L’inaugurazione presidenziale 2021

Ma se può essere periodicamente rinviata, 
la democrazia non può mai essere distrutta per sempre. In questa verità, in questa fede noi crediamo,
Finché avremo gli occhi sul futuro, la storia avrà gli occhi su di noi. 
Questa è l’era della redenzione.

Amanda Gorman

Sarà che dopo quattro anni con il Partito Repubblicano ultraconservatore, anti-immigrazione, transfobico e forte sostenitore della supremazia bianca, gli Stati Uniti avevano bisogno di un cambiamento, di voltare definitivamente pagina. Sarà che la dipartita di Trump è stata aspettata per mesi, programmata con intensità, al punto che tuttə coloro che avevano un pubblico hanno ricordato l’importanza di andare a votare e la necessità di votare contro il multimilionario più odioso d’America, sarà che l’insediamento del nuovo presidente, il quasi ottantenne Joe Biden, è stato preceduto da vergognosi assalti dell’estrema destra al Campidoglio, infestandolo con bandiere confederate con il lasciapassare della polizia. Sarà che un nuovo inizio sembra un primo passo verso una ripartenza, tanto auspicata in questo stato di pandemia perenne. Fatto sta che l’inaugurazione presidenziale, avvenuta lo scorso 20 gennaio, è stata accolta come una sorta di momento storico, e con un grande sospiro di sollievo, da parte della popolazione stelle e strisce e non.

File:Joe Biden and Kamala Harris at first campaign event since the announce  of her selection as VP.png - Wikimedia Commons

Cosa ci porta a pensare questo? Joe Biden e Kamala Harris, neo presidente e vice-presidentessa, non sembrano per certi aspetti le migliori soluzioni per puntare a cambiare radicalmente un paese votato all’odio, alla discriminazione e alla soppressione del dissenso con la forza armaTa. La stessa Harris, prima donna, prima afro-americana e asio-americana, alla vice-presidenza, ex procuratrice dalla lunga carriera, ha preso delle posizioni spaventose nel passato, come quando nel 2014 si è opposta alla richiesta di una detenuta di ricevere assistenza per l’operazione di transizione, con Biden accusato di molestie da una sua collaboratrice. La loro linea politica di uguaglianza, inclusività e pacifismo stride un po’ con le effettive azioni, con la Harris un po’ troppo amica delle guardie e nessuna mossa per evitare le operazioni militari estere da parte di Biden.

Ovviamente i problemi degli Stati Uniti, in cui, ricordiamolo, 78 milioni di elettori e elettrici hanno votato Trump, non si risolveranno con questa accoppiata. Tuttavia, non possiamo esimerci dal tirare un grosso sospiro di sollievo per la fine di quella che è stata una delle più vergognose presidenze degli ultimi anni: qualcosa è effettivamente cambiato, rispetto a quattro anni fa, la coscienza del popolo s è parzialmente svegliata e, speriamo, con Biden potremo evitare l’aperta omo-trans-fobia, la costruzione del muro al confine con il Messico e a misoginia imperante che hanno caratterizzato l’ultima stagione politica – non solo negli States.

Spostandoci su un piano prettamente artistico e performativo, la cerimonia di Inaugurazione è stato un momento di notevole emozione, soprattutto per gli interventi di coloro al di fuori della sfera politica. Se l’Amazing Grace di Garth Brooks non è andata proprio benissimo, la bella orazione della giovanissima poetessa e attivista afroamericana Amanda Gorman, che, come ogni grande retore, ha saputo usare le parole giuste per smuovere quel senso di unità, fine delle guerre intestine e del razzismo sistemico auspicato da tuttə.

Noi, gli eredi d’un Paese e di un’epoca in cui una magra ragazza afroamericana, discendente da schiavi e cresciuta da una madre single, può sognare di diventare presidente, per sorprendersi poi a recitare all’insediamento di un altro

Amanda Gorman

“Questa è l’era della redenzione”, ha detto giustamente Gorman: così deve essere. Si deve riflettere sul perché personaggi come Trump, Bolsonaro, Salvini e Putin possano vincere le elezioni, o comunque truccarle a proprio favore. Si deve imparare a porre il benessere della comunità davanti al proprio, a guardarci introno senza i filtri della comfort zone, della realtà che ci riguarda: il piccolo giardino di Guicciardini è lontano anni luce, deve esserlo, se vogliamo sperare in un futuro vivibile. Proprio per l’importanza dell’integrazione e della multiculturalità non ho saputo trattenermi dall’esultare quando Jennifer Lopez, nel mezzo della sua impeccabile esibizione sulle note di America The Beautiful e This Land Is My Land, la portoricana ha urlato in spagnolo “Una nacion bajo de Dios, indivisibile con libertad y justicia para todo”. Vocalmente ineccepibile JLo, come d’altronde Lady Gaga, che ha interpretato meravigliosamente il Nathional Anthem stelle e strisce.

Nel dopo-inaugurazione, i festeggiamenti hanno dato spazio anche a una incredibile performance di Katy Perry, che ha cantato Firework mentre i fuochi d’artificio illuminavano il cielo di Washington, uno spettacolo pirotecnico da mozzare il fiato, e alla Lovely Day di Demi Lovato, che ha dimostrato ancora una volta di avere una potenza vocale pazzesca. Tutte le celebrità che si erano rifutate di presenziare all’inaugurazione trumpiane si sono esibite in nome di un ritorno alla democrazia e all’empatia, la qualità da cui ripartire per costruire un futuro in cui non si dovrà temere la propria vita solo perché un folle si rifiuta di credere alla pandemia e di proteggere le categorie più fragili della popolazione. Sperando in un esito più positivo per questo secondo processo.

Pubblicato da byron1824

Booklover, movie addicted

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