Le uscite musicali dell’ultimo periodo

Ci tenevo tanto a scrivere questo articolo perché l’ultimo mese, follemente difficile da tutti i punti di vista, ha visto un procedere imperterrito delle novità in campo musicale. Ma andiamo con ordine.

Il 28 agosto è stato il giorno dell’attesissima collaborazione fra le BlackPink e Selena Gomez, con il singolo Ice Cream. Inizialmente non ero rimasto colpito dalla traccia, che con gli ascolti mi è invece entrata in testa. Puramente pop, con un video super zuccheroso ed un testo leggero co-scritto dalle Black e da Ariana Grande, Ice Cream ha avuto un successo notevole a livello globale.

Lo stesso giorno è stata la volta di Reflection, riedizione della colonna sonora di Mulan (1998), cantata meravigliosamente dalla stessa Christina Aguilera per il live-action uscito in questo 2020. La nuova versione fa percepire chiaramente quanto si sia arricchita vocalmente la Aguilera nel corso di oltre due decenni di carriera.

Qualche giorno fa un altro film al ricco budget ha pubblicato il video della sua colonna sonora: il 25esimo film della saga di 007 rimandato causa Covid ad aprile 2021, ha in Billie Eilish e nella sua No Time To Die, pezzo scritto dalla stessa Eilish con il fratello Finneas, la sua punta di diamante. Che Billie avesse una voce particolare, delicata, leggera si sapeva, ma in No Time To Die tira fuori anche la voce per sostenere note più alte ed a un volume maggiore.

Nell’ultima settimana c’è stato anche il ritorno di Shawn Mendes con il singolo Wonder, title track dell’album in uscita il prossimo 4 dicembre. Una canzone molto carina, con un video fortemente improntato all’estetica ed il solito testo non particolarmente impegnativo di argomento amoroso.

Dua Lipa prosegue nella strada dei featuring, con un altro remix di Levitating, stavolta in coppia con il rapper DaBaby. Video galattico, pezzo che suona benissimo in qualsiasi forma e Dua a dir poco splendida. Promossi.

Super ritorno anche per Jlo, che ha puntato tutto sul glamour, sulle sonorità catchy e sulla sua incredibile forma fisica nel doppio duetto in spagnolo ed inglese con Maluma, Pa Ti e Lonely. Anche queste tracce mi sono rimaste impresse, e si presentano come un ottimo biglietto da visita per il loro prossimo film Marry Me, in uscita fra quattro mesi.

Il miglior video dell’ultimo mese è però quello pubblicato da Lady Gaga, che ha estratto da Chromatica il terzo singolo, scegliendo 911. Il video, diretto dal visionario regista Tarsem Singh, è un viaggio onirico nel subconscio di Gaga, fortemente basato sul film Il colore dei melograni (1968). Con una serie di geniali paralleli tra sogno e realtà e inquadrature significative. L’ascensione di Gaga nel sogno, ad esempio, sta ad indicarne la morte, fermata dai paramedici rappresentati a un medico e da una simil-papessa. La cavigliera di pietre rosse indica simbolicamente la ferita riportata nell’incidente, mentre la parata richiama la marcia funebre.

Menzione d’onore per Miley Cyrus, che ha rilasciato a sorpresa una pazzesca cover di Heart Of Glass di Blondie. Da due anni a questa parte Miley non sbaglia più un colpo.

L’origine degli altri, di Toni Morrison

Che le divinità letterarie mi vengano in aiuto nel parlare di una vera Maestra, una virtuosa della letteratura contemporanea, una donna la cui visione della realtà e le cui capacità comunicative vanno al di là del descrivibile.

L’origine degli altri, saggio scritto a partire da una serie di conferenze tenute nel 2016 presso l’Università di Harvard, è un’illuminante digressione sul tema dell’alterizzazione. Toni Morrison, scrittrice afroamericana ed insegnante universitaria, si sofferma sulla questione dell’Altro, facendo riferimento al suo campo di studi: la letteratura. Con numerose citazioni, riguardanti sia scrittori bianchi come Harriet Stowe e Ernest Hemingway, sia la propria esperienza di narratrice nera, di romanziera che ha fatto la storia della letteratura afroamericana.

Tra i primi, e più impressionanti, aspetti analizzati da Morrison c’è la romanticizzazione dello schiavismo, spesso attuata da scrittori bianchi per giustificare l’abominio della schiavitù. L’analisi critica di Morrison evidenzia la necessità di certi scritti, anche di volontà egualitaria e abolizionista, come La capanna dello zio Tom, di affrescare la condizione dei neri come molto meno dura di quanto non fosse in realtà.

