Tanti auguri Cher – 6 : gli anni Sessanta

Sonny & Cher (1970s) | John Irving | Flickr
Cher e Sonny Bono (1935-1998)

Per citare un’altra grande diva: “Hello gorgeous”. Cherilyn Sarskian LaPierre, l’eterna Cher, compirà 75 anni il prossimo 20 maggio. Tuttavia, dal momento che la sua carriera è andata avanti per secoli e secoli, non basta un solo articolo a sintetizzarne le gesta. Iniziamo oggi con il decennio più rivoluzionario di sempre : gli anni sessanta.

Il singolo di debutto del duo Sonny & Cher, I Got You Babe è di una dolcezza disarmante. Al settimo posto fra le canzoni di maggior successo al mondo del 1965, è il lancio di due innamorati sui generis. Lui, trent’anni, capelloni e stile hippy, lei diciannove, mezza armena, una voce da contralto e una bellezza atipica. “Eravamo amici degli Stones” ha detto al David Letterman Show.Ci hanno detto che per sfondare saremmo dovuti andare in Inghilterra e così abbiamo fatto. Abbiamo scalzato i Beatles dalla vetta” ha continuato. Giusto per dare due riferimenti. Tell Him è un altro dei miei duetti preferiti, con tanto di cover della serie televisiva Glee, con All I Really Want to Do perla solista.

Il singolo più iconico di Cher risale al 1966, quella Bang Bang riproposta anche da Dua Lipa. Cattura il tempo con la sua voce Cher, un tempo burrascoso, pronto ad accogliere la gioventù e la rivoluzione sessuale e culturale. Cher dopotutto, fuori da scuola a sedici anni, è andata a convivere con un uomo senza dirlo alla madre, ha voluto vivere di musica: più anticonformista di così.

Nel 1967 partecipa persino al Festival di Sanremo, ma già nel 1968 la coppia più ascoltata degli Stati uniti ha perso mordente. Cher ha spesso parlato di questo periodo difficile, in cui dal successo lei e Sonny, che hanno avuto il primo figlio nel 1969, sono passati al fallimento commerciale, al dover tenere duro in situazioni economiche e lavorative difficili. Come ne è uscita? A domani per scoprirlo!

I David di Donatello: la festa del cinema nel segno di Sophia Loren

Foto da Open

Una cornice splendida, invitate e invitati illustri, red carpet e momenti di grandissima emozione: la sessantaseiesima edizione dei David di Donatello, i più importanti riconoscimenti del cinema italiano, si sono svolti la sera di ieri, undici maggio, fra trionfi più o meno inaspettati. Presentati da un Carlo Conti che rischia più volte di abbassare il livello della serata, i David hanno avuto il merito di saper rendere onore a una serie di film veramente splendidi, lasciando a bocca asciutta quello che, a parer di chi scrive, è il migliore: Le sorelle Macaluso di Emma Dante.

Ad aprire le danze con uno splendido live di Io sì è Laura Pausini, brava ed emozionante ma scippata del premio alla Miglior Canzone da Checco Zalone, un po’ la nota dolente della cerimonia. Proseguendo in una scaletta non particolarmente sensata, i David premiano Matilda De Angelis, la giovane attrice resa celebre da The Undoing con Nicole Kidman, come Miglior attrice non protagonista per L’isola delle rose, per poi tristemente consegnare la statuetta al Miglior documentario a Mi chiamo Francesco Totti, elogio spropositato fino alla retorica del campione di calcio. Triste anchd vedere Pietro Castellitto pieno di riconoscimenti e tempo sul palco nonostante i gravi commenti al limite della misoginia, Castellitto per altro pessimo Totti in Speravo di morì prima, altro veicolo marchettaro per il calcio e il calciatore.

