Adele è tornata

Sei anni. Tanto è passato dall’ultima volta che abbiamo ascoltato la sua, inconfondibile, voce. Adele è tornata, e lo ha fatto in grande stile, lo stile della nostalgia, dei rimpianti e dell’intensità. Annunciata da proiezioni sui maggiori monumenti artistici d’Europa, tra cui anche il Colosseo, l’era di 30, il quarto album in studio della cantante britannica, è ufficialmente iniziata nella notte italiana, con la pubblicazione del primo singolo, Easy On Me.

Attesa con un rispetto e una passione che solo lei può permettersi nell’industria musicale, Adele si è concessa una pausa che per molt artist avrebbe voluto dire fine della carriera. Non per lei, che ha sempre parlato all’animo del grande pubblico, che canta sentimenti universali in cui è quasi impossibili non riconoscersi e dà grande spazio al piano e alla sua splendida voce. Easy On Me, ballad che ci spinge ad andare oltre al dolore, non fa eccezione: risuona di onestà e dolcezza, di comprensione. La musica di Adele, dal punto di vista contenutistico, suona realistica per come si appoggia al suo vissuto; da quello stilistico è ancora più trasparente, nel rifiuto della stella verso collaborazioni, missaggio eccessivo, distorsione vocale, persino contro-cori in questo caso.

Adele ha fatto centro ancora una volta, prolungando tra l’altro la sua collaborazione con il talentuoso regista Xavier Dolan, che già aveva diretto Hello. Easy On Me si ricollega proprio a quel video, con Adele che lascia la casa occupata allora, metaforicamente abbandonando il matrimonio senza amore a cui era relegata. Girato in bianco e nero nella prima parte, a un certo punto il girato si anima di colori caldi e suggerisce una guarigione che quasi mai aveva fatto capolino nella videografia di Adele.

30, l’album, uscirà il prossimo 19 novembre, e l’attesa è tanta. Descritto dalla sua creatrice come un disco sul divorzio e sulla necessità di superare un evento così doloroso come donna e madre, l’album promette bene. Intanto Easy On Me ha già accumulato 21 milioni di visualizzazioni su YouTube, preannunciando l’ennesimo successo di una carriera quasi ineguagliabile.

Respect- di Liesl Tommy, in onore di Aretha Franklin

Jennifer Hudson è Aretha Franklin

Fu Aretha Franklin stessa a individuare Jennifer Hudson come unica attrice in grado di rappresentarla in un ipotetico biopic sulla sua vita. Tra le tante qualità della Regina del Soul c’era anche la lungimiranza. Ma andiamo con ordine.

Respect, storia della vita della Franklin dall’infanzia fino al successo planetario, è uno dei film a lungo attesi e rimandati a causa del Covid. Programmato per l’estate dello scorso anno e infine uscito il trenta settembre nelle sale d’Italia, Respect è stato accolto con un misto di emozioni dal pubblico e dalla critica statunitense ed europea. Le vicende sono quelle di un’infanzia sui generis, di un’enfant prodige che cresce in una famiglia guidata da un padre autoritario (Forest Whitaker) , influente pastore, e una madre la grandissima cantante (Audra McDonald) morta giovane, stella della musica e separata dal marito.

L’adolescenza di Aretha, fra i primi dischi, la difficoltà nel trovare la propria voce e le lotte per l’emancipazione della comunità afroamericana a fianco dello zio adottivo Martin Luther King, è toccata superficialmente con una scrittura che punta molto sui momenti topici e non riesce così a sviluppare legami e caratteri di personaggi potenzialmente intriganti. Le stesse battute suonano già sentite e i momenti di silenzio non contribuiscono al fluire quanto all’inceppare, mentre il doppiaggio toglie accenti e contestualizzazione.

Audra McDonald è la madre di Aretha

La svolta avviene con il proseguire del film, quando i traumi e le difficoltà di Aretha lasciano alla Hudson lo spazio per esprimere una maggiore gamma di emozioni, e consentono al regista e sceneggiatore Liesl Tommy e al direttore della fotografia Kramer Morgenthau di giocare con le luci per disegnare sul corpo di una donna al limite le cicatrici di una vita di violenze, più o meno consce. L’interpretazione di Jennifer Hudson è potente, una gigantessa sofferente, e rende giustizia a uno spirito forte e piagato dalla violenza degli uomini, dall’amico di famiglia stupratore, al padre che picchiava la madre, fino al marito violento con lei.

I temi del trauma, della colpa, del contrasto fra la religione vissuta con intensità e la necessità impellente di ribellarsi per definirsi vengono fuori nell’ultima parte del film, con un’intensità e alcune scelte stilistiche che raddrizzano il film emozionando, coinvolgendo, aiutando chi guarda a comprendere. Tommy non scende mai troppo in profondità, taglia i momenti più salienti, ma aiutato dal talento di Hudson riesce a far arrivare al cuore ciò che manca sullo schermo.

