L’ufficiale e la spia

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La celebre lettera scritta dallo scrittore Emile Zola su l’Aurore

L’affaire Dreyfus è uno dei più eclatanti casi di antisemitismo antecedenti al nazismo ed al Terzo Reich. La storia dell’ufficiale Alfred Dreyfus, membro dell’esercito francese accusato di tradimento e condannato all’isolamento e ai lavori forzati, è una storia di manipolazione, corruzione e deviazione della verità, è uno scandaloso racconto di come la Storia sia spesso scritta da chi ha i mezzi per farlo.

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Il generale Dreyfus

Diretto da Roman Polanski (accusato nuovamente di violenza sessuale alla vigilia della distribuzione del film) L’ufficiale e la spia, presentato al Festival del Cinema di Venezia, ripercorre le vicende che portarono alla scarcerazione di Dreyfus, fra il 1894 ed il 1907, concentrandosi in particolar modo sulle indagini condotte dal tenente Picquart, che scopre un complotto creato dai servizi segreti, di cui è il nuovo capo.

Tra le caratteristiche principali di questa accurata ed affascinante ricostruzione storica c’è la quasi totale assenza di colonna sonora: il silenzio è un vero e proprio elemento dominante, che dà ancora più realismo alla rappresentazione e soprattutto permette di concentrarsi maggiormente sui dialoghi e sulle scoperte di Picquart. La regia opta per la sfocatura per introdurre le numerose digressioni che permettono di far vedere l’ingiusto processo condotto ai danni di Dreyfus, condannato sulla base di informazioni sbagliate e volutamente mal interpretate. Lo stesso Picquart viene ostacolato in ogni modo, allontanato dalla Francia e ostracizzato per la sua relazione con Pauline Monnier, donna sposata.

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Louis Garrel

L’ufficiale e la spia può sembrare lento inizialmente, ma migliora nel ritmo con l’andare avanti del film, assumendo più i tratti della pellicola di spionaggio, soprattutto nelle operazioni in cui i servizi segreti seguono gli scambi di informazioni fra gli ambasciatori italiani e tedeschi, con tanto di metodi per ricostruire i biglietti strappati e per leggere la corrispondenza privata.

Ha trainare tutto è un autoritario Jean Dujardin, protagonista di un cast numeroso tutto francese con Louis Garrel, celebre interprete e regista parigino, nel ruolo di un Dreyfus che in realtà si vede molto poco e Emmanuelle Seigner in quelli dell’affascinante e disinvolta Pauline.

Il film, vincitore del Leone d’Argento a Venezia, è stato candidato a 12 César, i più importanti premi francesi, vincendo tre riconoscimenti e riscuotendo consensi soprattutto in ambito europeo.

IL FILM. Lo J'accuse di Roman Polanski – Arci
Da Arci

L’ufficiale e la spia secondo me merita un’occasione anche solo perché l’episodio ricordato è un ottimo esempio di ingiustizia e discriminazione razziale. Un tema sempre, e ripeto sempre, attuale. Non bisogna mai smettere di imparare dalla Storia.

Frida Kahlo

Frida è un personaggio molto più complesso ed affascinante di quanto una persona possa pensare: la sua vita, purtroppo assai breve e costellata di dolori fisici e non, è stata incredibilmente densa di eventi, relazioni e arte. Perché in primo luogo Frida è un’artista straordinaria, forse la più celebre pittrice contemporanea. Nata il 6 luglio del 1907, Frida morì nel 1954, a fianco del marito Diego Rivera, altro celebre artista, muralista vent’anni più anziano, per il quale l’arte poteva essere potente strumento di propaganda politica.

Tanto di quello che so su Frida lo devo alla splendida pubblicazione di Giunti Editore, Frida Kahlo, a cura di Achille Oliva e Martha Zamorra. In questo dossier artistico Frida viene presentata come una creatrice che attinge molto dalla propria vita per creare l’arte, e che usa l’arte come consolazione e come mezzo attraverso cui esorcizzare i dolori futuri. Per questo, anche, la protagonista dei suoi quadri è lei, in tutti i suoi aspetti: il rapporto con il suo corpo, con la mancata maternità dovuta ad una costituzione fisica inadatta, con le operazioni chirurgiche subite dopo l’incidente avuto da ragazza, che ne ha peggiorato la salute, sono centrali nella sua opera.

I quadri di Frida sono stati spesso accostati al Surrealismo, e anche a me sono sembrati molto simili, se non altro per la presenza nelle opere della Kahlo di elementi metafisici e fantastici, nella indipendenza di esse da uno spazio organizzato coerentemente, realisticamente. Frida tuttavia si è sempre sentita distante dal Surrealismo, e forse proprio la sua particolarità ed il suo distacco dalle correnti più importanti la hanno resa unica e iconica.

Nota a parte: Frida Kahlo per me è un’ispirazione anche come personalità. Sfidando conformismo e tempi assai immaturi per la liberazione sessuale e di genere, Frida ha saputo godersi la propria vita con autenticità. Legatasi a Diego Rivera nonostante sapesse dei suoi tradimenti, Frida ha intrattenuto con lui una relazione aperta, avendo esperienze sessuali e anche sentimentali con donne e uomini, fra cui il celebre Trotskij. Icona femminista, Frida ha saputo ritagliarsi uno spazio a parte nel mondo dell’arte, dominato all’epoca dagli uomini, salvo rarissime eccezioni. Inoltre, ha sostenuto le idee rivoluzionarie del marito, combattendo ideologicamente la povertà e l’oppressione dei meno abbienti perpetrata dal sistema capitalistico e rifiutando la censura con forza.