Ma non ci sono solo lati dolenti: Volevo nascondermi, sulla vita del pittore Ligabue, manca alla mia lista, ma dal soggetto e dalla scene mostrate sembra di grande qualità. Premiato con ben sette David, tra i quali quelli al Miglior attore protagonista, un trasformista Elio Germano, al quarto David, alla Miglior Regia e al Miglior Film.

Tre premi per il meraviglioso Miss Marx, storia della figlia del padre del comunismo, vincitore per la Miglior Produzione, la Miglior colonna sonora, meritatissima e di un rock scatenato, e i Migliori Costumi. Miss Marx candidato anche al Miglior Film e alla Miglior Regia, nella persona di Susanna Nicchiarelli: un’altra donna, la bravissima Emma Dante, è stata candidata come Miglior Regista, per quella storia corale al femminile di famiglia, morte, speranze e disillusioni che è Le sorelle Macaluso. Purtroppo nessun premio per Dante, così come per lo straniante Favolacce dei fratelli d’Innocenzo.

Miglior trucco a Hammamet, meritato, capace di trasformare un ottimo Favino nell’anziano Craxi. Emozionante il discorso tenuto dalla piccola Emma, la figlia di Mattia Torre, che ritira il premio alla Miglior Sceneggiatura Originale vinta dal padre per Figli.

Il culmine dei David arriva però ben prima della fine: quando la leggendaria Sophia Loren, icona vivente del cinema italiano, vince la statuetta come Miglior Attrice Protagonista, il settimo premio competitivo e l’undicesimo complessivo di una carriera ineguagliabile e destinata a rimanere tale. Emozionata, elegantissima in blu, la splendida Sophia ha detto di aver voglia di una storia sempre più bella, perché senza cinema io non posso vivere, assolutamente. Un momento di rara emozione che è la punta di un diamante imperfetto, e tuttavia estremamente emozionante.

Musica: i Brit Awards e il Vax Live🎉

Un clima di festa e serenità come non si vedeva da più di un anno: la musica è tornata dal vivo per unire, festeggiare, rivitalizzare, e lo ha fatto vestendo l’abito delle grandi occasioni. La sera dell’8 maggio Selena Gomez ha presentato il Vax Live, il grande concerto organizzato per sensibilizzare gli Stati Uniti alla vaccinazione, unica via d’uscita dal dramma Covid che finalmente sembra migliorare non solo nei paesi a stelle e strisce. A seguire, l’11 maggio in Gran Bretagna sono andati in scena i Brit Awards, i premi al meglio della musica anglosassone e internazionale che ogni anno regalano performance e ospiti illustri.

Partendo dal Vax Live si può parlare di grande impegno, se non altro per raggruppare un così gran numero di nomi illustri: dagli attori premio Oscar Ben Affleck e Sean Penn al presentatore David Letterman fino all’ex principe d’Inghilterra Harry Windsor, tantissime stelle del mondo dello spettacolo sono intervenute per sensibilizzare gli americani alla campagna vaccinale, con collegamenti anche da parte del presidente Joe Biden e della first lady Jill, nonché della vice-presidentessa Kamala Harris. A strappare applausi è stata però, ancora una volta, una splendida Jennifer Lopez, chiamata ad aprire e chiudere la serata con due performance come sempre spettacolari. Inizialmente impeccabile nella gioiosa Sweet Caroline, JLo ha chiamato la madre Lupe a cantare per lei sul palco, in un’unione di tenerezza e talento, per poi dare la fine sulle note del suo singolo Ain’t Your Mama, fra ponytail, stivali e ballerine professioniste.

Spettacolo puro anche in Inghilterra, all’O2 di Greenwich, dove Jack Whitehall, comico inglese, ha condotto i Brit Awards. Ricchi di stelle di prima grandezza, i Brit hanno visto esibirsi un’elettrizzante Dua Lipa in un medley di Future Nostalgia, premiato come Miglior Album Britannico. Dua, partendo da una scenografia da metro, ha incantato con Don’t Start Now, Physical, Hallucinate e la title track, vincendo anche il premio come Miglior Artista Britannica donna.

