Elegia Americana è davvero un brutto film? Sì

La storia (vera) di J.D.Vance, ragazzino dell’Ohio con una tremenda storia famigliare divenuto un ricco venture capitalist, è stata un best seller nel 2016, rendendo il suo autore, nonché protagonista, molto famoso negli States.

Scritto dalla sceneggiatrice Vanessa Taylor, che aveva fatto buoni lavori con Il matrimonio che vorrei (con Meryl Streep) e La forma dell’acqua (che non ho visto, ma le è valso una candidatura agli Oscar), Elegia Americana è un film che, a mio parere, difetta proprio nell’adattamento del testo. Per questo è stato letteralmente distrutto in patria, con tutta la critica concorde nel ritenere errato il tralasciare l’aspetto sociologico analizzato da Vance nell’autobiografia. Questo secondo me è anche secondario.

” Basta dire che, a meno che tu non sia uno sciocco, vedrai attraverso la pantomima. Questa lotta non è vera: è stata truccata. “

Charlotte O’Sullivan, London Evening Standard

Diretto da Ron Howard, Elegia Americana è un brutto film perché non ti dà respiro, mai. Un susseguirsi di esperienze traumatiche in cui è impossibile collocare ricordi positivi o vedere veramente le fragilità dei personaggi, troppo impegnati a mostrare in tutti i modi le loro sofferenze e la loro rabbia.

J.D. ha 13 anni, nel 1997, vive con la madre, Bev, un’infermiera tossicodipendente, squilibrata e violenta, e la sorella maggiore Lindsay, nella stessa strada della nonna, Mamaw, una donna burbera e molto rude con la figlia, ma estremamente protettiva nei confronti dei nipoti. Il film segue le vicende del J.D. tredicenne e in parallelo quella del J.D. di 27, che nel 2011 è costretto a tornare a casa da Yale, dove studia legge, per soccorrere la madre, andata in overdose da eroina, proprio il giorno prima di un importantissimo colloquio di lavoro.

Questa doppia narrazione non funziona, l’esperienza traumatica dell’adolescente ci porta a empatizzare con J.D. e ovviamente a rivalutare la propria fortuna, ma la ragione di tutta questa sofferenza continua a sfuggire. Di Bev si sa solo che la madre è stata dura con lei (ma quanto e perché?) e di un padre o patrigno ubriacone; Lindsay, il miglior personaggio, è sempre in disparte, ma le sue sono le uniche reazioni che possiamo comprendere davvero. Di Mamaw viene detto che salva sempre Bev, ma poi per tutto il film questo non accade neanche una volta. Insomma: tutto è ridotto a litigate, esplosioni di collera, tentativi suicidi di Bev che fanno veramente stare male chi guarda per questo personaggio, e di continue domande.

Una delle migliori scene del film

Una cosa che Elegia Americana fa bene è mostrare la tremenda spada di Damocle che è la povertà: non ci sono abbastanza soldi per J.D. per pagare la scuola, deve fare tre lavori mentre studia. Non ci sono soldi per ricoverare degnamente Bev, non ci sono soldi per Mamaw per pagarsi le medicine, e non c’è un minimo di assistenza statale per un’eroinomane che dovrebbe stare sotto controllo continuo e invece viene praticamente cacciata dall’ospedale.

Howard pensa di star creando una fiaba d’ispirazione. Non realizza che è una American Horror Story

Darren Fanlch, Enterteinment Weekly

Detto questo, le domande continuano: ma J.D. cosa prova per sua madre? Rancore, disinteresse? Sua madre quasi si ammazza e lui ci viene presentato quasi impassibile (forse limiti di Basso, il protagonista?), alla fine la lascia in un motel e ci propone una conversazione con la fidanzata Usha al telefono sulla famiglia, sul suo attaccamento alla nonna, ma tutto il finale, con questo pianto liberatorio, il colloquio che sta per iniziare, le parole (a posteriori?) super ottimiste sull’accettare la famiglia che si ha, sono credibili? Lo sarebbero se il puzzle non avesse buchi enormi.

” Non è interessato al sistema che crea povertà, dipendenza e ignoranza; vuole solo far finta che l’abilità di un ragazzo bianco etero nell’elevarsi al di sopra di coloro che lo circondando significhi che non ci sono scuse per tutti gli altri per non aver fatto lo stesso “

Alonso Duarte, The Wrap

E sì che Amy Adams e Glenn Close si dannano l’anima per sublimare il tutto, trasformate da trucco e parrucco in donne molto simili a quelle vere (mostrate in foto nei titoli di coda). Amy tira fuori rabbia, nervosismo scattante, disperazione da assuefazione, fino a diventare quasi spaventosa, ma al suo personaggi manca proprio il lato positivo, che pure Bev deve avere. Glenn dal lato suo è una nonna combattiva, arrancante ma decisa, una matriarca delle montagne dalla pellaccia dura e dal carattere di ferro. Tutti e tutte si aspettavano un piccolo capolavoro in grado di lanciarle verso l’Academy che a entrambe manca, ma in Elegia sembra come se due top player abbiano accettato una partita a beach con i dilettanti della spiaggia. L’effetto è straniante.

Insomma, tutt* a dire che Elegia Americana è un pessimo film, e, sorpresa, lo è davvero. Il lato positivo sta nel fatto che la vera Bev, ci dicono a fine film, è adesso sobria da sei anni, quello negativo che J.D., anziché combattere la povertà in cui è cresciuto, è diventato un ricco ultra-capitalista Repubblicano.

