Le candidature agli Oscar 2021

Con un po’ di ritardo, ecco un commento molto personale alle nominations ai 93esimi Premi Oscar, annunciate lunedì da Prianka Chopra, stella di White Tiger, e dal marito Nick Jonas. Gli Oscar, in programma il prossimo 25 aprile, premieranno per la prima volta una stragrande maggioranza di prodotti mai usciti nei teatri, se non negli States e in Cina, a causa del Covid-19, ma non per questo la qualità dei film in concorso è inferiore alle annate precedenti.

A fare da padrone è Mank, il film Netflix bianco e nero che ha strappato ben dieci nomination, tra cui quelle per il Miglior film, per la Miglior Regia a David Fincher e per la Miglior Cinematografia. Sei le candidature per molti film: Nomadland, Judas and the Black Messiah, The Trial Of the Chicago Seven , Sound Of Metal, Minari e The Father, con Promising Young Woman a quota cinque.

Mank, come detto, concorre in molti campi, compresi quelli della recitazione: storica prima nomination per Amanda Seyfried, la trentacinquenne stella di Mamma Mia e Mean Girls, con Gary Oldman ricandidato a tre anni dal primo successo. Fra le veterane del premio spicca Glenn Close, giunta all’ottava candidatura, grazie a Elegia Americana, per lo stesso ruolo per cui è stata nominata ai Razzie alla Peggior Attrice non protagonista. Glenn, mai vincitrice, se la vedrà con Olivia Colman, candidata per The Father al pari del grande Anthony Hopkins, che alla veneranda età di ottantaquattro anni ha raggiunto la sesta nomination. Hopkins che nella categoria Miglior attore protagonista dovrà cedere il campo al grandissimo Chadwick Boseman, meraviglioso in Ma Rainey’s Balck Bottom, così come la sua co-protagonista Viola Davis, che è diventata l’attrice afroamericana più candidata nella storia del premio con quattro nomination. Altro record: è la prima edizione in cui sono candidate due donne nere nella categoria Miglior Attrice, con Andra Day nominata per la sua Billie Holiday. A chiudere la cinquina le super favorite Carey Mulligan e Vanessa Kirby, per Pieces of a Woman, oltre alla già due volte vincitrice Frances McDormand. McDormand che in qualità di produttrice di Nomadland è candidata al Miglior Film, come la regista Chloe Zhao, vera mattatrice con quattro candidature in questa edizione: Miglior Regia, Miglior montaggio e Miglior Sceneggiatura non originale. Un altro passo fondamentale verso l’inclusività è rappresentato dalla categoria Miglior Regia, con due donne nominate : spazio anche a Emerald Fennell, che è stata candidata per la Miglior sceneggiatura originale. Nella stessa categoria c’è anche Aaron Sorkin per The trial of the Chicago Seven.

Tornando alla recitazione, tra le Miglior Attrici non protagoniste fuori Jodie Foster e Ellen Burstyn e dentro la bulgara Maria Bakalova e la coreana Yoon Yeo-Jeong, prima attrice asiatica nominata. Prima volta per Sacha Baron Cohen, grande in The trial of the Chicago Seven, Miglior Attore Non protagonista come Daniel Kaluuya e Paul Raci di Sound of Metal. Sound of Metal che ha anche una nomination con Riz Ahmed Miglior Attore Protagonista.

La storia la fa anche l’Italia: Io sì, da La vita davanti a sé, è la prima canzone italiana nominata come Miglior Canzone Originale, meritatamente, con Laura Pausini nominata agli Academy e Diane Warren giunta alla dodicesima nomination. Peccato per la mancata candidatura di Sophia Loren, grandiosa attrice che si può consolare di aver dato ancora prova del suo infinito talento. Un po’ di amaro anche per Ma Rainey, che ha mancato la nomination al Miglior Film, pur consolandosi con i premi al Miglior trucco e Miglior Costumi, categorie in cui è anche candidato Pinocchio di Matteo Garrone con Roberto Benigni.

Gli Oscar, che hanno candidato anche Tenet di Christopher Nolan per i Migliori Effetti Speciali e il sopravvalutato Mulan della Disney nella stessa categoria, hanno saputo rendere appieno una stagione cinematografica quanto mai esaltante, con tante storie sul razzismo, almeno tre grandi progetti diretti da donne, oltre alle già citate Fennell e Zhao anche Regina King, e una notevole varietà di temi. C’è la violenza dei bianchi nell’America anni Venti e la demenza senile, c’è la condizione afroamericana nel secondo Novecento e la Rivoluzione culturale del sessantotto, ci sono le realtà asiatiche contemporanee e il destino della classe operai. Grandi storie per grandi film, con un verdetto rimandato al prossimo venticinque aprile. Da non perdere.

Grammy 2021

Che spettacolo. Nella notte italiana, mentre l’Europa dormiva, negli Stati Uniti sono andati in scena i 63esimi Grammy Awards, la cerimonia di premiazione del meglio della musica anglofona 2020. Un’edizione particolare, la prima post-pandemia, senza una grande folla, ma con grandi, strepitose performance. I Grammy, accusati (giustamente) di corruzione e favoritismi da nomi noti come The Weeknd e Zayn Malik, hanno regalato comunque uno show come non lo si vedeva da mesi, regalando premi alla maggior parte delle stelle degli ultimi quindici mesi.

