La vie en rose ðŸŒ¹

Non te lo aspetti così, assolutamente. Partendo da un completo digiuno sulla vita di Edith Piaf, non puoi aspettarti questa storia così tremenda, ricca di avvenimenti dickensiani e di colpi di scena romanzeschi. La realtà supera la finzione, diceva Pirandello, e così è nel caso di quella che è la storia della più celebre chanteuse francaise del secolo XX.

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La vie en rose (2007), racconta la vie di Edith in un continuo alternarsi fra tre (o più) piani temporali: l’infanzia e la gioventù, la malattia che la porta ad una assai prematura morte, l’ascesa della carriera fra i problemi fisici e l’amore. Edith nasce in una famiglia disgraziata: la madre canta per strada per pochi spiccioli e la maltratta, la nonna materna la fa crescere in condizioni igieniche pietose ed il padre la affida per anni alla di lui madre, direttrice di un bordello. Le prostitute sono le uniche a preoccuparsi di Edith e a darle amore, ma la bambina viene loro strappata dal padre, un contorsionista spiantato che la fa lavorare fino a che lei, quindicenne, non lo abbandona, trascorrendo le giornate a cantare per strada con l’amica Momone; fino a che non viene scoperta da Louis Leplée, che la fa debuttare nei locali e le dà la prima grande occasione di dimostrare il suo talento, nell’ottobre del 1935, quando Edith ha vent’anni.

La vie en rose vaga allora nella vita di Edith, focalizzandosi sia sui problemi che sui successi, mostrandone il carattere sguaiato e spigoloso, l’umorismo tagliente, il profondo amore per il campione di boxe Marcel Cerdan, le numerose iniezioni di farmaci attraverso cui cerca di mettere a tacere i reumatismi che le rendono difficile esibirsi e la rendono sempre più curva e tremante. Questo film è più di una biografia, è talmente onesto nel mostrare Edith in tutti i suoi lati da costituire una profonda conoscenza del personaggio e della storia personale e sovra-personale che lo accompagna.

Il peso dei traumi di Edith non viene mai enfatizzato, la sua figura non viene mai addolcita per suscitare compassione o empatia nel pubblico, ed il risultato è un ritratto assai ben definito di una donna che invecchia in fretta, che si lascia andare facilmente, quasi alcolista, segnata da forti perdite, ma sempre capace di divertirsi, amante della compagnia e che vive per quello che fa. Soprattutto, il regista Olivier Dahan mette l’accento sul perché Edith veniva così profondamente amata dal pubblico francese così come da quello internazionale: semplicemente, per la sua arte.

In particolare sono tre le scene che, a mio parere, esprimono al meglio la bravura del regista e la passione creata da Edith con la sua interpretazione: quella della prima esibizione al teatro, in cui l’ammirazione provata dalla folla è espressa attraverso una leggera musica anziché il canto della donna, quella in cui Marlene Dietricht, stella del cinema statunitense, si complimenta con Edith e lo stacco finale, in cui Edith viene mostrata in primo piano mentre canta la meravigliosa Je ne regrette rien.

La trasformazione incredibile di Marion Cotillard in Edith Piaf è merito di due fattori in particolare: il primo è il trucco, che ora la invecchia, ora la fa sembrare realmente malata, ora le dà la cifra stilistica propria della stella francese, con quelle sottili sopracciglia disegnate ed il rossetto rosso. In quasi tutto il film è impossibile riconoscere l’attrice sotto al personaggio. Il secondo è il talento di Marion, che dona ogni sfaccettatura possibile alla sua attante in modo da renderla non solo assolutamente realistica ed aderente il più possibile alla persona realmente vissuta, ma anche complessa ed affascinante. La Edith di Marion è forte e determinata, aggressiva e maleducata, divertente e innamorata, addolorata e appassionata: è un intero mondo da scoprire con una vasta gamma di emozioni e stati d’animo, dalla tristezza all’ebbrezza, dalla gioia alla sorpresa, dalla rabbia alla calma della maturità. Non penso di sbagliarmi quando dico che nessun’altra interprete ha dato così tanto ad una parte quanto Marion per questa negli ultimi quindici anni.

La vie en rose avrà d’ora in poi un posto speciale nella mia lista dei miei film preferiti, e lo consiglio caldamente a tutti e tutte, al di là delle preferenze per il genere o per il personaggio: è un’opera di un’intensità tale e di una varietà tale di temi da andare davvero incontro alle necessità di tutti e tutte. L’incessante voglia di Edith di riscattarsi, di non mollare, di continuare lo spettacolo, poi, è il più bel messaggio che potesse essere trasmesso.

Una marea di premi

Marion è stata sommersa da una quantità di premi che non basteranno mai a renderle giustizia, vincendo il Golden Globe, il BAFTA, il César e persino il premio Oscar: è l’unica attrice, assieme a Sophia Loren, ad aver vinto la statuetta per un ruolo in un film non in lingua inglese. Il film, nel complesso, ha vinto 5 César e 4 BAFTA, venendo riconosciuto per il trucco, i costumi e la colonna sonora, e ricevendo critiche molto positive.

Pubblicato da byron1824

Booklover, movie addicted

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