Si scrive Plastic Hearts, si legge gioiellino

Le premesse per un ottimo album c’erano già con Midnight Sky, primo singolo con video auto-diretto dalla Cyrus, sound anni ’80, estetica Chanel e una venatura rock in un mare di synth-pop. Miley aveva colpito tuttə, fatto buoni risultati in classifica e soprattutto si era fatta un mazzo in esibizioni dal vivo splendide. Il cambio d’immagine e di genere, verso il rock, si è sposato con lo scurirsi sempre maggiore della sua voce roca e bassa, ed ecco che i live alla BBC Radio1 e all’iHeart Festival sono talmente buoni che alcune cover vengono inserite nel nuovo album.

Con Prisoner, duetto con la fenomenale Dua Lipa, Miley ha saputo alzare ulteriormente l’asticella, immergendoci in un sound sempre più accattivante e esplosivo. Adesso che è completo, Plastic Heart è buono esattamente come ce lo aspettavamo. Coerente nel sound, con i bassi ipnotici, qualche giro di chitarra elettrica super e un’aggressività, nel canto così come nella produzione, ricca di energia.

Personalmente, oltre agli ottimi singoli, la title track è il mio pezzo preferito, non solo dell’album, ma dell’intera annata. Plastic Hearts è una meraviglia ipnotica: subito sotto ci sono la carichissima WTF Do I Know?, il feat con Billy Idol, Night Crawling, ma anche Bad Karma, con Joan Jett, con anche Gimme What I Want che ha potenzialità, pur con un ritornello meno attraente delle precedenti. Quando il ritmo rallenta e il volume diminuisce, la mia partecipazione all’ascolto si fa un po’ più macchinosa, come in Never Be Me, Golden G String e High, mentre Angels Like You sta riscontrando ascolti ottimi in rete.

Discorso a parte meritano le tracce in più: la cover di Heart Of Glass (di Blondie) è strepitosa, e mostra quanto Miley sia capace di imprimere forza alle sue canzoni anche solo con la sua voce. Stesso discorso per quella di Zombie, celebre pezzone dei Cranberries, con il remix di Midnight Sky (Edge Of Midnight) fusione del primo singolo e di Edge Of Seventeen di Stevie Nicks, proprio in collaborazione con l’ex vocalist dei Fleetwood Macs, merita soprattutto per la produzione, per quell’incalzante suono di fondo.

Miley ha fatto tutto per bene, stavolta: dai video ai vocals, dal ritmo delle canzoni ai testi, per lo più inneggianti alla libertà in ogni forma di espressione, alle compagne di viaggio. Stevie Nicks, Joan Jett, Billy Idol: tutta gente quasi leggendaria nel mondo rock, famosissima negli anni ’70-’80, il periodo a cui Plastic Hearts fa chiaro riferimento. Anche la critica se n’è accorta, con recensioni entusiastiche da parte di testate come l’Indipendent, il Telegraph e SPIN. A 28 anni Miley potrebbe aver davvero fatto il salto grosso. In attesa della risposta del pubblico.

L’amica geniale: Storia della bambina perduta

Scrivo di questo libro perché spero di disfarmene, di ottenere un certo distacco che non riesco ad accettare. Mi mancheranno Lenù e Lila, mi mancherà la prosa in prima persona di Elena Ferrante, mi mancherà il rione, i colpi di scena a fine capitolo, l’odi et amo di Elena nei confronti di Napoli, mi mancheranno anche Dede, Elsa e Imma. Perché questo attaccamento? Perché la Ferrante ha saputo creare un universo incredibile attraverso una saga, ha concepito un’opera a se stante, un mondo così definito, con personaggi così caratterizzati e dinamiche divenute dopo centinaia di pagine tanto note e attraenti, perversamente affascinanti, da catturare chiunque, da risucchiare sarebbe meglio dire, nella storia di queste due amiche geniali.

Dopo aver dato voce, attraverso le parole della protagonista e narratrice, nonché autrice fittizia dell’opera, all’infanzia violenta e povera, all’adolescenza turbolenta e alle vicissitudini di una prima vita adulta ricca di alti e bassi, alle vicende di Lila e Lenù, Elena Ferrante conclude nel migliore dei modi la saga che l’ha consacrata al successo internazionale, con un romanzo denso di emozioni, eventi, introspettivo più degli altri, sicuramente di uno spessore drammatico maggiore, più onesto ancora.

Non ringrazierò mai abbastanza questa incredibile autrice per aver creato dei personaggi così vividi, complessi, realistici. Lila stessa lo dice nel terzo volume, che bisogna scrivere le cose come stanno, nella loro confusione incredibile, e la Ferrante lo fa. Mantiene chi legge sempre cosciente del punto di arrivo, che poi è quello di partenza, la scomparsa di Raffaella Cerullo, eppure dà una storia ricchissima di eventi, che riflette su se stessa, che si blocca e poi rapidamente va in avanti. Soprattutto, disegna come la migliori delle pittrici un arco di trasformazione della sua protagonista che è sottile, quasi impercettibile, nonostante lei ci dica tutto o quasi di quello che le succede, di quello che prova, di quello che non capisce di se stessa.

