The Laundromat, ovvero i Panama Papers

la storia del più grande scandalo di riciclaggio degli ultimi tempi

Un’impresa ardua quella azzardata da Martin Scorsese: costruire un film pregno di politica e con un forte valore informativo su uno dei maggiori scandali giornalistici degli ultimi anni, lo scandalo dei Panama Papers del 2016. Realizzare un progetto che debba porre l’accento su un problema, un problema legale, istituzionale, una lotta di classe, l’ennesimo esempio di come la ricchezza ed il potere siano nelle mani di pochissimi, un film su eventi, sistemi ed azioni tremendi, resi ancora più tremendi dal fatto di essere veri, è qualcosa di a dir poco estremamente impegnativo, e soprattutto rischioso.

Il trailer di Panama Papers(2019)

Il rischio sta nel far capire al pubblico ciò che è successo, nel far comprendere i meccanismi che hanno permesso la creazione di società off-shore, ovvero società registrate in paradisi fiscali ma le cui attività sono portate avanti al di fuori di tali stati, società senza impiegati o uffici, la cui unica forma di concretezza è il nome e i cui veri, ma non legali, proprietari sono alcuni azionisti minori o comunque membri esterni rispetto ad essa, senza confondere né annoiare.

Ma per i grandi registi le grande sfide spesso anziché essere scogli che affondano la flotta sono riflettori che ne mettono in luce il talento, soprattutto se si hanno compagni di viaggio del calibro di Meryl Streep, Gary Oldman e Antonio Banderas.

Il risultato è un film che fa della propria complicata struttura il proprio punto di forza. Gary Oldman e Antonio Banderas, nel doppio ruolo di ciceroni e coprotagonisti, fanno parte di una sorta di cornice attraverso cui il regista vuole spiegare le tecniche che i proprietari della società Mossack & Fonseca sono riusciti a sfruttare per creare un impero multimilionario. Il film diventa difficile da seguire solo in alcuni punti, negli episodi collegati solo in parte alla vicenda principale che tuttavia sono necessari come esempi di ciò a cui sono arrivati a fare questi azionisti.

La vicenda principale è quella di Ellen Martin, una anziana donna rimasta vedova del marito in seguito ad un incidente in barca: Ellen non viene risarcita dalla compagnia assicurativa e decide allora di iniziare ad indagare su essa. Ellen tuttavia ad un certo punto si deve fermare, perché, come dicono i narratori, non ha la forza per poter smascherare un sistema che coinvolge centinaia di migliaia di società di tutto il mondo, decine di capi di stato, che non si limita a truffare, ma sfrutta le lacune della legge per poter far fruttare le proprie azioni.

Ed è proprio a questo punto che Meryl-Ellen porta il pubblico a raggiungere un livello di empatia veramente alto: “Lo so che dovrei dire <<Perdonali, perché non sanno quello che fanno>>, ma io credo che lo sappiano, che lo sappiano bene, ma che non gliene importi. Se almeno uno di loro dicesse <<mi dispiace>>, se almeno uno di loro finisse in galera”.

Questa è la punta di diamante del film, ciò che ne spiega veramente il significato: esso è un manifesto di verità per coloro che sono vittime della plutocrazia mondiale. L’altro momento più significativo e geniale è il finale, il monologo di denuncia di Elena( proprietaria di una delle società di Mossack & Fonseca), che si spoglia diventando Ellen, per poi divenire Meryl, che denuncia quello che è a tutti gli effetti il più grande paradiso fiscale del mondo, gli Stati Uniti d’America, assumendo le sembianze della Statua della libertà.

Pubblicato da byron1824

Booklover, movie addicted

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