Franklin con Dr. Martin Luther King

Nota a parte meritano i numeri musicali, che fanno emergere il processo creativo e sprizzano energia: ci sono Respect, Natural Woman, Chain of Fool, Ain’t no Way e una strepitosa versione di Amazing Grace. La Hudson ha il tono, la potenza vocale e l’estensione necessarie per rendere giustizia allo smisurato talento di Aretha, per rendere giustizia al percorso tortuoso di una grande donna verso la ricerca del meritato rispetto.

Julie Andrews compie 86 anni

Julie Andrews | An Evening with Julie Andrews media conferen… | Flickr

Julie Andrews è uno di quei personaggi a cui è impossibile non affezionarsi, vuoi per come ha inciso nell’immaginario collettivo, con la sua dolcezza da ragazza della porta accanto, vuoi per la longevità della sua formidabile carriera, che ancora oggi, attraverso medium diversi, la rende attiva e centrale. Il senso di maternità che emana dalla sua figura la rende un esempio di umanità nell’inaccessibile mondo delle star.

Regina dello schermo, quello grande in formato panoramico e Technicolor, con Mary Poppins e Tutti insieme appassionatamente, si è affrancata dalla figura della tata amorevole, saggia, equilibrata e angelicata con le collaborazioni con l’ora defunto marito, il regista e sceneggiatore Blake Edwards: la satira sul mondo del cinema S.O.B. (1981) e lo spettacolare musical queer Victor/Victoria (1982) ne sono gli esempi migliori. Ogni film di Julie è un’opportunità per ironizzare, ha in sé qualcosa di grottesco o umoristico e, soprattutto, è accompagnato da quella splendida voce di soprano che le è stata tolta ormai qualche decennio fa con un intervento mal gestito.

Ma Julie ha avuto una preparazione e una carriera singolari, romanzeschi, partendo come enfant prodige dalla voce portentosa fino a debuttare a soli diciannove anni a Broadway, costruire il leggendario personaggio di Eliza Dolittle per My Fair Lady, venire personalmente scelta come Mary Poppins da Walt Disney. Le sue autobiografie Home e Home work ne hanno illustrato il percorso, tortuoso e profondo, fornendo retroscena sulla strada dell’artista.

Musa di Edwards, di cui consiglio anche Operazione Crepes Suzette, ha collaborato con Hitchcok ne Il sipario strappato ed è stata la Regina di Genovia, nonna di Anne Hathaway, nei film cult Pretty Princess e Cercasi principe azzurro. Un Oscar e il Leone d’Oro alla carriera, Julie Andrews è quello che in Gran Bretagna, sua terra madre, si chiamerebbe un national treasure: inestimabile e possibilmente eterno.

Venezia 78: rinascita

Il Festival del Cinema di Venezia, giunto alla sua 78esima edizione, è stato uno dei più grandi avvenimenti cinematografici degli ultimi anni. Per il numero di star attratte da tutto il mondo sul red carpet e la qualità dei film proposti, Venezia 78 ha battuto la concorrenza dei grandi festival della settima arte (Cannes e Berlino) riuscendo a riaccendere l’enorme passione sopita nel pubblico. Dopo un anno difficilissimo per il cinema, il grande schermo si è ripreso il centro della scena, dimostrando che la sua dimensione di spettacolarità e collettività non può essere riprodotta dall’imperante sistema streaming.

Fra il 1° e l’11 settembre il Lido ha dato lustro alla città sull’acqua: apertasi con la proiezione dell’ultimo capolavoro di Pedro Almodovar, Madres Paralelas, la mostra ha fatto il colpaccio con Dune, il kolossal sci-fi di Denis Villenueve, presente a Venezia insieme al suo all-star cast: Timothee Chalamet, Zendaya, Josh Brolin, Rebecca Ferguson e Oscar Isaac. Isaac presente anche per la proiezione della miniserie Scene da un matrimonio con Jessica Chastain, altra star in passerella.

La volta di Spencer è stata particolarmente attesa: Kristen Stewart si è presentata con il regista cileno Pablo Larraìn, già celebre per Jackie. Se Madres Paralelas e Dune avevano strappato almeno cinque minuti di standing ovation, Spencer, ritratto del momento più critico di Lady Diana, non è stato da meno, accolto con estremo calore sia per le scelte di regia di Larraìn che per la performance sorprendente dell’ex star di Twilight.

Tra i grandi film internazionali hanno brillato The Lost Daughter, esordio alla regia dell’attrice Maggie Gyllenghaal, con Olivia Colman e Dakota Johnson, e The power of the dog, diretto dalla grande Jane Campion, che ha anche presentato il Leone d’oro alla carriera a Roberto Benigni. Il comico, attore, sceneggiatore e regista toscano, ha commosso ritirando un premio più che meritato dopo oltre quarant’anni di carriera. Meritato anche il Leone d’oro alla grande figlia d’arte Jamie Lee Curtis, a Venezia per la presentazione fuori concorso di Halloween Kills. La strada di Lee, iniziata proprio con il primo capitolo di Halloween nel 1978, è stata costellata di successi sia nell’horror che nella commedia, nel cinema come nella televisione.