“[Le mie figlie] Attribuiscono il loro benessere e i loro successi al padre. Ma io- io che non avevo privilegi- sono il fondamento dei loro privilegi”.

Elena Greco vive una vita di emancipazione e indipendenza, ha una forza di volontà incredibile, una determinazione a uscire dalla miseria della propria condizione di partenza che sarebbe encomiabile, sarebbe già abbastanza, nonostante la sua problematicità. Forse proprio grazie a quella, perché sono proprio le grandissime incertezze di Elena, la sua mancanza di una sincerità completa nei confronti degli altri e di se stessa che la rendono così vera.

Tuttavia Elena sale al livello successivo, emancipandosi dal ruolo subalterno nei confronti di Lila, staccandosi dal rancore, accettando la complessità del suo rapporto con lei, accettando di non dover primeggiare su di lei per apprezzare se stessa. Elena ha un coraggio incredibile in questo finale entusiasmante, sa dire basta, sa tagliare via le relazioni tossiche senza caderci, sa affrontare il suo complicato rapporto con la madre, e rimettere ognuno al proprio posto, senza enfatizzare o odiare.

Il cammino di Elena verso la realizzazione di sé, verso la cultura, la creatività, la riflessione, si connette al suo strettissimo rapporto con Lila, quest’altro personaggio straordinario, questa ragazza permeata dal mistero che la penna dell’autrice le attribuisce e capace di essere la forte eroina che piega a sé il rione, i Solara camorristi, l’ex marito violento, di fare i soldi nel mondo agli albori dell’elettronica e di Internet, per poi sbiadire nella mancanza di lucidità e di amore.

Se queste parole non vi hanno convinto a leggere anche l’ultima parte di questa saga fuori dal comune, sappiate che non rendono giustizia a una storia che sembra scritta come un’autobiografia, una confessione, un dramma teatrale ricco di colpi di scena. Una storia che affronta i rapporti come poche altre lo fanno, che è intrisa della contemporaneità italiana, dagli anni di piombo allo scandalo di Tangentopoli, fino agli anni duemila. A pensarci bene, è più testimonianza storica dell’Italia che fu questa saga che tanti libri di testo. Una, fra le tante, frecce all’arco della Ferrante.

Un decennio di Burlesque: ode al camp

File:Cher Burlesque2 D2K.jpg - Wikimedia Commons

Fari di luce bianca, strass, calze scure, tacchi alti, coreografie sensuali e trucchi appariscenti. Burlesque è un musical di un kitsch ostentato, con una regia a scatti, una storia vista e rivista, una sceneggiatura dai dialoghi non particolarmente brillanti. Eppure è uno scult irresistibile, un film che ha il suo magnetismo negli scintillanti numeri musicali e, chiaramente, nelle due, divine, protagoniste.

Strumento di lancio come attrice per l’esordiente Christina Aguilera, Burlesque mette insieme la bionda popstar con la leggendaria Cher, un duo iconico che fa scintille dietro la macchina da presa così come sul palcoscenico.

Xtina è Ali, una giovane barista orfana che parte da una cittadina dell’Iowa per arrivare a Los Angeles, dove spera di sfondare nel mondo dello spettacolo. Qui inizia a lavorare in un club di Burlesque, gestito da Tess (Cher), aiutata da Sean (Stanley Tucci). Ali conosce Jack (Cam Gigandet), barista che la ospita a casa sua, e resta affascinata dal ricco Marcus (Eric Dane), che trama per rilevare il locale di Tess, in difficoltà economica. Contro di lei c’è anche la ballerina Niki (Kristen Bell), alcolista e invidiosa della “stronza coi polmoni di un mutante“. Infatti presto Ali rivelerà la sua voce portentosa, che porterà Tess a ricostruire lo show e le speranze del locale su di lei.

Lo script è di quella prevedibilità che se da un lato dà insoddisfazione, dall’altro consente di concentrarsi sulle singole scene, sul contorno più che sulla storia e sui personaggi. È così che Burlesque acquista tutto il suo fascino, quel fascino che è camp: esagerato, teatrale, con occhi di bue, lustrini, parrucche e due regine, due performer straordinarie, a fare leonesse.

La Aguilera fa uno spettacolo vocale di rara potenza, a cui aggiunge costumi e mosse a seconda del numero: in pelle nera e senza sottofondo per Tough Lover, con un caschetto platino e tacchi argentati per l’irresistibile I’m A Good Girl, riccia e in calze a rete per l’energica Express, vestita di gioielli per A Guy Who Takes His Time, commovente e vocalmente impeccabile nella ballad Bound To You.

Cher si diverte in un ruolo che le calza a pennello, nei panni pailettati di un’eterna showgirl, e strappa applausi con Welcome To Burlesque e la bellissima You Haven’t Seen The Last Of Me, vincitrice del Golden Globe alla Miglior Canzone Originale.

Perché Burlesque alla fine è questo, un incontro fra due stelle di prima grandezza del panorama musicale in un film in cui la scrittura (del regista Steve Antin) è il punto debole, e i personaggi sono più archetipi che altro: caratteristi bravi come Stanley Tucci vanno a nozze con questo genere, e nonostante la banalità del soggetto le scene divertenti non mancano, sono proprio quelle in cui Christina e Cher sono insieme, discutendo più o meno amorevolmente e aiutandosi a vicenda.