Esibizione a distanza per The Weeknd, oscuro e avvolgente sulle note di Save Your Tears, che dovrebbe riproporre dal vivo agli iHeart Radio Music Awards del 27 maggio nella versione remix con Ariana Grande. The Weeknd vincitore del riconoscimento come Miglior Artista Internazionale uomo, con Harry Styles vincitore del premo come Miglior Singolo Britannico per Watermelon Sugar. Harry si è preso così una pausa dal set di My Policeman, film che lo vedrà protagonista nel ruolo di un poliziotto bisessuale che scopre di amare un uomo.

A distanza accetta il riconoscimento per la Miglior Artista Internazionale donna, il secondo consecutivo, la piccola-grande Billie Eilish, intenta nella promozione del nuovo album Happier Than Ever, mentre è presente e in forma smagliante la grande regina della serata, una raggiante Taylor Swift premiata con il Global Icon Award. “In questo mondo ciascuno ha il diritto di dire ciò che vuole su di te, ma per favore, ricordati che hai il diritto di dimostrargli che sbaglia” le ispirate parole di Taylor, per anni massacrata dalla stampa e dai social a suon di slut-shaming e ora finalmente e giustamente riconosciuta per quello che è: una delle più grandi artiste viventi, capace di far sua una schiera impressionanti di record prima di compiere trentadue anni.

Menzione d’onore per il leggendario Elton John, che dopo cinquant’anni di carriera continua a meravigliare e si è esibito in It’s a Sin con Years&Years, un trionfo di orgoglio queer che fa commuovere e ballare. Sperando di continuare a ballare semrpe di più fino ai Billboard Music Awards e oltre.

The Butler – un maggiordomo nella Storia

The Butler ha il privilegio di dare un’altra prospettiva alla Storia. Spesso è tutto lì, quello che serve per creare una bella narrazione, un punto di vista originale e, soprattutto, non privilegiato. Attraversando, con un magistrale uso del trucco, i decenni, The Butler è la storia, in ordine cronologico, di Cecil Gaines.

Cecil è la personificazione del sogno americano, ma non quello illusorio e capitalista, no, quello di chi deve uscire dal più profondo dei pozzi e lottare tutta la vita per tenersi a galla. Scritto e diretto da Lee Daniels, autore tra gli altri di Precious (2009) e del recente Billie Holiday (2021), grande regista di film con protagonisti afroamericani, The Butler segue un doppio filo:il primo è quello della formazione di un bambino nero, la madre ridotta a uno stato vegetativo per le violenze sessuali subite dal padrone nei campi di cotone, il padre ucciso dal padrone, che divenuto ragazzo si allontana dalla schiavitù ed è avviato alla carriera di maggiordomo.

La sua vita di lavoro lo porterà a cercare di dare un futuro ai figli, a scontrarsi col maggiore, che diviene parte delle Black Panthers, a entrare nella Casa Bianca, subendone il razzismo e vedendo passare un presidente dopo l’altro, da Eisenhower a Reagan. Oltre al conflitto generazionale, ai diversi modi di emanciparsi dalla segregazione razziale, all’attenzione ai dipingere con realismo i vari movimenti di lotta per i diritti civili, il grande fascino di The Butler consiste nel suo cast di personaggi e interpreti.

La più intrigante è Gloria, moglie di Cecil, insoddisfatta, sofferente, unica ad amare al di là dei conflitti, interpretata da una Oprah Winfrey che si spoglia dalla sua aurea di madre TV americana per dare una gran prova di recitazione (nominata fra le migliori agli Screen Actor Guild Awards e ai British Academy Film Awards).