Presentato fuori concorso anche il kolossal storico The Last Duel, diretto da Ridley Scott e scritto e interpretato da Matt Damon e Ben Affleck, entrambi presenti a Venezia, nonostante la scena sia stata loro rubata dalla meravigliosa Jennifer Lopez. Il film, che racconta le vicende successive all’accusa di stupro di una donna interpretata da Jodie Cormer, si preannuncia interessante e comprende nel suo cast anche Adam Driver.

Ha strappato applausi l’ultima opera di Paolo Sorrentino, È stata la mano di Dio, trascinata da un giovanissimo protagonista, Filippo Scotti, vincitore del Premio Marcello Mastroianni al Miglior giovane attore. Autobiografico, lirico e visualmente splendido, il nono film del regista ha vinto il Gran Premio della Giuria, confermandosi come uno dei più attesi progetti dell’anno.

Preziosissimo il trionfo di 12 settimane, il film francese sull’aborto tratto dal romanzo di Annie Ernaux, sia per il tema affrontato che per la regia al femminile, con Audrie Diwan che è stata la seconda donna a vincere un festival quest’anno dopo Julia Ducurnau e il suo Titane a Cannes.

Premio alla Miglior Regia per Jane Campion, la neozelandese tra le poche ad aver ottenuto la Palma d’oro a Cannes in carriera, alla Miglior Sceneggiatura a Maggie Gyllenhaal, per il suo lavoro di adattamento da La figlia perduta di Elena Ferrante, e Coppa Volpi alla Miglior Attrice alla splendida Penelope Cruz, sempre più in odore di nomination agli Oscar 2022.

Un Festival di enormi qualità, almeno sulla carta, per i nomi citati, per le carriere sbocciate, per il grande impatto mediatico che queste star hanno nell’industria dell’intrattenimento. Con questa Mostra Venezia ha contribuito a rivitalizzare il cinema come evento da esperire in prima persona, come istituzione e come condivisione e ha posto l’accento su storie di donne, dalla maternità all’aborto, dalla crescita individuale alla lotta contro la violenza di genere.

Sei cose su Nove perfetti sconosciuti

Tratta dal romanzo omonimo dell’australiana Lane Moriarty, famosa in tutto il mondo per Big Little Lies, Nove perfetti sconosciuti è giunta a conclusione oggi, con l’uscita in Italia e nel resto del mondo dell’ottava e ultima puntata. Miniserie TV prodotta da Amazon, Nove perfetti sconosciuti è un intenso viaggio nella terra di Tranquillum House, attrezzatissima e lussuosa casa di cura che seleziona i propri clienti, gestita da Masha, una guru russa delle tecniche alternative di riabilitazione.

Al Tranquillum arrivano nove persone, ognuna con il proprio trauma da risolvere. C’è la famiglia Marconi, padre, madre e figlia, che deve superare il suicidio del figlio e fratello. C’è Lars, reporter gay spaventato dalla paternità e ci sono due giovani coniugi in crisi. Ci sono Frances, scrittrice andata in bancarotta dopo aver subito una truffa online, e Tony, ex campione di football ora dipendente da ossicodone. E c’è Carmel, una donna tradita e abbandonata dal marito in lotta con se stessa e incapace di gestire la rabbia.

La serie approfondisce il dolore, le cause, le incertezze nel processo di guarigione e i sinistri metodi usati da Masha, che nasconde oscuri segreti, e il suo staff, di cui fanno parte Yao e Delilah, una coppia che inizia a dubitare della propria mentore. Non è facile da descrivere Nove perfetti sconosciuti, per questo mi affido a sei cose, sei punti da sottolineare, sperando possano invogliarvi o distogliervi da questo inusuale misto di melodramma, thriller e giallo.