Uscito nelle sale il 24 novembre del 2010, il musical ha da poco compiuto 10 anni, venendo ricordato sui social sia da Xtina che dalla mitica Cher. Il film, 90 milioni di dollari incassati al mondo e una colonna sonora (obiettivamente sottovalutata) capace di vendere 1,6 milioni di copie nel mondo e di ricevere due candidature ai Grammy Awards del 2011, resta un piccolo classico del suo genere, un must-watch anche se non al livello di veri capolavori musicali moderni (Moulin Rouge, Chicago, Mamma Mia!). Per Xtina si è trattata dell’unica esperienza cinematografica, seguita solo da cameo e da qualche puntata nella serie TV Nashville. La leggendaria Cher invece, è tornata al cinema due anni fa con Mamma Mia! Here We Go Again (2018), con almeno due progetti per il post-covid. Ritorno atteso con ansia.

25 novembre: Giornata contro la violenza sulle donne.

La Giornata contro la violenza sulle donne è un momento di riflessione fondamentale nella nostra società. Come ogni ricorrenza, il 25 novembre ha un peso notevole nel sensibilizzare l’intera popolazione sull’argomento, oltre che nel ricordare le vittime e nello sviluppare dinamiche che portino al confronto sul passato, sul presente e sul futuro, nella speranza di poter migliorare sensibilmente la condizione delle donne di tutto il mondo in tutti gli ambiti, da quelli sociali a quelli lavorativi passando, ovviamente, per quelli personali.

Tante sono infatti le problematiche socio-culturali presenti nelle società contemporanee nei confronti delle donne. Di violenza si può e si deve parlare sia per quel che riguarda la violenza fisica, dal femminicidio allo stupro, dalle molestie sul luogo di lavoro a quelle in famiglia, ma anche dal punto di vista psicologico: dal catcalling allo slut-shaming, dalla sessualizzazione del corpo femminile fino alle discriminazioni in ambito scolastico, universitario, lavorativo. La diseguaglianza retributiva è violenza sulle donne, così come l’assenza femminile nelle maggiori cariche professionali.

Highest paid actresses
Da EW: nel 2017 i 10 attori più pagati hanno guadagnato 5,3 volte in più delle 10 attrici più pagate

Il fallimento della millantata uguaglianza meritocratica è evidente e nessun ambito ne è al di fuori. Dal cinema alla politica, dall’economia allo sport, mancano figure femminili nei ruoli principali, manca parità di stipendi, mancano leggi che tutelino le donne. Per chi come me studia le narrazioni, è evidente che anche nel panorama artistico le discriminazioni sono enormi: i personaggi femminili, nella letteratura, nella televisione e nel cinema, sono stati sempre numericamente inferiori, qualitativamente meno studiati e facilmente soggetti allo stereotipo.

Non possiamo smettere di parlarne, di discuterne, di studiare, di informarci, perché le situazioni così problematiche non si risolvono da sole. Gli enormi progressi nella storia delle donne sono dovute alle battaglie di persone coraggiose, dagli scioperi e le manifestazioni delle suffragette a quelli del ’68, da Stonewall e i Pride che hanno sancito i moti di rivoluzione queer, fino al movimento #MeToo, che ha fatto scoppiare il sistema misogino e molestatore dell’industria cinematografica mondiale e ha portato all’incarcerazione del più ricco e potente produttore nordamericano del secolo, quel lurido d Harvey Weinstein.

Violenza nei dati

In questa ricerca, datata 2018 e realizzata dal Ministero della Giustizia italiano, i dati che emergono sono inquietanti. Fra il 2012 ed il 2016 si contavano 774 femminicidi, in media 154 donne uccise all’anno per il loro genere, praticamente un’azione di omicidio misogino ogni due giorni. In questo 2020 già 91 donne italiane sono state uccise. In questo prospetto dell’Istat, relativo agli anni 2013-2016, su un campione di donne interrogate sulla violenza sessuale sul posto di lavoro, il 7,5% delle interpellate ha subito molestie, ricatti sessuali, e di queste, a seguito di rifiuti a richieste di prestazione sessuale, l’11% è stato licenziato o non assunto.

Istat.it - Violenza sulle donne
Dal sito Istat

Valori per 100mila donne riportati dall’Istat riguardanti l’omicidio volontario di donne nel 2018 da parte dei partner nell’Unione Europea.

Come migliorare la situazione?

Spesso chi mi è vicino mi dice che la prima cosa da fare è cambiare la mentalità delle persone. La necessità di sensibilizzare la popolazione tutta, di far sentire coinvolta la popolazione tutta, è fondamentale nel processo che deve portare all’uguaglianza effettiva, perché là si deve arrivare, e non si può smettere di lottare finché tutte le donne del mondo non avranno avuto pari accesso all’istruzione, finché non sarà posta fine all’infibulazione, ai matrimoni forzati, alla cultura dello stupro, ai ricatti sessuali sul luogo di lavoro, alla violenza nei confronti delle proprie partner.

Innanzitutto, attraverso l’attivismo politico e l’istruzione, con la formazione di una coscienza civile e sociale. Bisogna far sì che le donne abbiano maggior rappresentanza in tutti i campi, a partire proprio dalla politica. Bisogna contrastare sistematicamente l’oggettivazione del corpo femminile, denunciare il cat calling, togliere alle grandi multinazionali la possibilità di speculare su un’immagine prototipica della donna, sostenere la donna stessa nel non sentirsi colpevole per la violenza subìta, denunciare le violenze di cui siamo testimoni, rispettare i tempi e le modalità di racconto delle violenze.