La sua riflessione sul colorism è un altro degli aspetti che mi ha particolarmente colpito: Morrison insiste sulla volontà degli autori bianchi di sottolineare l’appartenenza di un personaggio ad un’etnia, la loro sempre impellente necessità di distinguere un personaggio nero da uno bianco, attribuendogli caratteristiche stereotipate o chiamandolo con epiteti razzisti. Morrison dice di aver provato a giocare con il colorism, di aver sia cercato, nei suoi romanzi, di eliminare qualsiasi caratterizzazione esclusivamente legata al colore della pelle, sia di aver creato un’opera in cui, come misura di sicurezza, un gruppo di neri non accetta mulatti nella propria ristretta comunità, per paura di possibili ritorsioni o soprusi (questo è compiuto in Paradiso).

Molto interessante è anche l’excursus fatto riguardo ad Amatissima, uno dei suoi romanzi. Per chi come me ha amato profondamente il libro, le considerazioni della sua stessa autrice sono una fonte fondamentale. Dice Morrison:

“In questa iterazione, per me autrice, Beloved, la ragazza, il fantasma, è l’Altro per eccellenza. Che reclama a gran voce, sempre, un bacio”

Il tema dell’Altro è ciò che accomuna l’intero saggio, diviso in sei parti: l’Altro è definito in opposizione ad un gruppo dominante, che per creare la propria identità necessita di un Altro da escludere, sottomettere, maltrattare e definire come subumano, non animale, ma neanche normale. Le riflessioni di Morrison sono di ampio respiro: abbracciano sia la Storia che la Letteratura, e sono tutt’ora attuali, tanto che, nell’edizione Pickwick da me comprata, il libro è introdotto da Roberto Saviano, che scrive saggiamente:

“Esisto solo se escludo qualcuno, esistiamo solo se scacciamo nel basso dei commenti e delle gerarchie umane chi ci appare diverso. E può essere chiunque: il meridionale, il nero […] non esistono contesti protetti”.

Purtroppo la minaccia del luogo comune, dello stereotipo, della discriminazione, che ricordo va condannata in ogni sua forma, dalla più alla meno pesante, è un tunnel nel quale è facile scivolare. Il saggio di Toni Morrison è un buon inizio, per noi bianchi privilegiati, per evitare di cadere in fallo.

I dare you booktag 📚

Con immenso ritardo rispondo all’invito di Cate L.Vagni a partecipare a questo booktag: mi sono divertito un sacco a rispondere, quindi invito chiunque voglia a fare altrettanto!

Quale libro, non ancora letto, sta nella tua libreria da più tempo?

Un regalo, in realtà apprezzatissimo, ma su cui non ho mai posato gli occhi (cosa a cui rimedierò presto, spero): Il trono di sangue, un romanzo storico-fantasy di Conn Iggulden.

2. Cosa stai leggendo? La tua ultima lettura? E quale sarà la tua prossima lettura?

Sto leggendo Le Onde di Virginia Woolf e Silvia è un anagramma di Franco Buffoni. Il primo, un romanzo che mi sta prendendo molto, non ha bisogno di presentazioni. Il secondo è un saggio interessantissimo sulla sessualità dei maggiori autori italiani dell’epoca contemporanea, un bello schiaffo alla norma eterosessuale dei “grigi accademici” come dice Buffoni.

Per quanto riguarda la prossima lettura non si può mai sapere con me, ma direi The Meaning Of Mariah Carey, la biografia della cantante statunitense, che ho già ordinato e mi stuzzica moltissimo.

3. Libro che tutti amano, che tu hai odiato?

Odiare assolutamente nessuno. Dico però che Charles Bukowski non mi piace affatto. Premettendo che non ho mai letto niente per intero, e che quindi il mio giudizio è parziale, da quel poco con cui sono entrato in contatto posso dire che sembra che scriva con arroganza, boriosità.

4. Qual è il libro che continui a dirti che leggerai, ma che probabilmente non leggerai mai?

La verità delle donne, romanzo di Meg Wolitzer. Sono arrivato oltre la metà, ma non sono ancora riuscito a finirlo. Era partito benissimo, e poi mi è un po’ calato nel finto disinvolto.

5. Quale libro stai conservando per la pensione?

Qui mi riaggancio a Caterina, dicendo Se questo è un uomo: non ce la faccio proprio per ora.

6. Ultima pagina: la leggi subito o alla fine?

Pazz*, l’ultima si legge alla fine!! Ahahah non posso patire spoiler

7. Prefazioni e postfazioni: perdita di tempo o inchiostro o aggiunta interessante?

Utili, soprattutto se scritte in modo chiaro e ben riferito al soggetto. Io le leggo però spesso dopo aver terminato il libro, per non essere troppo influenzato.

