annunciato che la Universal sta lavorando al suo biopic. Lunga vita alla Regina.

Tanti auguri Cher, – 3: gli anni Ottanta

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In America c’è un termine specifico per coloro che riescono a distinguersi in più discipline, in particolare ballo, canto e recitazione: si parla di triple treats. Ora, tantissime stelle della musica hanno tentato di passare dal set dei videoclip a quello dei grandi film di Hollywood, ma poche ci sono davvero riuscite.

Cher è forse la migliore tra queste. Nel 1981 la sua carriera non è proprio a un punto morto, ma quasi : a Las Vegas ha una residency redditizia, ma ogni suo progetto, con il marito Gregg Allman o band rock, è fallito. Così, quando ha l’opportunità di recitare in Jimmy Dean a Broadway, non dice no. E fa bene. Da Broadway al grande schermo è un attimo e dopo la versione cinematografica di Jimmy Dean (1982) arriva Silkwood, il film sulla lotta di Karen Silkwood per scoprire la pericolosità della fabbrica dove lavora, in cui sono prodotti materiali radioattivi.

Con Silkwood (1983) ha dimostrato al mondo di saper recitare, e non è facile per una stella dell’intrattenimento, abituata a costruirsi personaggi sgargianti, attraenti, che catalizzino l’attenzione, calarsi in ruoli molto più dimessi e realistici. Cher questo lo fa splendidamente in Silkwood, dove è Dolly, l’amica lesbica di Karen, sua spalla e persona semplice e divertente, ma anche in Mask (1985),dove interpreta la madre tossicodipendente, forte e parte di un gruppo affiatato di motociclisti, di un giovane intelligente malato di leontiasi. Per il primo film vince un Golden Globe e viene nominata all’Oscar, per il secondo viene eletta Miglior Attrice al Festival del cinema di Cannes: cose che solo alla Streisand sono riuscite (aspettando Lady Gaga).

Poi c’è stata Stregata dalla luna, quella commedia del 1987 che non si sarebbe neanche dovuta fare, e invece, con la sua storia di amori deludenti e amori da farfalle nello stomaco, con la sua protagonista rinata proprio quando tutto sembrava già scritto e con la grande compianta Olympia Dukasis, è stata valutata come una delle commedie romantiche migliori di sempre.

Cher ha vinto un altro Globe e perfino l’Oscar per Stregata dalla luna.Questo non significa che sono qualcuno, ma suppongo di essere sulla mia strada” ha detto ritirando, in uno splendido completo leggero e semitrasparente, il premio dorato. Forse è questa la grande lezione che possiamo imparare da Cher, fare le cose a modo nostro.

Al massimo della fama e dello splendore cinematografico infatti, e lo testimonia anche il successo de Le Streghe di Eastwick (1987) con Jack Nicholson, Susan Sarandon e Michelle Pfeiffer, Cher torna alla musica. E che ritorno: If I Could Turn Back Time, singolo scritto da Diane Warren e pubblicato nel 1989, è un inno pop-rock con tanto di video pionieristico in cui Cher balla quasi nuda cavalcando un cannone in mezzo ai marinai.

L’intero album Heart Of Stone è un tripudio di pezzi splendidi, con chitarre e crescendo che si sposano perfettamente con la voce potente della diva pop. Just Like Jesse James e Heart Of Stone ne sono una prova, così come le cifre, che parlano di 11 milioni di copie vendute. Se vi siete persə, Cher nel 1989 ha quarantatré anni: non è mai troppo tardi, non si è mai troppo in là per fare ciò che ci piace, ciò che vogliamo sia la nostra vita. Cher ha spostato l’asticella un po’ più in là, ha contribuito a smontare quel sistema che ci insegna che non possiamo fallire, non dobbiamo lasciarci sfuggire treni, non possiamo permetterci di sentirci a nostro agio nella nostra pelle a una certa età. Quando canta If I Could Turn Back Time, quello che si sente è qualcosa di diverso: il tempo, lei, l’ha fermato.

La trilogia della città di K – Agota Kristof

La trilogia della città di K è brutale. Con l’asciuttezza e la schiettezza propria di una narratrice che lascia completamente il posto ai propri personaggi, Agota Kristof serve una storia in tre parti con tre punti di vista diversi e altrettanto forti. La città di K è una cittadina di un paese dell’Est, vessata prima da una grande Guerra e quindi costretta a vivere separata dal resto del mondo da un regime autoritario. Senza la necessità di parlare apertamente dell’Unione Sovietica, di Guerra Fredda e di repressione totalitaria, la Kristof lascia i contorni sfocati, i paesi innominati , per permettere a chi legge di concentrarsi su ciò che è scritto. Perché la mini-storia dentro la macro-storia del mondo, in questo caso, è un fulcro narrativo ben più potente.

Ci sono due gemelli indivisibili lasciati dalla andare a vivere con una Nonna , detta Strega da tutte le persone di K, aggressiva e sboccata. I gemelli si temprano con ogni sorta di esercizio e autolesionismo per arrivare a essere del tutto indipendenti e insofferenti, la Nonna invecchia, i compagni di viaggio non possono stare al passo con i gemelli, ma : c’è un ma. Ci sono i gemelli, c’è la loro intoccabile relazione, ci sono i bulli e le vicine povere, c’è la guerra, ma c’è anche un quaderno. Il Grande Quaderno.