L’educazione sin dall’infanzia al rispetto e all’uguaglianza sono fondamentali come base di partenza. Soprattutto, è necessario insegnare ai ragazzi ad abbandonare le prepotenze, il sessismo sia nelle parole che negli atti, l’arroganza di credersi superiori a metà della popolazione sulla base del proprio genere e il giudizio sulle donne in base al loro modo di presentarsi. Libertà e rappresentazione per le donne, abbattimento della cultura dello stupro e del fallocentrismo.

Le candidature (shock) ai Grammy Awards 2021

Sarebbe dovuto essere The Weeknd: Blinding Lights in top 10 negli States per 50 settimane (record), album alla numero 1, stile retrò, musica dance-R&B vagamente anni ’80, produzione ottima e video psichedelici. Tuttə ci aspettavamo che ricevesse una pioggia di nominations, e invece manco una. A bocca asciutta.

I Grammy 2021 sono sorprendenti, dividono, fanno discutere, e mietono vittime, rivitalizzando al contempo artistə dimenticatə. Oggi sono uscite le candidature ai 63esimi Grammy Awards, in onda il prossimo 31 gennaio: le nominations stanno già facendo versare litri di inchiostro elettronico, ma la scioccante esclusione di The Weeknd non è l’unico motivo.

A fare da padrona assoluta della scena è infatti lei, la Regina Beyoncé, insospettabile conduttrice delle nominations con 9 candidature, nonostante non abbia rilasciato album né nel 2020 né nel 2019. Queen Bey, giunta con oggi all’incredibile cifra di 79 candidature in carriera, fa razzia di premi da una vita, ma quest’anno ha ottenuto il massimo con il minimo, anche se bisogna riconoscerle di aver fatto gradi cose con quel poco prodotto. L’inno anti-razzista Black Parade, per esempio, potrà non piacere a livello melodico, ma è giunto come espressione di un’identità forte e troppo spesso dimenticata in un momento topico per i diritti delle persone nere negli Stati Uniti. A seguire troviamo la strepitosa Taylor Swift, chi se non lei? Autrice di un gioiellino di scrittura e melodia, Tay ha ottenuto 6 noms, al pari della grande Dua Lipa, salita alla ribalta con un album dance-pop ricco di hit. A quota 4 Justin Bieber (stendiamo un velo pietoso) e la newcomer Megan Thee Stallion, la rapper più di successo dell’anno.

Ma andiamo per ordine: partendo dalle categorie di genere, lasciatemi dire che Miglior Album Pop Vocale è stata la più azzeccata. Candidati, giustamente, Chromatica di Lady Gaga, Folklore di Taylor Swift, Fine Line di Harry Styles e Future Nostalgia di Dua Lipa. Vergognosamente candidato Changes di Justin Bieber, quando Rare di Selena Gomez lo batte a occhi chiusi. Stesso discorso per la Miglior Performance Pop Solista, in cui sono state inserite meritatamente Watermelon Sugar di Styles, Don’t Start Now di Dua, Cardigan della Swift e Everything I Wanted di Billie Eilish. E poi. Poi di nuovo Bieber, con la vuota, brutta Yummy che poteva essere tranquillamente sostituita da una fra Lose You To Love Me della Gomez e Daisies della Perry, tanto per citarne due.

Nella categoria Miglior Performance Pop di un Gruppo/Duo fanno la storia i BTS, con la loro prima candidatura, con la bellissima Exile di Taylor Swift e Bon Iver e la splendida Rain On Me di Lady Gaga e Ariana Grande in lizza insieme a Un Dia, remix latino di One Day, di Dua Lipa, J Balvin e Bad Bunny.

Miglior Music Video premia giustamente Brown Skin Girl di Beyoncé e Adore You di Harry Styles, mentre l’accattivante Savage di Bey e Megan Thee è stata candidata come Miglior Performance Rap e Miglior Canzone Rap. Tante belle canzoni presenti nella categoria Miglior Canzone scritta per il cinema, tra cui Beautiful Ghosts di Taylor Swift (Cats), Into The Unknown di Idina Mendzel (Frozen II) e No Time To Die di Billie Eilish (007-No Time To Die).

Best New Artist che vede, ovviamente, le hit-maker Doja Cat e Megan Thee Stallion candidate, così come Noah Cyrus, sorella minore della più famosa Miley. Nella Registrazione dell’anno i dubbi sono tanti, con il rimpianto per la mancata candidatura di Rain On Me e Blinding Lights, mentre le super hit Don’t Start Now, Circles e Say So sono state giustamente inserite. Dentro anche Savage (un po’ esagerato), con Bey candidata anche per Black Parade e Billie con Everything I Wanted , forse sacrificabile.

Per quanto riguarda l’Album dell’Anno, la categoria più importante della cerimonia, trovano spazio Folklore, capolavoro della Swift campione di vendite, Future Nostalgia, secondo album di Dua Lipa incensato dalla critica, Everyday Life dei Coldplay e Hollywood’s Bleeding di Post Malone.