Ad aprire le danze è stato Harry Styles, che ha incantato con Watermelon Sugar in completo di latex nero e boa di struzzo verde. La celebre hit è stata premiata come Miglior interpretazione Pop solista, regalando a Harry il suo primo, meritatissimo, Grammy. Per il resto, serata dominata dalle donne splendide dell’industria discografica, a partire da Billie Eilish, che ha cantato Everything I Wanted col fratello produttore e co-autore Finneas, vincendo due grammofoni d’oro, per la Miglior Canzone scritta per un Film, grazie a No Time To Die, colonna sonora di Bond25, e per la Registrazione dell’anno. Billie, 19 anni e già quaranta milioni di dischi venduti al mondo, ha dimostrato una grande umiltà, dedicando praticamente tutto il suo discorso a sostenere che Megan Thee Stallion avrebbe meritato il premio per la sua Savage.

Megan Thee fra le protagoniste assolute della serata. La rapper 26enne ha strappato due riconoscimenti per la Miglior canzone e Performance Rap con la divina Beyoncé proprio per Savage, hit capace di raggiungere la numero 1 in America la scorsa primavera. Vincitrice di un terzo Grammy alla Miglior Artista Esordiente, Megan si è esibita in un medley di Body e Savage e ha accompagnato Cardi B nella loro collaborazione WAP (recentemente certificata cinque volte platino negli States). Cardi B che è stata il solito concentrato di fierezza, sensualità e forza nella doppia esibizione di Up e WAP, l’ultima addirittura su un gigantesco letto rosa.

Dicevamo di Beyoncé: la più nominata artista della serata (9 candidature) ha vinto, oltre ai due trofei con la Thee Stallion, un Grammy alla Miglior Canzone R&B per l’inno antirazzista Black Parade e uno, meritatissimo, al Miglior Video, per Brown Skin Girl, diviso con la figlia Blue Ivy, 9 anni appena. Bey, emozionata e bellissima in nero, ha così battuto ogni record: con 28 Grammy vinti in carriera è diventata la cantante più premiata di sempre nella storia del premio, ricevendo ovazioni da Styles, dal marito Jay Z e dalla reginetta Taylor Swift.

Taylor elegantissima in floreale, grande trionfatrice della serata. Vincitrice del premio più ambito, quello per l’Album dell’anno grazie allo splendido Folklore, Taylor è diventata l’artista donna con il maggior numero di vittorie nella categoria, ben tre dopo Fearless nel 2010 e 1989 nel 2016. La Swift, applaudita dalle amiche della band country HAIM, con cui ha collaborato in Evermore, ha cantato cardigan, august e willow, tre delle migliori tracce dei suoi ultimi due dischi. Inutile dirlo: come riesce a creare atmosfera e aspettativa la Swift, nessuno mai.

Le performance non hanno deluso: bene anche quella di Dynamite della k-pop boy band BTS, con un grande Bruno Mars che ha ricalcato il palcoscenico con Leave The Door Open, classico pezzo R&B anni ’70/’80. La migliore però resta una Dua Lipa mozzafiato, esibitasi sulle note di Levitating e Don’t Start Now in un look all-pink e poi premiata per il Miglior Album Pop grazie allo splendido best seller Future Nostalgia, proprio questa settimana certificato platino negli States. Ma le vittorie delle reginette pop non si fermano qui, con il duo spettacolare formato da Lady Gaga e Ariana Grande premiato per la Miglior Collaborazione Pop grazie alla splendida Rain On Me. Gaga, in Italia per girare House Of Gucci, è stata festeggiata da Ariana in un lungo post con finale italiano.

H.E.R. cantautrice e cantante R&B, ha vinto il premio alla Miglior Canzone per I CAN’T BREATH, pezzo che dà voce alle proteste del Black Lives Matter e in particolare all’urlo disperato di George Floyd, brutalmente assassinato dalla polizia stelle e strisce lo scorso anno. Premiata anche l’eterna Dolly Parton, che ha ricevuto l’undicesimo Grammy della sua carriera per la Collaborazione Christian There Was Jesus. Miglior Album Latin Pop a Bad Bunny, con Doja Cat rimasta a bocca asciutta.

Un’edizione quanto mai ricca di musica, belle canzoni, grande intimità fra gli artisti e le artiste presenti e una serie di meritati riconoscimenti.

Tempo di premi, nel bene e nel male

Ci siamo, il momento della verità dista una manciata di giorni: lunedì 15 marzo alle 14 ora italiana Prianka Chopra e Nick Jonas annunceranno le candidature ai premi Oscar 2021. La 93esima edizione dei più prestigiosi riconoscimenti statunitensi è stata a lungo attesa, ma non arriva sola. Nelle scorse settimane, dopo i Golden Globes del 28 febbraio, anche i Critics’ Choice Awards hanno annunciato le loro vincitrici, con i BAFTA che hanno comunicato le candidature per la cerimonia del prossimo 11 aprile. Ma non è solo il meglio del cinema a ricevere attenzione in questo approssimarsi di primavera: i Razzie Awards hanno scelto le nominations per i peggior prodotti artistici dell’anno. Andiamo con ordine.

