Into The Woods

una fiaba esistenzialista

Era il giorno di Natale del 2014 quando nelle sale dei cinema statunitensi veniva distribuito il musical-dramma Into The Woods, girato da Rob Marshall e prodotto dalla Disney.

Into The Woods è un film che ho apprezzato sempre di più col passare del tempo, riflettendo sui vari aspetti di esso e vedendolo più volte.

La storia è un intreccio delle maggiori fiabe della storia della letteratura, in particolar modo quelle messe per scritto dai fratelli Grimm: c’è Cenerentola (Anna Kendrick), Cappucetto rosso (Lilla Crawford), c’è Raperonzolo (MacKenzie Mauzy) e Jack (Daniel Huttlestone). Ma la vicenda principale è quella del fornaio (James Corden) e sua moglie (Emily Blunt), ai quali è data la possibilità di spezzare la maledizione che impedisce loro di avere un bambino attraverso il superamento di una prova: trovare quattro oggetti da portare alla strega della casa accanto (Meryl Streep).

Ogni personaggio ha un percorso da compiere, una meta da raggiungere attraverso il bosco: ognuno di loro dovrà andare into the woods, e il bosco è il vero protagonista della pellicola.

Cappuccetto rosso deve andare dalla nonna senza distrarsi, Jack deve superare la foresta per vendere la mucca, Cenerentola deve attraversarla per recarsi al ballo, e proprio nel bosco si trova la torre in cui è rinchiusa Rapunzel.

Tuttavia il bosco, oltre alla evidente dimensione fisica, ha una dimensione metaforica: il bosco è allegoria dell’imprevisto, della casualità e degli ostacoli che ci mette davanti la vita, l’inaspettato ed è anche l’istintivo, è anche rappresentazione del subconscio umano, delle tentazioni e delle possibilità che ciascun essere umano ha. Può accadere così che nel bosco il principe (Chris Pine) si invaghisca della moglie del fornaio, che Cappuccetto rosso si lasci distrarre dal lupo cattivo (un grande Johnny Depp), che Jack metta tutti in pericolo rubando ai giganti, che la strega venga abbandonata dalla figlia adorata.

Proprio per questo, nonostante ci siano delle limitazioni di tempo, è come se il bosco fosse un luogo onirico, in cui lo spazio e il tempo sembrano sfuggire alla percezione, in cui è facile perdersi, perché perdersi è necessario per potersi ritrovare.

Ma il bosco è ciò che tutti noi dobbiamo passare, ciò con cui dobbiamo confrontarci per capire chi siamo veramente: è nel bosco che Cenerentola si rende conto di non amare il principe, ma di aver sempre e solo amato l’idea di egli: “amerò per sempre la fanciulla che fuggiva” dice il principe “e io il principe lontano” dice Cenerentola, in uno dei più significativi scambi di battute del film.

Alla fine restano loro, i veri protagonisti delle storie: sono lasciati soli perché saranno loro a dover fronteggiare le proprie vite da soli, a dover assumersi le proprie responsabilità per arrivare ad essere chi sono veramente.

Il film è uno dei musical più riusciti degli ultimi anni proprio per la sua complessità, per la profondità del suo piano allegorico: è un film scuro nelle ambientazioni ma anche oscuro perché richiede impegno per essere letto ed interpretato: è una storia che ha tanto da dire e che lo dice molto bene. Ai premi Oscar 2015 è stato candidato per i migliori costumi e la migliore scenografia, e secondo me avrebbe meritato anche di più.

Ovviamente grande di punto di forza sono le prove canore e non del cast, un cast stellare, in cui brilla di luce propria come sempre Meryl Streep, candidata anch’ella agli Oscar come miglior attrice non protagonista, ma anche Anna Kendrick ed Emily Blunt. Per chiudere, mi è impossibile non citare Frances De la Tour (l’indimenticabile Maxime di Harry Potter, qui gigantessa) e Christine Baranski (la matrigna cattiva, che io ho adorato in Mamma mia! e The Good Wife).

Pubblicato da byron1824

Booklover, movie addicted

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