8. Con quale personaggio ti cambieresti di posto?

Difficile: forse Boccadoro di Narciso e Boccadoro: mi affascina l’idea di viaggiare con la sua spensieratezza, e sarebbe bello poter aver l’affetto di una persona come Narciso.

9. Quale libro ti ricorda un momento specifico della tua vita? (luogo, persona o evento)

Dico la saga di Percy Jackson e degli Eroi dell’Olimpo, che mi hanno accompagnato per la pre-adolescenza e parte dell’adolescenza.

10. Nomina un libro di cui sei entrato in possesso in maniera interessante

Anch’io come gli altri, di Claudia Fabrizi, trovato per caso in una bancarella in città.

11. Hai mai dato via un libro per un motivo speciale o per una persona speciale?

Dato via mai, prestato o regalato spesso. L’ultimo regalo libroso è stato A sangue freddo, di Truman Capote.

12. Quale libro è stato con te in più posti?

Non saprei proprio, dico Le ultime lettere di Jacopo Ortis, perché le leggevo spesso in spiaggia.

13. Quale lettura obbligatoria hai odiato al liceo ma che qualche anno dopo hai rivalutato?

Forse Moby Dick, di Melville. Lì per lì non mi piacque molto, adesso lo vorrei riprendere in mano e finire.

14. Libri usati o nuovi?

In genere nuovi, ma vanno bene anche usati.

15. Hai mai letto un libro di Dan Brown? 

No, ma mi incuriosiscono.

16. Hai mai visto un film che ti è piaciuto più del libro?

Sì: Chiamami col tuo nome è uno dei miei romanzi preferiti, ma niente può battere il film.

17.Hai mai letto un libro che ti ha fatto venire fame, libri di cucina inclusi?

Sì! Suonerà ovvio, ma Hunger Games mi metteva un sacco di fame.

18. Qual è la persona di cui segui sempre i consigli in ambito letterario?

In realtà nessuna in particolare, anche se seguo alcuni blog come La siepe di more o Il mestiere di leggere che mi danno spesso molti spunti interessanti.

19. C’è un libro che hai iniziato nonostante fosse fuori dalla tua zona di comfort e che hai finito per amare?

Una vita di Italo Svevo.

Ovviamente vi invito a leggere le risposte di Cate Vagni sul suo blo, e la ringrazio ancora per aver pensato a me! Buona lettura a tutt*!📖

Pret-à-porter

Naomi Campbell-1a | John Ferguson | Flickr

Girato nel 1994, con un cast sulla carta stellare ed un regista, Robert Altman, da me sconosciuto ma universalmente apprezzato (sette candidature agli Oscar), Pret-à-porter mi aveva a lungo incuriosito. Incentrato su una particolare serie di sfilate a Parigi, che riuniscono la creme del mondo della moda mondiale, il film è una commedia ricca di umorismo, che la porta ad essere una feroce satira nei confronti dell’haute couture.

Le sensazioni che trasmette Pret-à-porter sono fortemente contrastanti: da una parte è ricco di momenti divertenti, di una comicità classica, di un intreccio molto interessante, basato tutto su un equivoco iniziale. Dall’altra il gran numero di personaggi non è gestito nel migliore dei modi. Interpreti dalle grandi potenzialità come Julia Roberts e Rupert Everett sono praticamente relegati al mutismo.

La regia ha anch’essa le sue luci e ombre: Altman sceglie di far parlare i protagonisti attraverso le interviste di una spumeggiante giornalista, scelta che spesso crea confusione, con discorsi lasciati a metà, rumori di sottofondo e scene tagliate nel mezzo. Dall’altra parte questa decisione stilistica contribuisce a dare un effetto realistico alla pellicola, a rendere bene la frenesia del mondo della moda.

Se alcune comparse, leggende viventi dell’industria, sono un ottimo strumento attraverso cui costruire uno scenario contestualizzato e credibile, altre risultano quasi spot pubblicitari, così come le scene delle passerelle sono numericamente troppe.

Nel gruppo di attori e attrici di altissimo livello spiccano Sophia Loren, nel ruolo della ricchissima ed elegante moglie di un celebre stilista, che ritrova l’amante di un tempo nel personaggio di Marcello Mastroianni. I due ricreano la scena cult dello spogliarello di Ieri, Oggi, Domani (1963), sulle note di Abat Jour, in quello che sarà il loro ultimo film insieme. Mastroianni morì due anni dopo.

Tra le agguerrite editor di Vogue, Harper Bazaar ed Elle c’è Linda Hunt, celebre Hetty nella serie TV NCIS-Los Angeles, mentre una buffissima Kim Basinger è la classica giornalista televisiva sopraffatta dal lavoro e sempre in cerca di scoop. C’è spazio anche per la sempre splendida Lauren Bacall, relegata però ad un personaggio assai secondario, e per Anouk Aimée, nel ruolo di una stilista seria e appassionata il cui lavoro viene venduto come prodotto puramente commerciale.