Ma la vastità di grandi nomi e personaggi non si limita a Winfrey e il protagonista a cui dà volto Forest Whitaker, e comprende Vanessa Redgrave nei panni di una bianca anziana e gentile, Robin Williams (eccezionale) come il calvo Eisenhower, l’affascinante James Marsden come Jack Kennedy, Alan Rickman come Ronald Reagan, la grande Jane Fonda come Nancy Reagan, Lenny Kravitz nei panni di un maggiordomo e una Mariah Carey che lascia molto più di quello che i minuti in cui compare possano far pensare, nei panni dimessi della madre di Cecil.

Una ininterrotta serie di personaggi, idee politiche, lotte di ideali viste dal punto più basso del cuore del potere, raccontata con una sensibilità particolarmente evidente nella gestione dei numerosi punti di vista che si affiancano a quello del Maggiordomo.

Billboard Music Awards 2021: le nominations

Non sembra vero, ma piano piano le sale riaprono, i set aumentano, e il mondo dello spettacolo rivive dopo un anno difficilissimo. Tra tutti, l’evento più prossimo sono i Billboard Music Awards, i prestigiosi riconoscimenti annuali delegati da Billboard, la storica rivista statunitense che più di tutte tiene conto del meglio, in senso commerciale, ma non solo, della musica stelle e strisce. La Hot 100 e la Billboard 200 sono infatti rispettivamente le classifiche per i singoli e gli album più venduti negli States redatte settimanalmente da Billboard, ormai attiva da oltre un secolo.

I Billboard Music Awards, datati 23 maggio, hanno annunciato pochi giorni fa le proprie finaliste, dando importanti segnali sul meglio dell’industria musicale 2020-2021 . Ancora tutto tace per quanto riguarda le performance, ma tanti e tante sono le grandi personalità coinvolte. A guidare il listone delle candidature è The Weeknd, a quota sedici nominations. Il cantante canadese è anche candidato in tutte le principali categorie: Artista dell’anno, Artista della Billboard 200, Artista della Billboard Hot 100, Album della Billboard 200 per After Hours. In queste categorie, eccezion fatta per i singoli, si distingue anche Taylor Swift grazie a folklore, candidata anche come Artista femminile dell’anno. In questa sezione la competizione è agguerritissima, con Billie Eilish, Ariana Grande, Dua Lipa e Megan Thee Stallion a fare compagnia alla Swift. Ben sette le nominations per la rapper, con Lady Gaga candidata come Miglior Artista Dance/Eletronic, Miglior Album Dance per Chromatica e Miglior canzone Dance grazie sia a Stupid Love che a Rain On Me.

Miley Cyrus trova spazio nella categoria Miglior Album Rock per Plastic Hearts, con la sua madrina Dolly Parton candidata alla Miglior Canzone Christian per il duetto There Was Jesus. Fra le categorie principali c’è invece quella per la Canzone più venduta: Dynamite dei BTS se la vedrà con WAP di Megan Thee Stallion e Cardi B, Savage della stessa Thee Stallion e Blinding Lights di The Weeknd.

Dulcis in fundo, il più importante riconoscimento porta la firma di un’artista coraggiosa e onesta, la cui ultraventennale carriera l’ha portata da outsider semi-rock/punk a artista matura e performer dai tour campioni d’incassi. Ha cantato al Super Bowl, vinto tre Grammy Awards, venduto oltre cento milioni di dischi e soprattutto dato voce a una serie di pezzi memorabili: da Get The Party Started a Lady Marmalade, da Fuckin Perfect a Blow Me One Last Kiss, da So What a Raise Your Glass fino a Just Give Me a Reason, Just Like Fire e What About Us. P!nk riceverà l’Icon Award, assegnato prima di lei a leggende come Cher, Celine Dion, Mariah Carey e Jennifer Lopez, nella serata presentata da Nick Jonas che, si spera, sarà l’inizio di una nuova era.