Tornando a The Weeknd, il cantante non è rimasto nel silenzio, e eri su Twitter ha denunciato la corruzione dei Grammy, che pare lo abbiano costretto a scegliere fra esibirsi al prossimo Super Bowl o alla cerimonia di premiazione. Avendo scelto l’Half Time Show, la Recording Academy lo ha punito, escludendolo da tutte le categorie. Una decisione che ci fa pone davanti a una verità importante, per quanto scomoda: anche i Grammy si sono piegati alle mode, al momento, all’essere uno show fine a se stesso e agli ascolti, più che un modo di celebrare l’arte nella sua forma migliore. Triste pensare che un premio che dovrebbe essere di esempio e che ha ancora tanta influenza a livello mediatico, commerciale e ricettivo si sia abbassato a tal punto.

In chiusura tuttavia, non tutto il male vien per nuocere. Una leggenda vivente, la sempiterna Dolly Parton, è riuscita a farsi valere anche in vista 2021. La finanziatrice del vaccino anti-Covid, alla soglia dei 75 anni, ha strappato la sua 50esima candidatura ai Grammy, grazie alla collaborazione Christian There Was Jesus, con Zach Williams. Mito Dolly.

Gli American Music Awards 2020: spostateve che c’è JLo

I premi più importanti per gli States, evento musicale dell’anno secondo solo ai Grammy e al pari dei Billboard Music Awards, cerimonia di riconoscimenti prestigiosi, ma soprattutto dteatro di esibizioni in grado di fare la storia.

Gli American Music Awards, condotti dall’attrice Taraij P.henson, si sono tenuti ieri notte, e non hanno deluso le aspettative nonostante le restrizioni dovute alla pandemia. A differenza dei People Choice’s e degli Mtv EMAs, il palco degli AMAs si è riempito di performer di primo livello e di nomi caldi nel panorama discografico dell’ultima stagione. Ovviamente attesissimi i BTS, che hanno rilasciato pochi giorni fa il secondo album nell’arco di 10 mesi, si sono esibiti nel loro nuovo singolo Life Goes On (che ha fatto numeri impressionanti sulle piattaforme streaming) per poi vincere i premi come Artisti social e Miglior gruppo pop.

Premiata anche l’onnipresente Doja Cat, esibitasi nella mediocre Baby I’m Jelous con Bebe Rexha, come Miglior Artista Esordiente e Miglior Artista R&B donna. Doja a me piace, e sta anche avendo molto successo, ma pensare che se lei sia il meglio nel campo R&B dopo decenni di Beyoncé, Mariah e Rihanna fa un po’ pensare. Chi invece non delude è The Weeknd, che si è esibito discretamente e ha strappato ben 3 premi come Miglior Canzne R&B, Miglior Album R&B e Miglior Artista uomo R&B.

Tanto spazio dato a Justin Bieber, che ha prima cantato la bella Lonely, poi il singolo Honey e infine duettato con Shawn Mendes sulle note di Monster. Collaborazione bella, atmosfera molto suggestiva, Justin non ha fatto male, vincendo poi il premio come Miglior Artista Pop/Rock Uomo. Giustizia fatta anche per Harry Styles a lungo ignorato dai riconoscimenti statunitensi e invece vincitore grazie a quel gioiellino di Fine Line per il Miglior Album Pop/Rock.

Sempre in ambito Pop trionfa Taylor Swift, chi se non lei? Tay ha vinto il premio alla Miglior Artista donna Pop/Rock, per poi prendersi anche il premio, meritato, al Miglior Video dell’anno grazie a Cardigan e, per il terzo anno consecutivo, il più prestigioso riconoscimento: quello all‘Artista dell’anno. Battendo il suo stesso record, Taylor ha raggiunto quota 32 American Music Awards vinti in carriera, ringraziando con un video-messaggio i fan e informandoli di non poter essere presente alla serata perché impegnata a registrare nuovamente i suoi primi album (ne parlerò più in là).

Premio alla Miglior Artista Dance alla grande assente Lady Gaga, con Bad Bunny Miglior Artista Latino e i Jonas Brothers Miglior Gruppo Adult Contemporary. Trionfo super meritato per Cardi B e Megan Thee Stallion per la Miglior Canzone Rap grazie alla vendutissima WAP, vero tormentone di questo 2020, con invece la neomamma Nicki Minaj votata come Miglior Artista Rap.

Ma tornando al lato più interessante della serata, due grandi stelle pop si sono esibite: Billie Eilish e Katy Perry. Billie, intinta nel rosso, ha cantato la sua ultima canzone Therefore I Am, un pezzo come sempre molto coerente nel testo con l’immagine della sua autrice, appena salito alla seconda posizione della classifica Billboard. Katy invece si è concessa una versione molto bella di Only Love, cantando seduta, accompagnata alla chitarra da Darius Rucker. Nonostante la performance sia stata un po’ scarica e la canzone non la migliore dell’album, è stato bello vedere Katy cantare completamente dal vivo, e non in pre-rec come tanti altri artisti. Bella anche l’esibizione di Dua Lipa, vincitrice del premio per la Miglior Canzone Pop/Rock, che ha cantato Levitating in un look di uno scintillante azzurro.

