Anastasia e la ricerca dell’identità

Anastasia, l’ultima sopravvissuta alla strage dei Romanov, è cercata più da coloro che vogliono una ricompensa dalla sua restituzione che dall’imperatrice Fedorova, sua nonna. Quando una ragazza molto simile ad Anastasia viene trovata priva di memoria a Parigi, scappata da un manicomio, il generale Pavlovic Bounine la istruisce in modo da poter ottenere il riconoscimento dell’imperatrice.

Anastasia, gran produzione del 1956, è un dramma che ha il fascino della vecchia Hollywood, con un soggetto che tocca le corde dell’anima puntando sulla questione fondamentale del Novecento: la ricerca dell’identità. Anna, la forse vera Anastasia, vuole solo amore, una famiglia, un sé in cui riconoscersi e che possa dare fondo alla sua vita.

In uno sceneggiato ricco di bei costumi e con una commovente Ingrid Bergman nel ruolo della protagonista, spicca un dialogo cruciale fra l’imperatrice, interpretata da una grande Helen Hayes, e Anastasia. Un incontro-scontro che inizia nel sospetto e nel rifiuto e progredisce nella scoperta di un bisogno reciproco di affetto. Un film da vedere, per le sue grandissime attrici più di tutto, che propone con forza una necessità comunemente sentita nell’adattare una vicenda storica realmente accaduta. Il crepuscolo della monarchia è la fine dell’Ottocento, e l’inizio di quel secklo breve che più di tutti ha portato le sue protagoniste a interrogarsi sul proprio posto nel mondo.

Pieces Of a Woman

La nascita non è mai stata così intensa nel grande cinema: di questo, della sua lunga e originale overture, bisogna dare atto a Pieces Of a Woman, il nuovo film Netflix uscito in tutto il mondo lo scorso 7 gennaio.

Seguendo il travaglio di Martha, assistito dal compagno Sean, il regista ungherese Kornél Mundruczó ci presenta con dettaglio e realismo la nascita della primogenita della coppia, attraverso un parto in casa avvenuto con l’aiuto dell’ostetrica Eva Woodward. Il tutto è presentato con un piano sequenza lungo 23 minuti, una rarità nel cinema associabile al recente 1917 di Sam Mendes, che contribuisce a catturare il pubblico e immergerlo nell’azione. La prima parte di Pieces Of a Woman è talmente bella da poter essere destrutturata in un mediometraggio a parte, con un inizio normale, complicazioni, un apparente punto di morte, una nuova risalita fino allo stato di benessere apparente fino alla ricaduta più dura. Tutto il resto del film è la ripresa di Martha verso un vero e proprio finale.

Così Pieces Of a Woman funziona benissimo per la prima mezz’ora, addensando insieme tutti gli atti eccezion fatta per quello finale, e poi perde il suo appeal nel distendere per il resto del film l’atto conclusivo. Intendiamoci, Pieces Of a Woman ha una colonna sonora, dei silenzi, delle scelte stilistiche, che sono pregevoli e attraenti, e la materia narrativa è struggente e brutalmente onestà. Tuttavia non si tratta di un capolavoro, al massimò solo a metà.

Ciò che riempie maggiormente lo spazio narrativo è la prova di Vanessa Kirby, la Martha madre spezzata, che fa un vero e proprio tour de force emotivo, e che forse colpisce quasi di più nella sua apatia fredda, spietata, dolorosa anche solo a guardarla, che non nella, comunque incredibile, sequenza del parto. Martha trova la propria via senza grandi dialoghi, ma la trova e esce dal risentimento, dal senso di colpa, da tutto quello che la Kirby tiene implicito dentro di sé, in un groviglio di emozioni che fanno seriamente pensare di essere davanti a un documentario più che a una fiction. Ellen Burstyn, nel ruolo improbabile della madre (tra le due ci sono 56 anni di differenza), è anch’ella potente come un’eroina da dramma greco, una forza della natura che è sottolineata da Mundruczó in un particolare monologo in primo piano.

A rischiare di rovinare il film ci pensa Shia LaBeouf, che tenta in tutti i modi di strafare nel ruolo dell’attore da metodo e finisce solo per sembrare inautentico e irritante, artificioso, esagerato, contraddittorio nel modo sbagliato. Menomale che Kirby attira su di sé il tutto, Kirby che ha vinto a Venezia 77 la Coppa Volpi alla Miglior Attrice, apertura su tappeto rosso verso l’Oscar.

