Golden Globes 2021 – Jane Fonda ispiratrice e tutte le vincitrici

Jane Fonda avrebbe meritato un premio anche solo per il suo discorso: “Portiamo avanti senza paura la diversità, in passato abbiamo marciato, è di nuovo ora”. Attivista da decenni, ambientalista convinta (il suo libro Salviamo il nostro futuro!, uscito lo scorso ottobre, ne è l’ultima prova), antirazzista e femminista dagli anni Settanta, pacifista al punto da essere presa di mira per la sua opposizione alla Guerra del Vietnam, Jane ha portato avanti mille battaglie, in parallelo alla sua sessantennale carriera cinematografica. A 83 anni ha dimostrato che non si deve mai smettere di combattere per se stesse e per le altre: il Cecil B. DeMille alla carriera, il suo settimo Globes, è stato più che meritato, e uno dei momenti più alti della serata.

Serata che ha visto tante sorprese e un generale clima straniante, con le candidate e i candidati a casa in collegamento internet e le presentatrici dal vivo fra Beverly Hills e New York. Proprio le due conduttrici, Tina Fey e Amy Poheler, hanno aperto la cerimonia con un duetto a distanza brillante, satirico e divertente, assistite nel corso della serata da ospiti d’eccezione: a presentare le varie categorie spazio infatti a stelle del calibro di Margot Robbie, Elle Fanning, Jamie Lee Curtis e Joaquin Phoenix. Tanti i volti noti collegati a distanza, dalla bellissima Nicole Kidman con la famiglia alla regista Regina King, da Hugh Grant a Lily Collins, da Gary Oldman a una splendida Viola Davis, fino alla leggendaria Glenn Close.

Se nel ramo televisivo ci sono state per lo più conferme, con il trionfo di The Crown premiato con quattro globi d’oro e quello de La regina degli scacchi, con la lanciatissima Anya Taylor Joy vincitrice del premio come Miglior attrice in una miniserie, per quanto riguarda il cinema i risultati hanno sovvertito le aspettative. Il prestigioso riconoscimento alla Miglior attrice in un film drammatico (per capirci, tredici volte negli ultimi vent’anni chi ha vinto questo premio ha poi ottenuto l’Oscar) è andato infatti a Andra Day, cantante e attrice premiata per Billie Holiday e capace di superare Davis, Mulligan, Kirby e McDormand. Stessa sorpresa per la Miglior attrice non protagonista, con la grandissima Jodie Foster premiata per The Mauritanian: le favorite Glenn Close, Amanda Seyfried e Olivia Colman a bocca asciutta. Per il resto, vittorie più prevedibili per Sacha Baron Cohen e Chadwick Boseman, Miglior attori in una commedia e in un film drammatico, e Daniel Kaluya, premiato per l’atteso Judas e il Messia nero. Rosamund Pike ha invece superato Michelle Pfeiffer e Maria Bakalova nella categoria Miglior attrice in una commedia, grazie a I Care a Lot, in cui recita nel ruolo di una sfruttatrice di anziani in difficoltà, a fianco di Dianne Wiest.

Grande momento storico la premiazione di Chloe Zhao come Miglior Regista, seconda donna premiata nella storia del premio dopo Barbra Streisand (vittoriosa nel 1984 per Yentl). Zhao, sceneggiatrice, produttrice e montatrice, che ha fatto doppietta, con il Leone d’Oro Nomadland premiato come Miglior Film Drammatico. Miglior Commedia Borat Subsequent Movie, con Aaron Sorkin vincitore del premio alla Miglior sceneggiatura grazie al Processo dei Chicago 7. Vuoto assoluto per i super-candidati Promising Young Woman e Mank, con la splendida Io Sì premiata come Miglior Canzone Originale, tratta dalla produzione italiana La vita davanti a sé. Si tratta della seconda vittoria per Dianne Warren e della prima per Laura Pausini, prima donna italiana a vincere il premio. Dulcis in fondo, l’acclamato Minari ha vinto il premio al Miglior film straniero.

Che dire quindi? Tante le incertezze in un anno, quello che da marzo scorso si porta dietro una pandemia alienante, che si preannuncia ricco di momenti inaspettati persino nella corsa ai premi. I prossimi sono i Critics’ Choice, l’8 marzo, poi dovremo aspettare aprile per gli Screen Actor Guild Award, i BAFTA e gli Academy Awards, attendendo che tanti di questi, all’apparenza interessantissimi progetti, possano raggiungere le sale (speremus) o anche solo le piattaforme italiane.

