Un focus su Greta

Quando si guarda un film si ha esperienza di una totalità, di una complessità, ed è il totale a rendere memorabile una pellicola. Questo lavoro di squadra è quasi un unicum del cinema nel campo dell’arte. Un romanzo è opera del singolo, così come un quadro o una scultura e anche nella musica si possono avere dei lavori creati da un solo individuo. La settima arte, invece, è una creazione in cui ogni elemento ed ogni persona che se ne occupa sono indispensabili. La sceneggiatura è la trave portante della Chiesa filmica, i costumi ed il trucco sono le splendide vetrate, la colonna sonora l’organo che solleva gli animi. Perché la chiesa possa nascere e la sua costruzione essere eccellente c’è bisogno di un grande regista, di qualcuno che sappia scegliere, unendo una creatività senza pari ad un intuito per la posizione, una capacità di coordinare i vari settori all’abilità di immaginar come esattamente dovrà essere la sua opera.

Nel mio approccio al cinema il mio sguardo, il mio cervello e le mie emozioni si concentrano prevalentemente sugli attori e sulle attrici: sono loro, a mio avviso, il cuore pulsante del film, ma negli ultimi tempi mi sono reso conto di quanto fondamentale sia il ruolo di chi dirige, di chi mette insieme il tutto. Nella storia del cinema il ruolo del regista è stato sempre maschile, in pericoloso ed evidente allineamento con quanto è successo per secoli in tutti gli altri campi del lavoro e della vita: all’uomo spetta decidere, comandare, avere un ruolo di potere che alla donna non è concesso.

Jane Campion, nel discorso tenuto in onore dell’Oscar alla carriera andato a Lina Wertmuller lo scorso novembre, ha ricordato due numeri piuttosto significativi: ai Premi Oscar, 355 uomini sono stati candidati negli ultimi 92 anni come miglior registi, a fronte di 5 donne. Una disparità immensa, che testimonia quanto poco sia tenuto in considerazione il genere femminile per ruoli di comando, al di là della bravura, dell’esperienza e del talento delle donne. Tra queste cinque ci sono le sopra citate Lina e Jane, oltre a Sofia Coppola e all’unica vincitrice, Kathryn Bigelow. Poi c’è lei, Greta Gerwig.

Nata il 4 agosto del 1983, Greta, che compie oggi 37 anni, sta vivendo un periodo d’oro professionalmente parlando. Il suo debutto nel mondo del cinema in realtà lo ha avuto come attrice: Greta infatti, dopo essersi laureata in Filosofa, ha lavorato come attrice, ricevendo anche elogi, soprattutto per i suoi ruoli in film come Frances Ha (2012) e 20th Century Women (2016). Come interprete personalmente l’ho potuta vedere all’opera solo in Jackie (2016), come assistente della first lady ritratta da Natalie Portman.

Tuttavia, è come regista e sceneggiatrice che la Gerwig ha trovato se stessa: Lady Bird (2017), il suo primo film, ha conquistato la critica. La storia di questa ragazza di Sacramento, che si sente imprigionata in una vita ed in una realtà troppo strette e bigotte per lei, è parzialmente auto-biografica. Il senso di ribellione, confusione, necessità di cambiamento e ricerca del proprio io espresso dalla regia di Greta e dall’interpretazione di Saoirse Ronan hanno reso Lady Bird un film di formazione originale e quasi unico nel suo genere. Per la prima volta dopo tanti anni una donna è tornata ad essere nominata dall’Academy come Miglior Regista, oltre che come Miglior Sceneggiatrice. Un risultato non da poco, considerando quanto universalmente sia stato lodato il talento di Greta, vincitrice di un National Board Of Review come Miglior Regia e di un Indipendent Spirirt Award alla Miglior Sceneggiatura.

Perché i premi sono importanti in modo particolare nel ricordare il duro lavoro di Greta? Perché in un mondo così fortemente globalizzato e così dipendente dall’immagine, dalla pubblicità e dalla visibilità è necessario dare un messaggio a tutte le donne del mondo: il vostro impegno paga, la vostra volontà è più forte del maschilismo imperante, la vostra creatività merita di essere riconosciuta. Che nel 2020 in un settore che dovrebbe essere all’avanguardia come quello artistico ci sia una così profonda disparità di genere è allarmante. Ma non dobbiamo demordere.

Greta è il nuovo volto su cui fare leva per dire forte che le donne sarebbero registe grandi quanto o di più degli uomini, se solo venissero loro dato più spazio, più occasioni. Il secondo film di Greta, Piccole Donne (2019), è un capolavoro assoluto, uno dei miei film preferiti ed è stato definito da tutta la critica specializzata nordamericana come uno dei migliori dell’anno, venendo per altro candidato a 5 BAFTA e a 6 Premi Oscar, tra cui quello alla Miglior Sceneggiatura non originale, curata dalla stessa Greta. Un adattamento di raffinata delicatezza, una storia di quattro sorelle in cerca di autodeterminazione in un mondo che dava alle donne ben poco in cui sperare. Anche in questo caso la regia di Greta, fatta di digressioni e ponti formati da correlativi oggettivi, è stata a lungo elogiata, così come la sua abilità nel creare un ambiente di lavoro eccellente è stata oggetto delle dichiarazioni delle sue attrici.

In attesa delle sue nuove opere, festeggiamo questa donna, e tutte quelle donne che sono state capaci di creare arte andando oltre il pregiudizio di questa società difficile da convincere. Greta, “non ti curar di loro, ma guarda e passa”.

Pubblicato da byron1824

Booklover, movie addicted

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