La contessa di Hong Kong

File:Marlon Brando in The Men.jpg - Wikimedia Commons

Marlon Brando, un nome famoso come pochissimi altri, ha proprio tutto quello che mi aspettavo da lui: carisma, presenza scenica, fascino, intensità, ed una naturalezza che sembra spontaneità ma è in realtà frutto di un durissimo lavoro per lui, attore teatrale fortemente attaccato al Metodo Stanislavskij, di identificazione con il personaggio e di lavoro su se stesso per rendere al meglio ogni emozione di esso. E come ci riusciva lui veramente pochi altri.

Marlon Brando è Odgen Mears, il figlio del più ricco petroliere del mondo, un uomo di sconfinata influenza ed importanza che si trova davanti un problema non indifferente: nella sua lussuosa suite sulla crociera che gli permette di viaggiare per affari si nasconde una giovane viaggiatrice clandestina, Natasha, un’ex contessa russa di Hong Kong caduta in disgrazia dopo la morte dei genitori e costretta a prostituirsi, in fuga per l’America, dove spera di potersi creare una nuova vita.

Ovviamente Odgers non può mandarla via, perché Natasha minaccia di testimoniare contro di lui con false accuse, ma allo stesso tempo non può permettere che nessuno la veda, nemmeno il fidato collaboratore Harvey. Per questo Natasha rimane chiusa nella cabina, assai trafficata, dell’imprenditore ed è costretta a nascondersi nel bagno o nella camera da letto ogni volta che un estraneo entra.

File:Sophia Loren 1962.jpg - Wikimedia Commons

Per il suo ultimo film come regista Charlie Chaplin sceglie di puntare su una rappresentazione molto teatrale, con un’unità di spazio e tempo ben definita e limitata, puntando tutto sulla comicità dell’imprevisto, dell’improvviso, dell’arte dell’arrangiarsi di cui i protagonisti fanno uso per adattarsi alle più svariate problematiche. Bisogna dargli atto che il gioco funziona, e vedere la contessa andare a giro con il pigiama di Odgers e scappare da un lato all’altro della suite è divertente. C’è però qualcosa di forzato nel film, forse il rapporto d’amore fra Natasha e Mears, che si evolve all’improvviso senza sufficienti premesse, o forse il fatto che è difficile pensare ad un’icona dell’italianità come Sophia Loren come ad una ex aristocratica russa. Sophia fa il suo in una parte che è divertente e molto fisica, ma non è valorizzata dalla sceneggiatura, che invece dà ampio spazio a Odger-Brando, come detto sopra sublime e anch’egli a tratti divertente.

La contessa di Hong Kong, uscito nei cinema nel 1967, non venne accolto positivamente, e fu un canto del cigno non all’altezza del suo gigantesco creatore, quel geniale Chaplin che fu attore, sceneggiatore, musicista e regista di incredibile talento, inventiva e serietà professionale, capace di segnare la storia del cinema muto più di chiunque altro. Il film merita più di quanto sia stato detto all’epoca, è leggero, quasi una fiaba, con elementi spassosi e bravi attori, tra cui Sydney, figlio di Charlie stesso, nel ruolo di Harvey: c’è di meglio, ma non è niente da buttare.

Pubblicato da byron1824

Booklover, movie addicted

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