Penelope Cruz: gli anni di una diva fra Spagna e Hollywood

Non è facile affermarsi nel mondo dello spettacolo, e non solo per i grossi problemi legati al sessismo, alla misoginia e ai rapporti di potere sbilanciati: la Mecca del cinema, gli Stati Uniti californiani, sono profondamente restii all’inclusione delle minoranze e alla rappresentazione di una multiculturalità. Per questo il fatto che Penelope Cruz, spagnola che in casa ha costruito una carriera di altissimo livello, sia nota al pubblico Occidentale extraeuropeo è cosa ancora più rimaerchevole.

Quali altre attrici non-americane possiamo citare? Tante, ma togliendo le anglofone, quindi icone come Elizabeth Taylor, Audrey Hepburn, le grandissime inglesi come Maggie Smith e Emma Thompson, le australiane Kidman, Blanchett, Robbie e la sudafricana Theron, molto poche. Sono lontani i tempi di Anna Magnani, Bridgitte Bardot e Ingrid Bergman, ancora più quelli della Garbo, e ora come ora Penelope se ne va da sola, musa di Almodovar in patria (con cui sta girando la settima collaborazione) e richiestissima all’estero.

L’occasione dei suoi quarantasette anni può farci riflettere su tematiche più vaste: il cinema, per come si presenta alla maggior parte di spettatrici e spettatori, è fedele alla vastità culturale mondiale? C’è una percentuale significativa di film trasmessi che siano di produzione non inglese o statunitense? L’exploit Parasite e il (a detta di tutt) bellissimo Minari (co-prodotto negli States ma interamente girato in coreano) sono qui a smentirmi, segno di un progresso che si fa strada pian piano, affiancato dal cinema d’autore europeo da sempre presente e in qualche occasione popolare oltre che artisticamente valido.

Fatto sta che di interpreti eccezionali non strettamente anglofoni ce ne sono poche, e la Cruz, al di là delle sue origini, si situa nel panorama delle grandi stelle per il suo talento e per la grande intensità della sua carriera. In oltre trent’anni l’abbiamo vista nei capolavori Tutto su mia madre e Volver, ha fatto da compagna al compianto Paul Walker in Noel (del 2004), l’abbiamo ammirata vincere un Oscar per Vicky Cristina Barcelona, è stata una delle migliori performer (anche cantando) in Nine, l’adattamento di un musical ispirato a 8 1/2 del 2009, ha recitato in italiano in quel brutto esperimento che è To Rome With Love, film del 2012 girato nella capitale, è tornata in Spagna per recitare in La regina di Spagna, lungometraggio sul cinema ambientato durante il regime di Franco, uscito nel 2016, e ha prestato il volto di una ipercattolica irlandese nell’adattamento di Assassinio sull’Orient Express di Kenneth Branagh, nel 2017. Ha spesso privilegiato ruoli di donne sensuali e passionali, ma ha saputo sfruttare la sua fragilità per sfuggire a inquadrature troppo riduttive.

Nina, ne La regina di Spagna, è una diva ma è anche combattiva e ha un profondo senso della giustizia. Carla, in Nine, è insicura e bisognosa tanto quanto desiderabile. Penelope sembra non voler lasciarsi limitare, e per questo ogni anno che passa non può che essere una sfida per lei, un modo per rimettersi in gioco, andare avanti a prendere qualcosa di diverso e emotivamente coinvolgente, nell’attesa che Hollywood apra le sue porte o smetta di essere considerata il centro esclusivo della settima arte.

Buon 25 aprile polemico!

Non si può non essere grat& ogni 25 aprile. Grazie alla lotta partigiana, il 25 aprile nel 1945 a Milano la liberazione dalle truppe naziste ha posto fine all’occupazione ed è stato il colpo di grazia che ha portato alla fine del Terzo Reich: Hitler si sarebbero suicidato cinque giorni dopo.

Il 25 aprile si festeggia e si ricorda, si mantiene la memoria del sacrificio di migliaia di persone che hanno lottato, dando la vita per sconfiggere una piaga sociale, una violenza fisica e culturale fra le peggiori di sempre. Il buco nero del ventennio nazi-fascista ha inglobato milioni di vittime, creando un retaggio culturale a cui hanno attinto a piene mani decine di politici.

