Dolly Madrina

Dolly Parton ha compiuto 76 anni lo scorso mercoledì, ma sembrano secoli che canta: quando ha iniziato, nel 1967 , c’erano sempre i Beatles e Elvis, e ora, che spopolano diciottenni come Olivia Rodrigo e Kid Laroi, Dolly continua a dispensare perle di saggezza e dolci motivi musicali, un progetto dietro l’altro, creativamente fertile come sempre in questi sei decenni di cantautorato.

A volte, quando è davvero difficile capire che direzione prendere, che tipo di persona si voglia essere, mi ricordo sempre di una canzone di Dolly, uscita nel 2008, Better get to livin, un po’ per il suo ritmo, ma soprattutto per il testo. La penna di Dolly, la zia madrina di tutt noi, ci ricorda che ”la guarigione deve partire da te’‘ e che dobbiamo ”iniziare a prenderci cura, condividere, provarci, sorridere‘.

Ho detto zia madrina non a caso, e non solo per il ruolo che, fra finzione e realtà, Dolly ha ricoperto nei confronti di Miley Cyrus in Hannah Montana, che è stata la prima volta che sono entrato in contatto con lei, ma proprio per quello che, attraverso la sua musica e la sua filosofia di vita Dolly trasmette. Con le parrucche cotonatissime, le unghie finte e il volto sempre truccato -anche quando dorme perché ”non si sa mai se ci sarà un terremoto o un incendio ”- Dolly è un’epitome di ottimismo, forza di volontà e soprattutto di accettazione. ”Volevo tanto assomigliare alla prostituta della mia città” ha dichiarato, e in Backwoods Barbie canta ”Sono sempre stata incompresa per il mio aspetto/ non giudicarmi per la copertina, perché sono un gran bel libro ”.

Come una fata madrina, appariscente e affabile, Dolly è piena di positività e saggezza, pronta a condividere i segreti della felicità e di una spiritualità che le ha permesso di arrivare alla pace, di decenni di lavoro per capirsi e capire. Non accetta di farsi definire da quello che dicono gli altri e ha sempre voluto sottolineare di essere più di una bella faccia. Dumb Blonde, il suo primissimo singolo, diceva proprio questo: per quanti strass, ciglia finte, botox e tacchi vedrete, nessuno si potrà permettere di sminuirla per come appare, per ciò che vuole per sé.

E così è stato: Dolly è diventata la Regina del Country, con venticinque singoli in prima posizione in classifica, ha scritto oltre quaranta album e recitato in classici femministi -o perlomeno coralmente femminili- come Dalle 9 alle 5, Il più bel casinò del Texas e Fiori d’acciaio, e non ha mai smesso di essere la filantropa e il modello che sin dall’inizio ha dimostrato di essere. Che si tratti di donare milioni di libri a bambini in situazione di povertà, di essere alleata e fonte di ispirazione per le persone queer, di finanziare il vaccino salvavita o scrivere la colonna sonora di un film contro il body-shaming, la bionda d’America ha sempre lasciato un segno colorato sulla mappa delle buone azioni, e più che altro le ha compiute senza secondi fini: avrà i suoi difetti, ma la Parton non è un’arrivista- e dopo aver venduto cento milioni di dischi e vinto undici Grammy non ne avrebbe bisogno.

Dicevamo sempre attiva- e anche l’ageism l’abbiamo scavalcato- Dolly ha fatto parte di un duetto con l’altra grande cantante country Reba McEntire a fine 2021, e in questo 2022 tornerà con l’album, e il suo primo romanzo omonimo, Run Rose Run. Non le togli l’energia a Dolly- grazie a Dio.

Pubblicato da Stefano Ceccanti

Scrivo, leggo, guardo un sacco di film e mi informo il più possibile. Femminista intersezionale e queer ⚧️, animalista, antirazzista.

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