Gli uomini mi spiegano le cose, di Rebecca Solnit – verso l’8 marzo

“Gli uomini (alcuni uomini) mi spiegano le cose, a me come ad altre donne, indipendentemente dal fatto che sappiano o no di cosa stanno parlando. Mi riferisco a quell’arroganza che, a volte, mette i bastoni tra le ruote a tutte le donne[…] che schiaccia le più giovani nel silenzio, insegnando, così come fanno le molestie per strada, che questo mondo non appartiene a loro.”

Quando Rebecca Solnit, scrittrice e attivista femminista, usò il termine mansplaining in uno dei suoi saggi, per far riferimento a quel pregiudizio maschile secondo cui le donne non hanno abbastanza competenza, intelligenza, buon senso, per poter avere la propria visione del mondo, non immaginava che tale parola sarebbe stata attribuita a lei. Tuttavia, anni dopo, cogliendo la popolarità della definizione per riflettere sulle proprie esperienze, la Solnit ha composto una serie di saggi riuniti ed editi da Ponte alle Grazie, qui in Italia, per la prima volta nel 2017.

“La paura di essere stuprate e uccise non abbandona le donne un solo momento, e talvolta è di questo che è più importante parlare, invece che preoccuparsi di non mettere a disagio gli uomini”

I saggi sul femminismo contemporaneo hanno una potenza delucidatrice non indifferente: sono strumenti di conforto perché traggono spunto dall’esperienza più immediata di chi legge e sono anche fonte inesauribile di scoperte sugli aspetti più o meno noti dell’attualità. Così Rebecca Solnit, partendo dalla violenza verbale, arriva a trattare di quella fisica, con riferimento alle molestie in politica, al femminicidio, menzionando l’Italia e Serena Dandini, fino ad arrivare a una splendida riflessione su Virginia Woolf. “Il futuro è oscuro , il che tutto sommato è la cosa migliore che possa essere il futuro credo” scriveva Virginia. Solnit la riprende, per parlare di speranza, della necessità di lottare perché, anche quando non raggiungiamo il nostro obiettivo deliberato, potremmo ispirare qualcun altro/a a muoversi, potremmo ridare linfa a un movimento: a lei è successo, nella sua battaglia al nucleare.

“In tutto il mondo le donne di età compresa fra i 15 e i 44 anni hanno maggiori probabilità di morire o di restare menomate a causa della violenza maschile che non a causa della somma complessiva di tumori, malaria, guerra e incidenti stradali”

Ecco, è questa la straordinarietà della Solnit: è una reporter, oltre che una teorica. Lei ha combattuto per tante cause durante la sua vita, e ha toccato con mano esperienze grandiose e sofferenze causate dai problemi sociali che poi rielabora e analizza nella sua composizione saggistica. Solnit parte da una cena in cui viene corretta da un uomo su un argomento, in cui lei eccelleva e lui era completamente privo di basi, per parlare del silenzio forzato delle donne. Ci dice che ogni nove secondi una donna negli Stati Uniti subisce una molestia sessuale e giunge a spiegare la cultura dello stupro. La sua prosa e la sua inarrestabile carica combattiva hanno un effetto di liberazione: è come se aprisse un vaso con le voce di tutte le donne, voci non ascoltate, silenziate, represse con la violenza, spezzate con l’assassinio, e lo fa con positività e forza, la forza della resilienza.

“La cultura dello stupro è un contesto ambientale in cui lo stupro è endemico e all’interno del quale la violenza sessuale sulle donne è normalizzata e giustificata sia dai media che dalla cultura popolare […] La maggior parte delle donne e delle ragazze limita i propri comportamenti a causa della paura dello stupro”

La lunga estate calda

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Se amate i film anni cinquanta colorati con il Technicolor (che chi scrive ama profondamente) e prodotti dalla MGM, La lunga estate calda sposa gran parte delle vostre richieste. Resiste quasi fino alla fine, la sceneggiatura si delinea con autoconsapevolezza e buone intenzioni proprio fino al climax, poi nel tentativo di far finire tutto nel migliore dei modi si sciupa.

L’estate calda è quella che vede Ben Quick, agricoltore bello e sfacciato, arrivare a turbare l’equilibrio di una cittadina in cui spadroneggia il ricchissimo Varner, sessantenne corpulento e patriarcale che disprezza il figlio Jodi e pretende che sua figlia Clara si sposi. Varner vede in Ben un pretendente perfetto, ma Clara non è d’accordo: d’altra parte lo stesso Vagner cerca di evitare il matrimonio con l’amante di lunga data Minnie.