Per comprendere la vita e l’arte di Frida il mio consiglio cinematografico è senza dubbio Frida (di cui vi ho parlato qui), film del 2002 con una grande Salma Hayek e una ricostruzione scenografica spettacolare.

Post Scriptum: tutte le splendide immagini sono prese da Frida Kahlo, di Achille Oliva e Martha Zamora, edito da Giunti.

Margot Robbie, +30

Gli zigomi alti, i capelli biondi, gli occhi di una splendida sfumatura di azzurro, un fisico da modella e un sorriso luminoso fanno di Margot Robbie, australiana di Dalby, un prototipo di bellezza canonica che toglie il fiato a uomini e donne.

File:SYDNEY, AUSTRALIA - JANUARY 23 Margot Robbie arrives at the ...

Tuttavia, fortunatamente Margot è molto più del suo splendido aspetto fisico, e molto lontana da coloro che idealizzano quella bellezza bianca propria dello star system dell’epoca d’oro di Hollywood. Pronta ad ogni tipo di parte, illuminata dal #metoo, Margot si è costruita una carriera a partire da quando, appena diplomata e 17enne, è entrata a far parte del cast di una longeva soap opera australiana.

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Ma il vero battesimo di fuoco è stato The Wolf Of Wall Street, film del 2013 diretto da Martin Scorsese e reso grandioso da un magistrale Leonardo DiCaprio. Dopo aver interpretato la bellissima Naomi LaPaglia, moglie del broker Belfort (DiCaprio), le porte di Hollywood si sono aperte per Margot, divenuta la folle e grintosa Harley Quinn in Suicide Squad (2016), ruolo che ha ripreso alla grande nel film tutto al femminile Birds Of Prey (2020), da lei co-prodotto.

I, Tonya: un'immensa Margot Robbie in una tragicomica storia vera ...

Strepitosa nella parte della pattinatrice Tonya Harding in Tonya (2017), Margot ha fatto vedere in questo ruolo di poter essere aggressiva, sofferente, non apprezzabile. Eterea e adorabile nel ruolo dell’attrice Sharon Tate nel cult di Quentin Tarantino C’era una volta a… Hollywood (2019), Margot ha dato se stessa per creare Laila, giornalista di Fox News nel film Bombshell (2019), personaggio che incarna tutte le contraddizioni dell’America bianca, conservatrice e ricca.

Once Upon a Time in Hollywood Movie Poster | My first viewin… | Flickr

Trainata dal suo incredibile talento, Margot ha saputo fare sua quella qualità che ogni grande interprete deve possedere, per ottenere tanti ruoli e crearsi un’identità artistica non limitata: la versatilità. Capace di essere sensuale e oltremodo affascinante, Margot si è spinta oltre ciò che più facilmente potesse riuscirle per abbracciare personaggi complessi, dinamici, portati al cambiamento. Donne forti e carismatiche come la regina Elisabetta I, cartoni viventi indipendenti ed energetici come Harley Quinn, ragazze prodigio irascibili e traumatizzate come Tonya Harding. La sua capacità di passare da un ruolo all’altro risultando credibile le ha permesso di girare più di 15 film negli ultimi 7 anni, oltre a ottenere il ruolo di protagonista nel nuovo capitolo del fortunato franchise Pirati Dei Caraibi.

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Candidata due volte ai Premi Oscar, 5 volte ai BAFTA, 5 ai SAG Awards, due ai Golden Globes, Margot ha vinto due volte il premio come Miglior Attrice Internazionale agli AACTA, due volte il Critics’ Choice Awards ed è stata nominata anche agli Indipendent Spirit Awards e ai Saturn Awards. Una vera diva del grande schermo, che ha ancora moltissimo da dare.

Margot Robbie | Margot Robbie speaking at the 2016 San Diego… | Flickr

15 canzoni per festeggiare il Pride

Pride vuol dire anche musica, quindi ho deciso di stilare la mia personale playlist delle migliori canzoni per festeggiare la bellezza di un mese dedicato all’amore per se stessi e per gli altri e le altre, scegliendo quelle che in qualche modo hanno sottolineato l’amore queer e la lotta agli stereotipi di genere. Partendo dall’iconica Break Free (1984) dei Queen, con tutti i membri della band in drag, si arriva a You Need To Calm Down (2019), di Taylor Swift, con esplicita critica all’omo-trans-fobia e alla misoginia e video rainbow con tantissime star appartenenti alla comunità LGBTQ+ e allies, vedi Hailey Kyoko, Ellen DeGeneres, Laverne Cox e Ryan Reynolds.

Nel mezzo vanno citate due splendide canzoni del compianto George Michael, la hit Freedom! (1990), il cui testo parla appunto di liberazione in ogni senso, e Outside (1998), il cui video richiama al celebre episodio per cui Michael fu incarcerato e gli fu fatto outing.

Del 1990 è il trionfo della cultura Queer, quella Vogue di Madonna che richiama proprio all’arte del voguing, il tipo di ballo ispirato alle sfilate che era praticato (e continua ad esserlo) nelle ball, competizioni che animano il mondo LGBT, con un perfetto richiamo a tutti gli idoli della comunità,da Greta Garbo a Marilyn Monroe, passando per Marlen Dietricht e Grace Kelly.