Pieces Of a Woman resta un film importante, fondamentale per quanto riguarda il soggetto, una visione da vicino sulla maternità e su tutti gli aspetti della vita più difficili da superare, nonché una storia che ispira ad andare avanti, nonostante tutto, a trovare in sé un coraggio insuperabile, un amore verso la vita, un raggio di luce nella più oscura delle circostanze. La vita è 10% ciò che ti accade e 90% come reagisci, dicono: reagiamo come Martha.

Funny Money – uno schiaffo al sessismo

Photograph of Whoopi Goldberg Delivering Remarks at a White House Special  Olympics Dinner - U.S. National Archives Public Domain Image
La straordinaria Whoopi

Serviva Whoopi Goldberg per dar vita a una brillante commedia capace al contempo di condannare il sessismo nel mondo del lavoro e divertire con personaggi formidabili. Funny Money, interpretata e co-prodotta dalla Goldberg nel 1996, è un film che fa vedere con chiarezza l’ipocrisia e la dichiarata misoginia della upper class statunitense.

Laurel Ayes, analista finanziaria di Wall Street, collabora con il più giovane Frank, ed è prossima a una promozione importante. Tuttavia, Frank le ruba le idee e la promozione e Laurel, indignata, si licenzia e decide di aprire una start-up, che però fatica a decollare. Nessun uomo d’affari vuole infatti mettersi in società con una donna nera, ed è così che Laurel si inventa Robert Cutty, socio bianco dalla lunga esperienza, che non riesce mai a essere presente a causa dei tanti viaggi ma che fa innamorare tutta Wall Street.

Così, attraverso il più frenetico, corrotto e maschilista settore dell’economia, Funny Money smaschera l’assurdità del sessismo e le contraddizioni del patriarcato, che idolatra le idee di una donna nera, ma solo se portate avanti da un uomo bianco. Se i continui problemi costringono Laurel a soluzioni geniali e comiche, allo stesso tempo danno ritmo alla narrazione e tengono il pubblico attento. Dianne Wiest, veterana di Hollywood, è la dolcissima Sally, assistente intelligente e sottovalutata, con Whoopi che unisce la sua risata irresistibile a un carattere scorbutico, energico, che si piega ogni tanto ma non si spezza mai. A completare il quadro ci pensa l’amica drag di Laurel, imitatrice di Barbra Streisand che fornisce il make up trasformativo per creare Cutty.

Funny Money è come un colpo alle fondamenta dei pregiudizi di genere e di razza, con una coppia di attrici divertenti e complementari. Non ai livelli del Club delle prime mogli (dello stesso anno), ma da recuperare, far vedere, discutere.

Simone de Beauvoir – una vita avanti

“Donna non si nasce, si diventa”

Simone de Beauvoir – Il secondo sesso

Una vita può contenere moltitudini, ma se la vita è quella di Simone de Beauvoir, non se ne hanno mai abbastanza. Nata il 9 gennaio del 1908 a Parigi, Simone de Beauvoir è stata sempre avanti sul tempo, nella vita personale come nel suo pensiero di filosofa. Figura universalmente conosciuta, compagna di vita dello scrittore e fondatore dell’esistenzialismo Jean-Paule Sartre, la de Beauvoir ha creato quella che è forse la più celebre pietra miliare del femminismo, l’enorme e dettagliatissimo, rivoluzionario saggio Il secondo sesso, pubblicato nel 1949 e rimasto negli annali come lettura imprescindibile.

File:Simone de Beauvoir in Beijing 1955.jpg - Wikimedia Commons

Tutto il femminismo della seconda ondata è stato influenzato, plasmato dalle parole e dai ragionamenti indiscutibili della de Beauvoir. La donna come Altro rispetto all’uomo, il femminismo della differenza, l’idea del genere come costrutto sociale, tutto questo ci deriva da Simone, che ha avuto una carriera come scrittrice e filosofa, partendo dall’insegnamento. Oggi, in onore di questa donna eccezionale, ne voglio ricordare il coraggio a tutto tondo attraverso la biografia a lei dedicata dalla RBA nella collezione Grandi Donne.