La rivendicazione di un’esistenza che valga al di là del matrimonio è il punto fondamentale dell’arco esistenziale di Clara, che si difende con la dignità di un gran personaggio molto vicino alle rivendicazioni femministe con un decennio di anticipo. Varner è l’antagonista perfetto, odioso da ogni punto di vista : padre-padrone che rovina i figli e capitalista incallito che vede nei nipoti la propagazione del proprio marchio. Il celebre Orson Welles, che aveva quarantadue anni ma ne dimostrava una ventina di più, è la faccia e il corpo di Varner, con Ben Quick interpretato dal bellissimo Paul Newman e una convincente Joanne Woodward come Clara. Caratterista sempre pronta a ruoli secondari diversi, Angela Lansbury è Minnie, con Jodi vero tallone d’Achille dello script. Complessato nei confronti del padre, arriva a minacciarne la vita per poi redimersi pochi secondi dopo, in uno di quei rimaneggiamenti da soap-opera che abbassano il tono anziché smorzarlo.

Sono proprio questi repentini cambiamenti che mi hanno reso scettico nei confronti di questo melodramma romantico, un film ben confezionato con due stelle del cinema, tanto apprezzabile quanto disprezzabile. Più bellezza visiva che intrigo nell’intreccio, più potere dello star sistem che talento creativo, con una punta di misoginia impossibile da mandare giù. La nota finale però va lasciata a Paul Newman (che proprio durante le riprese si sposò con la Woodward), affascinante e credibile, intrigante seppur costretto nelle spoglie di un personaggio con cui è difficile empatizzare fino in fondo, vuoi per la backstory tirata fuori all’ultimo, vuoi per la convinzione da maschio alfa che Clara ricambierà il suo interesse. La vecchia Hollywood.

Paul Newman 1925-2008 | Paul Newman, rest in peace. | Flickr

Ho finalmente recuperato V for Vendetta

V for Vendetta | "Dissent is the highest form of Patriotism"… | Flickr

Non è facile trovare film d’azione particolarmente intriganti, vero? I supereroi del capitalismo (Marvel/DC etc) e i blockbuster ultraventennali (James Bond, Matrix, Mission Impossible), danno tanto intrattenimento e preziosismi da stunt, ma possiamo affezionarci ai loro personaggi, alle loro storie personali, al loro modo di vedere il mondo?

“Mio padre diceva che gli artisti usano le bugie per dire la verità”

Evey a V

Così, se dovessi dirvi perché guardare V per Vendetta (nel caso siate tardivə come me) sicuramente citerei i suoi personaggi. V per Vendetta resta molto vicino ai suoi personaggi, li definisce estremamente bene, regala al pubblico quello che si chiama una caratterizzazione ben fatta. Non vi chiede di sposare il punto di vista di V, e come potreste d’altronde? Tuttavia, la sceneggiatura sa come costringere chi guarda il film a entrare in empatia con lui, a sforzarsi di capire i suoi obiettivi, più che le sue motivazioni.

V è un uomo mascherato, un uomo che il 5 novembre del 2020 decide di far partire un countdown: a un anno da quel momento farà esplodere il Parlamento Inglese. La data non è un caso, un rimando alla congiura delle polveri del 1605, tentativo fallito di far saltare in aria il Parlamento da parte di Guy Fawkes, di cui la maschera di V ha le fattezze. Il 2020 (e questa è la parte profeticamente da brividi) è un anno assai duro: una pandemia globale ha sconvolto il mondo, distruggendo gli Stati Uniti, mentre la Gran Bretagna vive in uno stato dittatoriale fascista guidato da un Alto Cancelliere dai poteri quasi illimitati. La sera del 4 novembre V, prima dell’annuncio, salva Evey, una giovane che lavora nell’emittente televisiva dello Stato, aggredita dalla polizia (altro inquietante tratto, la misoginia, la violenza sessuale, l’abuso di potere, che non si distacca dalla realtà). Evey interviene per salvare a sua volta V, legandosi così indissolubilmente alla sua storia.

