Io sono Malala

“Com’era possibile che quella gente, nel XXI secolo, impedisse a più di cinquantamila ragazze di studiare?”

Malala Yousafzai ha iniziato ad essere un’attivista per i diritti delle studentesse pakistane quando aveva solo undici anni: non si è mai troppo giovani per fare qualcosa di giusto, e Malala lo ha capito. Scriveva in un blog a favore dell’istruzione femminile che veniva diffuso dalla famosa rete britannica BBC. Divenendo sempre più famosa e apprezzata, ha iniziato a tenere conferenze ed interviste, spostandosi per il Pakistan con il padre, Zauddin Yousafzai, anche lui fervente attivista per la parità di diritti nell’istruzione. Tutto questo fino al momento in cui non è stata aggredita.

Il 9 ottobre del 2012, quando Malala aveva solo 15 anni, alcuni terroristi talebani le hanno sparato, ferendola alla testa, sul pullman di ritorno a casa dalla scuola. Malala è riuscita a sopravvivere solo grazie al trasferimento in Inghilterra, dove è stata ricoverata per ben tre mesi, dovendo affrontare due operazioni chirurgiche e riportando gravi danni al lato sinistro del volto.

Io sono Malala è il racconto di una sopravvissuta, il cui valore di simbolo di sopravvivenza è ampiamente superato dalle sue azioni e dalle sue parole prima e dopo l’attentato. Scritto in collaborazione con la giornalista inglese Christina Lamb, il libro copre l’intera, giovane, vita di Malala, partendo dalla giovinezza del padre, Ziauddin, uomo fortemente carismatico e con una grande passione per lo studio, che ha fondato più scuole e lottato per decenni per gli investimenti nell’istruzione. Con uno sguardo molto attento Malala raccoglie i ricordi del padre e li unisce alla storia vissuta e a quella studiata per accompagnare il pubblico in una vera e propria storia del Pakistan, con denunce esplicite alle dittature militari, repressive e allo stesso tempo inefficienti (diciamo così) nel contrastare la minaccia talebana.

Dallo scritto emerge tutto l’amore di una ragazza per il suo paese, per la bella e fiorente valle dello Swat, dove è nata e cresciuta, e in cui non ha potuto fare ritorno dal tentato omicidio. Malala sottolinea le difficoltà, economiche e sociali, del Pakistan e ne critica con un occhio precocemente esperto le politiche assolutistiche e repressive, ma allo stesso tempo ricorda le peculiarità e le straordinarie potenzialità di una terra che ha sentito da sempre come sua.

Con una prosa semplice e senza mai far mancare di capire quanto si sentisse una normale ragazzina, con problemi e gioie a scuola, con le amiche ed in casa, Malala descrive la sua lotta per l’istruzione femminile, il suo rifiuto a lasciare la scuola, i rischi che la sua famiglia si è presa, con decine di minacce di morte, per promuovere l’uguaglianza di genere. Pubblicato per la prima volta nel 2013, Io sono Malala è la storia di una delle più giovani e importanti attiviste del mondo, un’eroina capace di sfidare pregiudizi, odio e violenza, ma soprattutto di superare la paura per inseguire un obiettivo di fondamentale importanza: l’accesso di tutte le bambine e le donne del mondo all’istruzione di ogni livello. Ancora oggi sono più di 70 milioni le bambine che non hanno diritto all’istruzione, nel 2020, in quella che dovrebbe essere una società evoluta su tutti i fronti.

Malala, all’epoca della prima edizione sedicenne, adesso ha ventitré anni, si è laureata all’Università di Oxford in Filosofia e Scienze Politiche, ha vinto il Premio Nobel per la Pace e ha continuato a fare ciò che ha sempre fatto: usare la propria voce per raggiungere un obiettivo importante per il benessere collettivo. I talebani, sfruttando una sbagliata interpretazione del Corano, hanno passato anni a sminuire le donne, sostenendo che il loro ruolo fosse quello di madri e figlie devote, costrette a vivere nel purdah, senza scoprire il volto, non potendo uscire liberamente, non potendo avere voce in capitolo sulla propria famiglia, sulla propria vita e sulla politica, senza poter ambire a lavori di un certo tipo e dovendo trascorrere la propria esistenza sottomesse agli uomini ed alle loro decisioni.

Oltre ad allegarvi il discorso tenuto da Malala in occasione della consegna del Nobel nel 2014, ho voluto condividere l’intervista fatta dall’attrice e attivista femminista Emma Watson alla giovane Yousafzai in occasione della presentazione del documentario He Named Me Malala nel 2015, in cui le due parlano di uguaglianza di genere, di discriminazione in tutti gli ambiti, per il genere, l’etnia e la religione, e della difficoltà e delle piacevoli scoperte di Malala nel passare dalla vita nello Swat a quella a Birmingham.

Pubblicato da byron1824

Booklover, movie addicted

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