Elogi meritati per il progetto della RBA, fondamentale non solo dal punto di vista della testimonianza storica, ma anche in quello dell’identificazione da parte del pubblico. Si dice sempre che la Storia è fatta dagli uomini (ovviamente, visto la struttura millenaria patriarcale) ma queste donne hanno spezzato le catene della sottomissione, con una forza interiore che non smetterà mai di commuovere e ispirare. La biografia dedicata a Simone ci porta nella sua adolescenza fatta di un’intelligenza e di un’applicazione allo studio tali da rendere una ragazza francese degli anni ’20 compagna di studi di studenti maschi in scuole misogine e sessiste. Solo il 15% di coloro che tentavano l’abilitazione in Filosofia riusciva a ottenerla e a poter insegnare: Simone riuscì a essere in quel gruppo ristrettissimo, e iniziò durante la Guerra la sua carriera come insegnante, oltre che quella di scrittrice. Bisessuale e in una relazione poliamorosa, Simone parla della sua esperienza con la compagna Olga, parte del trio con Sartre, ne L’invitata, prosegue i suoi romanzi autobiografici con opere come Memorie di una ragazza perbene, I mandarini, L’età forte. Resta sempre a fianco di Sartre, anche quando non ci è fisicamente. Visita gli Stati Uniti e qui si innamora di un cronista americano di Chicago, torna in Francia e pubblica Il secondo sesso, divenendo punto di riferimento per migliaia di donne che le si rivolgono in numerose lettere.

Ogni anno in Francia, abortiscono un milione di donne.
Condannate alla segretezza, sono costrette a farlo in condizioni pericolose quando questa procedura, eseguita sotto supervisione medica, è una delle più semplici.
Queste donne sono velate, in silenzio.
Io dichiaro di essere una di loro. Ho avuto un aborto.
Così come chiediamo il libero accesso al controllo delle nascite, chiediamo la libertà di abortire

Simone de Beauvoir – Manifesto delle 343

Insomma, il testo della RBA fa capire fino in fondo quanto questa pensatrice fosse indipendente, avanti sul proprio tempo, tanto da scrivere il testo del Manifesto delle 343, nel 1971, attraverso cui 343 donne sostenevano di aver praticato almeno un aborto durante la loro vita, tra cui Simone, e chiedevano una legalizzazione per l’interruzione di gravidanza. Una donna la cui vita stessa è un esempio di fede a se stesse. Poco più di un secolo fa la de Beauvoir veniva alla luce per aiutarci a capire che spetta a noi lottare per il tempo in cui vogliamo vivere.

“L’uomo si definisce come essere umano e la donna come femmina. Quando si comporta da essere umano si dice che sta imitando il maschio.”

Simone de Beauvoir – Il secondo sesso

Il mistero della signora scomparsa

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Angela Lansbury nel ruolo di Mrs. Froy – Wikipedia

Dieci minuti: ecco tutto quello che dovrete pazientare per immergervi in un film vecchio stile divertente fino alle lacrime. Non lasciatevi ingannare dalla critica, tutta presa a condannarlo in base al confronto con l’originale di Hitchcock del 1938: Il mistero della signora scomparsa, remake del 1979, è un gioiellino che non si prende mai sul serio e per questo frega persino le più esperte figure del settore.

Siamo in Germania, nell’agosto del 1939. Un treno che porta a Basilea, Svizzera, trasporta con sé Amanda, una bella miliardaria americana, Robert, un fotoreporter, una baronessa con aiutanti, il dottor Egon, una coppia di amanti illeciti, una coppia di anziani inglesi in viaggio verso la finale del campionato di cricket e mrs. Froy, governante inglese di mezza età che torna a casa dopo anni a servizio di un generale tedesco. Mrs. Froy fa subito amicizia con Amanda, che sta viaggiando verso l’ennesimo matrimonio per interesse, ma all’improvviso scompare. Non solo: sul treno tutti e tutte affermano di non averla mai vista, anche la baronessa, che pure condivide con lei e Amanda la carrozza. La giovane donna, dal temperamento indomabile, non si arrende e riesce a trovare mano mano delle prove della presenza di mrs. Froy, convincendo anche Robert ad aiutarla.

“Sì, ma ha un bel titolo nobiliare e allora mi son detta, diamine non si vive solo per i soldi!”