La ciclicità rende le storie incredibilmente potenti. Sono tanti i ritorni in V per Vendetta, con scene prese e ricreate a distanza di anni con un montaggio concettuale, come la fuga di Evey dalla polizia di stato, che la ricerca in primo luogo da bambina come figlia di dissidenti politici, poi ormai adulta come collaboratrice di V. Evey poi fa tutte le tappe del cammino dell’eroina: all’inizio vittima come tuttə del sistema, quindi chiamata ad agire si rende conto di potersi ribellare, quindi liberata dalla paura per sostenere l’ideale di V. Perché V, e questo la sceneggiatura lo dice esplicitamente, è un ideale: spogliato della sua identità fisica e del suo passato dagli esperimenti per cui è stato cavia, V sacrifica se stesso non nella vendetta personale, quanto nella distruzione dello stato totalitario, dando occasione al popolo di unirsi per costruire una democrazia.

Bannato negli Stati Uniti come pericolosamente anti-americano e sovversivo, V per Vendetta ha in realtà una connotazione politica tutt’altro che anarchica, per quanto quella V rovesciata possa essere associata al tradizionale simbolo. La società tratteggiata dalle sorelle Wachowski è a dir poco orwelliana, quindi la rivoluzione di V, violento solo nelle questioni personali, è più che auspicabile. Nonostante il sabotaggio stelle e strisce (erano gli anni della guerra in Iraq fomentata dall’amministrazione Bush) il film ha avuto un gran successo, e come altrimenti quando contiene sub-plot come quello della povera Valerie, torturata a morte per essere lesbica? Penso che le storie di Valerie e Gordon (interpretato da Stephen Fry, famoso comico gay inglese) siano una rappresentazione tremendamente realistica per la comunità LGBTQ+. V non è un modello da seguire, ma Evey sì, soprattutto per chiunque voglia scrivere un personaggio che abbia sia una back-story motivante che una serie di scelte da compiere per diventare padrona della propria vita e del proprio destino. Inutile aggiungere che il lavoro di Natalie Portman sulla protagonista è qualcosa che raramente si vede nel cinema mainstream, specialmente nei film d’azione.

Ed eccoci tornatə all’inizio. Evey, non i supereroi mono-tutto. La complessità del bene, l’impossibilità di idolatrare anche quando si è tentatə, non l’eroe praticamente perfetto. V per vendetta è più liberatorio e coinvolgente che problematico, ha l’intrattenimento e il mistero ma anche la profondità psicologica. Più Evey, meno Ethan Hunt.

PS: ho scritto “più coinvolgente che problematico” perché in alcuni passaggi è molto problematico, ma lascio a voi il giudizio.

Come Back Rihanna

Forse non sapete che Rihanna compie oggi 33 anni, e perfino la diva delle dive, Mariah Carey, le ha fatto gli auguri. Forse non sapete che viene da Barbados ed era nell’esercito prima di sfondare nel mondo dello spettacolo (deo gratia). Forse non sapete che con seicento milioni di dollari fa la carità a gente come Selena Gomez e Demi Lovato. Quello che di sicuro conoscete bene è la sua musica: chiunque sia nat@ tra gli anni novanta e i duemila ha ballato i pezzi della Good girl gone bad più da discoteca di tutte.

Sì perché Rihanna Robyn Fenti, che ha prestato il nome al marchio di prodotti di bellezza con cui ha fatto i miliardi, un tempo era una delle cantanti più prolifihe al mondo. Basti pensare che fra il 2005 e il 2012 aveva pubblicato sette album, roba da far impallidire anche le più stakanoviste, che si chiamino Ariana Grande o Taylor Swift.

Poi è arrivato il lungo inverno, con nuova musica invocata da fan in ogni lingua ormai dal lontano 2019, mentre la loro beniamina continua a proprorre creme viso, lingerie ipercostosa e selfie da top model. Ce le vedo lei e Adele scriversi su Instagram ridendo di noi povere bestie che chiediamo musica per ballare dalla prima, ballad su cui piangere alla seconda, mentre rimandano i nuovi album all’infinito, tanto che l’inglese dovrà chiamarlo 60 e la raggae lady lo nominerà R10, con il nono come i figli morti dei re.

Come consolarci? Pensando a Umbrella, Please Don’t Stop the Music, Rude Boy, What’s My Name?, We Found Love, Only Girl, Diamonds, Work. Potete fare le persone fini quanto volete, le conoscete tutte a memoria. Che si voglia o no, la discografia di Rihanna è strapiena di hit, al punto che negli states la pigra beauty maker ha più vette di Madonna.

Ma tornando seri@, quando uscirà R9? Misteri, ci vuole fede. Ormai le big ci fanno aspettare così tanto che quando arrivano ci accontentiamo anche di un disco fatto coi pezzi scartati. Riri, buon compleanno, festeggia, magari dona qualche altro dei tuoi milioni in beneficienza. Poi però, torna. E portati dietro Adele, please.

