Avril e il punk (non serio) che fu

File:Avril Lavigne on piano, Italy (cropped).jpg - Wikimedia Commons

C’era una volta una generazione di millennials adolescenti in cerca d’identità che rifiutava le imposizioni ferree e i paletti di una società ossessivamente attaccata a valori, tradizioni e costumi ormai morti e sepolti. Avril Lavigne, quella ragazzina canadese che più che staccarsi dal pubblico ci si identificava e confondeva, è stata un po’ la voce di quella generazione.

Bionda adolescente che al posto delle coreografie preferiva le spinte, al posto dei sorrisi plastificati proponeva parole vere e sentite, Avril era un’outsider, una di quelle ragazze che si staccavano volentieri dagli stereotipi, che criticavano apertamente le personalità fatte con lo stampino, la cosiddetta buona educazione trasformatasi in ipocrisia, i canoni di genere che imponevano alle ragazze di essere più sexy che sincere, più attente all’apparenza che alla sostanza, più legate ad un carattere mansueto piuttosto che ad un’indole giocosa e trasgressiva.

Con quello stile soft punk, con quella musica super rock, con basi di chitarra elettrica, ma mai veramente tale, con il cappellino all’incontrario, la cravatta e i pantaloni a vita bassa, Avril ha saputo esprimere le contraddizioni, il bisogno di rappresentazione, la voglia di divertirsi e di trasgredire di una grossa parte della gioventù nordamericana e globale.

Era facile fidarsi di Avril, quando attraverso i testi delle sue canzoni ti diceva “sono io, sono vera” e ammetteva i propri errori, ammetteva di non aspirare alla perfezione, bensì al divertimento ed indagava se stessa come un essere umano, pieno di emozioni diverse e con la curiosità che è propria di una persona che crescendo matura, impara, si responsabilizza ma non cede al conformismo.

Un po’ era già scritto nella sua stessa immagine, che il fenomeno Lavigne dovesse estinguersi, perché la sua ricerca di basi, la sua trasgressione spensierata, la sua voglia di sperimentazione sono tutte strettamente legate, perlomeno nella cultura popolare, alla giovinezza, e destinate ad essere sostituite o a risultare meno autentiche se trasmesse da una trentenne. Tuttavia, Katy Perry e il suo Teenage Dream sono un chiaro esempio del contrario.

Insomma, Avril era la voce dei teenager, con le loro fragilità e le loro sempre sottovalutate idee, era la voce degli anni 2000, il miglior decennio della musica pop, a cui si guarda sempre con nostalgia e gratitudine e a cui si torna sempre quando l’usa e getta odierno non riempe più. Finta punk, vera rocker, tremendamente simpatica, dopo aver scritto due capolavori e retto bene il semi-passaggio ad un’immagine più commerciale con The Best Damn Thing, Avril ha perso il suo mordente, ma non il suo talento. What The Hell?, Smile, Wish You Were Here, Tell Me It’s Over ci hanno accompagnato nel nuovo decennio come una vocina dall’accento canadese: “Ehi, sono ancora qui, so ancora esprimere come ti senti con le mie parole, faccio ancora buona musica”.

E così ci ricorderemo per sempre di quella fantastica popstar diversa da tutte le altre, quella che tutti e tutte ascoltavano fino ad una decina d’anni fa, ci ricordiamo di Avril, nel giorno dei suoi 36 anni e le diciamo che anche se adesso non ha più grande seguito, noi siamo con te, come cantava lei.

Pubblicato da byron1824

Booklover, movie addicted

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