L’occhio più azzurro – Toni Morrison

“Ogni notte, immancabilmente, pregava per avere gli occhi azzurri. Con fervore, pregava da un anno. […] Così assolutamente e inesorabilmente convinta che solo un miracolo l’avrebbe confortata , non poteva conoscere la propria bellezza. Vedeva solo quel che c’era da vedere: gli occhi degli altri.”

L’occhio più azzurro– Toni Morrison

L’esordio narrativo di Toni Morrison, una delle più grandi scrittrici dell’ultimo secolo, risale al 1970, quando fu pubblicato per la prima volta L’occhio più azzurro.

L’occhio più azzurro ha nella sua prosa l’epicità che contraddistingue la narrazione di Morrison, quella stessa straordinaria intensità e ineluttabilità del narrare che permea Amatissima, e che in parte deriva dalla punto di vista delle narratrici, bambine nere dell’Ohio, in parte dall’approccio alla lettura di chi, in quella realtà, non vive.

Come specificato da Franca Cavagnoli nella nota al testo dell’edizione Pickwick, Toni Morrison scrive infatti una storia che possa rappresentare la cultura afroamericana attraverso il linguaggio, che possa riferirsi al lettore nero, e non fa niente per andare incontro al lettore o lettrice bianca. Composto fra il 1965 e il 1969, momento storico fondamentale nella lotta per i diritti della popolazione nera statunitense, L’occhio più azzurro vuole rappresentare una condizione specifica della popolazione afroamericana, che la stessa scrittrice confessa di aver esperito: il disprezzo verso se stesse, il disgusto per la propria etnia, per il proprio aspetto, per la propria condizione.

La storia, tremenda, traumatica, è quella di una bambina nera, Pecola Breedlove, che vive in una famiglia disastrata, con un padre alcolista e violento, una madre disinteressata e un fratello pronto a scappare. Tutto ciò che Pecola desidera è avere occhi azzurri, più azzurri di tutti gli altri, ovvero sentirsi bella. Sentirsi bella non per quello che è, ma per quella che è la norma bianca della bellezza, la Shirley Temple tanto odiata dalla narratrice, Claudia, e ritratta dalle bambole con il naso all’insù, labbra sottili e boccoli biondi. Il desiderio di Pecola tuttavia, per quanto centrale e originalmente espresso, non è la sola preoccupazione di Morrison.

Con una struttura inversa, l’autrice ci dà una situazione di partenza per poi ricostruire la storia dei singoli personaggi con una sorta di flashback che ci tiene sempre sul presente, perché va a spiegare come si è arrivate alla fine, che è l’inizio. Umiliazione, povertà, anafettività, violenza, razzismo bianco e acquisito: di questo sono vittime Mrs Breedlove, Pecola, suo fratello Sammy, la stessa Claudia e sua sorella Frieda. Toni Morrison prende la voce dei dimenticati, i neri, e delle sottomesse, le donne, e le fonde nell’età delle invisibili, l’infanzia. Le bambine nere afroamericane degli anni ’40 hanno così una loro storia.

“In esso Toni Morrison esplora le ragioni del profondo disprezzo per la propria razza, tanto diffuso tra gli afroamericani, e ricerca le cause di quella che le pare un’incapacità di fondo della comunità nera: il non saper formulare un concetto originale di sé e della propria cultura.”

Franca Cavagnoli, L’occhio più azzurro- Toni Morrison, Edizione Picwick

L’occhio più azzurro ci illumina su una condizione di lotta a se stesse che tante persone afroamericane hanno dovuto subire, rese miopi alla loro bellezza dall’impossibilità di vivere in modo dignitoso con essa. Il razzismo sistematico ha portato i neri a dover scegliere se vivere come servi dei bianchi e dimenticare se stessi, come succede a Mrs Breedlove, o cercare di sbiancarsi per rendersi più accettabili, come fa la bella Maureen e come hanno fatto gli antenati di Altare Impomatato. Morrison ha tracciato una nuova strada, che grazie all’instancabile attivismo sudafricano e afroamericano degli ultimi sessant’anni, potrebbe portare a una svolta verso la giustizia.

Pubblicato da Stefano Ceccanti

Scrivo, leggo, guardo un sacco di film e mi informo il più possibile. Femminista intersezionale e queer ⚧️, animalista, antirazzista.

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