Sula – Per onorare Toni Morrison

Toni Morrison avrebbe compiuto novant’anni due giorni fa. Nata il 18 febbraio del 1931 in Ohio, la cantastorie della comunità afroamericana del secolo XX, ci ha lasciatə nell’estate 2019, dopo quasi cinquant’anni di attività come scrittrice. Nella prefazione a L’origine degli altri, Roberto Saviano scrive “Esisto solo se escludo qualcuno, esistiamo solo se scacciamo nel basso dei commenti e delle gerarchie umane chi ci appare diverso. E può essere chiunque: il meridionale, il nero […] non esistono contesti protetti”. Toni ha preso come protagonisti della propria narrazione tutti e tutte coloro che hanno costituito per l’intera Storia l’Altro, il diverso, l’escluso, colui o colei che rende possibile con la propria discriminazione la creazione di una comunità fondata sul disprezzo e sulla supremazia di una categoria sull’altra.

Per onorare la memoria di un genio servirebbe un elegia al di sopra delle possibilità di chi scrive: il tentativo sarà quindi quello di rendere conosciuta, o riscoprire con chi legge, Sula, romanzo del 1973, tra i più noti e apprezzati della Morrison. Sula è la storia di un’amicizia, prima di tutto, e come gran parte dei romanzi della Morrison è una storia con una protagonista definita, ma anche un’opera corale, in cui i personaggi importanti sono tutti quelli creati dalla pena e dall’immaginazione della Morrison. Sula e Nel, due bambine che vivono in Ohio, hanno due famiglie, due case, diametralmente opposte. Piena di parenti e persone quella della prima, vuota quella della seconda. Entrambe vivono nel Fondo, la comunità a parte isolata dai bianchi e costituita da soli neri. Crescendo, il fortissimo legame che le unisce si spezza, al punto che Sula, accusata dalla nonna di aver goduto della morte della madre, decide di lasciare il Fondo, e Nel, per poi ritornare dopo molti anni. Le due concezioni completamente diverse della vita e della loro relazione delle due le porta però a fronteggiare verità che non hanno mai potuto dire.

Sula è un romanzo, come ogni scritto di Morrison, intriso di realismo e di eventi quasi soprannaturali, che hanno una connotazione fortissima. Nella letteratura di Morrison i singoli episodi hanno una forza rivelatrice per i personaggi, sulla loro stessa natura, che non è comune nella scrittura classica. Non servono dialoghi, sono i fatti, che siano di quotidianità, che siano premeditati o accidentali. Sula, come Amatissima, ma in modo meno commovente, più legato alla complessità umana che alla sua infinità bontà, trascende il giusto e sbagliato, l’errore universalmente condannato. Morrison era oltre le categorie dualistiche, per questo capace di creare personaggi dalle mille sfumature. Sula è una donna indipendente e capace di vivere la solitudine, eppure fragile e bisognosa dell’affetto di Nel: in lei c’è del sadismo e della dolcezza, i suoi errori sono innocenti e crudeli. Nel da parte sua è molto più vicina alla sensibilità di chi legge, un personaggio che non riesce a staccarsi e la cui sofferenza non dipende tanto da ciò che accade quanto da quello che non succede.

Toni Morrison ha creato mondi imperfetti e dolorosi, ricchi di una cultura dimenticata e ignorata, con una narrazione che sfida sempre il surreale pur mantenendo l’adesione all’umile, al particolare, allo scenario ombroso delle vite straordinarie nella loro assoluta miseria. È stata una cantastorie di una delle culture più violate del mondo e la sua testimonianza, arricchita dall’inestimabile purezza letteraria delle sue opere, sono motivo di gratitudine. per aver avuto nella nostra epoca così grandi autrici.

Novità musicali – Ariana Grande, Selena Gomez, Cardi B, Taylor Swift e P!nk

I Grammy, rimandati fino al 14 marzo, si terranno fra meno di un mese, e nel frattempo, nonostante l’assenza di tour, premiazioni importanti ed eventi dal vivo, la musica non si ferma. Continuano a tacere le grandi stelle da tempo attese: nessuna nuova da Rihanna e Adele, così come da Beyoncé, con Christina Aguilera che sta ufficialmente lavorato a un nuovo album da diverse settimane. Tuttavia, i progetti già avviati continuano, e nuove ere si avvicinano.