L’8 marzo i Critics’ Choice hanno dato conferme rispetto a quanto affermato dalla critica nei mesi precedenti. Nomadland è stato premiato come Miglior Film e Miglior Fotografia, con la sua regista e produttrice Chloe Zhao premiata come Miglior Regia e Miglior sceneggiatura non originale. Grande vittoria per Emerald Fennell, che ha ottenuto la statuetta alla Miglior sceneggiatura originale per l’attesissimo Una donna promettente, con l’acclamata bulgara Maria Bakalova Miglior attrice non protagonista per Borat e Daniel Kaluuya Miglior attore non protagonista, seconda vittoria dopo i Golden Globes. Doppietta anche per il compianto Chadwick Boseman, con il suo Ma Rainey’s Black Bottom premiato per i Costumi e per il Trucco. Miglior attrice Carey Mulligan, candidata ai Globes e ai SAG Awards per il suo ruolo in Una donna promettente, con Zendaya che è stata premiata con il #SeeHerAward, riconoscimento speciale da unire alla sua nomination per Malcolm & Marie.

Sorprendono invece i BAFTA, che lasciano fuori tanti dei favoriti. Gli Oscar Inglesi hanno candidato sì Nomadland e Il processo ai Chicago 7 come miglior film, ma hanno comunque dato spazio a Radha Blank, Bukky Bakray e Alfre Woodward nella categoria Miglior Attrice Protagonista e a Jasmina Zbanic come Miglior Regia. Fra le conferme la presenza nel ramo recitazione di Vanessa Kirby, Frances McDormand, Daniel Kaluuya, Leslie Odom Jr e Maria Bakalova, in quello della sceneggiatura Emerald Fennell, Aaron Sorkin e Chloe Zhao. In totale 6 candidature per Nomadland e Una donna promettente, 4 per The Mauritarian con Jodie Foster e 5 per Minari.

Quest’anno invece giusti come non mai sono stati i Razzie Awards, che hanno giustamente stroncato alcuni dei peggiori film della scorsa stagione, a partire dal soft porno 365 giorni, film che rasenta l’adorazione della violenza sessuale, candidato come Peggior Film, Peggior Attore all’italiano Michele Morrone e Peggior Attrice, per arrivare al film scritto, diretto e musicato dalla cantautrice australiana Sia, Music. Accusato di aver rappresentato in modo caricaturale e offensivo le persone autistiche (su Daydream On a Bookshelf trovate un’analisi quanto mai importante), è stato nominato come Peggior Film ed è valso alla protetta di Sia, la ballerina Maddie Zeigler, una nomination come Peggior attrice non protagonista. Tra coloro candidati alla Peggior Regia spicca Ron Howard per quella pesata di Elegia Americana, mentre l’unica candidatura stonata è quella di Glenn Close come Peggior Attrice per lo stesso film. La Close, in odore di nomination agli Oscar, è stata candidata ai Golden Globes come Miglior attrice non protagonista ed è a dire il vero il lato migliore del film.

Cosa dire quindi? Resta lo sconforto di non aver avuto ancora la possibilità di vedere tanti di questi film, resta la nostalgia dei cinema aperti, del teatro, dell’ambiente di comunità che unisce chiunque vada a fruire della settima arte. Nel frattempo possiamo aspettare e sperare, fiducios@ che tante splendide nuove uscite si uniranno a quelle da recuperare. Per quanto riguarda la corsa agli Oscar, in programma il prossimo 25 aprile, non si hanno certezze: un po’ di imprevedibilità aiuta sicuramente a smuovere le cose. Nomadland, Mank (su Netflix), Una donna promettente, Minari, Il processo ai Chicago 7 (su Netflix), The Father, Soul (Disney +), Judas and the Black Messiah, Quella notte a Miami (PrimeVideo), Ma Rainey’s Black Bottom (Netflix) sono i principali indiziati, con Da 5 Blood (su Netflix, di Spike Lee) e The Mauritanian come outsider.

Revelación – l’epifania di Selena Gomez

Forse la rivelazione di Selena Gomez consiste nell’essersi riappropriata delle proprie origini, forse nell’aver preso sempre più in mano la propria vita, da due anni a questa parte. L’epifania spagnola di una delle più famose popstar della sua generazione, di padre messicano e dal nome della celebre stella latina, consiste in un una ballad, la splendida De Una Vez, e in una serie di irresistibili tracce dal ritmo tipicamente latino, tra cui spiccano Vicio, Adios e Buscando Amor.

Revelación, questo l’EP di sette canzoni della Gomez, tornata alla musica a un anno di distanza da Rare, con un disco coerente e catchy, subito approvato da Enterteinment Weekly e anticipato dalle collaborazioni Baila Conmigo e Selfish Love, quest’ultima sulla base del DJ francese DJSnake, con cui Selena aveva dato vita alla mega-hit Taki Taki nel 2018. Lo spagnolo in bocca alla Gomez suona meravigliosamente, la pronuncia è accompagnata dal solito bel tono, soffuso in una serie di effetti e riverberi contrastati con i bassi potenti. Revelación potrebbe essere un successo, ma alla sua autrice non basterebbe.