Amanda su uno dei suoi tanti mariti

Giallo intrigante e ricco di colpi di scena, comico e tenero fino alla fine, Il mistero della signora scomparsa se la gioca non solo con la trama avvincente, non solo con l’azione e la suspence, ma anche con le suoi folli protagoniste: Amanda, ubriacona e chiassosa, è una forza della natura, non si piega mai davanti a niente e nessuno, corre e salta, picchia e morde, sbeffeggia Hitler e si finge morta. Un’eroina impossibile da non amare, al pari di Robert, fotografo impacciato e di buoni propositi, e della coppia di burberi inglesi, un po’ stereotipati ma alla fine utili e simpatici. Cybill Sheperd, splendida e divertente, guida l’azione nel vestito bianco di Amanda, con un’irresistibile, buffissima Angela Lansbury, nel ruolo della chiacchierona, insospettabilmente intrepida, dolce mrs. Froy, altro personaggio il cui affetto non si spegne con la fine della pellicola.

Le scene dei combattimenti fisici sono quasi caricaturali, e per questo troppo divertenti, le sotto-trame poco sviluppate ma funzionali, il sottofondo di mistero onnipresente e per questo efficacissimo, con certi momenti di comicità da cabaret, che rendono il tutto eccellente. La signora scompare, ma l’interesse mai.

Sophia Loren in trionfo al Capri Film Festival

File:Sophia Loren in London.jpg - Wikimedia Commons
Foto di Prince Power

Festival cinematografico tenutosi fra il 26 dicembre e il 2 gennaio, a cavallo fra il vecchio e il nuovo anno, il Capri Film Festival ha proposto decine di film, documentari e mediometraggi inediti, da poco usciti o anche più in là con gli anni.

Tuttavia, la sezione Capri Hollywood non si è limitata alla presentazione di progetti cinematografici, ma anche a premiare il meglio degli ultimi mesi, in particolar modo il bel prodotto Netflix La vita davanti a sé, diretto da Edoardo Ponti.

Vincitore dell’Humanitarian Award, del premio alla Miglior sceneggiatura non originale e di quello alla Miglior Canzone a Diane Warren, La vita davanti a sé è uno dei più bei film italiani dell’anno, con la sua storia commovente e i suoi personaggi indelebili. Madame Rosa, sopravvissuta all’Olocausto, ex prostituta che si prende cura dei bambini delle altre donne, instaura una relazione fortissima con il piccolo e turbolento Momo, bambino senegalese rimasto orfano. Due figure che potrebbero scivolare in angoli bui della vita e che invece sono state illuminate dalla penna di Roman Gary prima, dal cinema italiano poi.

La vera colonna del film è però lei, la splendida Sophia Loren, meritatamente premiata come Miglior Attrice, e ancora più in corsa per i maggiori premi cinematografici del mondo. Stando a quanto riportato dai maggiori siti online del settore, la regina di Napoli sarebbe tra le principali candidate a strappare una nomination ai prossimi premi Oscar. Brividi a pensare che, dopo quasi settant’anni, Sophia sia sempre in prima linea in un cinema così bello, così vero, onesto. Premi che sono un’occasione per ribadire che tutto ciò che conta davvero va oltre i confini del tempo: non ci sono scadenze al talento, all’amore, alla passione.

Le canzoni più ascoltate del 2020 e come stanno andando i nuovi progetti

File:Beyonce Knowles with necklaces.jpg - Wikimedia Commons
Beyoncé fotografata da Tony Duran

Tempo di cifre e numeri, che potrebbero sembrare sterili, ma aiutano in realtà a capire verso dove si orienti maggiormente l’orecchio del pubblico, i cui gusti sono cambiati profondamente negli ultimi quattro-cinque anni. Dopo gli album, ecco le canzoni di maggior successo del 2020.

Al primo posto con oltre 15 milioni di unità ecco la psichedelica Blinding Lights di The Weeknd, tra l’altro ritornata in top 10 negli States proprio questa settimana. Sul dance anni ’80 si resta con la terza posizione, strappata da Dua Lipa con la splendida Don’t Start Now, vicina a quota 9 milioni di copie; Dua che fa tripletta con Break My Heart, oltre 4 milioni, e Physical, 3,2 milioni.