Vera ed indomabile regina della serata è stata tuttavia lei, la inarrivabile e bellissima Jennifer Lopez, che si è esibita in coppia con un Maluma (massicciamente coperto dall’autotune anche se in playback) sulle note di Pa Ti e Lonely, i duetti facenti parte della colonna sonora del loro inedito film Marry Me, in uscita a Maggio. JLo ha rubato la scena a tutte e tutti, non solo con la sua fenomenale forma fisica e la sua spiccata sensualità, ma soprattutto grazie al suo carisma ed al suo incredibile talento nel ballo. La sequenza della sedia? Perfetta. A 51 anni continua a sotterrare la concorrenza.

AMAs archiviati, giusto in tempo per i Grammy. Domani pomeriggio alle 18 ora italiana verranno infatti svelate le nominations alla 63esima edizione. Gaga, Ariana, Taylor, The Weeknd, Dua, Harry, Meghan, Doja, Cardi: ci sarà spazio per tutt*?

I mille volti di Miley

Miley Cyrus – Store norske leksikon

Nata a Nashville: dove, se non nella capitale più country che può esserci? Con un terreno fertile come la sua famiglia di artisti, tra cui il padre Billy Ray e la fata madrina Dolly Parton, radicati nel country e nel bluegrass, poteva non crescere un talento come il suo, fino a esplodere?

Fenomeno pop dell’infanzia della generazione Y e Z, Miley fa parte di quella parte di nuovi idoli pre-adolescenziali che nel corso della seconda metà degli anni 2000 hanno cresciuto milioni di ragazzinə, per poi costruirsi una carriera partendo dalle loro basi Disney. Selena Gomez e I maghi di Weaverly, Demi Lovato con i Jonas Brothers in Camp Rock, e Miley con Hannah Montana, chiaramente la migliore in assoluto. Sì perché Miley era divertente e lo show, costruito come una perfetta macchina commerciale, l’ha lanciata nel doppio ruolo di attrice e cantante, le ha permesso di fare numeri impressionanti ( dai quattro primati Billboard ai 120 milioni di dollari di patrimonio a soli 19 anni) e soprattutto le ha dato una base da cui partire.

Se la prima super canzone della Cyrus è quella Party In The Usa che nel 2009 fece furore e che è addirittura stata sottofondo dei festeggiamenti alle recenti elezioni presidenziali, Miley è riuscita a diventare un’artista mano a mano più matura e sperimentale con Can’t Be Tamed (2010), che oltre alla title track contiene anche Who Owns My Heart? fra i pezzi migliori, e soprattutto con Bangerz (2013).

Come dimenticare l’impatto mediatico dell’era più fruttuosa di Miley, trascinata da pezzi memorabili come i singoli We Can’t Stop e Wrecking Ball, i cui video inneggianti al sesso libero, alle droghe leggere e ai party sfrenati scandalizzarono i puritani e diedero grande rappresentazione alla fetta più giovane della popolazione mondiale. Al di là del cambio drastico di look e degli innumerevoli articoli prima-dopo, Miley ha saputo reinventare se stessa con un’immagine artistica ed una musica che andassero più nella direzione della sé effettiva, smettendo i panni di teen-idol per concentrarsi sul produrre hit pop e hip-hop, sdoganando il twerk fra le pop-star e spingendo a ragionare sui paletti imposti alle ragazze giovani.

La voglia di spingersi sempre verso cose nuove, di superare limiti e di travalicare generi penso sia la caratteristica più ammirevoli in Miley, oltre alla sua voce dal timbro così riconoscibile, una voce roca e bassa, che è migliorata con il passare degli anni. Miley ha continuato a cambiare optando per un low-fi con l’album disponibile solo sulle piattaforme digitale Miley Cyrus & Her Dead Petz (2015), un progetto sicuramente originale e sinceramente meno appetibile degli altri. Poi è venuto il crollo commerciale con Younger Now (2017), quell’album da lei scritto interamente, con i look alla Elvis, il duetto Rainbowland con zia Dolly, la bellissima Malibu, la debole ma carina title track e un passaggio drastico al country puro. Ora, dopo un EP transitorio di cui vale la pena di ricordare la traccia pro-aborto Mother’s Daughter, gioiellino, Miley ha shiftato di nuovo.

Il suo nuovo progetto si chiama Plastic Hearts, uscirà il 27 novembre, ed è un album interamente rock, anticipato da due splendidi singoli che fanno presagire bene. Se Midnight Sky aveva già convinto ai primi ascolti, il duetto con la super star Dua Lipa Prisoner cresce con il passare del tempo. Miley sembra perfettamente a suo agio in uno stile aggressivo, energico, in un genere che si sposa perfettamente con le sue caratteristiche vocali e con cui potrebbe anche tornare al grande successo di tanti anni fa.

Nel frattempo, buon compleanno Miley, pop, country, rock, Hannah o Ashley O, trasgressiva e preconizzatrice, 28enne libera e inimitabile.

Miley e Dua, Shawn e Justin, Ariana e Mariah: settimana di collaborazioni

Mariah Carey – Store norske leksikon

Che ritorno col botto quello di Miley Cyrus: a un anno dall’Ep She Is Coming e tre dall’ultimo album, il country Younger Now, l’ex stellina Disney ha saputo reinventarsi in una direzione rock con due inediti di altissimo livello. Dopo la bella Midnight Sky è uscito ieri il secondo singolo da Plastic Hearts, in uscita il 27 novembre: Prisoner in duetto con Dua Lipa.