Stando a quanto riportato nella sua lunga e interessante intervista con Vogue in occasione del lancio del disco, Selena ha affermato di voler dare alla musica giusto un’altra possibilità prima di abbandonarla definitivamente, stanca dello scarso riconoscimento attribuitole. La Gomez, che sta da mesi girando una nuova serie per lo streaming con Steve Martin a New York, ha lamentato anche una scarsa attenzione da parte di registi e produttrici nei suoi confronti, dando l’impressione di essere a un momento topico della sua carriera, magari in attesa di una svolta nella recitazione.

Nel frattempo, Revelación è musica allegra e godibile, perfetta per questo momento e che a mio parere potrebbe essere rilanciato benissimo anche in estate, in un clima più disteso e festivo (si spera).

Improvvisamente l’estate scorsa

Quando il trio di interpreti eccezionali converge nelle scene più intense, Improvvisamente l’estate scorsa diventa quasi insopportabile. Come guardare il sole: la luce è splendida ma la vista non sostenibile. Come ogni grande storia che si rispetti, il dramma del geniale Tennessee Williams si costruisce su temi spinosi, e, specificità della sua scrittura, su reticenze, incomunicabilità, segreti, con un clima di malessere che esplode più e più volte fino all’eruzione del climax.

I tre protagonisti sono un eccellente chirurgo, John Cuckrowicz, una ricchissima vedova che ha da poco perso il figlio a cui era strettamente legata, Violet, e la nipote di quest’ultima, ricoverata a forza in un ospedale psichiatrico perché considerata instabile, Catharine. Sebastian, figlio di Violet, è l’ultimo, prezioso, personaggio che aleggia come un fantasma che va via prendendo corpo col passare del tempo, e il progressivo dispiegamento di ciò che è successo improvvisamente, l’estate scorsa.

Un dramma teatrale che gioca con il non detto per creare un’ironia drammatica efficace, adattato al cinema con grande cura dei particolari, a partire dalla giungla casalinga di Violet, che richiama scenari biblico-primigeni che bene si collegano alla relazione quasi incestuosa e soffocante fra madre e figlio. Il tema dell’omosessualità, sempre centrale nelle opere di Williams e puntualmente censurato, almeno in parte, nella trasposizione a causa del Codice Hayes del 1934, qui esce con forza nella figura di Sebastian, costretto da un silenzioso patto con la madre alla castità che sfocia in rapporti sessuali nascosti con ragazzi particolarmente bisognosi di denaro.

La finezza psicologica di Williams dà corpo a una donna volutamente cieca, che resta in equilibrio fino a quando riesce a tenere nascosta la verità di cui è già a conoscenza, e a una ragazza la cui anima è stata lacerata dall’esperienza traumatica della fine di un amore non corrisposto, di una violenza che trova sfogo in un paesaggio accecante da allucinazione. Che i volti delle protagoniste siano quelli di Katharine Hepburn e Elizabeth Taylor è la punta di diamante su un soggetto da brividi, con tutta l’ultima scena di rivelazione, in un crescendo di intensità, che si trasforma in un tour de force per la Taylor. Entrambe le stelle furono candidate ai premi Oscar e Elizabeth vinse il Golden Globe, con Montgomery Clift, altro celebre attore e grande amico della Taylor, a chiudere un cast difficilmente equiparabile.

Di sicuro non è un film facilmente digeribile, e probabilmente la censura ha tolto potenza e chiarezza, ma Improvvisamente l’estate scorsa è un capolavoro anni cinquanta in tutti gli aspetti del cinema.

Consigli di lettura femminista : verso l’8 marzo

Domani, 8 marzo, sarà la Giornata internazionale della donna, momento particolarmente significativo dell’anno in cui soffermarsi a riflettere sulle conquiste ottenute dall’attivismo femminista nel corso della storia moderna. Perché abbiamo bisogno dell’8 marzo? Chiaramente l’impegno per l’uguaglianza di genere è da affrontare durante tutto l’anno, giorno per giorno: tuttavia, l’8 marzo ha un valore simbolico non indifferente, e anche risvolti pratici fondamentali per scuotere le coscienze ancora assopite. Le manifestazioni, quest’anno trasformate causa Covid-19 in fenomeni più statici, e lo sciopero generale sono momenti di enorme rilevanza per pretendere che quel gender gap ancora profondo come un abisso venga colmato, per chiedere che la società italiana (e non solo) sia una società transfemminista, che tenga conto delle minoranze e dia voce alle donne, dia loro possibilità, accesso all’istruzione, pari opportunità sul lavoro, parità di salario, diritti di controllo sul proprio corpo e sulla propria immagine.

La portata del femminismo intersezionale è fondamentale sotto tanti punti di vista: oltre a quello più evidente, pratico, dell’uguaglianza nel lavoro, nello studio e alla fine della violenza sessuale, fisica e psicologica sulle donne, il femminismo comporta un cambiamento di approccio alla realtà anche dal punto di vista filosofico-linguistico-artistico. Leggendo le opere delle pensatrici femministe si comprende davvero come la misoginia, la concezione patriarcale e gerarchica della società e quella nucleare della famiglia abbiano permeato ogni ambito della nostra vita. Nel corso degli oltre due secoli di lotte femministe, e in particolare dell’ultimo centenario di rivolte, proteste e manifesti, la rivoluzione culturale ha portato a un allontanamento non solo dalle logiche sessiste del patriarcato, ma anche dalla concezione binaria, dualistica e oppositiva della realtà culturale, sociale e morale della vita. Il femminismo, come scrive la grande Isabel Allende, è fluido, e quindi in grado di allargare i propri confini per includere tutt@ in un mondo più attento all’uguaglianza, un mondo meno verticale e discriminatorio.