Prosegue la scalata di Ariana Grande, che ha pubblicato il video del remix di 34+35 in collaborazione con Doja Cat e Megan Thee Stallion. Un video che vede le tre cantare in un lingerie-party in un albergo di lusso, fra piscine, specchi per truccarsi e televisori anni cinquanta. Il pezzo, così esplicitamente sessuale e dal sound dolce, è arricchito della potenza rap di Doja e Meghan, con la parte di quest’ultima particolarmente incisiva. Ariana, splendida come sempre, sta andando forte in classifica (la canzone ha raggiunto la numero 2 negli Stati Uniti) e sta per pubblicare la versione deluxe di Positions, con tre nuove tracce e un interludio oltre al remix.

Se la splendida De Una Vez è rimasta insuperata, Baila Conmigo non è affatto male: Selena Gomez ha rilasciato il video del secondo singolo in spagnolo, anticipando l’EP in lingua Revelaciòn. Baila Conimgo, una traccia molto più raggae-pop della precedente, è in collaborazione con il portoricano Rauw Alejandro e ha fatto ottimi numeri in streaming. L’unica mancanza? L’assenza quasi totale di Selena dal video. Un video della Gomez senza la Gomez non è lo stesso.

Lamentavamo l’assenza delle big, ma una s’è ridestata da un lungo inverno: Cardi B ha recentemente pubblico Up, singolo di immediato successo (numero 2 negli States) con video ricco di colori, vestiti sfarzosi e una simbologia tutta sua che non provo neanche a decodificare: a voi l’arduo compito. Up è come sempre a base di sesso e forza personale, ma con un sound particolarmente originale, che la rende accattivante, seppur non quanto WAP o Bodak Yellow.

P!nk è tornata con una canzone luminosa quanto il suo titolo: Cover Me in Sunshine, questa la collaborazione con la figlia di nove anni. La canzone è dolce e tenera quanto il video, molto amatoriale e sincero, che vede mamma e figlia rilassarsi e divertirsi in questi tempi difficili. C’è qualcosa in P!nk, sin dagli esordi, che suggerisce onestà, e forse è questo che permette alle sue canzoni di essere così facilmente accessibili a tuttə.

Dulcis in fundo, grandissime notizie nel mondo Taylor Swift: la cantautrice del Tennessee ha, come saprete, avuto molti problemi nel corso degli ultimi due anni con la vecchia casa di produzione, che ha venduto tutto il suo materiale antecedente Lover (il suo settimo album, del 2019) a Scooter Braun. Taylor ha però avuto la possibilità di registrare nuovamente la propria musica e rimetterla sul mercato, e non se l’è lasciata fuggire. Oltre ad aver composto e cantato due interi nuovi album, Folklore e Evermore, Taylor ha qualche giorno fa pubblicato la sua versione della bellissima Love Story, hit del 2008 appartenente all’album campione di vendite Fearless (Album dell’anno ai Grammy del 2010). Ascoltare Love Story è sempre pura gioia, farlo sapendo che Taylor è padrona della sua arte aumenta le sensazioni positive. Taylor che ha lasciato, come di consueto, un messaggio cifrato, attraverso cui ha fatto intendere che l’intera nuova versione di Fearless sarà pubblicata il prossimo 9 aprile. Giustizia, almeno in parte, è stata fatta, con la nuova Love Story che potrebbe esordire in top 10 negli USA.

Demi Lovato, che meraviglia: ecco What Other People Say con Sam Fischer

L’anticipato settimo album in studio è sempre più confusamente gestito, rimandato ormai da un anno, ma nel frattempo Demi Lovato non si è persa per strada: dopo aver rilasciato Still Have Me, ballad sulla forza interiore, lo scorso ottobre, la cantante è tornata con un duetto incredibilmente commovente, What Other People Say, con il trentenne australiano Sam Fischer, che aveva già scritto per lei alcune canzoni.

What Other People Say suona come uno di quegli inni coinvolgenti, toccanti, perché ci parla della fragilità delle nostre certezze, del bisogno dell’approvazione degli altri, del difficile percorso verso l’autenticità. La voce di Demi è quella di sempre, potente, e cantate da lei, queste canzoni, assumono un significato diverso, speciale. Ci sentiamo rappresentatə da qualcuno che ha vissuto difficoltà enormi e le ha superate, e tuttora lotta per se stessa, per amarsi ed essere felice: nessuna battaglia è più giusta di questa, e Demi e Sam ce lo hanno ricordato. Potrà passare inosservata al grande pubblico, ma What Other People Say merita un posto in questo piccolo blog. Non mollate mai.