Se Madonna ha reso mainstream la cultura queer, divenendo una delle più grandi icone gay dello scorso secolo, a trasformare un inno all’amore per se stessi in una mega hit ci hanno pensato altre due allies di caratura internazionale,che hanno sempre sostenuto la comunità nella loro lunga carriera: Christina Aguilera e Lady Gaga. Se la prima ha creato una delle ballad più intersezionali e struggenti della storia musicale nel 2002, con Beautiful, per poi celebrare l’amore in tutte le sue forme nel 2012 con Let There Be Love, la seconda ha sottolineato la necessità di essere fier* di se stess* in Born In This Way (2011), prima canzone della storia contenente la parola trans ha raggiungere la vetta della classifica americana.

Il cantante dei Panic! The Disco, Brendon Urie, si è spesso esibito con bandiere arcobaleno, ma il più bel contributo dato in questo senso è stato senza dubbio la canzone Girls/Girls/Boys (2013), un inno bisessuale, assai raro nella musica pop e rock. Lights Up, meraviglioso primo singolo di Fine Line, secondo album di Harry Styles, uscito lo scorso 11 ottobre, Giorno Internazionale del coming out, può essere letto anch’esso come un invito a vivere al 100% la propria vita, senza paura o senso di inadeguatezza.

Ariana Grande è sempre stata una grande alleata della comunità, e lo ha dimostrato con la hit Break Free (2014), una traccia che sprona a lasciarsi andare: “this is the part when I break free/ ‘cause I can’t resist it no more”. Fra le giovani pop-star queer, come detto ieri, c’è anche Demi Lovato, che nella Confident era ha rilasciato il singolo Cool for The Summer (2015), anch’esso esplicita ode all’amore bisessuale. In questa chiave si può interpretare anche I Kissed A Girl, singolo di debutto di Katry Perry che nel 2008 conquistò le charts.

Le ultime due splendide perle da Pride sono due scoperte per me piuttosto recenti. I’m Coming Out, pezzo di Diana Ross, ha compiuto lo scorso giugno 40 anni esatti, ed è per tutto questo tempo stato uno dei più importanti e gioiosi sottofondi della vita queer. Parents, traccia cantata dall’inglese YUNGBLUD e pubblicata nel 2019, è invece un grintoso no al bigottismo, all’omofobia ed al conservatorismo oscurantista.

Ascoltando queste canzoni si può percepire secondo me il migliore aspetto dell’essere paarte deòlla comunità LGBTQ+, un senso di gioia, unione, orgoglio e rivendicazione della propria individualità che dovrebbe spingerci ogni giorno ad essere noi stess* senza preoccuparci troppo dei pregiudizi e dell’odio altrui.

Dei diritti e delle pene (per conquistarli)

Nella notte fra il 27 ed il 28 giugno del 1969 allo Stonewall Inn di New York, uno dei primi locali per uomini gay ad aprire anche ai transessuali, alle transessuali e alle drag queen, partì la rivoluzione che portò alla nascita dei moti di liberazione per la comunità LGBTQ+ e il cui anniversario diede origine ai Pride, che tutti gli anni (tranne questo) sono un momento di ricordo ma soprattutto di unione e festa. Nelle ultime settimane il movimento Black Lives Matter ha spinto decine di migliaia di persone negli States a scendere in piazza a protestare contro la violenza razzista della polizia bianca nord-americana. Anche il genitore del Pride, quel giugno di 51 anni fa, fu una rivoluzione contro la polizia, che non si faceva scrupoli a fare retate in locali come lo Stonewall e arrestare gruppi di persone perché formati da membri della comunità LGBTQ+.

Il Pride serve a mantenere la memoria di ciò per cui per interi decenni attivist* di tutto il pianeta hanno lottato : uguaglianza, fine della discriminazione, dell’odio, dell’omo-bi-trans-fobia. La forma di discriminazione a cui vanno incontro le persone LGBTQ+ è molto varia, e sempre tremenda, ma una delle cose che ritengo fondamentali allo sviluppo di un mondo di accettazione della diversità è il fatto che queste discriminazioni siano state e siano tuttora combattute come un unico nemico da fronteggiare. Finché tutt* ci impegneremo ad adoperare la nostra empatia, la nostra capacità di immedesimarci nel dolore altrui, di combattere affinché tutt* possiamo essere realmente liberi di essere chi siamo senza incorrere in violenze di alcun genere, allora la battaglia sarà giusta e avrà serie possibilità di essere vinta.

Penso spesso al fatto che nel mondo ci sia molta paura e molto odio nei confronti della comunità LGBTQ+: se è vero che nell’ultimo mezzo secolo sono stati fatti enormi progressi sotto tanti punti di vista, dall’altro non riesco ad essere propriamente positivo nel vedere tutto quello che ancora c’è da conquistare. Conquista è la parola giusta, perché tutto quello che la comunità ha raggiunto è stato ottenuto con la lotta, con l’evoluzione dovuta allo sforzo di coloro che non si sono arres* agli stereotipi, ai doppi standard, all’omofobia, alla misoginia, alla trans-fobia, alla derisione, alla violenza fisica e psicologica.

Nel 2020, non mi stancherò mai di dirlo, possiamo comunicare da un angolo all’altro del mondo, possiamo attraversare l’oceano in poche ore, possiamo studiare i corpi celesti con sonde ma non abbiamo ancora una legge che condanni l’omo-bi-trans-fobia, non abbiamo ancora un vero matrimonio egualitario, non c’è la possibilità di adozione, né è stato minimamente scalfito il sistema culturale che supporta la supremazia eterosessuale, costringe le persone ad avere paura a fare coming out.

