La vita davanti a sé

“Loren abita il personaggio di Madame Rosa come se fosse stato scritto per lei”

Shella O’Malley, RogertEbert.com

C’era una volta una storia di pregiudizio e sopravvivenza, un racconto di vite lontane destinate ad incontrarsi, uno sguardo sul mondo degli ultimi, dei dimenticati e delle invisibili. Questa storia, resa immortale dalle parole di Roman Gary e riadattata ai tempi della Puglia moderna, è un balsamo per l’animo, nonostante sia difficile da accettare, è una forma di espressione così delicata da fare bene anche se dovrebbe ferire.

La vita davanti a sé, storia di Momò, dodicenne orfano di origini senegalesi, è un affresco di esistenze lasciate in un angolo dagli sguardi della gente. Momò, ragazzino solo e inserito nel giro dello spaccio, viene dato in affido a un’ex prostituta ebrea ultraottantenne, Madame Rosa, che per sopravvivere tiene a pensione i bambini delle altre prostitute, tra cui quello della sua amica e vicina, la transessuale spagnola Lola.

Madame Rosa inizialmente non riesce a legare con il ragazzino, problematico e aggressivo, ma i due iniziano a scoprirsi con il passare del tempo. C’è chi ha detto che il loro rapporto migliora tutto di colpo, senza un necessario sviluppo, ma in realtà il regista Edoardo Ponti fa sì che in qualche modo l’empatia fra i due personaggi si crei attraverso sequenze narrativamente minori, e tuttavia fondamentali. Su tutte la scena in cui Madame Rosa e Momò vedono le forze dell’ordine separare una madre immigrata dai propri bambini. Pochi minuti di rara potenza, una potenza tutta visiva.

“Alla fine il film di Ponti sopravvive grazie alla sorpresa, che in effetti non è affatto tale: il potere e la maestà della sua protagonista”

Berry Mertz, Globe and Mail

La vita davanti a sé impiega un po’ ad uscire dalla sua situazione iniziale, ma quando lo fa si porta avanti con una grazia e un’autenticità difficili da ignorare. Man mano che la salute di Madame Rosa va assottigliandosi, man mano che Momò si affeziona a lei e noi a lui, alla sua testardaggine ed al suo coraggio, man mano che Ponti ci regala scorci di Bari al tramonto o sotto il sole arido del Sud, il film ci entra dentro, subdolamente, ‘perché vorremmo mantenere un distacco da questi personaggi così commoventi, così veri, da questi outcast che con la loro storia di sopravvivenza e comprensione dell’altra riescono a trasmetterci la lezione più semplice: l’amore va oltre la malattia, la differenza d’età, il genere, le origini, il colore della pelle.

Sophia toccante fino alle lacrime

Il declino di Madame Rosa è ritratta delicatamente da Sophia Loren, che invecchia con il film, che sparisce nei meandri di quella malattia che spesso colpisce le anziane. L’umanità e la fragilità con cui la Loren dà vita al suo personaggio sono emozionanti, è come vedere sul grande schermo una nonna, la nonna italiana archetipica, un luogo di amore e di sostegno, che all’improvviso si rivela nelle sue fragilità, e la cui memoria vive con noi per sempre. Le scene di assenza e debolezza di Sophia sono magistrali, così aderenti al reale da smuovere il fondo del nostro animo. Non che sia da meno l’interpretazione di Ibrahima Gueye, al suo debutto assoluto, che dimostra un talento ed una professionalità a dir poco promettenti. La chimica fra i protagonisti fa scorrere il film come una barca sull’acqua calma, e ricorda che a volte un singolo può fare davvero la differenza. Come Momò, come Madame Rosa, come Lola, così Sophia, il cui talento attraversa generazioni per raccontare ancora una volta una storia incredibile, e non risente di sette decenni spesi a rendere la settima arte sempre più grande.

Nota a margine

Marginali, perché secondari rispetto alla purezza del film, ma comunque interessanti, sono alcuni aspetti riguardanti la recezione del film. La vita davanti a sé è il titolo più visto su Netflix Italia attualmente, ha il 94% di recensioni positive sull’aggregatore Rotten Tomatoes e sta generando tantissime attenzioni non solo grazie alla canzone di Diane Warren e Laura Pausini, Io sì, ma soprattutto per la straordinaria Sophia. Tutti i tabloid, non solo italiani, ma anche statunitensi, parlano di una prima possibile, ora quasi sicura candidatura agli Oscar come Miglior Attrice Protagonista. Per la leggendaria attrice di Pozzuoli sarebbe la terza, dopo la vittoria con La ciociara (1960) nel 1962 e la nomination ottenuta per Matrimonio all’italiana (1964) nel 1965. Come ha detto Sophia “Il mio Oscar è stato lavorare a questo film”: per me, Sophia, guardarlo.

Pubblicato da byron1824

Booklover, movie addicted

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