Colonia Dignidad- bocciato ingiustamente

Quando nel 2015 uscì in un limitato numero di sale, Colonia Dignidad non ebbe un gran riscontro di pubblico, e ricevette critiche per lo più negative. Di produzione tedesca, diretto da Florian Gallenberger, il film raccontava la storia di una coppia di giovanə tedeschə, Lena e Daniel, nel Cile degli anni ’70.

Daniel è in Cile da diversi mesi per sostenere il governo democratico di Allende, e qui viene raggiunto da Lena, hostess che ha intenzione di ripartire pochi giorni dopo. Le loro vite vengono sconvolte dal colpo di stato del generale Pinochet, che nel settembre del 1973 prende il potere e inizia una lunga e oscurissima fase di dittatura militare, che si protrarrà fino al 1990 e, a posteriori, porterà alla scoperta di oltre 3400 vittime e più di 600mila fra sequestratə, torturatə e imprigionatə.

Il Cile di Pinochet è stata senza dubbio uno dei peggiori incubi del mondo contemporaneo, e ciò che personalmente reputo traumatizzante è il fatto che tutte le azioni compiute da questo regime siano avvenute post-Vietnam, post-68, negli anni ’70 e ’80, una realtà storicamente più che recente. Ciò che tantə criticano a Colonia è proprio il non riuscire a far vedere fino in fondo il terrore di quegli anni, di ridurre un trauma collettivo e nazionale alla storia di due forestierə innamoratə.

Su questo poco c’è da dire: Colonia è parzialmente riduttivo, è più un thriller di fuga che un film di denuncia sociale e politica, e certi scivoloni, su tutti Pinochet che parla inglese alla folla di sequestratə per lo più cilenə, potevano essere evitati. Tuttavia, il film di Gallenberger è stato bocciato troppo in fretta. La storia di lena e Daniel è sì un esempio molto esterno e euro-visionario di una drammatica realtà sudamericana, ma attraverso le immagini è impossibile non essere coinvoltə nel terrore che permea l’atmosfera di Colonia.

Colonia Dignidad, corrispettivo di Villa Bavier, è un luogo realmente esistito, una specie di enorme campus recintato con filo spinato elettrificato e telecamere di sicurezza spacciato per setta cristiana, in realtà copertura di un sistema di tortura per prigionierə politicə, dissidentə, contestatorə e democraticə. Diretto da una specie di santone maniaco-pedofilo, Pius nel film, Paul Schafer nella realtà, Colonia è un posto di lavori forzati, serrature chiuse, in cui le donne non possono frequentare gli uomini, e nel caso in cui facciano qualcosa ritenuto sbagliato vengono picchiate a sangue.

Questo clima di terrorismo psico-fisico è quello in cui viene portato Daniel, torturato con l’elettroshock per ottenere confessioni sulla sua attività di militante. Lena, che assiste al rastrellamento in cui è coinvolto il fidanzato decide di andare a salvarlo, infiltrandosi a Colonia. Le insidie però sono tantissime: le donne sono controllate dalla sadica Gisela, e da Pius. Daniel finge di essere stato lobotomizzato dall’elettroshock per poter indagare e cercare vie di fuga senza essere sospettato, mentre Lena prova in tutti i modi di raggiungere il ragazzo.

Come thriller, al di là delle critiche, Colonia funziona: la tensione è sempre altissima, le difficoltà si addensano in colpi di scena continui soprattutto sul finale, che danno grande emotività al pubblico. Le ambientazioni buie, i silenzi opprimenti e le scene di azione improvvisa dopo lunga stasi contribuiscono nel formare l’angoscia. Come critica sociale, al di là di mostrare la corruzione dell’ambasciata tedesca e la forza spaventosa delle armi e della violenza, Colonia è effettivamente povero di un’analisi estesa del regime di Pinochet, e posso capire la frustrazione dei cileni e delle cilene.

Ciò che mi è piaciuto moltissimo è il personaggio di Lena, questa protagonista disposta a tutto pur di salvare il suo amato, che si avventura in un incubo in terra, resiste alla violenza per mesi e, al momento più importante, passa all’azione, contribuendo con un’intraprendenza notevole all’auspicata fuga da Colonia. L’interpretazione davvero convincente di Emma Watson è stata una delle poche cose positive sottolineate dalla maggior parte della critica: “Watson dà un aspetto serio e determinato al suo personaggio” “Watson e Bruhl danno il loro meglio”, “Watson […] ci dà una ragione per preoccuparci dell’obiettivo del suo personaggio anche se le dinamiche che la portano qui sono molto meno convincenti” (scrivono Kate Mulr del Times Uk, Glenn Kenny di RogerEbert.com e Michael Rechtshaffen del Los Angeles Times). Daniel Bruhl, dalla sua, dà un’interpretazione quasi offensiva nel suo scimmiottare una disabilità, difetto della sceneggiatura. Il cattivo Pius, interpretato da Nyqvist, ha un effetto più caricaturale che inquietante, nonostante alcune testate ne abbiano apprezzato la performance.

“Per chiunque stia seguendo la lenta e costante ascesa di Emma Watson per diventare una delle migliori attrici della sua generazione, Colonia è una prova evidente dell’esaltante carriera che si sta costruendo”

Katey Rich, Vanity Fair

Con i suoi limiti, Colonia fa luce su un buio abissale di omertà, ostruzionismo, violenza e collaborazionismo, in una storia intensa di ricerca della libertà e con una protagonista femminile dalla volontà ferrea e dalle azioni decise.

Fonte utilizzate per le recensioni critiche: Rotten Tomatoes

Pubblicato da Stefano Ceccanti

Scrivo, leggo, guardo un sacco di film e mi informo il più possibile. Femminista intersezionale e queer ⚧️, animalista, antirazzista.

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