Se Dynamite, hit dei BTS, è settima con oltre 5,6 milioni di unità, Harry Styles è il vero re grazie alla combo Watermelon Sugar-Adore You, rispettivamente al decimo e ventesimo posto con oltre 9 milioni complessivi. Doja Cat e la bella Say So fanno 5 milioni, come la struggente Memories dei Maroon 5.

Quindicesima posizione per la mia hit preferita, il duetto Rain On Me di Lady Gaga e Ariana Grande, a quota 4,2 milioni di copie, con WAP di Cardi B e Megan Thee a quota 4 milioni. Fra i duetti, presenti anche la regina Beyoncé, grazie al feat in Savage di Megan Thee, a quota 2,6 milioni di dischi, con anche Shawn Mendes e Camila Cabello in top40 grazie a Senorita, l’anno scorso alla terza posizione e attualmente giunta a un totale di 12 milioni e passa di copie. Non fallisce l’appuntamento neanche Billie Elish, con Everything I Wanted a quota 3,1 milioni e Bad Guy che raggiunge complessivamente i 13 milioni fra 2019 e 2020.

Mettendo da parte il 2020, come stanno andando le ultime uscite? Miley Cyrus e il suo Plastic Hearts se la cavano egregiamente, con la pop-rock star che ha saputo creare qualcosa di significativo e coerente. Plastic Hearts ha finora venduto 176 mila copie negli Stati Uniti, con i singoli Midnight Sky e Prisoner rispettivamente capaci di raggiungere la 14esima e 54esima posizione in classifica, e ancora nella Hot100 dopo 18 e 6 settimane. Si parla di un possibile terzo singolo e di una edizione deluxe per Plastic Hearts, che potrebbe costituire una svolta nella carriera di Miley.

Meno bene, dal punto di vista commerciale, Wonder di Shawn Mendes, che ha sì debuttato al primo posto negli Stati Uniti, ma ha venduto finora solo 167 mila copie negli States, con il duetto Monster, feat con Justin Bieber, che dopo aver debuttato all’ottava posizione è crollato e occupa in questa settimana la posizione numero 45.

La stagione natalizia è il regno di Mariah Carey, che quest’anno ha fatto doppietta. Infatti, grazie al grande successo delle sue canzoni festive, Mariah ha potuto puntare i riflettori sull’album The Rarities, uscito tiepidamente a ottobre e risalito recentemente in classifica, capace di vendere oltre 220 mila copie nei soli States negli ultimi tre mesi. Mariah che ha conquistato case e negozi di tutto il mondo con la sua All I Want For Christmas Is You, capace di passare due settimane in vetta della Hot100 e di raggiungere per la prima volta il primo posto nelle classifiche d’Italia e Regno Unito.

Sopra tutte si posiziona Ariana Grande, che straccia record con Positions. Se l’album è riuscito a superare il milione di copie al mondo in due mesi, la title track ha speso ben sei settimane in testa alla classifica britannica ed è tornata alla seconda posizione in quella stelle e strisce questa settimana. Anche l’irresistibile 34+35, che ha debuttato in top10, sta macinando ascolti, tanto da raggiungere la diciannovesima posizione in questa settimana, con il singolo Santa Tell Me, risalente al 2014, che ha fatto boom di streaming in periodo natalizio, tanto da raggiungere la numero 17 nella Hot100.

Novità anche in casa Katy Perry, che ha pubblicato il video del sesto singolo estratto da Smile, Not The End Of The World. Sfruttando la grande somiglianza con l’attrice Zoeey Deschanel, Katy ha reso quest’ultima protagonista di un folle e divertente video nel quale un gruppo di alieni fan della popstar scambiano la Deschanel per la loro beniamina e la salvano dall’imminente fine della Terra.

Gli album più venduti al mondo nel 2020

Un anno duro come pochi se n’è andato, e nonostante non sembri veramente un nuovo inizio, questo 2021 è già avviato, portando con sé il tirar le somme di una stagione artistica più unica che rara. Se per il cinema i numeri parlano di centinaia di milioni di dollari persi, premiazioni rimandate e titoli posticipati, il 2020 musicale è stato ricco di musica si alto livello, seppur privo di concerti e performance dal vivo. Le sorprese non sono mancate, e i numeri parlano di un pubblico bisognoso di distrazione, comprensione, e tutto ciò che la musica può portare. Ma chi sono i/le più ascoltati/e della stagione? Quale genere rispecchia, a livello globale, al meglio le necessità del grande pubblico?