Come sappiamo, i femminismi sono tanti, ciascuno con le proprie modalità e priorità: ciò che io propongo in occasione di questa giornata importante è un viaggio in alcuni delle letture che ho trovato più illuminanti nel comprendere la storia della lotta e del pensiero femminista. Femminismo che dovrebbe riguardare anche l’arte, che come ogni forma di rappresentazione scarseggia di attenzione alla complessità delle esperienze e delle vite delle donne e di tutt@ coloro che si identifico in uno o più generi discriminati. Perché il femminismo è, per me, intrecciato alla comunità queer, alle lotte antirazziste, alla lotta contro il classismo. Perché quando diciamo tutt@ intendiamo veramente tutt@.

Le mie letture femministe

Le filosofie femministe, Adriana Cavarero, Franco Restaino

Un saggio ricco di estratti da tutti i più importanti scritti femministi, una storia molto completa delle filosofie femministe. Un saggio-antologia femminista completa e chiara, con le voci di Virginia Woolf, Simone de Beauvoir, Judith Butler, Kate Millett e tante altre ad arricchire il tutto.

Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf

Forse il più bel saggio che io abbia letto: con l’ironia e la lucidità analitica caratteristiche della sua prosa Virginia Woolf dà il suo quadro sulla condizione femminile nel mondo della lettura, arrivando alla fondamentale conclusione che ogni donna ha diritto e necessità di una stanza tutta per sé dove poter scrivere, libera dall’influsso conscio e inconscio e dalle limitazioni impostele dalla ristrettezza del pensiero maschilista.

Le tre ghinee, Virginia Woolf

Nove anni dopo Una stanza tutta per sé la Woolf, con una rabbia inaudita nelle sue precedente opere, come specifica la grande studiosa woolfiana Nadia Fusini, tratta della condizione delle donne, della differenza di un mondo femminista, accendendo i toni della satira con il suo convinto pacifismo proprio alla vigilia dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Le tre ghinee, che parte da una risposta fittizia a una richiesta per finanziare la guerra, resta un capolavoro, che scosse molti alla sua pubblicazione e illumina tutt@ ancora oggi.

Gli uomini mi spiegano le cose, Rebecca Solnit

Recentemente ho scritto di Rebecca Solnit e del suo lucido e onesto taglio critico. In Gli uomini mi spiegano le cose la Solnit conia il termine mansplaining e dà voce allo sdegno riguardo alla violenza nei confronti delle donne, che sia femminicidio, abuso o silenzio imposto in virtù di una superiorità inesistente ma da semore supportata dal sistema.

Rivendicazione dei diritti delle donne, Mary Wollstonecraft

Uno dei primissimi testi cardine del femminismo moderno, La rivendicazione dei diritti delle donne, datata 1792, è frutto di una donna straordinaria, che votò la sua vita agli ideali di uguaglianza, libertà e morte della discriminazione. La Wollstonecraft senior in questo breve saggio inneggia all’accesso femminile all’istruzione, alla vita politica e sociale e nega per la prima (o quasi) volta il mito dell’angelo del focolare.

Il libro del femminismo, autrici varie

Edito da Gribaudo, il Libro del femminismo è una delle letture più complete e imparziali che possa consigliare. In esso troverete la storia dei movimenti femministi di tutto il mondo, con attenzione anche a quei campi meno conosciuti in Occidente, come l’Eco-femminismo, il Femminismo Nero e alle questioni più delicate come la pornografia e la sessualità.

Donne dell’anima mia, Isabel Allende

Ultima, splendida, opera della scrittrice cileno-statunitense Isabel Allende, Donne dell’anima mia è una testimonianza molto personale, incredibilmente affascinante e tremendamente coinvolgente del femminismo più recente, dalle lotte degli anni sessanta e settanta al femminismo queer che ha preso piede anche e soprattutto nell’ultimo ventennio. Allende dimostra un’apertura mentale e una sincerità impossibili da immaginare con particolare attenzione alla battaglia all’ageism.

Sulla liberazione della donna, Simone de Beauvoir

Report di un’intervista alla grande filosofa, scrittrice e attivista francese, Sulla liberazione della donna, è un volume piccolo ma ricco di spunti interessanti, una specie di confessione a cuore aperto di una delle più brillanti menti del secolo scorso, su temi come la radicalizzazione del femminismo, l’elitarietà dei movimenti borghesi e i rapporti fra marxismo e femminismo.

Quando tutte le donne del mondo, Simone de Beauvoir

Raccolta di conferenze e scritti della Beauvoir, altra opera pregna di considerazione sulla storia del femminismo in un momento cruciale del suo sviluppo, con tanti riferimenti alle reali esperienze delle donne francesi e non e all’opera magna della de Beauvoir, Il secondo sesso, che tante vite cambiò dopo il 1949.

Sperando che questi consigli possano essere utili e illuminanti, vi auguro un grande 8 marzo, e invito tutt@ a manifestare per quella che deve diventare, al più presto, una realtà effettiva: l’uguaglianza, il rispetto, la realizzazione di una società femminista, includente, rappresentativa di tutt@. Ciascun di noi può fare la differenza.