Le indagini relative al finto omicidio sono praticamente inutili, le sotto-trame sui tradimenti carine ma tutt’altro che necessarie, mentre l’ipocrisia e l’arrivismo, oltre alla forte competitività, interne all’ambiente sono denunciate con lampi brillanti attraverso sketch più o meno riusciti.

Se questa recensione vi è sembrata confusa, lo capisco, ma sappiate che Pret-à-porter un po’ è così: pieno di cose, pieno di ottime idee, ma confuso. Probabilmente all’epoca fu male accolto per la sua natura satirica, oltre che per la mancanza di un arco narrativo sensato di ogni vicenda, ma il film va preso per quello che è: un’opera allegra, sarcastica, pacatamente polemica in cui ci si diverte e ci si lascia trasportare.

La nostra Julie compie 85 anni

Julie Andrews | Kristine | Flickr

Julie Andrews è un mito, una leggenda vivente, che ha attraversato le generazioni, ma tante generazioni, cullandoci con i suoi splendidi personaggi, sempiterne rappresentazioni destinate a durare nei secoli. Per questo ne parlo come della nostra Julie, perché, pur non conoscendo ovviamente Julie come persona, grazie alla sua trasparenza ed all’incredibile durata della sua carriera Julie si è presentata come una rassicurante stella fissa nel mondo delle meteore dello spettacolo.

Julie Andrews è nata a Walton-on-Thames il 1° ottobre del 1935 in una famiglia che l’avrebbe fatta soffrire molto più di quanto potesse immaginare. I genitori divorziarono quando lei era molto piccola, la madre sposò un ubriacone molesto e Julie crebbe in una casa dove l’instabilità regnava sovrana. Iniziò a cantare giovanissima, e grazie ad una portentosa estensione vocale ed un assiduo studio divenne un enfant prodige dei piccoli teatri inglesi. Crescendo in grazia e bravura, imparò a prendersi cura dei propri famigliari come loro non erano riusciti a fare con lei.

A soli 19 anni esordì a Broadway e fino al 1962 recitò in produzioni teatrali acclamatissime, tra cui My Fair Lady e Camelot, spostandosi fra l’Inghilterra e gli States, per poi diventare una delle più grandi stelle del cinema hollywoodiano.

Il suo esordio fu con la leggendaria Mary Poppins (1964) di Walt Disney, che le valse subito l’Oscar alla miglior attrice e il successo planetario. Con la postura di una ballerina e la dizione di un’insegnante, Julie personificò quella che sarebbe diventata la più famosa tata del cinema. L’anno dopo fu la volta dell’istitutrice Maria in Tutti insieme appassionatamente (1965), il musical di maggior successo della storia del cinema, che consolidò la sua fama di interprete strepitosa e cantante sopraffina e le fece vincere un Golden Globe e ottenere una seconda candidatura agli Academy.

Ma Julie, che ebbe modo di lavorare persino con Alfred Hitchcok ne Il sipario strappato (1966), non si limitò a mantenere l’immagine di donna affidabile, mansueta e pura e, visto che proposte di altro genere scarseggiavano, si ritirò parzialmente durante gli anni ’70, per poi ritornare alla grande con i lavori ironici, scanzonati e brillanti del secondo marito Blake Edwards, nella commedia-satira S.O.B. (1981), nello spettacolare musical Victor/Victoria (1982), per cui ricevette il plauso internazionale e la sua terza nomination agli Oscar, battuta solo da Meryl Streep (una sconfitta accettabile anche per Julie direi) e in altri progetti più introspettivi e a basso costo come That’s Life (1986).

Dopo essere tornata al teatro con la produzione di Victor/Victoria, ancora sotto la guida del marito, nel 1995, ancora in splendida forma nonostante i 60 anni compiuti, Julie andò incontro alla perdita del suo pregio più grande, la sua meravigliosa voce, a causa di un’operazione andata male alle corde vocali.

Nonostante il trauma, la nostra Julie è andata avanti, recitando nei due film cult di inizio millennio Pretty Princess (2001) e Principe Azzurro Cercasi (2004), a fianco di una giovanissima Anne Hathaway, per poi dedicarsi alla scrittura d’infanzia con la figlia Emma Walton-Hamilton e al doppiaggio, prestando la sua ben riconoscibile voce a numerosi personaggi d’animazione. Premiata con il British Academy Film Award alla carriera nel 1989, con il Kennedy Center Honors per il contributo allo spettacolo statunitense nel 2001, con il Leone d’oro alla carriera alla 76esima Mostra del Cinema di Venezia nel 2019, Julie riceverà in questo 2020 l’American Film Institute Award alla Carriera per i suoi contributi artistici.