  • Le premesse: se una serie TV funziona, significa che ha ottime premesse, o perlomeno un buon pilot, che susciti curiosità nel pubblico. Questo nessuno può toglierlo a Nove perfetti sconosciuti, che mette tanta carne al fuoco sin da subito e crea un’atmosfera di ambiguità, pericolo non manifesto e possibile esplosività. Quanto basta per voler andare fino in fondo.
  • Perdersi: sia nel senso dello smarrimento emotivo dei protagonisti e delle protagoniste, che rappresentano bene la diversità delle esperienze e delle difficoltà che la vita ci mette davanti, sia nel senso della sceneggiatura. Partita con forza, la storia si incappa in una serie di fili che, se all’inizio sono in egual misura dipanati, poi finiscono per prendere lunghezze diverse. Il lutto dei Marconi avrebbe dovuto avere una chiusura ben più anticipata, i problemi della coppia non sono quasi mai in primo piano, quelli di Carmel a scoppio come la sua rabbia.
  • Ombre: le minacce a Masha, il suo passato che riaffiora in brevissimi flash, l’ambiguità di Delilah e gli attriti fra Carmel e Lars. Le ombre sono lunghe e inquietanti, distorcono il senso di realtà e l’uguaglianza e staticità del set e delle luci contribuisce a creare il fascino di un luogo che si presenta come rifugio dal mondo e prigione dorata allo stesso tempo.
  • Nine perfect perfomers: certo, il range emotivo richiesto permette loro di esibire talento, ma bisogna ammettere che i personaggi proposti dalla Moriarty sono interpretati davvero bene dall’impressionante cast dei Nove. Regina Hall, nel ruolo della malata Carmel, è più che credibile, nonostante e incoerenze in fase di scrittura sulla back-story del suo personaggio. Melissa McCarthy, regina della commedia, porta la giusta ironia con il suo personaggio (Frances) e la chimica che ha con Bobby Cannavale (uno dei migliori nel ruolo di Tony) è palpabile. Luke Evans è bravo anche se un po’ freddo e distante, la sorpresa è la giovane Grace Van Patten, che è perfetta e misurata nel ruolo di Zoe, che piange il suicidio del gemello sapendo di dover sollevare la famiglia.
  • Troppo vicino: l’uso dello zoom e della distorsione non mi ha convinto. I nove fanno uso di droghe che devono stimolare il loro ricongiungimento con i demoni interiori, ma quando la camera si avvicina perdendo la sua orizzontalità tutto assume finzione: nel tentativo di portarci dentro i personaggi la regia ci mostra la materialità dell’attrezzatura, creando un vuoto di identificazione che non può essere perfettamente colmato.
  • La regina delle nevi: Nicole Kidman grida perfezione in un ruolo che le sembra essere cucito addosso. La bellezza di Nicole, la sua stessa struttura fisica la avvicinano a una sinistra statua, fredda e distante anche quando vuol essere materna. Mistero e sofferenza è ciò che (non) traspare dai suoi occhi di ghiaccio, mentre guida i suoi adepti in un’esperienza al limite della sopportazione. Masha è una donna con un passato, un duplice passato, che trattiene e gestisce le emozioni, le sue come quelle degli altri. Una protagonista eterea, come suggeriscono i lunghi capelli biondi e le leggere vesti bianche, onnipresente e quasi onnisciente, che incute timore e affetto, contraddittoria eppure mai fuori dalla sua linea. Imbevuta di una dolcezza che sembra ora naturale ora ostentata, Nicole dona alla sua interpretazione un fascino intriso di incalcolabilità, sicuramente aiutata dal suo approccio metodico al lavoro. Produttrice esecutiva, la Kidman è l’ago della bilancia nella vostra scelta.

L’evento – di Annie Ernaux

A volte lavorare in sottrazione aiuta: L’evento, romanzo auto-biografico di Annie Ernaux, è un esempio di scrittura quasi spersonalizzata, come neutra, iper-realistica. Sembra un controsenso, dal momento che questo breve scritto è narrato in prima persona da colei che ha vissuto ogni singolo evento raccontato, eppure è così. Annie Ernaux, leggenda vivente classe 1940, ottiene un potenziamento della reazione emotiva del suo pubblico limitandosi a esporre uno dei momenti più difficili della sua vita con assoluta trasparenza e dovizia di dettagli. Le emozioni, le sensazioni, le paure ci sono tutte, ma è come se l’istanza narratrice si tenesse un passo distante dalla se stessa di trentacinque anni prima.

“Può darsi che un racconto come questo provochi irritazione, o repulsione, che sia tacciato di cattivo gusto. Aver vissuto una cosa, qualsiasi cosa, conferisce il diritto inalienabile di scriverla. Non ci sono verità inferiori. E se non andassi fino in fondo nel riferire questa esperienza contribuirei a oscurare la realtà delle donne, schierandomi dalla parte della dominazione maschile del mondo”

Annie Ernaux, L’evento – L’orma Editore

La Ernaux è una studentessa universitaria ventitreenne quando scopre di essere rimasta incinta. Siamo in Francia, nel 1963, e l’aborto è ancora illegale, lo rimarrà per altri dodici anni. Tra il febbraio e l’ottobre del 1999, Annie Ernaux è una scrittrice affermata e tradotta, e ripercorre le tappe di un percorso compiuto in solitaria, una strada impervia per cui usare l’espressione “vita o morte” non è assolutamente enfatizzare. Costretta a nascondere la gravidanza, lasciata a se stessa dai dottori, guardata con curiosità morbosa dai pochi confidenti, Annie Ernaux è una e mille voci, e usa la sua esperienza personale come amplificatore di centinaia di migliaia di donne che nella storia (e anche oggi, ieri, domani) hanno vissuto l’aborto, il pericolo, la violenza dell’isolamento forzato, la sensazione di essere imprigionate, la volontà di riprendersi il proprio corpo, il proprio destino.