Golden Globes 2021 – Jane Fonda ispiratrice e tutte le vincitrici

Jane Fonda avrebbe meritato un premio anche solo per il suo discorso: “Portiamo avanti senza paura la diversità, in passato abbiamo marciato, è di nuovo ora”. Attivista da decenni, ambientalista convinta (il suo libro Salviamo il nostro futuro!, uscito lo scorso ottobre, ne è l’ultima prova), antirazzista e femminista dagli anni Settanta, pacifista al punto da essere presa di mira per la sua opposizione alla Guerra del Vietnam, Jane ha portato avanti mille battaglie, in parallelo alla sua sessantennale carriera cinematografica. A 83 anni ha dimostrato che non si deve mai smettere di combattere per se stesse e per le altre: il Cecil B. DeMille alla carriera, il suo settimo Globes, è stato più che meritato, e uno dei momenti più alti della serata.

Serata che ha visto tante sorprese e un generale clima straniante, con le candidate e i candidati a casa in collegamento internet e le presentatrici dal vivo fra Beverly Hills e New York. Proprio le due conduttrici, Tina Fey e Amy Poheler, hanno aperto la cerimonia con un duetto a distanza brillante, satirico e divertente, assistite nel corso della serata da ospiti d’eccezione: a presentare le varie categorie spazio infatti a stelle del calibro di Margot Robbie, Elle Fanning, Jamie Lee Curtis e Joaquin Phoenix. Tanti i volti noti collegati a distanza, dalla bellissima Nicole Kidman con la famiglia alla regista Regina King, da Hugh Grant a Lily Collins, da Gary Oldman a una splendida Viola Davis, fino alla leggendaria Glenn Close.

Se nel ramo televisivo ci sono state per lo più conferme, con il trionfo di The Crown premiato con quattro globi d’oro e quello de La regina degli scacchi, con la lanciatissima Anya Taylor Joy vincitrice del premio come Miglior attrice in una miniserie, per quanto riguarda il cinema i risultati hanno sovvertito le aspettative. Il prestigioso riconoscimento alla Miglior attrice in un film drammatico (per capirci, tredici volte negli ultimi vent’anni chi ha vinto questo premio ha poi ottenuto l’Oscar) è andato infatti a Andra Day, cantante e attrice premiata per Billie Holiday e capace di superare Davis, Mulligan, Kirby e McDormand. Stessa sorpresa per la Miglior attrice non protagonista, con la grandissima Jodie Foster premiata per The Mauritanian: le favorite Glenn Close, Amanda Seyfried e Olivia Colman a bocca asciutta. Per il resto, vittorie più prevedibili per Sacha Baron Cohen e Chadwick Boseman, Miglior attori in una commedia e in un film drammatico, e Daniel Kaluya, premiato per l’atteso Judas e il Messia nero. Rosamund Pike ha invece superato Michelle Pfeiffer e Maria Bakalova nella categoria Miglior attrice in una commedia, grazie a I Care a Lot, in cui recita nel ruolo di una sfruttatrice di anziani in difficoltà, a fianco di Dianne Wiest.

Grande momento storico la premiazione di Chloe Zhao come Miglior Regista, seconda donna premiata nella storia del premio dopo Barbra Streisand (vittoriosa nel 1984 per Yentl). Zhao, sceneggiatrice, produttrice e montatrice, che ha fatto doppietta, con il Leone d’Oro Nomadland premiato come Miglior Film Drammatico. Miglior Commedia Borat Subsequent Movie, con Aaron Sorkin vincitore del premio alla Miglior sceneggiatura grazie al Processo dei Chicago 7. Vuoto assoluto per i super-candidati Promising Young Woman e Mank, con la splendida Io Sì premiata come Miglior Canzone Originale, tratta dalla produzione italiana La vita davanti a sé. Si tratta della seconda vittoria per Dianne Warren e della prima per Laura Pausini, prima donna italiana a vincere il premio. Dulcis in fondo, l’acclamato Minari ha vinto il premio al Miglior film straniero.

Che dire quindi? Tante le incertezze in un anno, quello che da marzo scorso si porta dietro una pandemia alienante, che si preannuncia ricco di momenti inaspettati persino nella corsa ai premi. I prossimi sono i Critics’ Choice, l’8 marzo, poi dovremo aspettare aprile per gli Screen Actor Guild Award, i BAFTA e gli Academy Awards, attendendo che tanti di questi, all’apparenza interessantissimi progetti, possano raggiungere le sale (speremus) o anche solo le piattaforme italiane.

Gli uomini mi spiegano le cose, di Rebecca Solnit – verso l’8 marzo

“Gli uomini (alcuni uomini) mi spiegano le cose, a me come ad altre donne, indipendentemente dal fatto che sappiano o no di cosa stanno parlando. Mi riferisco a quell’arroganza che, a volte, mette i bastoni tra le ruote a tutte le donne[…] che schiaccia le più giovani nel silenzio, insegnando, così come fanno le molestie per strada, che questo mondo non appartiene a loro.”