E qui si arriva alla polemica: l’Italia dovrebbe essere uno stato fortemente antifascista, tutto il mondo dovrebbe rifiutare questa ideologia, eppure così spesso si sente il lascito di quegli anni, si sente un’affinità pericolosa e mai sopita fra il fascismo e alcuni tra i più tristemente popolari partiti e movimenti attuali.

Sorvolando su personaggi come i membri di Casapound, come facciamo a lasciare che sia legale l’azione di Fratelli d’Italia, della Lega o quello che resta del partito-Berlusconi? Se il fascismo è da condannare per legge, allora tutto ciò su cui si basa dovrebbe essere condannato a sua volta. Il fascismo è sessismo, omofobia, esaltazione di una retorica maschilista e dittatoriale. Bene, un partito che si oppone al DDL Zan, che impedisce ai migranti di poter sbarcare, che promuove l’uso delle armi, che si ostina nel razzismo più becero, questo è un partito fascista.

La retorica di Giorgia Meloni è fascismo. Il decreto sicurezza bis di Salvini è fascismo. L’omotransfobia di Pillon e Fontana è fascismo. Fino a che in Italia non ci libereremo di questi personaggi non potremo essere del tutto liber&.

79 anni di Barbra Streisand, 7 film e 9 canzoni

BARBRA STREISAND | I love all the photographs from this Terr… | Flickr

Barbra Streisand, la poliedrica, indomabile, autoironica Barbra, compie 79 anni. L’ebrea di New York City, con gli occhi blu e l’ambizione di diventare una stella, sfiora gli otto decenni, spesi in gran parte a rincorrere il suo sogno e a far sognare chiunque abbia intravisto il suo sorriso, chi l’abbia sentita parlare a raffica, chi l’abbia ascoltata cantare, lei che ha imparato a fare tutto, dalla recitazione al canto, dalla regia alla scrittura per lo schermo.

Barbra, icona di chiunque sogni il teatro, voce splendida e chiara, ha fatto sue alcune delle più memorabili canzoni del secolo ventunesimo, portando avanti in parallelo una delle più splendenti carriere cinematografiche di cui è possibile ricordarsi. Per festeggiarla, ringraziarla, e per suggerire come sempre qualche titolo da aggiungere alla vostra watch list, eccovi sette film e nove canzoni della meravigliosa Streisand:

I film…

Funny Girl

Da dove partire altrimenti? Funny Girl, capolavoro musicale del 1968, adattamento cinematografico del musical che rese Barbra una stella di Broadway, è il film per eccellenza del repertorio Streisand. Funny Brice, autoironica, impacciata, ambiziosa, volubile, impulsiva e talentuosissima figura realmente esistita, è un personaggio cucito su misura per Barbra, e la colonna sonora è senza dubbio una delle più ricche di sempre, al pari dei preziosi costumi e delle scenografie da Oscar. Oscar vinto dalla Streisand come Miglior Attrice Protagonista, al suo debutto cinematografico.

Hello Dolly!

Cronologicamente, l’ultima mia scoperta è stata Hello Dolly! in cui Barbra, fra capelli adornati, vestiti d’epoca meravigliosi e arredi incredibilmente kitsch, interpreta Dolly Levi, una vedova popolarissima che cerca di sistemare la vita di tutti, e nel contempo la sua. Anche questo è un musical, allegro, stucchevole se volete, ma con coreografie stupefacenti e una protagonista irresistibile.

What’s Up Doc?

Ne ho scritto recentemente: divertentissimo, folle, tanto assurdo quanto impossibile da non amare. Qui Barbra è una giovane onniscente, Judy, che cerca di far leva su equivoci e interventi comici per conquistare un musicologo educato e affascinante.