Con un video a dir poco intrigante, in cui le due si spingono in tour, amoreggiano sul pullman e si esibiscono in un localino, Miley e Dua hanno saputo far centro. La canzone è davvero forte, le loro voci si sposano perfettamente e l’indipendenza di Miley emerge come aria pura di libertà da svariati particolari: dalla dedica “In loving memory of all my exes: Eat Shit” alla citazione finale della drag sulle scale “I’m a free woman now”.

Secondo singolo e altra collaborazione importante anche per Shawn Mendes, il cui album Wonder uscirà il 4 dicembre. Dopo l’omonimo singolo di apertura, Shawn è andato sul sicuro con un duetto tutto canadese con la superstar Justin Bieber, nella autoreferenziale e introspettiva Monster, una canzone low-beat con un video molto semplice e suggestivo. La canzone è davvero bella, anche se Bieber sembra più vittimista che vittima.

L’altra collaborazione in arrivo è forse una delle più attese dell’anno: la Regina del Natale Mariah Carey è infatti pronta a tornare per portare aria di feste, gioia e buona musica, con uno speciale natalizio ricco di ospiti rilevanti, in onda su Apple TV il prossimo 4 dicembre. Il Natale di Mariah vedrà la partecipazione della comica Tiffany Haddish e del rapper Snoop Dog fra gli altri, ma soprattutto la vedrà cantare sulle note di Oh Santa! con due delle più grandi vocalist degli ultimi anni: Ariana Grande e Jennifer Hudson. Mariah ha già creato la canzone festiva per eccellenza, quella splendida All I Want For Christmas Is You che ogni anno riunisce famigliari attorno all’albero, e con questa unione potrebbe dar vita ad un altro classico.

Menzione a parte per Harry Styles: il cantante britannico ha rilasciato qualche settimana fa il video di Golden, quinto singolo estratto dall’album Fine Line, nonché traccia da me preferita in assoluto. Golden, video allegro e visivamente attraente, è stati girato in costiera amalfitana alla fine della scorsa estate, e ci dà scorci di un Sud Italia meraviglioso, paradisiaco, onirico. Harry, che già nel 2017 aveva recitato una piccola parte nel kolossal Dunkirk, sta andando avanti anche nella propria carriera cinematografica: sono già state effettuate parzialmente le riprese del film Don’t Worry Darling, che lo vedrà protagonista a fianco di Florence Pugh (Little Women, Lady MacBeth) nel ruolo di un poliziotto gay che cerca di nascondere la propria sessualità.

Trans Day of Remambrance

Trans Day of Remembrance per non dimenticare le vittime della violenza | Il  Bo Live UniPD
foto di Ted Eytan

Oggi, 20 novembre, è il Trans Day of Remembrance, un giorno in cui si ricordano le persone transgender vittime di odio per la loro transessualità, e che giunge alla fine della Trans Awareness Week, una settimana destinata a dare visibilità alle esperienze della comunità trans in molti paesi del mondo. Fra l’ottobre 2019 e quello 2020, stando a quanto riporta il Trans Murder Monitoring sono state uccise almeno 350 persone trans, il 98% delle quali erano donne trans.

Il 22% delle vittime è stato ucciso nelle mura domestiche. Ora, pensate a cosa debba voler dire non sentirsi rappresentati dal genere destinatoci alla nascita da esterni e dover vivere una vita di lotta, continua stremante lotta, senza avere neanche il supporto dei propri famigliari. Bene, queste persone sono state non solo ostacolate nella loro via per la felicità e la realizzazione personale dalle persone a loro più vicine, ma addirittura uccise da queste. 2 su 9.

In Europa l’Italia, il nostro paese, in cui la destra si rifiuta di ritenere necessaria una legge che tuteli la comunità LGBTQI+, è stato il peggior da questo punto di vista nell’ultimo anno. 4 delle 10 persone trans assassinate sono state uccise in Italia: il DDL Zan non solo è necessario, ma andrebbe potenziato.

Secondo la tabella del Trans Murder Monitoring, dal 2008 a oggi 3664 persone trans state uccise, 42 delle quali in Italia. 881, cioè il 24%, erano sex worker. Ogni anno più di 300 persone vengono ammazzate per la loro essenza, per il loro essere quello che sono: sono pugnalate, strozzate, soffocate, torturate, picchiate a morte, bruciate, arrotate e decapitate. In media, muore una persona trans al giorno, perché è trans.

Oggi vorrei ricordare queste persone, vorrei che leggeste i loro nomi, vorrei riuscire nel mio piccolo a dare una mano affinché questo problema enorme chiamato transfobia trovi una soluzione. Cerchiamo di combatterlo ogni giorno, leggendo, informandoci, sostenendo leggi, iniziative e manifestazioni, sensibilizzando amiche, amici e parenti su questo tema delicato, ed insegnando agli altri, alle altre e noi stessə a rispettare i diritti inalienabili di questa comunità, che è fra le più colpite del mondo.

Non accettate le sedicenti battute né gli atti di bullismo a scuola, non accettate chi si rifiuta di usare i pronomi corretti e chi parla senza rispetto delle vostre amicə trans. Non accettate che questo sia il mondo in cui viviamo, perché non va bene così. Fatelo per Dustin, Talita, Marianne, Kere, Barbara e Taylor. Fatelo perché dovete. Chiudere gli occhi è un crimine non meno esecrabile.