Un tram chiamato desiderio – di Elia Kazan

Tennessee Williams ha composto una pièce teatrale che sfiora il melodramma senza mai scendere nel patetico, anzi. Una grande storia poggia sempre su grandi elementi e su personaggi complessi e pieni di sfaccettature, Williams lo doveva sapere, tuttavia, nonostante il suo talento, non fu mai a suo agio nel ruolo di sceneggiatore. Quindi intervenne Elia Kazan, regista dell’adattamento cinematografico, per dar vita a un film teatrale tra i più celebri degli anni cinquanta.

Un tram che si chiama desiderio è il mezzo con cui Blanche DuBois, donna non più giovane ed emotivamente sofferente, arriva a casa della sorella Stella, sposatasi con il rude e violento Stanley Kovalsky. Blanche ha perso la casa di famiglia, tutti i suoi cari sono morti, e il suo arrivo in casa Kovalsky crea dinamiche distruttive nel trio.

Marlon Brando, in uno dei primi ruoli per il cinema Hollywoodiano, trasuda pericolo e cinismo, ipocrisia e rabbiosità. È lui Stanley, il marito di Stella che tormenta Blanche fino al peggiore dei crimini. Blanche che è un personaggio doppio, affettato ed esigente ma fragile e bisognosa. Blanche che è Vivien Leigh, che tocca la perfezione realistica quando lascia andare i lati più oscuri della sua antieroina, quando fa esplodere rabbia e orgoglio. Un tram che si chiama desiderio è stato descritto dallo stesso Kazan come una semplice ripresa del dramma, e risulta teatrale proprio nella sua distanza dai protagonisti, ripresi evitando primi piani e flash back, quasi si trattasse di una riproduzione dal vivo. Se in questo modo il cinema puro perde della sua essenzialità, è anche vero che l’autenticità del quadro e il mistero del detto ma non visto contribuiscono alla bellezza del tutto.

Un film di una tragicità tremenda, riassumibile nell’ultima battuta di Blanche “ho sempre confidato nella gentilezza degli estranei” dice la donna prendendo sotto braccio l’uomo che la condurrà in manicomio. È straziante dal momento che tutto ciò di cui Blanche avesse bisogno fosse gentilezza, qualcuno di cui fidarsi, venendo tradita da entrambe le persone a cui si affida.

Ma sono tantissimi i preziosismi di questo dramma, su tutti la recitazione di Brando, che portò l’ormai famoso Metodo al massimo esponente, e lo stordimento, l’ambiguità, i sogni non corrisposti di Blanche, grazie alla quale la grande Leigh vinse il suo secondo Oscar, oltre alla Coppa Volpi a Venezia. Gigante e gigantessa sul palcoscenico (la Leigh fu prolifica attrice di teatro con il marito Olivier, Brando il Kovalsky di Broadway) e sullo schermo, accompagnat& da una colonna sonora disomogenea, pensata per corrispondere ai singoli stati d’animo piuttosto che allo sviluppo narrativo. Uno sviluppo narrativo di una profondità psicologica presagita fin dall’inizio e mai abbandonata, in un capolavoro da vedere.

“Yes, I’ve had many meetings with strangers! “

Blanche DuBois a Mitch

Buon Global Movie Day con alcuni dei miei film preferiti

“Il cinema è forse lo strumento attraverso cui è possibile empatizzare maggiormente con gli altri” queste alcune delle parole più significative pronunciate da una dei membri dell’Academy in occasione del Global Movie Day, giorno di celebrazione del cinema quanto mai significativo in un momento come questo, in cui il cinema come esperienza vissuta collettivamente è ormai un ricordo. Per festeggiare vi propongo una personalissima lista di alcuni dei miei film preferiti :

Gli uomini preferiscono le bionde – 1953

Potrei scrivere un intero paragrafo solo citando Lorelai Lee, il personaggio interpretato dalla divina Marilyn, ma mi limito a sottolineare l’iconicità eterna dei numeri musicali e la bellissima amicizia femminile al centro del capolavoro camp con Jane Russell e la Monroe. Un tripudio di costumi, colori (Technicolor) e divertimento con l’indimenticabile Diamonds Are a Girl’s Best Friend.

Colazione da Tiffany – 1961

L’unico film che potrei vedere e rivedere all’infinito. Holly Golightly leggera come l’aria è l’eterea Audrey Hepburn, con i vestiti Givenchy e l’amore per i gioielli, Gatto e i festini eccentrici, New York e una storia d’amore quasi senza pari.

