Un tram chiamato desiderio – di Elia Kazan

Tennessee Williams ha composto una pièce teatrale che sfiora il melodramma senza mai scendere nel patetico, anzi. Una grande storia poggia sempre su grandi elementi e su personaggi complessi e pieni di sfaccettature, Williams lo doveva sapere, tuttavia, nonostante il suo talento, non fu mai a suo agio nel ruolo di sceneggiatore. Quindi intervenne Elia Kazan, regista dell’adattamento cinematografico, per dar vita a un film teatrale tra i più celebri degli anni cinquanta.

Un tram che si chiama desiderio è il mezzo con cui Blanche DuBois, donna non più giovane ed emotivamente sofferente, arriva a casa della sorella Stella, sposatasi con il rude e violento Stanley Kovalsky. Blanche ha perso la casa di famiglia, tutti i suoi cari sono morti, e il suo arrivo in casa Kovalsky crea dinamiche distruttive nel trio.

Marlon Brando, in uno dei primi ruoli per il cinema Hollywoodiano, trasuda pericolo e cinismo, ipocrisia e rabbiosità. È lui Stanley, il marito di Stella che tormenta Blanche fino al peggiore dei crimini. Blanche che è un personaggio doppio, affettato ed esigente ma fragile e bisognosa. Blanche che è Vivien Leigh, che tocca la perfezione realistica quando lascia andare i lati più oscuri della sua antieroina, quando fa esplodere rabbia e orgoglio. Un tram che si chiama desiderio è stato descritto dallo stesso Kazan come una semplice ripresa del dramma, e risulta teatrale proprio nella sua distanza dai protagonisti, ripresi evitando primi piani e flash back, quasi si trattasse di una riproduzione dal vivo. Se in questo modo il cinema puro perde della sua essenzialità, è anche vero che l’autenticità del quadro e il mistero del detto ma non visto contribuiscono alla bellezza del tutto.

Un film di una tragicità tremenda, riassumibile nell’ultima battuta di Blanche “ho sempre confidato nella gentilezza degli estranei” dice la donna prendendo sotto braccio l’uomo che la condurrà in manicomio. È straziante dal momento che tutto ciò di cui Blanche avesse bisogno fosse gentilezza, qualcuno di cui fidarsi, venendo tradita da entrambe le persone a cui si affida.

Ma sono tantissimi i preziosismi di questo dramma, su tutti la recitazione di Brando, che portò l’ormai famoso Metodo al massimo esponente, e lo stordimento, l’ambiguità, i sogni non corrisposti di Blanche, grazie alla quale la grande Leigh vinse il suo secondo Oscar, oltre alla Coppa Volpi a Venezia. Gigante e gigantessa sul palcoscenico (la Leigh fu prolifica attrice di teatro con il marito Olivier, Brando il Kovalsky di Broadway) e sullo schermo, accompagnat& da una colonna sonora disomogenea, pensata per corrispondere ai singoli stati d’animo piuttosto che allo sviluppo narrativo. Uno sviluppo narrativo di una profondità psicologica presagita fin dall’inizio e mai abbandonata, in un capolavoro da vedere.

“Yes, I’ve had many meetings with strangers! “

Blanche DuBois a Mitch

Pubblicato da byron1824

Booklover, movie addicted

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