A regnare sovrani sono i BTS, chi se non loro? Con Map Of The Soul: 7 (6,5 milioni di copie) i BTS hanno imposto il K-Pop non solo in patria e nell’Asia intera, ma definitivamente anche in Occidente, al punto che il secondo album più venduto è sempre loro, quel BE che ha venduto 3,3 milioni di copie in un solo mese. Cifre che rendono bene l’idea dell’influenza di questa boy band sulle generazioni più giovani. Al terzo posto ecco Harry Styles, che nel suo anno d’oro ha venduto 3,2 milioni di dischi grazie a Fine Line, arrivato complessivamente a quota 4,1 milioni. Harry, il cui punto di forza sta tanto nella musica quanto nel suo stile visivamente piacevole e gender free, sta continuando a regalare ottimi momenti: al primo gennaio infatti risale il video di Treat People With Kindness, sesto singolo estratto dall’album, in bianco e nero, che lo vede ballare e divertirsi con l’attrice Phoebe Waller-Bridge.

Al quinto gradino ecco la reginetta d’America Taylor Swift, il cui gioiellino folklore ha venduto quasi 3,2 milioni di copie in soli cinque mesi. Secondo quanto riportato da Rolling Stones, folklore è l’album più venduto negli States con 2,2 milioni di dischi. Un successo, quello di Taylor, che si estende anche a evermore, gemella di folklore, capace di accumulare 874 mila copie in appena tre settimane. The Weeknd, con il riuscitissimo After Hours, segue a quota 3,1 milioni.

Incredibile ma vero, Billie Eilish conquista la top ten con un album, il suo debutto, pubblicato a febbraio 2019: 3,1 milioni in dodici mesi per When We All Fall Asleep, Where Do We Go?, che sale così alla cifra monster di 8 milioni di dischi. La gothic queen della generazione Z beneficia anche della riscoperta del suo EP Don’t Smile At Me, che, datato 2017, aggiunge 1,2 milioni di copie al suo bottino in questo 2020, salendo a quota 3 milioni. Non male per una diciannovenne.

L’unica altra a doppiare la presenza in classifica è, appunto, Taylor Swift, con il delicato e gioioso Lover che aggiunge altre 1,4 milioni di copie e sale a oltre 4,2 vendute sin dalla sua uscita nell’agosto 2019. Il pop si manifesta anche con Dua Lipa, esplosa grazie a Future Nostalgia, capace di vendere 2,1 milioni di copie negli ultimi nove mesi, mentre a proseguire con album pubblicati in anni precedenti c’è Ed Sheeran, il cui No. 6 Collaborations Project (2019) ha venduto 1,3 milioni di copie (4 complessivamente) e Divide (2017) altre 1,3, salendo all’incredibile cifra di 17 milioni di copie vendute. Se tra i veterani spicca la presenza nella top40 di Elton John con Diamonds (del 2017, salito complessivamente a più di 3 milioni di copie) e dei Queen, con il loro Greatest Hits (2019) che tocca quota 2,7 milioni di dischi, il k-pop assume la forma delle BlackPink, che con The Album hanno venduto oltre 1,3 milioni di dischi.

Ovviamente non manca Lady Gaga, che con Chromatica è al quattordicesimo posto grazie a quasi 1,7 milioni di copie vendute in sette mesi, al pari di Justin Bieber, il cui Changes non è stato un gran successo, se paragonato ai precedenti risultati. A restare fuori è Selena Gomez con Rare, che ha venduto finora circa 850 mila copie.

Insomma, il pop è tutto tranne che morto, anzi, continua a vendere cifre da capogiro, a emozionare e unire milioni e milioni di persone di tutte le nazionalità, e pur variando molto e trovando meno sbocchi puri, resta un genere che unisce leggerezza e commercialità a grande cura. Che sia declinato nella dance di Lipa o Gaga, nel punk di Billie, nell’R&B di Ariana o nell’indie di Taylor, resta la colonna portante anche in questo nuovo decennio.

Fonte: Mediatraffic

La libertà è una lotta costante – di Angela Davis

Angela Davis è una delle anime, letterariamente e ideologicamente parlando, più affini a me. Tuttavia, al di là della mia profonda ammirazione per questa magnifica rivoluzionaria, le parole della Davis sono caldamente consigliate a chiunque, perché dotate di una potenza illuminatrice sconvolgente.