Come eravamo – 1973

Forse è la colonna sonora, forse il finale, forse Barbra e Robert. Il film d’amore perfetto, travagliato, intenso, con paesaggi e costumi magnifici.

Rocky Horror Picture Show – 1975

Come mettere in parole la grandezza e la portata rivoluzionaria di questo capolavoro dei capolavori, film cult per eccellenza, meraviglia performativa e musicale. Mi limito a ricordare che da quarant’anni e passa è sempre in cartellone in qualche cinema del mondo. Un luogo sicuro per la comunità queer e non solo.

Victor / Victoria – 1982

Altro film che gioca con l’identità di genere, altro musical dal trucco appariscente e dal grande retaggio drag, con una sontuosa Julie Andrews e la perfetta regia di Blake Edwards.

Silkwood – 1983

Mike Nichols, una delle migliori Meryl Streep di sempre, Cher, una storia di giustizia e lotta, resa alla perfezione in un crescendo che termina con uno dei migliori finali mai visti. Toccante, interpretato alla perfezione.

L’attimo fuggente – 1989

Il messaggio, il modo in cui è trasmesso, la grandissima prova d’attore di Robin Williams, l’aria di camerata. Un film poetico e coinvolgente.

Thelma & Louise – 1991

Il film femminista per eccellenza, con due grandi protagoniste, la saggia e coraggiosa Louise e la dinamica e dolce Thelma, un on the road con una storia d’amicizia meravigliosa.

Il club delle prime mogli – 1996

Commedia allegra, satirica, scanzonata, con un terzetto di attrici e personaggi sublimi. Goldie Hawn è la meraviglia fatta persona, in questa vendetta femminista ai matrimoni oppressivi.

Tutto su mia madre – 1999

Il mio film preferito di Almodovar, trionfo citazionista, cromatico, cinefilo, coralmente condotto da un gruppo di personaggi femminili incredibili. Tutto su mia madre ha un’epicità tutta sua, pur essendo così ancorato coi piedi per terra.

Moulin Rouge – 2001

Spettacolare, romantico, scattante, coloratissimo, con Nicole Kidman in stato di grazia e un dolcissimo Ewan McGreggor, Moulin Rouge è un musical moderno alla Baz Luhrman, visivamente perfetto, teatrale e sopra le righe, in una Parigi del 1900 pop come mai.

The Dreamers – 2003

Poesia pura: Bertolucci concentra la giovinezza, l’amore per l’arte e l’idealismo di una generazione di ribelli in un claustrofobico appartamento francese. Un sogno, per l’appunto, bellissimo.

Mona Lisa Smile – 2003

Delicatamente emancipazionista, con una credibile Julia Roberts e un collegio di ragazze pronte a rifiutare le convenzioni sociali. Limitato, ma da vedere e prendere come esempio.

Il castello errante di Howl – 2004

Il mio preferito fra i capolavori dello Studio Ghibli, un film allegorico, visivamente intrigante con un’intreccio simbolico e la classica, incredibile, colonna sonora alla Myiazaki.

Volver – 2006

Sulla perdita, sul perdono, sulla crescita, un giallo che è commedia, un film corale al femminile che ha del realismo magico e punta sulla sublime Penelope Cruz. Genio Almodovar.

Into The Wild – 2007

Capolavoro esistenzialista, toccante e travolgente, che gioca di sottrazione e fa riflettere. Impossibile non innamorarsene.

Mamma mia – 2008

Il musical per eccellenza, fra isole greche, canzoni degli ABBA e una Meryl Streep più grande della vita stessa. Allegro, disinibito, onesto, gioioso fino alla fine.

Chiamami col tuo nome – 2017

La storia d’amore più struggente degli ultimi anni. Guadagnino pittore pennella con le inquadrature il paesaggio da sogno del Nord Italia, in un’estate fatta di sogni, sensualità, impossibilità, con un Timothee Chalamet indimenticabile e la colonna sonora di Sufjan Steven da lacrime agli occhi.

Piccole donne – 2019

La colonna sonora di Alexandre Desplat, l’adattamento moderno di Greta Gerwig, la storia senza tempo di Louisa May Alcott, l’eccezionale lavoro sui personaggi di Saoirse Ronan, Meryl Streep e Emma Watson, la pura bellezza classica della regia e della fotografia. Quando la somma di elementi eccezionali dà un risultato superiore a ogni aspettativa. Meraviglia.