Leggendaria icona di eleganza, talento, professionalità e bellezza, Julie compie oggi 85 anni, e lo fa dopo essersi sempre messa alla prova, dovendo confrontare se stessa con problemi personali e lavorativi non indifferenti. In più di sei decenni di carriera ha saputo dimostrare talento comico, autoironia, capacità interpretativa drammatica e, più di tutto, ha incantato le platee con il suo stile unico, con la bellezza di una voce da usignolo e con quel carisma e quell’affabilità che solo lei, Julie Andrews, la nostra Julie, continua ad avere, dopo tutto questo tempo.

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Todo sobre mi madre

 “Me ha costado mucho ser auténtica. Pero no hay que ser tacaña con todo lo relacionado con nuestro aspecto. Porque una mujer es más auténtica cuanto más se parece a lo que ha soñado de sí misma”.

Todo sobre mi madre mi ha fulminato, elettrizzato, rapito, commosso come pochi altri film in tutta la mia breve ed inesperta esistenza. Dovrebbe essere una storia ricca di dolore e tristezza, ed invece non risulta mai pesante. Potrebbe sembrare spinosa, in qualche modo lontana e invece è perfettamente naturale, accogliente, calda; è un film ricco di cultura, anche se questa appare sempre con delicatezza, come ad incorniciare un’opera sulla vita e sulle donne.

Dedicato dall’autore, quel genio di Pedro Almodovar di cui recupererò tutti i film, “A tutte le donne che recitano, a tutti gli uomini che si trasformano in donne, a tutte le persone che vogliono essere madri. A mia madre” Todo sobre mi madre è infatti un ritratto sincero e sempre incredibilmente a tutto tondo di un gruppo di donne tutte diverse fra loro. C’è Manuela, una donna lesbica con un figlio adolescente, che ritorna a Barcellona, da dove era fuggita incinta, c’è Rosa, una suora che aiuta le persona più in difficoltà della città, c’è la dolce e buffa Agrado, trans che riesce a uscire dal giro della prostituzione per diventare l’assistente di Huma, stella del teatro che ha una relazione complessa con la collega Nina, giovane eroinomane, e c’è Lola, strettamente legata a tutte e in realtà in contatto con nessuna.

La pragmaticità di Manuela e la velocità con cui si lega e si slega si contrappone all’ingenuità di Rosa, alla sagacia brillante di Agrado, miglior amica di Manuela, alla devozione amorosa di Huma e al caratteraccio di Nina, per creare un ambiente in cui nessuna è fuori posto, ma tutte sono incompatibili. La bellezza di Todo sobre mi madre sta proprio nell’armonia di questo gruppo disomogeneo, di come si spalleggino per superare crisi profonde, problemi realistici e reali, gravi, talvolta gravissimi. Ci sono lutto, malattie, nostalgie e incomprensioni nel film di Almodovar, ma soprattutto c’è la forza delle donne, che superano tutto insieme.

Tra le recensioni che ho letto, tutte sottolineavano come Almodovar, soprattutto attraverso il monologo di Agredo, si soffermi sul concetto della performatività di genere, ed in particolare il sito Etica y Cine collega la visione di Almodovar con le teorie della scrittrice femminista Judith Butler, per cui il genere non è tanto legato a delle caratteristiche sessuali quanto al nostro modo di assorbire il contesto culturale e sociale e di rappresentare noi stess* secondo determinate modalità correlate ad esso. Agredo è una donna a tutti gli effetti perché è riuscita, come dice lei stessa, ad avvicinarsi all’idea di se stessa che ha sempre avuto dentro. Le donne di Almodovar sono libere da ogni necessità dimostrativa: sono prostitute che hanno lasciato la professione, sono missionarie incinta, sono madri senza uomini.

Un tranvía llamado Deseo | Un tranvía llamado Deseo (A Stree… | Flickr

Ma oltre a soffermarsi sulla maternità, sul genere e sulla solidarietà femminile, Almodovar crea un film intriso di cinema. Il titolo, subito, è un richiamo allo splendido classico All About Eve (1950), con protagonista l’immensa Bette Davis, e Manuela e il figlio Esteban ne guardano un pezzo alla TV. Se Tutto su Eva parlava di spaccature e rivalità fra donne (per questo si potrebbe accettare la traduzione del titolo, contestata da Esteban, Eva contro Eva) Tutto su mia madre narra un’unione forte più di ogni possibile divisione. Ricorrente è invece Un tram chiamato desiderio, celebre dramma di Tennessee Williams, che lega Manuela, Esteban e Huma per sempre. Nell’opera originale Stella Kowalsky resta con il marito, mentre nella riedizione presente nel film di Almodovar, non volendo più sottostare al marito, la donna se ne va per sempre con il bambino. La recitazione è centrale nel film: le donne sono abituate a fare compromessi, a doversi adattare in un mondo che per loro parte in salita, e quindi l’arte dell’inganno diventa fondamentale e, allo stesso modo, naturale.