Quando Rebecca Solnit, scrittrice e attivista femminista, usò il termine mansplaining in uno dei suoi saggi, per far riferimento a quel pregiudizio maschile secondo cui le donne non hanno abbastanza competenza, intelligenza, buon senso, per poter avere la propria visione del mondo, non immaginava che tale parola sarebbe stata attribuita a lei. Tuttavia, anni dopo, cogliendo la popolarità della definizione per riflettere sulle proprie esperienze, la Solnit ha composto una serie di saggi riuniti ed editi da Ponte alle Grazie, qui in Italia, per la prima volta nel 2017.

“La paura di essere stuprate e uccise non abbandona le donne un solo momento, e talvolta è di questo che è più importante parlare, invece che preoccuparsi di non mettere a disagio gli uomini”

I saggi sul femminismo contemporaneo hanno una potenza delucidatrice non indifferente: sono strumenti di conforto perché traggono spunto dall’esperienza più immediata di chi legge e sono anche fonte inesauribile di scoperte sugli aspetti più o meno noti dell’attualità. Così Rebecca Solnit, partendo dalla violenza verbale, arriva a trattare di quella fisica, con riferimento alle molestie in politica, al femminicidio, menzionando l’Italia e Serena Dandini, fino ad arrivare a una splendida riflessione su Virginia Woolf. “Il futuro è oscuro , il che tutto sommato è la cosa migliore che possa essere il futuro credo” scriveva Virginia. Solnit la riprende, per parlare di speranza, della necessità di lottare perché, anche quando non raggiungiamo il nostro obiettivo deliberato, potremmo ispirare qualcun altro/a a muoversi, potremmo ridare linfa a un movimento: a lei è successo, nella sua battaglia al nucleare.

“In tutto il mondo le donne di età compresa fra i 15 e i 44 anni hanno maggiori probabilità di morire o di restare menomate a causa della violenza maschile che non a causa della somma complessiva di tumori, malaria, guerra e incidenti stradali”

Ecco, è questa la straordinarietà della Solnit: è una reporter, oltre che una teorica. Lei ha combattuto per tante cause durante la sua vita, e ha toccato con mano esperienze grandiose e sofferenze causate dai problemi sociali che poi rielabora e analizza nella sua composizione saggistica. Solnit parte da una cena in cui viene corretta da un uomo su un argomento, in cui lei eccelleva e lui era completamente privo di basi, per parlare del silenzio forzato delle donne. Ci dice che ogni nove secondi una donna negli Stati Uniti subisce una molestia sessuale e giunge a spiegare la cultura dello stupro. La sua prosa e la sua inarrestabile carica combattiva hanno un effetto di liberazione: è come se aprisse un vaso con le voce di tutte le donne, voci non ascoltate, silenziate, represse con la violenza, spezzate con l’assassinio, e lo fa con positività e forza, la forza della resilienza.

“La cultura dello stupro è un contesto ambientale in cui lo stupro è endemico e all’interno del quale la violenza sessuale sulle donne è normalizzata e giustificata sia dai media che dalla cultura popolare […] La maggior parte delle donne e delle ragazze limita i propri comportamenti a causa della paura dello stupro”

La lunga estate calda

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Se amate i film anni cinquanta colorati con il Technicolor (che chi scrive ama profondamente) e prodotti dalla MGM, La lunga estate calda sposa gran parte delle vostre richieste. Resiste quasi fino alla fine, la sceneggiatura si delinea con autoconsapevolezza e buone intenzioni proprio fino al climax, poi nel tentativo di far finire tutto nel migliore dei modi si sciupa.

L’estate calda è quella che vede Ben Quick, agricoltore bello e sfacciato, arrivare a turbare l’equilibrio di una cittadina in cui spadroneggia il ricchissimo Varner, sessantenne corpulento e patriarcale che disprezza il figlio Jodi e pretende che sua figlia Clara si sposi. Varner vede in Ben un pretendente perfetto, ma Clara non è d’accordo: d’altra parte lo stesso Vagner cerca di evitare il matrimonio con l’amante di lunga data Minnie.

La rivendicazione di un’esistenza che valga al di là del matrimonio è il punto fondamentale dell’arco esistenziale di Clara, che si difende con la dignità di un gran personaggio molto vicino alle rivendicazioni femministe con un decennio di anticipo. Varner è l’antagonista perfetto, odioso da ogni punto di vista : padre-padrone che rovina i figli e capitalista incallito che vede nei nipoti la propagazione del proprio marchio. Il celebre Orson Welles, che aveva quarantadue anni ma ne dimostrava una ventina di più, è la faccia e il corpo di Varner, con Ben Quick interpretato dal bellissimo Paul Newman e una convincente Joanne Woodward come Clara. Caratterista sempre pronta a ruoli secondari diversi, Angela Lansbury è Minnie, con Jodi vero tallone d’Achille dello script. Complessato nei confronti del padre, arriva a minacciarne la vita per poi redimersi pochi secondi dopo, in uno di quei rimaneggiamenti da soap-opera che abbassano il tono anziché smorzarlo.