File:Angela Davis Moscow 1972 cropped.jpg - Wikimedia Commons
Angela Davis, nata nel 1944, è una attivista, scrittrice, pensatrice e rivoluzionaria. Dall’archivio di Mosca, foto di Yuriy Ivanov

Raccolta di interviste e conferenze tenute tra il 2013 e il 2015 presso diverse Università statunitensi e non solo, La libertà è una lotta costante, edito da Ponte delle grazie, è un’immersione in tematiche come l’antirazzismo, il femminismo nero e intersezionale, la lotta alle armi e alla guerra, il movimento delle Pantere Nere e l’abolizione del sistema carcerario per come è concepito, un’immersione che diventa habitat naturale grazie alla saggezza e alla lungimiranza di una pensatrice sopraffina.

“Proprio come diciamo <<mai più>> riguardo al fascismo che ha portato all’Olocausto, dovremmo dire <<mai più>> in riferimento all’apartheid in Sudafrica e nel Sud degli Stati Uniti. Ciò significa, anzitutto, che dobbiamo ampliare e intensificare la solidarietà verso il popolo palestinese […] Boicottate G4S! Sostenete la campagna BDS! La Palestina sarà libera! Grazie.”

Angela Davis – La libertà è una lotta costante

Ciò che di più interessante propone Davis è l’utilizzo delle modalità di pensiero del femminismo intersezionale in altri campi: particolarmente a cuore le sta la questione della Palestina, che collega all’apartheid sudafricano e al razzismo sistematico statunitense. Citando gli omicidi di Michael Brown a Ferguson, nel 2014, e quelli delle Pantere Nere nel 1971 (che scatenarono la rivolta carceraria di Attica) Davis anticipa e cita il movimento del Black Lives Matter, già attivo in quegli anni, e rivendica la necessità di una cooperazione e di un sostegno reciproco fra minoranze oppresse.

“Il femminismo implica molto di più che non la sola uguaglianza di genere. E implica molto di più del genere. Il femminismo deve implicare la coscienza del capitalismo – perlomeno il femminismo in cui mi riconosco […] Deve implicare una coscienza riguardo al capitalismo, al razzismo, al colonialismo, ai postcolonialismi e all’abilità”

Angela Davis – La libertà è una lotta costante

Il modo in cui i palestinesi che lottano per la fine dell’oppressione siano descritti dai media occidentali come terroristi fa riflettere: Davis ci dice che ella stessa è stata inserita nella lista dei 10 terroristi più pericolosi dall’FBI negli anni ’70, a testimonianza che il terrorismo secondo il governo e i servizi segreti occidentali sia equiparabile al dissenso verso un’élite che promuove la guerra per vantaggi economici. Questa è la critica mossa al governo Obama: finanziando le basi militari israeliane con milioni di dollari al giorno, Obama ha costruito un governo fondato sulla guerra. Davis sostiene che l’elezione di un afroamericano alla più alta carica americana abbia fatto credere alla popolazione di vivere in un’epoca post-razzista, cosa lontanissima dalla realtà (e George Floyd, Breonna Taylor e tutte le vittime degli ultimi sei anni ne sono, purtroppo, l’esempio più lampante).

“Questi saggi […] ci offrono anche la prospettiva di una solidarietà attuale fra tutte le forma di lotta”

Judith Butler su La libertà è una lotta costante

La libertà è una lotta costante, ma anche collettiva: solo se perseguita da tutti e tutte, e in funzione di tutti e tutte, tale libertà potrà essere effettiva. Ci vogliono cambiamenti, ci vuole apertura verso l’esterno, sostegno a chi è in difficoltà anche al di là dei propri confini, serve comprendere che non si possono combattere battaglie individuali o esclusive se si vogliono raggiungere risultati collettivi.

Altro motivo per cui procurarsi La libertà è una lotta costante è l’analisi del sistema penitenziario, che Davis fa con riferimenti precisi alla G4S, una società internazionale che specula sul sistema carcerario e opera in gran parte del mondo. Un incubo che tanti e tante non hanno presente, un’ingiustizia capitalistica dai risvolti spaventosi, che anche se non vi convincerà delle idee della scrittrice, vi farà per forza riflettere sulle vostre posizioni. Per non farsi mancare niente, Davis ci consiglia anche alcuni libri fondamentali come Tutte le donne sono bianche, tutti gli uomini sono neri, ma alcune di noi sono coraggiose, This Bridge Called My Back e Questioni di genere.