Come eravamo

Anche qui, ne ho scritto, ne scrivo e continuerò a parlarne. Sotto la magistrale regia di Sydney Pollack e con il Redford dei tempi d’oro, è il film romantico per eccezione, un coming of age di due opposti splendidi. Barbra è Katie Morosky, la brillante attivista e intellettuale di sinistra negli Stati Uniti fra gli anni sessanta e settanta.

A Star Is Born

Di questo splendido musical sono state fatte quattro versioni: quella resa celebre da Lady Gaga, uscita nelle sale nel 2018, è certamente la più nota adesso, ma il one-woman show di Judy Garland del 1954 e la versione pop-rock anni Settanta di Barbra Streisand sono parimenti emozionanti. Affiancata da Kris Kristofferson, Barbra è una giovane cantante che trova fama e amore in un grande musicista alcolizzato e problematico. Il film fu un successo al box-office così come la canzone Evergreen, che valse alla Streisand un Oscar per la composizione della Miglior Canzone Originale e un Golden Globe.

Yentl

Il primo film scritto, diretto, prodotto e interpretato da una donna, Yentl è una storia di formazione femminista di una giovane che, alla morte del padre, si traveste da ragazzo per poter studiare il Talmud. Un excursus nella cultura ebraica e una riflessione potente sulla condizione femminile, sull’amore, sulla scoperta di sé al di là delle insicurezze, delle gelosie, dell’opinione altrui. Barbra, manco a dirlo, canta pure la famosa Papa Can Your Hear Me?. “Se avesse potuto cucinare, lo avrebbe fatto” ha detto Shirley Mclaine. Ha fatto centro.

L’amore ha due facce

Una commedia romantica sul sesso, sull’amore, sulle illusioni e sull’accettazione di sé. Terzo film diretto dalla Streisand, anche questo accompagnato da una grande canzone, L’amore ha due facce ha Barbra come brillante professoressa di letteratura, che accetta una convivenza platonica con un altro docente deciso a non lasciarsi più andare al sesso senza impegno.

…E le canzoni

Poco da dire: lascio parlare la musica, e faccio notare i grandi duetti, non solo nello splendido album Guilty (datato 1980) con Barry Gibb, ma anche e soprattutto con superstar come Judy Garland e Donna Summer: Enough Is Enough fu la prima collaborazione tutta al femminile a aggiungere il primo posto nella classfica statunitense, ma che Barbra fosse una pioniera, lo avevamo già capito.

Buona Giornata Mondiale del libro con Nadia Fusini e Virginia Woolf: Possiedo la mia anima

Ciò che più di tutto traspare dalla scrittura di Nadia Fusini, oltre al grande rispetto che nutre nei confronti dell’autrice a cui ha dedicato il suo lavoro, è la volontà di sfruttare tutte le potenzialità della biografia. Virginia Woolf ha saputo giocare con la biografia, cogliendone il carattere essenziale, che è poi quello citato espressamente dalla stessa Fusini: catturare l’anima di una persona. La Woolf l’ha fatto in Orlando, stravolgendo i canoni prestabiliti, la sua traduttrice e studiosa ha raggiunto l’obiettivo con un’opera meta-letteraria, che è a dir poco meravigliosa.

Seguendo con grandissima attenzione la vita, la Fusini ci rivela come l’infanzia, i luoghi, gli amori, i viaggi abbiano fornito la base e anche più delle opere, e di come le opere abbiano influenzato la vita personale della più grande autrice del secolo scorso. Partendo da Talland House, con il faro di Godrevy che sarà l’immagine di fondo di Al faro, passando per le molestie sessuali subite dall’orribile fratellastro George, fino alle letture della biblioteca paterna, l’infanzia e la prima giovinezza di Virginia è trattata con grande esaustività, così come l’emancipazione dovuta alla morte del secondo genitore e al trasferimento a Bloomsbury. La Fusini è una narratrice coinvolgente, oggettiva, che tratteggia i personaggi in tutte le loro sfaccettature e complessità. Il padre Leslie, autoritario, amico di Henry James, amato e temuto. La madre Julia, prodiga di aiuti per gli altri quanto assente a casa. La sorella Vanessa, con cui Virginia instaura una relazione di simbiosi, gelosia, amore purissimo. Infine, la nostra scrittrice, la donna che si sente fuori posto, la studiosa che si sente continuamente in difetto rispetto ai genitori, la geniale scrittrice campionessa di vendite con opere di innovazione, che ha tanto successo quanto tormento nel comporre, nell’attendere le reazioni, nel proporre una lettura.

