House of Gucci di Ridley Scott

Che pasticcio Bridget Jones! House of Gucci, il film più atteso e chiacchierato dell’anno, girato in lock-down in Italia fra febbraio e maggio, aveva tutti gli elementi per essere l’appuntamento al cinema da non mancare e invece. Invece, nonostante la storia della celeberrima casata di alta moda, lo scandalo dell’omicidio da parte di Patrizia Reggiani, la storia d’amore fra due coetanei a metà fra Cenerentola e Romeo e Giulietta e il cast di stelle guidato niente di meno che da Lady Gaga, il film di Ridley Scott è lento, a tratti noioso, a tratti straniante, un potenziale enormemente sprecato.

Tratto dall’omonimo libro-inchiesta di Sara Gay Forden, House of Gucci è ambientato fra il 1970, anno dell’incontro fra l’allora studente di Legge Maurizio Gucci e la ventiduenne Patrizia Reggiani, e il 1997, data del processo che stabilì la “Vedova Nera” colpevole di aver commissionato l’omicidio dell’ex marito, ucciso da tre colpi di pistola il 27 marzo del 1995 all’ingresso del suo ufficio a Milano. House of Gucci, che riporta i dissidi familiari dell’azienda dai profitti miliardari presentando il padre di Maurizio, Rodolfo, lo zio Aldo e il cugino Paolo, viaggia bene nella prima metà, quella della spensierata storia d’amore fra i suoi protagonisti e delle tensioni familiari legate più ai conflitti generazionali che al denaro e al prestigio, e poi, quando ha il materiale- la vendetta, le invidie, le faide interne, l’evasione fiscale, la trasformazione di un uomo nel suo opposto- si perde in dialoghi castrati, in battute tronche e già sentite, in scene giustapposte e asfissiate in interni lussuosi.

Così non si va mai verso lo sperato camp, nonostante alcuni momenti e interazioni siano effettivamente divertenti, soprattutto quelle con protagonista Aldo, interpretato da Al Pacino. La rabbia e la profonda disperazione della Reggiani, più una possessiva passionale che una cinica manipolatrice, vengono tagliate in piccole scene editate in una quindicina di minuti finali e perdono potenza. Per quanto non sia un fan della rottura della quarta parete o dell’introduzione del film nel film, una gestione alla Tonya, il lungometraggio del 2017 su Tonya Harding, è un esempio di efficacia ben superiore. Non c’è la profondità del dramma e neanche la dinamicità dell’eccesso, che si manifesta solo nella performance di Jared Leto, il quale ”interpreta” con voce stridula e accento da Super Mario l’immaturo e incapace Paolo Gucci, inguardabile dal primo all’ultimo minuto.

In effetti, il cast eccezionale mette insieme tre premi Oscar e altre tre candidate e alla fine l’unica che brilla è Gaga, che è anche l’unico vero motivo per andare al cinema. Gaga sì che si cala fino in fondo nel suo personaggio, dotandolo di un arco emozionale visibile, di un’espressività che si manifesta in sguardi magnetici, di una umanità che non giustifica le azioni della Reggiani, ma almeno dona loro un contesto. A confronto Jeremy Irons, impomatato come l’ex attore Rodolfo Gucci, e Adam Driver – quest’anno oltre a Gucci anche in The Last Duel e Annette– scompaiono. Scott se ne rende conto e la rende il centro nevralgico della storia, dandole anche più spazio di quello avuto effettivamente dalla reale Patrizia , e chiudendo il cast con la messicana Salma Hayek nel ruolo della sensitiva Pina Auriemma, amica napoletana della Reggiani e sua complice.

Il lato positivo? Come sottolinea la critica italiana e statunitense, House of Gucci è un dramma, un film a metà fra il thriller e il biografico scritto – male, okay- e pensato per un pubblico adulto, ed è l’unica alternativa quest’anno nel cinema di grande distribuzione ai supereroi –Spiderman, Eternals, Venom, Black Widow e anche Dune, per quanto visivamente spettacolare- e super-mostri ( Godzilla vs Kong…).

Il film firmato Scott ha già incassato centodieci milioni di dollari al botteghino, e per quanto io non vi consigli di vederlo, da fan di Gaga e dei grandi ruoli, dei grandi film per attrici, un pensierino potete farcelo. Anche perché, per aggiungere un pizzico di curiosità, la Germanotta è stata già candidata ai Globes e ai Critics’ Choice come Miglior Attrice, oltre a vincere il premio per la Miglior Attrice del New York Film Critic Circle… potrebbe essere un clamoroso Oscar – Kristen Stewart/Diana permettendo. E sarebbe anche meritato, perché se Gucci mantiene il suo fascino lo deve alla performance e all’indiscutible star power della sua protagonista.

Pubblicato da Stefano Ceccanti

Scrivo, leggo, guardo un sacco di film e mi informo il più possibile. Femminista intersezionale e queer ⚧️, animalista, antirazzista.

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