Sono proprio questi repentini cambiamenti che mi hanno reso scettico nei confronti di questo melodramma romantico, un film ben confezionato con due stelle del cinema, tanto apprezzabile quanto disprezzabile. Più bellezza visiva che intrigo nell’intreccio, più potere dello star sistem che talento creativo, con una punta di misoginia impossibile da mandare giù. La nota finale però va lasciata a Paul Newman (che proprio durante le riprese si sposò con la Woodward), affascinante e credibile, intrigante seppur costretto nelle spoglie di un personaggio con cui è difficile empatizzare fino in fondo, vuoi per la backstory tirata fuori all’ultimo, vuoi per la convinzione da maschio alfa che Clara ricambierà il suo interesse. La vecchia Hollywood.

Paul Newman 1925-2008 | Paul Newman, rest in peace. | Flickr

Ho finalmente recuperato V for Vendetta

V for Vendetta | "Dissent is the highest form of Patriotism"… | Flickr

Non è facile trovare film d’azione particolarmente intriganti, vero? I supereroi del capitalismo (Marvel/DC etc) e i blockbuster ultraventennali (James Bond, Matrix, Mission Impossible), danno tanto intrattenimento e preziosismi da stunt, ma possiamo affezionarci ai loro personaggi, alle loro storie personali, al loro modo di vedere il mondo?

“Mio padre diceva che gli artisti usano le bugie per dire la verità”

Evey a V

Così, se dovessi dirvi perché guardare V per Vendetta (nel caso siate tardivə come me) sicuramente citerei i suoi personaggi. V per Vendetta resta molto vicino ai suoi personaggi, li definisce estremamente bene, regala al pubblico quello che si chiama una caratterizzazione ben fatta. Non vi chiede di sposare il punto di vista di V, e come potreste d’altronde? Tuttavia, la sceneggiatura sa come costringere chi guarda il film a entrare in empatia con lui, a sforzarsi di capire i suoi obiettivi, più che le sue motivazioni.

V è un uomo mascherato, un uomo che il 5 novembre del 2020 decide di far partire un countdown: a un anno da quel momento farà esplodere il Parlamento Inglese. La data non è un caso, un rimando alla congiura delle polveri del 1605, tentativo fallito di far saltare in aria il Parlamento da parte di Guy Fawkes, di cui la maschera di V ha le fattezze. Il 2020 (e questa è la parte profeticamente da brividi) è un anno assai duro: una pandemia globale ha sconvolto il mondo, distruggendo gli Stati Uniti, mentre la Gran Bretagna vive in uno stato dittatoriale fascista guidato da un Alto Cancelliere dai poteri quasi illimitati. La sera del 4 novembre V, prima dell’annuncio, salva Evey, una giovane che lavora nell’emittente televisiva dello Stato, aggredita dalla polizia (altro inquietante tratto, la misoginia, la violenza sessuale, l’abuso di potere, che non si distacca dalla realtà). Evey interviene per salvare a sua volta V, legandosi così indissolubilmente alla sua storia.

La ciclicità rende le storie incredibilmente potenti. Sono tanti i ritorni in V per Vendetta, con scene prese e ricreate a distanza di anni con un montaggio concettuale, come la fuga di Evey dalla polizia di stato, che la ricerca in primo luogo da bambina come figlia di dissidenti politici, poi ormai adulta come collaboratrice di V. Evey poi fa tutte le tappe del cammino dell’eroina: all’inizio vittima come tuttə del sistema, quindi chiamata ad agire si rende conto di potersi ribellare, quindi liberata dalla paura per sostenere l’ideale di V. Perché V, e questo la sceneggiatura lo dice esplicitamente, è un ideale: spogliato della sua identità fisica e del suo passato dagli esperimenti per cui è stato cavia, V sacrifica se stesso non nella vendetta personale, quanto nella distruzione dello stato totalitario, dando occasione al popolo di unirsi per costruire una democrazia.

Bannato negli Stati Uniti come pericolosamente anti-americano e sovversivo, V per Vendetta ha in realtà una connotazione politica tutt’altro che anarchica, per quanto quella V rovesciata possa essere associata al tradizionale simbolo. La società tratteggiata dalle sorelle Wachowski è a dir poco orwelliana, quindi la rivoluzione di V, violento solo nelle questioni personali, è più che auspicabile. Nonostante il sabotaggio stelle e strisce (erano gli anni della guerra in Iraq fomentata dall’amministrazione Bush) il film ha avuto un gran successo, e come altrimenti quando contiene sub-plot come quello della povera Valerie, torturata a morte per essere lesbica? Penso che le storie di Valerie e Gordon (interpretato da Stephen Fry, famoso comico gay inglese) siano una rappresentazione tremendamente realistica per la comunità LGBTQ+. V non è un modello da seguire, ma Evey sì, soprattutto per chiunque voglia scrivere un personaggio che abbia sia una back-story motivante che una serie di scelte da compiere per diventare padrona della propria vita e del proprio destino. Inutile aggiungere che il lavoro di Natalie Portman sulla protagonista è qualcosa che raramente si vede nel cinema mainstream, specialmente nei film d’azione.

Ed eccoci tornatə all’inizio. Evey, non i supereroi mono-tutto. La complessità del bene, l’impossibilità di idolatrare anche quando si è tentatə, non l’eroe praticamente perfetto. V per vendetta è più liberatorio e coinvolgente che problematico, ha l’intrattenimento e il mistero ma anche la profondità psicologica. Più Evey, meno Ethan Hunt.

PS: ho scritto “più coinvolgente che problematico” perché in alcuni passaggi è molto problematico, ma lascio a voi il giudizio.