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Esattamente 51 anni fa, nella notte fra il 27 ed il 28 giugno del 1969, i moti di Stonewall diedero inizio a tutti i movimenti di liberazione della comunità LGBTQ+🏳️‍🌈 Quelle persone coraggiose hanno sfidato davvero la Storia, il loro tempo, per introdurre un cambiamento destinato a lasciare per sempre un segno nella vita di ogni essere umano. Marsha P.Johnson e Sylvia Rivera sono solo i volti più noti di un gruppo di personaggi straordinari, che hanno combattuto pregiudizi, odio, discriminazione e violenza. Ispirat* da loro, ogni anno, ogni giugno, ogni giorno rivendichiamo uguaglianza in nome dell'amore e della libertà. . 𝙒𝙚 𝙖𝙧𝙚 𝙩𝙝𝙚 𝙎𝙩𝙤𝙣𝙚𝙬𝙖𝙡𝙡 𝙜𝙞𝙧𝙡𝙨 𝙒𝙚 𝙬𝙚𝙖𝙧 𝙤𝙪𝙧 𝙝𝙖𝙞𝙧 𝙞𝙣 𝙘𝙪𝙧𝙡𝙨 𝙒𝙚 𝙬𝙚𝙖𝙧 𝙣𝙤 𝙪𝙣𝙙𝙚𝙧𝙬𝙚𝙖𝙧 𝙒𝙚 𝙨𝙝𝙤𝙬 𝙤𝙪𝙧 𝙥𝙪𝙗𝙞𝙘 𝙝𝙖𝙞𝙧 𝙒𝙚 𝙬𝙚𝙖𝙧 𝙤𝙪𝙧 𝙙𝙪𝙣𝙜𝙖𝙧𝙚𝙚𝙨 𝘼𝙗𝙤𝙫𝙚 𝙤𝙪𝙧 𝙣𝙚𝙡𝙡𝙮 𝙠𝙣𝙚𝙚𝙨! . . . #loveislove#pride#proud#gay#lesbian#trans#translivesmatter#BlackLivesMatter#protecttranskids#loveyourself#stonewall#stonewallinn#gaymonth#pride2020🏳️‍🌈#pridemonth#bisexual#bornthisway#rainbow#marshapjohnson#sylviarivera#pridehistory#stophomofobia#weareevwrywhere#lgbtq#queer#rights#equality#lovewins#genderequality#riot

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Tuttavia, voglio anche ricordare che grazie a Marsha P..Johnson, a Sylvia Rivera e a molte altre splendide personalità, ci sono stati miglioramenti, c’è stato un parziale cambiamento culturale, è stata raggiunta una maggior libertà, una maggiore coesione, un senso di protezione dovuto anche all’aver creato spazi LGBTQ+ free come il Pride o associazioni apposite che aiutano l* ragazz* ad affrontare i problemi che può comportare essere gay, bisex o trans, dall’essere sbattut* fuori di casa all’essere soggetti di bullismo o violenza.

Il fatto che nel mondo dello spettacolo ci sia molta più visibilità nei confronti della comunità Queer è una conquista recente e preziosissima: per quanto io non guardi RuPaul Drag Race e non ammiri come persona la conduttrice televisiva Ellen DeGeneres, è fondamentale che una donna lesbica possa condurre uno dei più seguiti show degli States, così come che una competizione di Drag Queen sia una hit internazionale e abbia vinto 6 Emmy Awards. Così come è fondamentale avere artisti e artiste pansessuali, come Janelle Monaé e Brendon Urie, bisessuali, come Demi Lovato e Miley Cyrus, o gay, come Matt Bomer e Ian McEllen. Fino a trent’anni fa una cosa del genere era assai rara, purtroppo.

File:Demi Lovato 3 (42749539272) (cropped).jpg - Wikipedia

Pride significa orgoglio, Gay gioia, e se l’etimologia ogni tanto avesse qualche spicchio di verità, si capirebbe bene come sia necessario ribadire, ogni momento possibile, che si deve essere orgoglios* di quello che si è, che si deve vivere la nostra vita cercando di raggiungere la più completa felicità e che si deve continuare a marciare, parlare, educare e protestare affinché quel mondo che fino a 52 anni fa sembrava utopia diventi un giorno, a tutti gli effetti, realtà.

JFK – Un caso ancora aperto

File:JFK limousine cut off ver..png - Wikipedia

22 novembre 1963: a Dallas, in Texas, lungo una parata in una decapottabile nera, il presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy viene assassinato con più colpi d’arma da fuoco. Il presunto assassino, Lee Harvey Osvald, simpatizzante sovietico, viene arrestato e ritenuto colpevole, nonostante si dichiari innocente. Due giorni dopo Oswald viene assassinato a sua volta, da Jack Ruby. Il caso sembra essere chiuso, risolto in un duplice omicidio di due fanatici che hanno agito singolarmente.

Nel 1966, a tre anni di distanza dagli eventi, Jim Garrison, procuratore distrettuale, indotto da una conversazione con un senatore, legge tutti i volumi riguardante il caso, curato dalla Commissione Warren. La lettura acuisce i suoi sospetti e Garrison decide di riaprire il caso, di indagare e di non demordere là dove la Commissione aveva tralasciato, trattato con superficialità o traviato la realtà.

