Marilyn, cinquantanove anni dopo

Che luminosa figura era Marilyn Monroe, che straordinario, perfetto connubio ha saputo creare con la cinepresa, un’unione fruttuosa e scintillante, lei che di etereo aveva ben poco, così fisicamente e sensualmente collocata in un determinato spazio della Storia da divenirne simbolo. Che di grandi attrici l’età del cinema classico hollywoodiano fosse piena è poco ma sicuro. Vivien Leigh e i suoi personaggi conturbanti, Elizabeth Taylor e il suo sguardo magnetico, Audrey Hepburn massima espressione di una raffinatezza che sapeva anche prendersi poco sul serio, la divina Greta Garbo e la tormentata Ingrid Bergman: ognuna occupa un preciso posto nel ventennio più fruttuoso del cinema stelle e strisce. Marilyn anche, biondissima bombshell, pin-up da grande schermo, trionfo di sensualità e libera sessualità, di innocenza e candore e sgargiante ardore giovanile. Tuttavia, c’era qualcosa che non si lasciava catturare dai produttori avidi della città degli angeli, c’era qualcosa che solo la pellicola poteva dare in segreta comunione a chi guardava.

“Se sono una star, è perché il pubblico mi ha resa tale. Nessuno ha deciso di creare Marilyn Monroe, la gente mi ha creata”

Il tacito rapporto di reciproco scambio fra Marilyn e il pubblico mondiale ha finito per essere a senso unico: lei se n’è andata presto, troppo presto, nella notte che avrebbe portato a esattamente cinquantanove anni fa, lasciando un pubblico famelico che l’ha, di fatto, cannibalizzata, prendendo tutto quello che ha potuto della più grande stella che la settima arte abbia mai creato. Dopotutto, in quel volto ci potevi vedere qualsiasi cosa: l’emozione di una prima volta, il senso della sfiducia di chi è stata tradita troppe volte, quello di colpa di chi ha tradito troppo. Nei suoi occhi blu da Tecnicolor ci leggevi speranze e tormenti, gioia e allegria, leggerezza e profondità, e mentre la bocca, rossa e semischiusa, suggeriva superficialità, la voce dolce e flebile implorava amore, prometteva amore, chiedeva un asilo, un luogo sicuro.

Demoni su cui non è necessario ricamare tormentavano la Monroe, che ha avuto una vita così spettacolarizzabile da riuscire perfettamente a rientrare nei canoni del grande sogno di auto-emancipazione americana. Sogno incompiuto verrebbe da dire, oltre il dorato mondo delle illusioni ci sono le molestie dei produttori, gli amori svaniti, da DiMaggio a Miller passando per Sinatra e arrivando ai Kennedy, che probabilmente ne orchestrarono l’omicidio fra le dieci e le undici della sera del quattro agosto in Fifth Helena Drive, Brentwood.

Ce l’avevano tutti con Marilyn: Zanuck e la 20th Century, che volevano relegarla a ruoli di stupida bambola ossigenata; Bob e Jack, che le avevano confessato segreti governativi e si rifiutavano di trattarla da essere umano; J.Egar Hoover, capo dell’FBI, che addirittura la riteneva fra le colpevoli di un’ipotetica soffiata alla base della Baia dei Porci e di attività comuniste; Arthur Miller, perché era anaffettivo e perfino alcuni colleghi esasperati dal suo dolore. Per riuscire a delucidare le circostanze sulla morte della più grande icona del ventesimo secolo i consigli sono sempre quelli: Compagna Marilyn, di Mario La Ferla, edito da Stampa Alternativa nel 2007, e Marilyn: tutti i segreti di una vita, di Anthony Summers, saggi-biografie-libri di cronaca estremamente dettagliati e inquietanti nella loro cruda trasposizione di un assassinio fatto per far tacere una donna che sì soffriva, personalità turbolenta e piagata da traumi infantili e non, ma era anche genio della recitazione, brillìo di vita pura, scintilla di passione e impulsività, curiosità e bellezza.

Perché Marilyn, come ogni Gemelli, aveva due lati, due mondi, e allora viviamo nel ricordo di quello più perfetto, viviamo dei “grazie e stragrazie” di Lorelei Lee, del dolce e ambiguo sussurro sulle note di Kiss, dell’urlo disperato di una donna contraria a ogni violenza in un paesaggio desolato del Nevada, del modo in cui una ragazza dei saloon canta River of no Return, di quello in cui Cherie si abbraccia in un cappotto sorridendo commossa. Perché la perfezione non esiste, ma se fosse esistita avrebbe scelto, senza esitare, il nome Marilyn Monroe.

Pubblicato da Stefano Ceccanti

Scrivo, leggo, guardo un sacco di film e mi informo il più possibile. Femminista intersezionale e queer ⚧️, animalista, antirazzista.

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