Erano anni che non leggevo un libro così bello, non mi resta che consigliarvelo. Se vivere una cosa dà il diritto a scriverla, allora vi scrivo che L’evento (da cui è stato tratto il film Leone d’oro a Venezia, 12 settimane) è stato come l’epifania di Eveline in Dubliners, e ogni illuminazione ha sempre un prima e un dopo. Essere luce di un nuovo punto di vista è tutto ciò che possiamo chiedere a un libro. Annie Ernaux è uno dei fari- dei miei, perlomeno.

Sophia Loren in cinque grandi prove d’attrice

Sophia Loren è quella che si chiama una leggenda vivente: appartiene a un’altra epoca eppure continua a essere influente e attuale. Ultima diva del cinema classico hollywoodiano, ha saputo crearsi una carriera senza eguali, legandosi allo star system californiano, emergendo nella commedia all’italiana e continuando a brillare nel gran cinema d’autore italiano anni Sessanta e Settanta. Icona di stile e bellezza, immagine senza tempo di un popolo, quello napoletano, povero e carico di vita, compie oggi ottantasette anni.

La lunga vita artistica di Sophia le ha permesso di resistere nel tempo, senza soccombere alla sua immagine divistica: dai primi ruoli importanti in film come Africa sotto i mari (1953) e L’oro di Napoli (1954) alla splendida performance ne La vita davanti a sé (2020), uscito lo scorso novembre, passano quasi settant’anni di cambiamenti artistici e non solo. Da sempre legata alla parte della maggiorata, la bella popolana un po’ truffaldina ma dal cuore d’oro, Sophia è stata collega di Totò (Miseria e Nobiltà-1954), compagna di schermo di Marcello Mastroianni (da Peccato che sia una canaglia-1954 a Pret a porter-1994) e musa di Vittorio de Sica, che l’ha diretta in otto film tra cui è impossibile non citare il capolavoro La ciociara (1960).

Le sue collaborazioni si estendono però molto oltre, tra le più riuscite quelle con la grande regista premio Oscar Lina Wertmuller (Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova-1978, Sabato domenica e lunedì-1990), con i grandi divi d’oltreoceano Cary Grant (Houseboat-1958), Gregory Peck (Arabesque-1966), Clark Gable (La baia di Napoli-1960), Richard Burton (Il viaggio-1974) e Marlon Brando (La contessa di Hong Kong-1967), ma anche con il figlio regista Edoardo Ponti, con cui ha proposto un adattamento del monologo di Jean Cocteau La voce umana (2014) in napoletano.

Una regina fra le regine, la cui grande bellezza e sensualità non possono oscurare il vero motivo di affezione del grande pubblico nei suoi confronti: un talento performativo senza eguali nel panorama italiano. Per onorarne la capacità unica di creare una connessione con i suoi (splendidi) personaggi e con tutt& coloro che hanno sognato con le sue storie, ecco cinque grandi prove d’attrice da vedere ( o ri-vedere) della nostra Sophia:

Ieri, oggi, domani – 1963

Una sceneggiatura in tre atti, un solo regista e una coppia affiatata. Marcello Mastroianni e la Loren danno vita a una commedia italiana dai risvolti amari. Sophia forgia una popolana napoletana che, povera e ricercata, evita il carcere rimanendo continuamente incinta, finché questo sistema non logora il rapporto col marito. La seconda figura di donna è la borghese del Nord che millanta insofferenza per le tradizioni della propria classe mentre la terza, forse quella più riuscita, è una prostituta di Roma che si affeziona a un cliente (Mastroianni) mentre fa rinsavire un giovane prete che ha perso la testa per lei.

Una giornata particolare – 1977

In un raro esempio di neorealismo dislocato temporalmente, Sophia Loren interpreta una madre e moglie di famiglia nell’Italia fascista degli anni Trenta. Convinta fascista, la donna entra in crisi grazie all’incontro con un intellettuale omosessuale, solo ed emarginato dal regime. Tutto è puro piacere per gli occhi in Una giornata particolare, dalla regia di Scola alla fotografia seppia, dai costumi alla scenografia spoglia, fino alla performance di Loren e Mastroianni, chiamate a eseguire una profonda caratterizzazione dei propri personaggi fra dolori, attimi di gioia e crisi di identità.

La vita davanti a sé – 2020

Attraverso scorci di rara bellezza, il film scritto e diretto da Ponti assume un valore superiore rispetto alla sceneggiatura, che non riesce del tutto a rendere la potenza e la complessità del soggetto di Gary. Il resto lo fa Sophia, che pittura con gli occhi il lento declino di un’anziana sopravvissuta all’olocausto nell’Alzheimer, disegnandone anche il progressivo attaccamento allo scontroso orfano che ha salvato.

Matrimonio all’italiana – 1964

Creato da Eduardo de Filippo, il personaggio di Filumena Marturano è uno dei migliori mai visti fra teatro e cinema. Una donna in divenire, che passa dall’innocenza e l’amore alla disillusione e al pragmatismo, intrecciando in un montaggio alternato con flashback non completivi gioia, dolore, risentimento, amore di madre, passionalità. La Filumena di Sophia è un’eroina e una vittima, un personaggio comico (soprattutto nell’apertura “recitata”) e drammatico, una persona vera e proprio per questo siamo trascinate dalla sua parte.