All About Eve | Edith Head | mjbthird | Flickr

Questo perché non c’è posto per gli uomini, per la loro mascolinità tossica, in un film al femminile, un’elegia a tutte le donne, alla loro resistenza e alla loro resilienza. Non starò a dirvi quanto sia stato lodato da tutto il mondo questo capolavoro spagnolo, invece mi soffermerò sulle attrici: Cecilia Roth, Penelope Cruz, Antonia Santa Juan, Marisa Paredes, Candela Pena. Grazie, per la vostra genuinità, per la vostra empatia, per la vostra chimica. Grazie.

Tutto quello che verrà al cinema nei prossimi mesi (speriamo)

2020 funesto per il mondo del cinema, non solo per tutt* coloro impegnati nel girare e produrre i film, ma anche per gli appassionati e le appassionate, private per mesi di nuovi stimoli artistici, con il Covid che ha portato alla chiusura dei cinema in tutto il mondo per diversi mesi e alla cancellazione di tanti dei maggiori festival, tra cui quello storico e fondamentale di Cannes.

Tuttavia, anche in questo campo i passi in avanti non mancano, a partire dallo splendido Festival del Cinema di Venezia, andato a buon fine nonostante la pandemia, in scena dal 2 al 12 settembre, che ha visto Nomadland della regista cinese Chloé Zhao vincere il Leone d’Oro al Miglior Film.

Attesissimo film con protagonista una, dicono, strepitosa Frances McDormand (già vincitrice di 2 premi Oscar), Nomadland uscirà il prossimo 4 dicembre negli States. Ma molte sono le pellicole presentate a Venezia che stanno popolando le sale italiane e non: io ho avuto il piacere di vedere sul grande schermo l’apprezzatissimo Le sorelle Macaluso, scritto e diretto da Emma Dante, e il biopic italo-belga diretto da Susanna Nicchiarelli Miss Marx, di cui parlerò più in là.

Un po’ più dovremo aspettare per vedere quello che si prospetta essere uno dei più interessanti progetti dell’anno, quell’Ammonite diretto da Francis Lee, film in costume con protagoniste Saoirse Ronan e Kate Winslet, nel ruolo di due amanti. Ammonite uscirà il prossimo 13 novembre, stessa data in cui sarà disponibile su Netflix il nuovo film con protagonista Sophia Loren, La vita davanti a sé, storia di una anziana ebrea sopravvissuta all’olocausto che si prende cura di un bambino senegalese. La pellicola, adattamento di un romanzo del francese Roman Gary, è stata diretta da Edoardo Ponti ed è uno dei film che aspetto con maggior impazienza.

Dicembre sarà ricco di scoperte affascinanti, grazie all’uscita dell’attesissimo sci-fi Dune, film diretto da Denis Villenueve con protagonisti Timothee Chalamet e Zendaya, in sala dal 17 di quel mese. Dune, tratto dal romanzo di Frank Herbert, sarà preceduto da The Prom, musical a tema LGBTQ+ diretto e prodotto da Ryan Murphy con le leggende Meryl Streep e Nicole Kidman, disponibile su Netflix dall’11 dicembre.

Respect, biopic della regina del soul Aretha Franklin, con protagonista Jennifer Hudson uscirà invece il 15 di gennaio 2021, mentre la rom-com Marry Me, con Jennifer Lopez e Maluma, sarà in sala dal 12 febbraio. Sempre febbraio dovrebbe essere il mese di French Exit, il nuovissimo film con protagonista Michelle Pfeiffer.

Ancora incerte le date di Mank, film in bianco e nero sullo sceneggiatore Joseph L.Mankiewicz, che si diceva dovesse uscire il prossimo mese su Netflix. Il film è tanto atteso e presenta un cast di stelle, con Amanda Seyfried, Gary Oldman e Lily Tomlin su tutte. Stesso discorso per Pieces Of A Woman, presentato a Venezia, con Shia LaBeouf e Vanessa Kirby, vincitrice della Coppa Volpi alla Miglior Attrice.

Già in sala invece il nuovo, splendido, film di Christopher Nolan, Tenet, con Robert Pattinson e John David Washington. Con un incredibile uso del tempo e degli effetti speciali, Tenet è uno dei progetti più visionari che ho visto al cinema quest’anno.