Virginia è complessa, non è solo la scrittrice dalle frequenti ricadute, non solo la donna omosessuale che scopre l’amore con Vita Sackville-West, non la giovane amante dell’arte e che fa parte della Beffa della Dreadnought, ridendo delle più alte forze britanniche. Virginia è questo e molto più, geniale autrice di romanzi in cui il flusso di coscienza raggiunge uno stadio superiore, saggista che usa la sua penna per promuovere la causa della parità di genere, grande amica nonché collega dei maggiori intellettuali dell’epoca. Ma non è solo lo stupore e l’affinità che si può provare leggendo nei confronti della Woolf a farmi scrivere che questa biografia edita da Feltrinelli è uno dei migliori libri che io abbia letto, no, anche la presenza, talvolta quasi dimenticabile, trasparente, talvolta molto concreta, della Fusini, a rendere il tutto di un livello superiore.

La Fusini, presidentessa della Italian Virginia Woolf Society, traduttrice della Woolf, curatrice di numerose sue opere, romanziera, professoressa di letteratura alla Normale di Pisa, è un’autorità gentile, competente oltre ogni immaginazione, che ci trasporta con passione nel suo mondo, convincendoci che l’arte e la vita vanno di pari passo, e che il segreto della Woolf, forse, è stato un pregio che chi la conosce superficialmente non si aspetterebbe da lei: la consapevolezza, profonda, di sé.

Jumpin’ Jack Flash!

Perfetto esempio di come si possa costruire un personaggio sui lineamenti e le caratteristiche di un’interprete e cavalcare al contempo il momento Jumpin’ Jack Flash prende il nome da una hit dei Rolling Stones, e sintetizza un bel po’ degli anni Ottanta nella sua sgangherata sceneggiatura, a metà fra il giallo e la commedia.

Attraverso maree di libri e vinili, poster e abbigliamenti colorati, veniamo introdotti nel mondo di Terry, impiegata di una banca ai primi computer, che un giorno si trova una richiesta di aiuto nel sistema, da parte di un uomo che si firma Jack. Jack, agente britannico, è bloccato nell’Europa Orientale, con il KGB alle costole, e Terry è la sua unica speranza. Attraverso conversazioni online (che oggi sembrano arcaiche quanto la stele di Rosetta) Terry riceve informazioni e ordini, e si ritrova a dover fronteggiare agenti della CIA più o meno collaborativi e traditori.

La commedia e il comico si fondono così con il giallo, con Terry costretta a imbucarsi a feste iper-esclusive, chiusa in una cabina telefonica che viene trascinata per le strade, buttata in un fiume e chi più ne ha più ne metta: insomma, una serie di imprese con un’eroina assurdamente comica e apparentemente inadatta, perfettamente fatta propria da Whoopi Goldberg, la mattatrice assoluta (e matta, per l’appunto). Jumpin’ Jack Flash, che porta con sé il taglio ironico e poco convenzionale della regista Penny Marshall (autrice tra gli altri di Big (1988) e di Ragazze Vincenti (1992)) non sarà stato accolto al meglio all’epoca, ma è presto diventato un film-cult, vuoi per l’originalità (uno dei due protagonisti compare solo sullo schermo per quasi l’intero film) vuoi per la bravura di Miss Goldberg, una che i film li regge da sola, quando c’è necessità. Non è questo il caso.