La ciociara – 1960

Riconosciuta come una delle più grandi performance recitative di sempre dalla maggioranza critica internazionale, la prova della Loren ne La ciociara, capolavoro neorealista di De Sica tratto dal romanzo di Alberto Moravia, è commovente, straziante e soprattutto riflette la complessità della situazione che vive. In guerra non ci sono buoni, solo vittime,e Cesira ne è l’esempio migliore. Un Oscar, a volte, non significa nulla. In questo caso sì : significa riconoscere che un personaggio prima solo di carta ha sangue, cuore e lacrime.

Le 100 persone più influenti al mondo secondo Time: le artiste

Come ogni settembre, la storica e famosa rivista inglese Time ha stilato la sua lista delle cento persone più influenti del mondo nel corso degli ultimi dodici mesi. Divise in Icone, Pioniere, Titane, Artiste e Innovatrici, e cento persone hanno contribuito a ridefinire la società in cui viviamo attraverso la politica, l’attivismo, la scrittura, la creazione di nuovi mezzi e sistemi.

Per influenza, credo che Time intenda proprio questo: la capacità di guidare, ispirare ed esprimere le volontà e i valori della grande maggioranza della popolazione mondiale: per questo è possibile trovare personaggi controversi (o anche solo negativi, si pensi a Trump, ospite fisso) oltre che modelli positivi. La lista completa la trovate sul sito ufficiale del Time, qui sotto invece riporto le artiste citate dal magazine, coloro che più hanno ispirato chi scrive:

Icone

Britney Spears è prima di tutto una sopravvissuta: lo scrive per il Time la sua amica Paris Hilton, lo scrivo io qui. Il coraggio di denunciare il trattamento a cui è stata sottoposta negli ultimi tredici anni è stato premiato da un’ondata di sostegno da ogni angolo del mondo. Dopo aver contribuito a crescere una generazione con la sua musica, da tre anni Britney combatte una battaglia legale contro il padre, Jamie Spears, che controlla le sue finanze e la obbliga a sottoporsi a test psichiatrici, a non sposarsi, non avere figli/e (ha una spirale impiantata nell’utero contro la sua volontà). La sua onestà ha aiutato molte persone, ma prima di tutto lei stessa e sembra che la sua scelta di esporsi sia stata premiata: Jamie Spears sta per cedere sulla conservatorship e Britney si è ufficialmente fidanzata con Sam Ashgari, compagno da cinque anni.

Dolly Parton è una leggenda vivente, ma più di tutto è la dimostrazione che l’amore, per se stesse, per le altre persone, per la vita, non ha età. Ageism è la parola inglese per descrivere la discriminazione in base all’età, uno dei tanti paletti imposti dalla società per definire ciò che è accettabile e ciò che non lo è. La lotta di Dolly all’ageism non è nemmeno tale, perché raramente la vedrete arrabbiata o infastidita o insicura: Dolly è “la fata madrina di tutte noi” come scrive la sua nipote adottiva Miley Cyrus per il Time. Una scrittrice di testi divenuti celebri al di là di confini generazionali e culturali, una cantante che ha fatto la storia del Country, la fondatrice di un’associazione che dona libri a milioni di bambini fino al compimento del sesto anno di età, la finanziatrice del vaccino Moderna contro il Covid-19. Dolly è sempre attuale.

Pioniere

Billie Eilish è la pioniera nel vero senso della parola: è la prima della sua generazione ad averne esposto i traumi, le insicurezze e le gioie. Cantando sentimenti repressi, restando umile nonostante un successo quasi senza eguali, Billie è l’adolescente la cui tristezza è sincera, ma superata, la giovane donna che si è rifiutata di incasellarsi in uno stile e che ha finalmente detto: non è una mia responsabilità. Non è responsabilità di questa generazione il sessismo, il body-shaming di cui lei stessa è stata vittima, la mancanza di accettazione della diversità. Billie ha rappresentato un punto di rottura tra un prima in cui il retaggio della conservazione era ancora forte e il dopo, ancora tutto da scrivere da coloro che, a vent’anni appena, hanno già le dee chiare.

Titane

Fino a un anno fa non conoscevo Youn Yuh Jung, non solo lei come attrice, ma proprio la cinematografia asiatica mi era per lo più sconosciuta. Viviamo così immersə nella cultura occidentale che ci scordiamo che esiste una storia millenaria che ha segnato il mondo artistico e continua a produrre nuove opere per miliardi di persone: Parasite di Bong Joo-hon prima e Minari di Lee Isac Yung hanno aperto gli occhi dell’Ovest alle incredibili opere d’arte del cinema d’autore sudcoreano. In Minari, film sulla vita negli Stati Uniti di una famiglia sudcoreana e sulla fragilità del sogno americano, Jung interpreta una nonna atipica, e la sua relazione con il piccolo nipote è centrale nello sviluppo del film e degli altri personaggi. Jung è commovente, ma più di tutto è realistica: non c’è niente che sia esagerato nella sua recitazione, niente che sia superfluo. Come per il piccolo Alan S.Kim, Jung si è pesa la responsabilità di farci vedere il lato più nascosto, e più bello, della vita.