La reggitora di Peter Marcias-Nilde Iotti nelle parole delle altre

File:Elezione Nilde Iotti.jpg - Wikimedia Commons

Edito da Solferini, La reggitora è tante cose: biografia, testimonianza storica, libro di lotte sociali e politiche, ritratto di una donna straordinaria attraverso le parole di coloro che con lei hanno convissuto un periodo denso di avvenimenti. Il regista Peter Marcias, autore del documentario Nilde Iotti- Il tempo delle donne ci svela il lavoro di ricerca che lo ha portato a concepire il suo film dedicato a colei che ha vissuto in prima persona la Storia d’Italia del secolo XX.

“Il mondo può cambiare solo se le donne avranno potere. Questo dovrebbe essere il tempo delle donne perché il tempo degli uomini è quello che già conosciamo mentre qualcosa potrebbe e dovrebbe cambiare, anche profondamente. Occorre solo che tutte le capiscano”

La reggitora- Nilde Iotti, di Peter Marcias- citazione della stessa Nilde

La prima cosa che mi è saltata in mente nel leggere questa serie di testimonianze e interviste è stata: perché nessuno mi ha parlato di Nilde Iotti al Liceo? Perché no ho trovato un riferimento neanche nei manuali di Storia Contemporanea dell’Università? La straordinarietà di questo personaggio dovrebbe essere all’ordine del giorno nello studio della Repubblica Italiana, e invece non è così famigliare al pubblico più giovane (perlomeno nella mia esperienza).

Nilde, nata nel 1920, è stata una partigiana, ha lottato nella Resistenza, è stata parte della Costituente che ha dato vita alla Costituzione ora in vigore, ha fatto parte dell’Assemblea costituente dell’Unione Europea, è stata la prima Presidentessa della Camera dei deputati donna, nel 1979, mantenendo il ruolo fino al 1992. La sua vita professionale è quasi un unicum nella storia contemporanea italiana ed europea, per questo sono grato a Marcias e a i Solferini per aver dato uno sguardo sincero e appassionante su una delle più influenti personalità della politica tricolore.

“Una delle ultime cose che ci disse prima di lasciarci fu: “Tenete gli occhi bene aperti, guardando a ciò che succede in Italia e nel mondo”. Cioè: state attenti perché la democrazia non è un valore conquistato una volta per sempre, ma a difeso e riconquistato ogni volta”.

La reggitora- Nilde Iotti, di Peter Marcias – citazione di Ione Bartoli

Il libro si articola in una serie di testimonianze di collaboratrici e amiche della Iotti, di personaggi attivi nella vita politica e sociale dell’Italia del Novecento, come Livia Turco, politica con una carriera nel Partito Comunista e poi nei Democratici di Sinistra, fondatrice della Fondazione Nilde Iotti che si occupa di mantenere la memoria delle azioni e delle idee di Nilde, definita da tutte le testimonianze come una grande difenditrice delle istituzioni, della democrazia e dell’apertura verso le collaborazioni internazionali. Nilde non si è mai definita femminista, ma le sue compagne e amiche ci riportano i suoi impegni per una maggior rappresentanza femminile in politica. Grazie al suo lavoro la donna non è stata più sottomessa all’uomo nel diritto di famiglia: il suo non è stato un esempio isolato di donna forte e di successo, bensì un lavoro per aprire le posizioni più alte nei vari ambienti lavorativi alle donne.

Nella raccolta di Marcias trovano spazio anche testimonianze di lotte femministe delle militanti del Partito Comunista, e di come la Sinistra Italiana non sia stata sempre aperta a un’integrazione femminile. Nonostante questo, la lotta di tali donne straordinarie fece sì che il Partito Comunista presentasse il più alto numero di deputate donne in Parlamento, sotto il governo Andreotti. Insomma, la storia di Nilde è Storia d’Italia, storia delle conquiste per uno stato più egualitario e democratico, storia delle donne nelle istituzioni politiche, e ha per questo un fascino e una carica energetica senza eguali.