Ovviamente le ricerche richiedono pazienza e un’incredibile determinazione, perché tutto e tutti hanno la ferma volontà di far rimanere le cose come stanno. Garrison incontra in carcere un gigolò gay, Willie O’Keefe, che afferma di avere avuto una relazione con il potente Clay Shaw, ex-agente della CIA. Willie dice di aver preso parte a delle riunioni con Shaw, organizzate da David Ferrie, anche lui coinvolto nelle operazioni dell’Intelligence statunitense. In queste riunioni i partecipanti, Oswald, Ferrie e Shaw, più volte affermano di voler assassinare il presidente, con ‘aiuto degli anti-castristi cubani. Ferrie viene a lungo pressato da Garrison e i suoi colleghi, ma, dopo aver rivelato di non poter rivelare tutto, preoccupato per la sua vita, viene trovato morto nel suo appartamento.

Nel frattempo la stampa si fa sempre più invadente e critica nei confronti di Garrison e uno dei suoi collaboratori sembra tradire la sua fiducia. Il procuratore deve affrontare anche una situazione privata impegnativa: la moglie Liz litiga sempre più spesso con Jim e, spaventata dalle conseguenze delle sue ricerche, lo invita a lasciare prendere, oltre a rimproverargli l’assenza nella vita dei figli e delle figlie, assorbito com’è nella mole di ricerche e lavoro.

Oliver Stone, regista e co-sceneggiatore del film, è, stando a quanto ho letto, un esperto di questo genere di film, a metà fra l’inchiesta e l’analisi politica: nel 1995 ha diretto Nixon, nel 2008 W. su George W. Bush, oltre ad aver creato pellicole celebri come Nato il quattro luglio (1989) e Ogni maledetta domenica (1999).

In JFK- Un caso ancora aperto, film del 1991, Stone presenta il durissimo lavoro del procuratore Garrison, presentando la sua tesi e le sue ricerche con un ottimo andamento a doppio filo: uno è quello professionale, l’altro quello privato, messo a dura prova dal primo. Un aspetto davvero interessante e, secondo me, per nulla destabilizzante, è l’uso di flashback, reali o ipotetici, per integrare il racconto nel mentre che i testimoni e gli indagati riproducono lo svolgimento dei fatti.

La ricostruzione è incredibile, soprattutto nell’arringa finale di Garrison, dopo cui chiunque è costrett* a dar ragione al procuratore: l’assassinio di Kennedy non è avvenuto nel modo in cui la Commissione Warren lo ha deciso. La teoria del fuoco incrociato, secondo cui i colpi sparati a Kennedy sarebbe stati sparati da più uomini in posizioni diverse, e quindi Oswald non potesse essere l’unico colpevole, è provata in modo schiacciante. Garrison ha osato togliere alla giustizia il bavaglio che il potere le ha imposto, ed è stato per questo massacrato e non creduto. CIA, mafia e lo stesso presidente Lyndon Johnson sono stati evidentemente coinvolti nella morte di un presidente scomodo, ma nessuno è disposto a credere a questo.

Dopo averlo visto nel classico Guardia del corpo (1991) Kevin Costner mi era sembrato privo di profondità ed empatia: in JFK, invece, è l’uomo giusto al posto giusto, praticamente perfetto per la parte e molto ben coinvolto in tutti i ruoli: grande nell’avvocatura, piccolo in confronto alle forze che lo ostacolano, umano nella famiglia, forte come leader. Un ottimo ritratto di quello che potrebbe essere stato Jim Garrison (dico potrebbe perché io non ho visto video ritraenti il procuratore). La brava Sissy Spacek è il volto noto che interpreta la moglie Liz, mentre l’highlander Jack Lemmon è l’ex agente Jack Martin, che lavorava in un ufficio da dove Ferrie coordinava gli assassinii. Un giovane Kevin Bacon è Willie O’Keefe, mentre Clay Shaw è interpretato da Tommy Lee Jones. Irriconoscibile il giovane Gary Oldman che interpreta il sospetto e sfuggente Oswald.

Fondamentale nonostante sia poco sullo schermo è Donald Sutherland, il Mister X che dà informazioni fondamentali a Garrison per spingerlo ad andare in fondo alla questione.

Dopo aver visto JFK ho davvero iniziato a pensare più seriamente al fatto che la verità sia manipolata da chi ha potere, soldi ed armi, che a decidere siano pochi potenti che scelgono come impostare la Storia e come ripulirsi le mani dal sangue, sterminando e ridicolizzando coloro che si oppongono. Che Kennedy sia stato ucciso per un complotto della CIA, scontenta per il disastro della Baia dei Porci, sono convinto. Il merito è di Stone, che ha diretto e scritto un film che è sia un dramma giudiziario, un thriller per certi versi, ma soprattutto è un documento storico importante. La colonna sonora, che trasmette angoscia con una sottigliezza invidiabile, è la ciliegina sulla torta dell’onestà che lotta per venire a galla.

JFK un caso ancora aperto, è stato candidato a ben 8 Oscar, vincendo i premi per la Fotografia e per il Montaggio, ed è stato elogiato per la regia, per le performance di Lee Jones e Costner e per la sceneggiatura. Ancora oggi sono pochi i film di Hollywood così parzialmente esposti in aperta contraddizione ai poteri forti. Da vedere assolutamente.

Tanti auguri Ari ♔

Grammy Awards 2020: beauty look delle star
Foto presa da Vanity Fair

La piccola Ariana Grande, volto ormai noto del panorama musicale mondiale, è riuscita a crescere molto in fretta: da nuova stella del pop è diventata un’artista matura, completa, di enorme successo commerciale ed una giovane donna con saldi principi e una grande attenzione ai problemi più urgenti della realtà sociale.

