Sansone e Dalila

File:Peter paul rubens, sansone e dalila, 1609 ca. 03.jpg - Wikimedia  Commons
Sansone e Dalila, Peter Paul Rubens, 1609 ca.

La materia biblica è terra fertile per chiunque voglia raccontare storie, fonte d’ispirazione di grandi dimensioni, una serie infinita di vicende universali ed esemplari, in cui il conflitto che accende ogni grande racconto è sempre presente. Ovviamente le criticità del punto di vista, che si propone sempre in tutta la sua insostenibile assolutezza, sono un ostacolo difficile da superare, ma se ci si riesce i risultati potrebbero non essere ignorabili.

La storia di Sansone e Dalila, narrata dal tredicesimo al sedicesimo dei Libri dei Giudici, è la base su cui poggia Sansone e Dalila, grande produzione hollywoodiana in costume del 1949. Sansone è l’eroe benedetto da Dio, danita dalla forza sovraumana, che usa per proteggere il proprio popolo dalle angherie dei conquistatori filistei, ma si innamora di Semadar, bella fanciulla filistea, di cui è invaghito anche Ahtur, commilitone del Sarano di Gaza. Male accolto dai filistei, Sansone è con loro in debito quando la promessa sposa tradisce la soluzione di un indovinello-scommessa, e questa vicenda apparentemente secondaria scatena un turbine di eventi da cui nessuno riuscirà a uscire illeso.

Successo al botteghino, film più visto in assoluto dell’anno, Sansone e Dalila, diretto dal celebre Cecil B. DeMille (fra i fondatori dell’Academy), è una pellicola che lavora benissimo con l’ambiguità e la sottile linea fra Tema e Controtema. L’antagonista, la bella e intelligente Dalila, è infatti indecifrabile, vendicativa, ma fortemente innamorata di Sansone, orgogliosa e indomabile, eppure pronta a rinunciare a tutto per lui. I suoi moti d’animo sono così vacillanti e ambivalenti che non la si può risparmiare né condannare. Più che il temuto Sansone, classico eroe religiosamente pio, devoto fino all’ultimo, peccatore solo una volta e per questo disposto a sacrificarsi per sempre, ciò che affascina e coinvolge è proprio il percorso di Dalila, che oscilla fra femme fatale eccessivamente archetipica e donna capace di rigirare a suo piacimento tutti gli uomini che le gravitano intorno.

La ridondante sceneggiatura e le dinamiche inizialmente macchinose non tolgono il fascino che i costumi fastosi e le ricostruzioni di sublime potenza, dal maestoso tempio ai tendaggi. Se Victor Mature, che ha il physique du role e l’atteggiamento giusto, non impressiona fino a che non subisce anche fisicamente i risvolti tragici del suo protagonista, Hedy Lamarr è una convincente Dalila. La Lamarr, già diva all’epoca, ricorda, con le dovute proporzioni, la Vivien Leigh/Rossella O’hara di Via col vento (1939), sia per il ruolo di indomita e scaltra manipolatrice, personaggio orgoglioso e di rara bellezza, sia per l’uso dello sguardo di ghiaccio che accomuna le due attrici. Ovviamente la Lamarr, che con la Leigh condivideva una tragica fine, non può competere con la magistrale interpretazione della pluripremiata Vivien, ma la sua Dalila lascia comunque riflettere. Il cast si chiude con una giovane e bella Angela Lansbury nel ruolo dell’affascinante Semadar, sorella di Dalila amata da Sansone.

Sarà il fascino dei film in costume, sarà la potenza di qualche dialogo fra i due protagonisti, sarà l’orgoglio e la dignità data dalle loro interpretazioni, fatto sta che non me la sento di sconsigliare Sansone e Dalila: non è il film epico per eccellenza, ma ha un suo ipnotico fascino, quello dell’eternità.

Pubblicato da byron1824

Booklover, movie addicted

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