Pieces Of a Woman

La nascita non è mai stata così intensa nel grande cinema: di questo, della sua lunga e originale overture, bisogna dare atto a Pieces Of a Woman, il nuovo film Netflix uscito in tutto il mondo lo scorso 7 gennaio.

Seguendo il travaglio di Martha, assistito dal compagno Sean, il regista ungherese Kornél Mundruczó ci presenta con dettaglio e realismo la nascita della primogenita della coppia, attraverso un parto in casa avvenuto con l’aiuto dell’ostetrica Eva Woodward. Il tutto è presentato con un piano sequenza lungo 23 minuti, una rarità nel cinema associabile al recente 1917 di Sam Mendes, che contribuisce a catturare il pubblico e immergerlo nell’azione. La prima parte di Pieces Of a Woman è talmente bella da poter essere destrutturata in un mediometraggio a parte, con un inizio normale, complicazioni, un apparente punto di morte, una nuova risalita fino allo stato di benessere apparente fino alla ricaduta più dura. Tutto il resto del film è la ripresa di Martha verso un vero e proprio finale.

Così Pieces Of a Woman funziona benissimo per la prima mezz’ora, addensando insieme tutti gli atti eccezion fatta per quello finale, e poi perde il suo appeal nel distendere per il resto del film l’atto conclusivo. Intendiamoci, Pieces Of a Woman ha una colonna sonora, dei silenzi, delle scelte stilistiche, che sono pregevoli e attraenti, e la materia narrativa è struggente e brutalmente onestà. Tuttavia non si tratta di un capolavoro, al massimò solo a metà.

Ciò che riempie maggiormente lo spazio narrativo è la prova di Vanessa Kirby, la Martha madre spezzata, che fa un vero e proprio tour de force emotivo, e che forse colpisce quasi di più nella sua apatia fredda, spietata, dolorosa anche solo a guardarla, che non nella, comunque incredibile, sequenza del parto. Martha trova la propria via senza grandi dialoghi, ma la trova e esce dal risentimento, dal senso di colpa, da tutto quello che la Kirby tiene implicito dentro di sé, in un groviglio di emozioni che fanno seriamente pensare di essere davanti a un documentario più che a una fiction. Ellen Burstyn, nel ruolo improbabile della madre (tra le due ci sono 56 anni di differenza), è anch’ella potente come un’eroina da dramma greco, una forza della natura che è sottolineata da Mundruczó in un particolare monologo in primo piano.

A rischiare di rovinare il film ci pensa Shia LaBeouf, che tenta in tutti i modi di strafare nel ruolo dell’attore da metodo e finisce solo per sembrare inautentico e irritante, artificioso, esagerato, contraddittorio nel modo sbagliato. Menomale che Kirby attira su di sé il tutto, Kirby che ha vinto a Venezia 77 la Coppa Volpi alla Miglior Attrice, apertura su tappeto rosso verso l’Oscar.

Pieces Of a Woman resta un film importante, fondamentale per quanto riguarda il soggetto, una visione da vicino sulla maternità e su tutti gli aspetti della vita più difficili da superare, nonché una storia che ispira ad andare avanti, nonostante tutto, a trovare in sé un coraggio insuperabile, un amore verso la vita, un raggio di luce nella più oscura delle circostanze. La vita è 10% ciò che ti accade e 90% come reagisci, dicono: reagiamo come Martha.

Pubblicato da Stefano Ceccanti

Scrivo, leggo, guardo un sacco di film e mi informo il più possibile. Femminista intersezionale e queer ⚧️, animalista, antirazzista.

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