Sei cose su Nove perfetti sconosciuti

Tratta dal romanzo omonimo dell’australiana Lane Moriarty, famosa in tutto il mondo per Big Little Lies, Nove perfetti sconosciuti è giunta a conclusione oggi, con l’uscita in Italia e nel resto del mondo dell’ottava e ultima puntata. Miniserie TV prodotta da Amazon, Nove perfetti sconosciuti è un intenso viaggio nella terra di Tranquillum House, attrezzatissima e lussuosa casa di cura che seleziona i propri clienti, gestita da Masha, una guru russa delle tecniche alternative di riabilitazione.

Al Tranquillum arrivano nove persone, ognuna con il proprio trauma da risolvere. C’è la famiglia Marconi, padre, madre e figlia, che deve superare il suicidio del figlio e fratello. C’è Lars, reporter gay spaventato dalla paternità e ci sono due giovani coniugi in crisi. Ci sono Frances, scrittrice andata in bancarotta dopo aver subito una truffa online, e Tony, ex campione di football ora dipendente da ossicodone. E c’è Carmel, una donna tradita e abbandonata dal marito in lotta con se stessa e incapace di gestire la rabbia.

La serie approfondisce il dolore, le cause, le incertezze nel processo di guarigione e i sinistri metodi usati da Masha, che nasconde oscuri segreti, e il suo staff, di cui fanno parte Yao e Delilah, una coppia che inizia a dubitare della propria mentore. Non è facile da descrivere Nove perfetti sconosciuti, per questo mi affido a sei cose, sei punti da sottolineare, sperando possano invogliarvi o distogliervi da questo inusuale misto di melodramma, thriller e giallo.

  • Le premesse: se una serie TV funziona, significa che ha ottime premesse, o perlomeno un buon pilot, che susciti curiosità nel pubblico. Questo nessuno può toglierlo a Nove perfetti sconosciuti, che mette tanta carne al fuoco sin da subito e crea un’atmosfera di ambiguità, pericolo non manifesto e possibile esplosività. Quanto basta per voler andare fino in fondo.
  • Perdersi: sia nel senso dello smarrimento emotivo dei protagonisti e delle protagoniste, che rappresentano bene la diversità delle esperienze e delle difficoltà che la vita ci mette davanti, sia nel senso della sceneggiatura. Partita con forza, la storia si incappa in una serie di fili che, se all’inizio sono in egual misura dipanati, poi finiscono per prendere lunghezze diverse. Il lutto dei Marconi avrebbe dovuto avere una chiusura ben più anticipata, i problemi della coppia non sono quasi mai in primo piano, quelli di Carmel a scoppio come la sua rabbia.
  • Ombre: le minacce a Masha, il suo passato che riaffiora in brevissimi flash, l’ambiguità di Delilah e gli attriti fra Carmel e Lars. Le ombre sono lunghe e inquietanti, distorcono il senso di realtà e l’uguaglianza e staticità del set e delle luci contribuisce a creare il fascino di un luogo che si presenta come rifugio dal mondo e prigione dorata allo stesso tempo.
  • Nine perfect perfomers: certo, il range emotivo richiesto permette loro di esibire talento, ma bisogna ammettere che i personaggi proposti dalla Moriarty sono interpretati davvero bene dall’impressionante cast dei Nove. Regina Hall, nel ruolo della malata Carmel, è più che credibile, nonostante e incoerenze in fase di scrittura sulla back-story del suo personaggio. Melissa McCarthy, regina della commedia, porta la giusta ironia con il suo personaggio (Frances) e la chimica che ha con Bobby Cannavale (uno dei migliori nel ruolo di Tony) è palpabile. Luke Evans è bravo anche se un po’ freddo e distante, la sorpresa è la giovane Grace Van Patten, che è perfetta e misurata nel ruolo di Zoe, che piange il suicidio del gemello sapendo di dover sollevare la famiglia.
  • Troppo vicino: l’uso dello zoom e della distorsione non mi ha convinto. I nove fanno uso di droghe che devono stimolare il loro ricongiungimento con i demoni interiori, ma quando la camera si avvicina perdendo la sua orizzontalità tutto assume finzione: nel tentativo di portarci dentro i personaggi la regia ci mostra la materialità dell’attrezzatura, creando un vuoto di identificazione che non può essere perfettamente colmato.
  • La regina delle nevi: Nicole Kidman grida perfezione in un ruolo che le sembra essere cucito addosso. La bellezza di Nicole, la sua stessa struttura fisica la avvicinano a una sinistra statua, fredda e distante anche quando vuol essere materna. Mistero e sofferenza è ciò che (non) traspare dai suoi occhi di ghiaccio, mentre guida i suoi adepti in un’esperienza al limite della sopportazione. Masha è una donna con un passato, un duplice passato, che trattiene e gestisce le emozioni, le sue come quelle degli altri. Una protagonista eterea, come suggeriscono i lunghi capelli biondi e le leggere vesti bianche, onnipresente e quasi onnisciente, che incute timore e affetto, contraddittoria eppure mai fuori dalla sua linea. Imbevuta di una dolcezza che sembra ora naturale ora ostentata, Nicole dona alla sua interpretazione un fascino intriso di incalcolabilità, sicuramente aiutata dal suo approccio metodico al lavoro. Produttrice esecutiva, la Kidman è l’ago della bilancia nella vostra scelta.

Pubblicato da Stefano Ceccanti

Scrivo, leggo, guardo un sacco di film e mi informo il più possibile. Femminista intersezionale e queer ⚧️, animalista, antirazzista.

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