Avril e il punk (non serio) che fu

File:Avril Lavigne on piano, Italy (cropped).jpg - Wikimedia Commons

C’era una volta una generazione di millennials adolescenti in cerca d’identità che rifiutava le imposizioni ferree e i paletti di una società ossessivamente attaccata a valori, tradizioni e costumi ormai morti e sepolti. Avril Lavigne, quella ragazzina canadese che più che staccarsi dal pubblico ci si identificava e confondeva, è stata un po’ la voce di quella generazione.

Bionda adolescente che al posto delle coreografie preferiva le spinte, al posto dei sorrisi plastificati proponeva parole vere e sentite, Avril era un’outsider, una di quelle ragazze che si staccavano volentieri dagli stereotipi, che criticavano apertamente le personalità fatte con lo stampino, la cosiddetta buona educazione trasformatasi in ipocrisia, i canoni di genere che imponevano alle ragazze di essere più sexy che sincere, più attente all’apparenza che alla sostanza, più legate ad un carattere mansueto piuttosto che ad un’indole giocosa e trasgressiva.

Con quello stile soft punk, con quella musica super rock, con basi di chitarra elettrica, ma mai veramente tale, con il cappellino all’incontrario, la cravatta e i pantaloni a vita bassa, Avril ha saputo esprimere le contraddizioni, il bisogno di rappresentazione, la voglia di divertirsi e di trasgredire di una grossa parte della gioventù nordamericana e globale.

Era facile fidarsi di Avril, quando attraverso i testi delle sue canzoni ti diceva “sono io, sono vera” e ammetteva i propri errori, ammetteva di non aspirare alla perfezione, bensì al divertimento ed indagava se stessa come un essere umano, pieno di emozioni diverse e con la curiosità che è propria di una persona che crescendo matura, impara, si responsabilizza ma non cede al conformismo.

Un po’ era già scritto nella sua stessa immagine, che il fenomeno Lavigne dovesse estinguersi, perché la sua ricerca di basi, la sua trasgressione spensierata, la sua voglia di sperimentazione sono tutte strettamente legate, perlomeno nella cultura popolare, alla giovinezza, e destinate ad essere sostituite o a risultare meno autentiche se trasmesse da una trentenne. Tuttavia, Katy Perry e il suo Teenage Dream sono un chiaro esempio del contrario.

Insomma, Avril era la voce dei teenager, con le loro fragilità e le loro sempre sottovalutate idee, era la voce degli anni 2000, il miglior decennio della musica pop, a cui si guarda sempre con nostalgia e gratitudine e a cui si torna sempre quando l’usa e getta odierno non riempe più. Finta punk, vera rocker, tremendamente simpatica, dopo aver scritto due capolavori e retto bene il semi-passaggio ad un’immagine più commerciale con The Best Damn Thing, Avril ha perso il suo mordente, ma non il suo talento. What The Hell?, Smile, Wish You Were Here, Tell Me It’s Over ci hanno accompagnato nel nuovo decennio come una vocina dall’accento canadese: “Ehi, sono ancora qui, so ancora esprimere come ti senti con le mie parole, faccio ancora buona musica”.

E così ci ricorderemo per sempre di quella fantastica popstar diversa da tutte le altre, quella che tutti e tutte ascoltavano fino ad una decina d’anni fa, ci ricordiamo di Avril, nel giorno dei suoi 36 anni e le diciamo che anche se adesso non ha più grande seguito, noi siamo con te, come cantava lei.

Gia- un consiglio

Gia Carangi | L | Flickr

Nella mia ricerca continua di arte che mettesse al centro personaggi femminili complessi, ben lontani da ruoli marginali o privi di carisma, ho pensato di dare uno sguardo a Gia, biopic della modella statunitense Gia Carangi, personalità di spicco dell’haute couture mondiale fra gli anni ’70 e ’80.

Gia si è rivelato, fortunatamente, proprio quello che cercavo: una storia su una giovane donna piena di vita, narrata senza filtri o censure così fastidiosamente presenti sul grande schermo. Gia deve tanto della sua riuscita a uno script d’enorme interesse: Gia è stata una donna fenomenale sotto tanti punti di vista: come modella ha saputo unire alla sua incredibile bellezza una notevole dinamicità. Tanti ne hanno parlato come la prima top-model a muoversi al di là delle tradizionali pose. Sessualmente disinibita, lesbica dichiarata, uno spirito libero dotato di una aggressività sulla passerella a cui univa un dualismo nella vita privata: senza filtri e giocosa così come in continua ricerca di affetto, di attenzioni e di una guida.