La Kristof inserisce la scrittura per aiutarci a capire quanto sia facile (per una maestra come lei) rendere indistinguibile vero e falso, menzogna e verità. Agota ci dice che l’identità è fragile, che l’arte in quanto rappresentazione è finzione e che niente e tutto in questa storia è vero. Tutto potrebbe essere stato deformato, ma le ammissioni di colpevolezza non sono mai risolutive. E allora?

E allora non vi resta che tuffarvi in tre racconti che formano un grande romanzo (il mio nell’edizione Einaudi del 2014) in cui la prosa è ambigue e lo stile chiaro e realistico, e innamorarvi di un’autrice capace di usare una sintassi sempre diversa, di narrare in tre persone differenti mantenendo inalterate le voci e la psicologia dei propri personaggi, che sono affascinanti, complessi, che fanno esperienze fuori dal comune e che imparano presto che la vita è un grande casino.

Tanti auguri Cher, -5: gli anni Settanta e la TV

Cher 1974 | Kristine | Flickr
Cher nel 1974 (fonte)

Di alti e bassi la vita è ricca, bisogna saperla attraversare sempre con lo spirito giusto, quello di coloro che non si danno per vinte. Cher, in questo, è stata un esempio. Dopo una partenza col botto e un periodo piuttosto lungo di insuccesso commerciale, nel 1971 il duo, ormai moglie-marito e madre e padre, ottiene una svolta impensabile: Sonny e Cher diventano conduttore e conduttrice di uno show televisivo, il Sonny & Cher Comedy Hour, in cui agli sketch comici si alternano performance musicali e ospiti illustri.

Fra il 1971 e il 1975 la TV statunitense ha le sue nuove stelle: oltre trenta milioni di spettatori e spettatrici si divertono a seguire Cher, i capelli lunghissimi, sgargianti costumi che la rendono la prima donna a mostrare l’ombelico in televisione, duetti memorabili. Elton John e Diana Ross sono amicə, Tina Turner e David Bowie partner di pezzi memorabili. Mentre la casa si sfascia (come confessato anche nella canzone Living In a House Divided) Cher non si lascia frenare dai problemi personali: nell’arco di poche stagioni rilascia alcuni dei pezzi più rappresentativi della sua discografia, come Gypsys, Tramps & Thieves (fra le canzoni più vendute del 1971 al mondo), Half Breed (con l’iconico outfit da cherokee che richiama l’ascendenza materna) e la hit Dark Lady (primo posto in classifica nel 1974).

L’altalena dà e toglie, quando è in cima Cher ottiene un programma da solista, si risposa, ha un nuovo figlio, duetta con Dolly Parton e rilascia un album di successo che la introduce alla dance-music, Take Me Home (datato 1979), ma quando il sedile torna verso il basso perde la conduzione del suo speciale, rischia di annullare il matrimonio dopo pochi giorni per i problemi di droga del marito chitarrista e fa un buco nell’acqua con quasi tutti gli album a cavallo fra il 1976 e il 1982.

Come tutte le grandi eroine, il momento buio non scalfisce la pop-star, che dopo la televisione troverà un altro media attraverso cui far brillare il proprio talento e (allora non poteva saperlo) aumentare la propria immortalità. Gli anni ’80 bussano, a rispondere è il cinema.

Tanti auguri Cher – 6 : gli anni Sessanta

Sonny & Cher (1970s) | John Irving | Flickr
Cher e Sonny Bono (1935-1998)

Per citare un’altra grande diva: “Hello gorgeous”. Cherilyn Sarskian LaPierre, l’eterna Cher, compirà 75 anni il prossimo 20 maggio. Tuttavia, dal momento che la sua carriera è andata avanti per secoli e secoli, non basta un solo articolo a sintetizzarne le gesta. Iniziamo oggi con il decennio più rivoluzionario di sempre : gli anni sessanta.

Il singolo di debutto del duo Sonny & Cher, I Got You Babe è di una dolcezza disarmante. Al settimo posto fra le canzoni di maggior successo al mondo del 1965, è il lancio di due innamorati sui generis. Lui, trent’anni, capelloni e stile hippy, lei diciannove, mezza armena, una voce da contralto e una bellezza atipica. “Eravamo amici degli Stones” ha detto al David Letterman Show.Ci hanno detto che per sfondare saremmo dovuti andare in Inghilterra e così abbiamo fatto. Abbiamo scalzato i Beatles dalla vetta” ha continuato. Giusto per dare due riferimenti. Tell Him è un altro dei miei duetti preferiti, con tanto di cover della serie televisiva Glee, con All I Really Want to Do perla solista.

Il singolo più iconico di Cher risale al 1966, quella Bang Bang riproposta anche da Dua Lipa. Cattura il tempo con la sua voce Cher, un tempo burrascoso, pronto ad accogliere la gioventù e la rivoluzione sessuale e culturale. Cher dopotutto, fuori da scuola a sedici anni, è andata a convivere con un uomo senza dirlo alla madre, ha voluto vivere di musica: più anticonformista di così.

Nel 1967 partecipa persino al Festival di Sanremo, ma già nel 1968 la coppia più ascoltata degli Stati uniti ha perso mordente. Cher ha spesso parlato di questo periodo difficile, in cui dal successo lei e Sonny, che hanno avuto il primo figlio nel 1969, sono passati al fallimento commerciale, al dover tenere duro in situazioni economiche e lavorative difficili. Come ne è uscita? A domani per scoprirlo!