Cantante dalla voce incredibile, hit-maker capace di scalare le classifiche di tutto il mondo, popstar riempi-stadi, cantautrice e produttrice, Ariana ha messo a disposizione la propria popolarità e la propria influenza per mettere in evidenza, attraverso i social media, concerti benefici e partecipazioni in prima persona alle manifestazioni, la diseguaglianza e l’oppressione dilaganti nel suo paese. Negli ultimi mesi ha prima riempito di donazioni ospedali e centri di ricerca, per poi sposare la causa del Black Lives Matter, scendendo in piazza, facendo ulteriori donazioni e spingendo i propri followers a chiedere giustizia per George Floyd, Breonna Taylor e le altre vittime di violenza da parte della polizia statunitense. Da sempre alleata della comunità LGBTQ+, Ariana è scesa in piazza più volte per la Festa Internazionale della Donna, per poi cantare alla March For Our Lives nel 2018, manifestazione per il controllo delle armi in America. Insomma, in un momento storico in cui il maggior mezzo di comunicazione è internet, sono contento che ad avere così tanto seguito sia una persona che fa del proprio meglio per giuste cause.

E di seguito e influenza Ariana ne ha davvero tanto: è la donna più seguita di Instagram con oltre 191 milioni di followers, e l’altro giorno, semplicemente pubblicando una storia in cui faceva vedere di aver preso un caffè ad un bar gestito da afroamericani, ha fatto aumentare di 5000 follower la pagina del suddetto bar, staccandosi da Starbucks, dopo aver scoperto che sosteneva una politica aziendale razzista.

Ma oltre al costante sforzo per contrastare le schifezze di questo mondo, Ariana ha saputo creare qualcosa di assolutamente magico nel campo che più le è congeniale: la musica. Partendo dal dolce Yours Truly, nel 2013, con tracce pop e R&B poco pretenziose, meravigliosamente cantate e di discreto successo, come The Way, Right There, Honeymoon Avenue e Tatooed Heart, Ariana è esplosa come fenomeno commerciale grazie a My Everything, del 2014, album ricco di tormentoni indimenticabili come Problem, Bang Bang, Love Me Harder e la bellissima Break Free, passando l’anno successivo fra esibizioni ai Grammy Awards e il primo grande tour, da 41 milioni di dollari, in giro per il mondo occidentale.

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🖤 @billboard

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Con Dangerous Woman (2016), piccolo gioiello pop molto sottovalutato, Ariana ha toccato una nuova maturità artistica e vocale, rilasciando sia pezzi puramente commerciali e di immediata riconoscibilità come Side to Side, Dangerous Woman, Everyday e la splendida Into You, sia perle come Be Alright e Touch It. Sweetener (2018) e thank u, next (2019), pubblicati a soli sei mesi di distanza, le hanno permesso di ottenere la consacrazione: coinvolta nella stesura di tutti i testi di entrambi i progetti, Ari ha dato vita a un tipo di musica molto personale e sincero, facendo della trasparenza e della vulnerabilità i propri cavalli di battaglia, guarendo dai propri dolori attraverso la musica.

Da thank u, next, splendida traccia dedicata ai suoi ex, passando per le più profonde No tears Left To Cry, needy e Breathin, fino alle tracce di emancipazione femminista God Is A Woman e 7 rings e alle più soft e sperimentali, ma non per questo meno riuscite, fake smile, R.E.M. e The Light Is Coming, Ariana ha davvero creato un mondo fatto di consolazione, forza interiore, autocoscienza e crescita personale. La sua musica è riuscita ad avere un grande impatto pur essendo stata concepita più per se stessa che per soddisfare un’etichetta o la richiesta dei fan. Collaborando all’ultimo splendido singolo di Lady Gaga, Rain On Me, Ari ha dimostrato ancora una volta di avere tutte le caratteristiche per entrare a far parte dell’Olimpo delle dee della musica.

Candidata 11 volte ai Grammy Awards, vincendo nel 2019 per il Miglior Album Pop, vincitrice di 3 American Music Awards, di 5 MTV Video Music Awards e del Billboard Woman Of The Year nel 2018, Ariana ha venduto oltre 15 milioni di dischi nel mondo, divenendo la cantante di maggior successo della sua generazione e una delle più grandi star dell’ultimo decennio. Ari è la cantante con più iscritti su YouTube (quuasi 42 milioni), la cantante più ascoltata su Spotify (quasi 60 milioni di riproduzioni in un mese), la seconda artista per incassi dell’ultimo anno (72 milioni di dollari) e l’unica artista ad avere 4 canzoni capaci di debuttare al primo posto della classifica Billboard. La sua voce, innegabilmente straordinaria ed eterea, è stata definita come una delle migliori degli ultimi anni e la sua estensione vocale, seconda solo a quella di Mariah Carey, è capace di coprire più di 4 ottave.

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really glad i checked the mail

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Tantissimi auguri Ari, e che la vita possa darti tutte le tantissime soddisfazioni che meriti. Sei stata compagna di un sacco di emozioni ed esperienze e sostegno, con la tua voce e le tue parole, in momenti molto difficili, così come gioia in quelli più belli.

Quo Vadis?

