Io so perché canta l’uccello in gabbia

di Maya Angelou

Un’autobiografia scritta in prima persona, come un percorso quasi perfettamente cronologico degli avvenimenti e delle sensazioni più importanti della propria infanzia e adolescenza, diventa in questo caso non solo fonte di interesse per gli amanti (come me) del genere, ma anche un’inestimabile testimonianza di un periodo storico, gli anni ’30 e ’40 del secolo XX, e di una condizione sociale, quella dei neri oppressi nel Sud dell’America del Nord, che vengono qui espressi intelligentemente quasi sempre attraverso gli occhi di una bambina o ragazza, e non come una riflessione a posteriori sulle mostruosità che tale persona ha dovuto subire sin dalla nascita.

Io so perché canta l’uccello in gabbia è considerata la prima delle sette parti dell’autobiografia di Marguerite Johnson, conosciuta come Maya Angelou, ed è un libro veramente potente, che vuol far capire, senza renderlo del tutto esplicito attraverso riflessioni e argomentazioni, ma attraverso le idee e le percezioni di una giovane Maya, come una persona di colore potesse vivere in un clima fortemente razzista, in un clima di segregazione, povertà e anche umiliazione.

Ma il razzismo non è l’unico grande tema dell’opera: essa merita di essere letta, studiata e ricordata perché affronta molte tematiche con sincerità e coraggio: il rapporto con la famiglia, il rapporto con la religione, l’istruzione, il rapporto con il proprio corpo e con la propria sessualità e le relazioni con i propri familiari.

Ciò che mi ha attratto di questo libro fin da subito è anche il titolo. A suggerire esso all’autrice fu l’attivista e cantante Abby Lincoln: si tratta della ripresa di una poesia del poeta afroamericano Paul Dunbar. Il canto dell’uccello è una preghiera da mandare a Dio, nella speranza che, un giorno, l’uccello possa uscire dalla gabbia.

Queste sono alcune delle mie citazioni preferite dal libro:

<<La carità non dice: ” Siccome ti do un lavoro, tu devi prostrarti in ginocchio davanti a me”… Non dice: ” Siccome ti pago quello che ti devo , tu mi devi chiamare padrone”. Non mi chiede di umiliarmi e sminuirmi. Questa non è carità>>

Quello spiacevole incontro non aveva niente a che fare con me, con il mio io, e nemmeno con quella sciocca impiegata. Si trattava di un sogno ricorrente, architettato anni prima da stupidi bianchi, che tornava a perseguitarci di continuo. Io e la segretaria eravamo come Amleto e Laerte nell’ultima scena, costrette a batterci fino alla morte a causa del male fatto da un avo a un altro avo.

Il fatto che una donna nera americana sviluppi un carattere eccezionale viene spesso guardato con stupore, avversione e persino ostilità. Raramente viene accettato come l’inevitabile conseguenza della lotta vinta dai sopravvissuti, una vittoria che merita rispetto se non accoglienza entusiastica.

Pubblicato da byron1824

Booklover, movie addicted

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: