La fiera delle vanità

Non il libro, bensì l’adattamento cinematografico più recente, uscito nel 2004, tratto dal famoso romanzo di William Thackeray del 1847. Ambientato nell’Inghilterra di inizio Ottocento, Vanity Fair racconta i tentativi di ascesa sociale di Rebecca Sharp, orfana costretta a passare l’infanzia in una tremenda pensione, a sgobbare e a subire umiliazioni fino a quando non va a lavorare come istitutrice in casa di un nobile spiantato, si innamora del figlio, Rawdon Crowley, giocatore d’azzardo e soldato, e subisce prima le angherie e poi la corte di George Osbourne, compagno di milizia di Crowley e marito di Amelia, amica d’infanzia di Rebecca.

Probabilmente sfruttando la storia su cui si basa, La fiera delle vanità è un film accattivante anche solo per la trama, per i continui colpi di scena, assorbiti senza stupore dai protagonisti, ma talvolta sorprendenti per lo spettatore/la spettatrice. Con la lucidità tipica della letteratura ottocentesca, il film mantiene lo sguardo di chi racconta e coglie la difficoltà di vivere in una realtà sociale fortemente dinamica e scossa da continui stravolgimenti. Il suo difetto sta proprio nel trattare forse troppo poco la prima, dura, parte della vita di Rebecca, che deve averne senza dubbio influenzato le prospettive e rafforzato la volontà di riscatto. Questo aspetto secondo me è stato colto splendidamente da Yorgos Lanthimos ed Emma Stone nel personaggio di Abigail, ne La favorita (2018), per esempio.

Una scena della lotta fra Sarah e Abigail ne La Favorita

Tuttavia il personaggio di “Becky” Sharp ha una caratteristica fondamentale per la buona riuscita del film: la complessità. Rebecca non è solo un’opportunista, un’arrampicatrice sociale senza scrupoli e con uno sguardo assai egoistico della realtà, bensì una donna che vive nel XIX secolo, una ragazza che non ha famiglia ed è disprezzata solo per le sue umili origini, che si trova davanti due possibilità: condurre una vita di stenti o rendere letale ogni arma che possiede.

Così ci è difficile condannarla quando tenta di imbonirsi il ricco fratello di Amelia, quando accetta denaro dall’ambiguo marchese di Steyne o quando s’ingrazia la ricchissima (ed ipocrita) zia di Rawdon, uno dei personaggi più divertenti del film.

Interpretata da un’ottima Reese Whiterspoon, Becky è un’arrivista che ha i suoi principi e sa di dover distillare il proprio amore solo a coloro che lo meritano, come l’amica Amelia (Romola Garai), che prima proteggere e poi illumina sui tradimenti del marito George. Oltre a Reese, nel numeroso e ben gestito cast c’è spazio anche per Bob Hoskins (Chi ha incastrato Roger Rabbit?), nel ruolo di Pitt il vecchio, padre di Rawdon, e Jim Broadbent (Harry Potter), in quello del severo padre di George.

Con costumi ben fatti e dialoghi intelligenti, La fiera delle vanità non delude quasi mai, tranne nel non fare invecchiare la bella Reese di un giorno, nonostante dall’inizio alla fine del film siano passati più di vent’anni. Altra pecca è senza dubbio il fatto che, eccezion fatta per i nomi sopra citati, attori e attrici lasciano un po’ a desiderare, non trasmettendo emozioni coerenti, utili alla definizione di una personalità, quanto più un’accozzaglia di sentimenti non sempre sbrogliabili.

Diretto da Mira Nair, che usa in modo ottimo le luci e punta sia sui primi piani che su inquadrature collettive, La fiera delle vanità è un prodotto sicuramente migliorabile, ma non da trascurare, anche solo perché svela le abilità canore di Reese Whiterspoon, incredibilmente brava.

Pubblicato da byron1824

Booklover, movie addicted

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