Sorry We Missed You: i lavoratori non sono macchine

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Non conoscevo Ken Loach, regista inglese 83enne con oltre 50 anni di carriera alle spalle. Non lo conoscevo, ma sono molto felice di aver fatto questa scoperta, grazie ad un’amica. I buoni consigli, per quanto riguarda il cinema, sono sempre preziosissimi.

Da quel poco che ho imparato, Sorry We Missed You è un film in piena linea con le caratteristiche delle opere di Loach: dare uno sguardo realistico, quasi documentaristico della condizione dei lavoratori, denunciare lo sfruttamento dovuto ad un sistema capitalistico che non porta ad una vera tutela di coloro che lavorano, la scelta di attori senza grande esperienza cinematografica sono punti ricorrenti nei lavori di questo regista e attivista, da sempre impegnato in politica.

Sorry We Missed You mostra il tentativo di un uomo di riuscire ad uscire da una condizione di lavoratore sottopagato mettendosi in proprio. Ricky, una moglie infermiera, Abbie, e due figli, la piccola Liza Jane e l’adolescente Seb, accetta di lavorare come corriere per conto di un’azienda. La retribuzione è buona e attraverso questo nuovo lavoro Ricky potrebbe riuscire a comprare una casa per la sua famiglia, ma lavorare da free lance si rivela molto più complicato di quanto sembri in partenza.

Attraverso un climax discendente Loach fa vedere come i problemi e le privazioni creino altri problemi e privazioni, come per raggiungere degli obiettivi, che dovrebbero essere accessibili a tutti, come la sicurezza economica, l’istruzione dei propri figli, il possesso di una casa propria, gli sforzi da fare siano enormi, e lo fa mostrando problematiche quotidiane che tantissime persone devono realmente affrontare. Lo sforzo fatto da Ricky ed Abbie è grande, ma la società per cui l’uomo lavora non va minimamente incontro al proprio personale: niente ferie, niente giorni di malattia, niente assistenza sanitaria, niente possibilità di modificare gli orari per emergenze.

Per poter comprare il furgone Ricky deve vendere la macchina della moglie, la quale non può così spostarsi autonomamente per andare a lavoro, ma è costretta a prendere il pullman. Ad Abbie gli straordinari non vengono mai pagati, Seb non vuole andare a scuola e Rciky non può assentarsi dal posto di lavoro per andare a parlare con i suoi insegnanti.

Così, un lavoro che avrebbe dovuto solidificare e dare maggiori opportunità alla famiglia Turner, finisce per disgregarla. Il capitalismo, il libero mercato, le grandi aziende, l’opportunità (fittizia) di lavorare come free lance: tutto questo è causa della tremenda disumanizzazione dei lavoratori, e Loach lo mostra senza che sia possibile controbattere, con chiarezza, crudezza e semplicità.

Il film non è avvincente, ma è assai toccante, asciutto, realistico e ben realizzato. Dovremmo riflettere a lungo su queste tematiche, dovremmo pretendere di più: più diritti, più tutele, una forma di economia che sia più vicina ai dipendenti e meno alle grandi imprese. Loach chiede: questa forma di sfruttamento, pur essendo legale, può essere considerato eticamente corretto? A voi la risposta.

Pubblicato da byron1824

Booklover, movie addicted

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