Artistə

Kate Winslet compare soprattutto in virtù della sua grande performance in Mare of Easttown, per cui è in gara agli Emmy Awards di domenica, ma il suo contributo è stato quello di continuare a insistere sull’imperfezione e la difficoltà, nel corso di una carriera lunga quasi tre decenni. Chloe Zhao è stata solo la seconda regista donna vincitrice di un Oscar alla Miglior Regia, ma più che sul record è bene far attenzione al talento di questa geniale regista, che ha creato quasi da sola Nomadland, uno dei film più lirici e visualmente intriganti dell’anno. Sceneggiatrice, montatrice e produttrice, Zhao sta per tornare come co-scrittrice e director di Eternals il kolossal Marvel dal cast stellare, spingendo sempre più in là i confini di genere e etnia.

Scarlett Johansson merita la nomination anche solo per Black Widow, il tanto atteso film in cui dà finalmente un passato alla sua eroina dell’universo Marvel. La sua Natasha Romanoff è un esempio di intelligenza, indipendenza, simpatia e grandi doti atletiche, che la affianca a Angelina Jolie e Charlize Theron nel parterre di attrici che hanno ridefinito l’action movie togliendo la prerogativa agli uomini. Dopo Storia di un matrimonio e Jojo Rabbit poi, è chiaro che è lei la star della sua generazione.

Per chiudere, non si può non citare Lil Nas X, il giovanissimo rapper che ha fatto coming out l’anno scorso come gay e da allora ha imbevuto di queerness la sua arte. Sfidando i confini dell’espressione di genere, rivendicando la propria sessualità e la manifestazione di essa come parte integrante della sua musica, Lil Nas X ha creato uno spazio sicuro e di rappresentazione e identificazione che finora era mancato a* teenager LGBTQ. Il fatto che stia riscuotendo un così grande successo commerciale non fa che sperare bene: un paletto per volta, tutti i cancelli saranno aperti. Tutte queste persone hanno contribuito a farlo, sfruttando una grande piattaforma non solo per la propria causa.

Mtv Video Music Awards 2021

Una cornice- finalmente– allegra e ricca di energia ha accompagnato i tradizionali Mtv Video Music Awards di quest’anno, un’energia percepita come cambiamento, non solo nel ritorno a una normalità ancora incompleta e incerta, ma anche nella promozione di una musica giovane, diversa, di un’onestà adolescenziale: magari non così profondamente elaborata, ma totalmente sincera.

Ad aprire i VMAs è stata la regina di Mtv, chiamata a commemorare i quarant’anni della piattaforma che, come la sua carriera, è nata negli anni ’80 e continua a stupire oggi. Fasciata in calze a rete e body di latex nero, Madonna ha ricordato gli inizi del viaggio fatto con la rete, chiudendo con un “Siamo ancora qui stronzi” degno del suo stile.

Stile che non manca di certo a Jennifer Lopez, fresca di Festival del Cinema, bellissima e felice di presentare il premio alla Miglior Canzone, andato alla ballad Driver License di Olivia Rodrigo. Olivia, che si è distinta in una catartica versione live di good 4 U con tanto di esplosione di petali finale, ha strappato anche la famosa statuetta a forma di astronauta per la Migliore Nuova Artista.

Tra le performance spicca ovviamente il duetto di Lil Nas X e Jack Harlow sulle note di Industry Baby, la mega hit queer fra tute fucsia, coreografie sensuali e una prigione piena di ballerini neri gay. Lil Nas X, ventiduenne gay rapper nero, ha contribuito a scardinare ogni tabù restante al piccolo schermo, sfidando i confini dell’espressione di genere e vincendo il premio più importante della serata per il Video dell’Anno, grazie a Montero (Call me by your name).

Doppia vittoria per Justin Bieber, come Artista dell’anno (opinabile) e Miglior Video Pop. Bisogna concedergli che Stay, il duetto con il diciottenne TheKid Laroi che ha cantato ieri sera con Bieber, è davvero un grande pezzo. Billie Eilish, presente con il fratello Finneas, ha vinto il premio per il Video for Good, grazie a Your Power, mentre la coppia Shawn Mendes – Camilla Cabello si è divisa. Il primo ha cantato Summer of Love, il suo nuovo singolo non particolarmente memorabile, la seconda Don’t Go Yet, il pezzo latino trascinante con cui ha chiuso l’estate.