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Quello che si dice un kolossal fatto a regola d’arte, Quo Vadis?, film del 1951 diretto da Mervyn LeRoy e tratto dal romanzo storico dello scrittore premio Nobel Henryk Sienkiewicz, è una ricostruzione della storia di Roma negli ultimi anni dell’impero di Nerone, che governò dal 54 al 68 dopo Cristo.

La trama

Deborah Kerr & Robert Taylor | Quo Vadis (1951) | Susanlenox | Flickr

Protagonista è Marco Vinicio, console di Roma, il quale, reduce dalle campagne vittoriose all’estero, incontra Licia, figlia dell’ex console Plautio, della quale si invaghisce subito. Licia è però cristiana e, nonostante sia anch’ella innamorata di Marco, non può ricambiarlo, perché lui possiede schiavi e idolatra dei pagani. A complicare le cose sono le volontà dell’imperatore Nerone il quale, autocrate insofferente e vanaglorioso, ha ucciso la moglie Ottavia per sposare Poppea, imperatrice attratta da Vinicio e gelosa di Licia. A sostenere e consigliare Nerone sono il capo delle guardie pretorie Tigellino, l’arbitro di eleganza Petronio e, in misura minore, il saggio filosofo e letterato Seneca.

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Per soddisfare la propria sete di grandezza e lusso Nerone ordina l’incendio di Roma, addossando la colpa di tale disastro ai cristiani, su suggerimento di Poppea. Gli innocenti, di cui fanno parte anche Licia, Plautio e la moglie Pomponia, vengono fatti sbranare dai leoni e bruciati vivi secondo l’ordine di Nerone, che soddisfa così la sete di sangue del popolo (e la propria). Fra le vittime c’è anche San Pietro, il quale viene indirizzato da Dio a Roma per salvare i suoi fratelli, e tiene un’orazione che scalda il cuore dei cristiani, oltre ad unire in matrimonio Marco e Licia, per i quali Poppea ha preparato un supplizio particolare.

La ricostruzione storica interessante

File:Peter Ustinov 2.jpg - Wikipedia

Quo vadis? ha diverse inesattezze storiche: la discrepanza di quattro anni fra l’incendio di Roma (64) e la fine del regno di Nerone (68) è ignorata, non viene rappresentato il suicidio di Seneca e Lucano, Poppea viene fatta uccidere da Nerone subito prima della di lui morte, quando in realtà morì svariati anni prima del marito. Tuttavia, considerate le necessità di ridurre una così grande quantità di avvenimenti storici in un film, seppure lungo, la ricostruzione è assolutamente promossa. Le imponenti scenografie, le bighe trainate dai cavalli, il grande anfiteatro in cui vengono sacrificati i cristiani, la porpora sulle tonache dei senatori: tutto rispecchia con precisione la Roma imperiale del primo secolo. Anche gli effetti speciali sono impressionanti a volte: è il caso dell’incendio dell’Urbe, con le fiamme che ardono i tetti delle case romane. Interessante è il fatto che i romani vengono mostrati stretti nelle strade fra i palazzi, ottimo evidenziamento del poco spazio che c’era fra gli edifici e che contribuì al propagarsi del fuoco, la cui causa fu probabilmente un incidente.

Un grande cast

Archivo:Patricia Laffan.jpg - Wikipedia, la enciclopedia libre

La vera ciliegina sulla torta è Peter Ustinov nel ruolo di Nerone. Il futuro Poirot caratterizza il proprio personaggio seguendo bene le descrizioni fatte di lui dalla letteratura senatoria. Nerone è così un ragazzone vanitoso, egoista, un folle egocentrico che non sopporta gli ostacoli e non sa far fronte alle difficoltà. Ustinov lo rende quasi simpatico, con le sue mediocri qualità di poeta e cantante e le sue bizze infantili, ed è talmente bravo da strappare una nomination agli Oscar. Nomination ottenuta anche da Leo Genn, nel ruolo di Petronio, simbolo del poeta-cliente che rinuncia alla vita, ma non alla dignità. L’allora famosissimo Robert Taylor è invece Marco Vinicio, all’inizio prepotente romano con smanie di potere che tratta l’amata come un oggetto, poi innamorato redento e capo della rivolta. Licia invece è rappresentata dalla bella Deborah Kerr: questo personaggio all’inizio è da apprezzare per la sua forza d’animo e la dignità che dimostra, finendo poi per scomparire un po’ rispetto ai comprimari. Perfetta per la parte della femme fatale di Poppea è Patricia Laffan, sempre insinuante, sardonica, calcolatrice e con tanto di ghepardi da compagnia.

Per concludere

File:Quo Vadis (1951) trailer 8.jpg - Wikipedia

Quo Vadis? è però ancora di più di questo: è un film che vuole sottolineare l’abuso di potere da parte degli uomini e mostrarne la piccolezza rispetto alla forza della fede cristiana, che prescinde classe sociale e provenienza per unire le persone in una civiltà migliore, o perlomeno questi sono i propositi. Maestoso nei costumi, nel numero delle comparse, nelle scenografie e nella caratterizzazione dei personaggi, Quo Vadis? è stato il film di maggior successo del 1951 ed è senza dubbio uno dei film epico-storici più sfarzosi che possiate trovare.

Buon compleanno Meryl

Siamo attratti dalle persone che trovano gioia in ciò che fanno e che sono grate per l’opportunità che hanno. Quando Meryl recita si può sentire un senso di gioia.