Gia non si affretta sugli elementi più difficili della vita della protagonista, anzi: ne fa vedere la fragilità, la dipendenza dalla droga, la profonda tristezza al di là del successo professionale. Il declino fisico e spirituale di Gia, la sua lotta persa contro la dipendenza, l’avanzare della tremenda malattia che le toglie la vita prematuramente, la volontà di far comprendere le terribili conseguenze dell’assuefazione da droghe pesanti. Essere malate di AIDS, ed esserlo negli anni’80, era una doppia croce da cui era impossibile uscire se non dopo indicibili ed incomprensibili sofferenze.

Il ritratto che emerge della Carangi, al di là di quanto detto dai suoi parenti, è di una ragazza piena di iniziativa, coraggio e amore, ma profondamente immatura ed incapace di badare a se stessa: che una persona così ricca di vitalità abbia perso in una così giovane età la possibilità di crescere, di realizzarsi, di essere interamente felice, spezza il cuore.

Ritornando ciclicamente all’inizio, Gia è un personaggio che dà straordinarie possibilità interpretative, e Angelina Jolie, che aveva solo 22 anni quando si incaricò di questo non facile onere, le coglie tutte. Angelina non è solo bellissima, è strepitosa. Non c’è cosa che non si dia la pena di dimostrare con vigore: l’amore di Gia per la truccatrice Linda, il suo essere sempre bisognosa d’attenzioni, la naturalezza con cui si muove e dice cose che tante altre avrebbero taciuto, la sua vena irriverente. Non è facile interpretare una ragazzina curiosa e impenitente e trasformarla in una giovane donna vittima di demoni troppo spaventosi per essere del tutto superati. Angelina lo fa con egregia naturalezza, tanto da essere premiata con un Golden Globe ed un SAG Award alla miglior attrice in un film per la TV.

Interpretando una donna in evoluzione e dalle mille, tormentate sfaccettature, Angelina ha dimostrato al grande pubblico di essere una grande attrice, e ha reso giustizia ad una donna dalle grandissime qualità, una donna molto più avanti del suo tempo.

Mamma Mia! è il musical perfetto

File:ABBA 2008 Av Daniel Åhs.jpg - Wikimedia Commons

La musica degli ABBA , con le sue molteplici sfumature, lo splendido mare della Grecia, un gruppo di personaggi tremendamente ricchi di vita. Una gioia per i sensi, una commedia brillante, con attori e attrici, soprattutto, strepitosi.

Mamma Mia!, capolavoro di Phyllida Lloyd tratto dall’omonimo musical di Broadway, è il musical dei musical, figlio di un umorismo intelligente e di un ottimismo contagiante. Un film gioioso e vivace, coinvolgente e divertente, luminoso in ogni sequenza, con una colonna sonora perfetta sia per lo sviluppo narrativo sia per la bellezza delle canzoni in sé.

La storia è quella di Donna Sheridan, direttrice di un albergo sulla paradisiaca isola di Kalokairi, intenta ad organizzare le nozze della figlia ventenne Sophie con Sky, ragazzo dell’isola che vorrebbe viaggiare. Ad aiutare Donna ci pensano le storiche amiche Rose, scrittrice di successo, e Tanya, sempre in cerca di nuovi ricchi partiti, ma le cose si complicano quando a Kalokairi arrivano Sam, Harry e Bill, amori di un tempo di Donna, chiamati da Sophie, che crede che uno dei tre possa essere suo padre.

E così si innescano pezzi perfetti uno dietro l’altro, dalla nostalgica Our Last Summer all’irresistibile Mamma Mia!, dall’allusiva Gimme Gimme Gimme! alla dolcissima e divertente Honey Honey, fino a quei capolavori come Dancing Queen, vero inno di libertà, di vita vissuta con intensità e spensieratezza, e Slipping Through My Fingers, strappalacrime come poche altre canzoni e perfette per esprimere tutto ciò che passa dentro l’animo di Donna in previsione delle nozze.

Di Meryl, strepitosa nella salopette di Donna, ne ho già parlato qui, quindi mi limito a parlare del resto del cast. Se la bellissima Amanda Seyfried è l’adorabile Sophie, l’ex James Bond Pierce Brosnan è il peggiore fra gli attori, con Colin Firth e Stellan Skarsgard a completare il terzetto dei padri.

Ma le vere regine dello schermo sono Julie Walters (Rose) e Christine Baranski (Tanya), scatenate nel ruolo delle fate madrine evergreen, con una chimica incredibile sullo schermo e una presenza scenica da popstar.

Insomma, guardate Mamma Mia!, riguardatelo, possibilmente in compagnia. Ballate, cantate, benedite gli ABBA e godetevi la vita, che pochi film come questo possono farvene capire la bellezza e le infinite possibilità.