Coppia magnifca quella formata dall’attrice Megan Fox, splendida in color carne, e Machine Gun Kelly, che si è esibito con Paper Cuts e ha anche vinto il premio al Miglior Video Alternative per My Ex’ s Best Friend. Tra i big anche Ed Sheeran, che ha intonato Bad Habits, e i BTS, vincitori del premio per il Miglior K-Pop Video con Butter. Particolarmente felice la vittoria di Doja Cat (che ha presentato la serata con una serie di look discutibili) e SZA con Kiss Me More, premiata come Miglior Collaborazione.

Certo, mancavano nomi importanti, e non occorre andare tanto indietro per trovare una lista di performer più emozionante: ai Grammy dello scorso marzo Taylor Swift, Harry Styles, Dua Lipa e Cardi B, l’anno scorso ai VMAs Lady Gaga e Ariana Grande. Tuttavia, per la prima volta in due anni, una grande cerimonia ha avuto un pubblico folto, coinvolto, uno show ricco di umanità e adrenalina. Ne siamo quasi fuori, e la musica, nella sua diversità, ci ha aiutato enormemente.

Cruella – di Craig Gillespie

Non è un live action, non un remake, è un prequel solo parzialmente ispirato all’iconica figura di Crudelia DeMon, la spietata villain de La Carica dei 101. Cruella è un film denso, ricco di umorismo, dramma, colpi di scena, con uno stile assolutamente distintivo e una colonna sonora martellante.

La trama

Ambientato prevalentemente nella Londra degli anni Settanta, il film ripercorre le vicende di Estella (Emma Stone), dall’infanzia come outsider battagliera e originale, alla giovinezza come orfana appassionata di moda. Tutto cambia quando, con la classica chiamata dell’eroina, la baronessa von Hellman (Emma Thompson) nota le capacità di Estella e la sceglie come collaboratrice della lussuosa casa di moda Liberty.

Inizia così a definirsi l’intreccio, perché Estella si rende conto che la baronessa è la responsabile della morte della madre e organizza, in gran stile, la sua vendetta, dando vita al suo crudele alter ego, Cruella appunto. Aiutata dai compagni di vita Jasper e Horace, piccolo criminali e migliori amici, e da Artie, proprietario di una boutique, Cruella si impegnerà a recuperare un cimelio della madre e ad adombrare, con i suoi abiti scandalosamente futuristici, la baronessa.

Regia, musica e (breathtaking) costumi

La macchina da presa di Gillespie è estremamente mobile, si sposta continuamente, soprattutto per andare incontro alle due protagoniste, con movimenti in avanti della dolly che danno dinamicità al tutto. Seguendo la strada di una messa in scena che riporti l’attenzione sulla narrazione, Gillespie e il suo team creano un ambiente di lavoro gerarchico, in cui la baronessa possa tenere sotto controllo l’intero parterre di artistə dall’alto. I costumi, spettacolari, sono curati dalla geniale Jenny Beavan (Camera con vista, Casa Howard, Gosford Park, Un té con Mussolini) e alternano abiti da sera raffinati e classici, come quelli della baronessa, a invenzioni strabilianti, come l’abito di immondizia di Cruella.

La moda, dopotutto, è un’altra grande protagonista di questo film, con l’internato di Estella che ricorda tanto quello di Andy Sachs ne Il Diavolo veste Prada, con l’incontentabile, egocentrica, severissima baronessa che tanto richiama la spietata Miranda Priestly di Meryl Streep.

Moda, dicevamo, e musica. Con una azzeccatissima scelta di brani, la colonna sonora include tutto il rock anni Settanta, che contestualizza il giogo narrativo e allo stesso tempo trascina il pubblico nell’universo emotivo, distruttivo, vendicativo, solipsista, geniale di Cruella. Ci sono Nina Simone, i Rolling Stones, Blondie, i Clash e anche, nell’edizione italiana, i Maneskin.

Il cast all star

In moltə hanno criticato Cruella per la sua protagonista, definita molto slegata dal personaggio originale e il film come pretestuoso e non effettivamente esaustivo. Vero: la Cruella di Emma Stone sembra molto lontana dalla folle e sofisticata Crudelia di Glenn Close (che compare come produttrice esecutiva di questo film), ma possiamo lamentarcene? Il team di sceneggiatori e sceneggiatrici ha dato vita a un personaggio che ha una storia, una motivazione per la sua rabbia, e una strepitosa, lasciatemi ripetere stre-pi-to-sa Emma Stone ha tratteggiato una giovane donna ambiziosa, calcolatrice ma allo stesso tempo istintiva, talentuosa e folle quanto giustamente arrabbiata. Il casting, dopotutto, è ciò che dà il quid in più a Cruella, con Emma Thompson che è la perfetta esibizione di freddezza e anaffettività e i supporter caratteristici ben calati nella parte: Joel Fry è alto e dinoccolato come Jasper, Paul Hauser (Tonya, Richard Jewell, Da 5 Blood) goffo e buono come Horace e John McCrea splendida icona queer nel ruolo di Artie.

Non fatela arrabbiare, recuperatevi Cruella (oggi disponibile su Disney+ dopo aver racimolato 222 milioni di dollari al cinema).