Jake Gyllenhall al Festival di Berlino
File:Meryl Streep cheerleader 1966 (cropped 2).jpg - Wikipedia

Eccoci al 22 giugno, giorno di festeggiamenti per la leggendaria attrice di cui vi ho a lungo parlato nell’ultima settimana. Mary Louise Streep compie 71 anni, e lo fa dopo aver incantato il mondo dello spettacolo per 45 lunghi anni, passando da stella del teatro, con tanto di candidatura ai Tony Awards e ai Drama Desk Awards, ad astro emergente del cinema, recitando in film acclamatissimi come Il cacciatore (1978), per cui ha ottenuto la prima nomination agli Oscar, Kramer vs Kramer (1979), per cui si è aggiudicata il Golden Globes e l’Oscar, per poi consacrarsi come leggende vivente del grande schermo, in film come La scelta di Sophie (1982), Silkwood (1983), La mia Africa (1985) e Innamorarsi (1985). Straordinaria nei film drammatici e magistrale nell’interpretazione di personaggi realmente esistiti, come fa anche in Cartoline dall’Inferno (1990), Meryl si dà con successo alla commedia, strappando risate in She-Devil (1989) e La morte ti fa bella (1992), per poi tornare a ammaliare la critica, i cinefili e le cinefile di tutto il pianeta con I Ponti di Madison County (1995), La stanza di Marvin (1996), Il ladro di Orchidee (2002) e The Hours (2002). E se pensate che Meryl abbia qualche limite nel suo lavoro vi sbagliate, perché eccola passare alla televisione con Angels in America (2003), per cui vince il Golden Globe e l’Emmy, per poi ritornare sul grande schermo, in ruoli sempre differenti.

Che sia la perfida Miranda Priestley del Diavolo veste Prada (2006) o la giornalista di Leoni per Agnelli (2007), che sia la stella di un musical in Mamma Mia! (2008) o la famosa cuoca Julia Child in Julie & Julia (2009), tutto quello che fa è credibile, ben studiato, emozionante, coinvolgente. Meryl lavoro sulla parte come pochissimi altri, sparisce dentro i propri personaggi con una bravura spaventosa, e non la vedi più, non riesci più a trovarla sotto la salopette di Donna Sheridan o la tonaca nera di Sorella Aloysius.

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Perché Meryl ha una grandezza tutta sua, è in un’altra scala di valori rispetto al resto del mondo cinematografico. Nessuno ha raggiunto la sua capacità di coinvolgere emotivamente, nessuno ha potuto entrare in sintonia con la propria parte come ha fatto Meryl, nessuno ha saputo spaziare in così tanti generi diversi, dal dramma giudiziario (Un grido nella notte, 1988) alla commedia nera (La morte ti fa bella, 1992), dal musical (Into The Woods, 2014) al fantasy (The Giver, 2014), dal biografico (The Iron Lady, 2011) all’avventuroso (Il fiume della paura, 1994), dallo storico (Suffragette, 2015) al sentimentale ( È complicato, 2009), risultando credibile in ogni singolo ruolo. La versatilità è il pregio più evidente di Meryl, perché lei ha saputo capire di essere una vassalla, il cui compito è quello di trasmettere i sentimenti delle donne a cui dà voce e volto.

FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA '09 | Vincent Luigi… | Flickr

Nel corso della sua incredibile carriera ha lavorato con il meglio del meglio: è stata collega di Emma Thompson, Robert DeNiro, Robert Redford, Dustin Hoffman, Shirley McLane, Nicole Kidman, Helena Bonham Carter, Goldie Hawn, Tom Hanks, Amy Adams, Viola Davis, Stanley Tucci, Julia Roberts, Emma Waston, Julianne Moore, Cher e Gary Oldman, tanto per citare qualche nome.

È stata diretta da registi del calibro di Sydney Pollack, Rob Marshall, Steven Soderbergh, Clint Eastwood e Greta Gerwig.

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Amata dai colleghi e dalle colleghe, sempre emozionatissimi/e di girare con lei, ansiosi di conoscerla di persona, con la ferma volontà di imparare il più possibile da colei che ha saputo raggiungere il più alto livello di interpretazione che il grande schermo abbia visto nell’ultimo mezzo secolo, Meryl è tra le attrici più premiate della storia. Vincitrice di 3 Oscar, 9 Golden Globes, 2 SAG Awards, 2 BAFTA, 3 Emmy, 2 David di Donatello, 5 National Board of Review, 2 Critics’ Choice Awards, dell’Orso d’Argento al Festival del cinema di Berlino, del Prix d’enterpretation feminine al Festival di Cannes, Meryl detiene il record di candidature ai Golden Globes, 32(!) e agli Oscar, 21 (!!!). Premiata con il Kennedy Center Honors nel 2011, con la Medaglia Presidenziale della Libertà nel 2014, con l‘Orso d’oro alla carriera nel 2012, con l’American Film Institute alla carriera nel 2004 , con il Golden Globe alla carriera nel 2017 e con un César speciale nel 2003, Meryl ha ottenuto riconoscimenti dalla critica negli Stati uniti, in Germania, Francia, Italia, Spagna e Inghilterra, dominando il mondo occidentale dall’alto del suo talento, ma mantenendo sempre un’umiltà e una serenità che sono forse il premio e la qualità che più dovremo ammirare della Streep.

Auguri Meryl, e grazie per tutto ciò che hai significato, per tutti i viaggi che in cui ci hai accompagnato, per le tue parole ricche di saggezza, e soprattutto per averci ricordato che l’arte unisce, emoziona, fa riflettere e superare limiti.