Tick, tick… BOOM! di Lin Manuel Miranda

La prima cosa che mi è venuta in mente guardando Tick, tick … BOOM! su Netflix pochi giorni fa è stata “devo assolutamente far vedere questo film alle mie amiche” . La seconda è stata “Questo è ufficialmente il mio film preferito dell’anno”. Se quest’ultima affermazione è assolutamente personale, la precedente è a mio parere condivisibile e comprensibile. Tick, tick … BOOM! è un film sul tempo, come sottolinea il nome stesso: questa sensazione di ansia, di angoscioso stress e di corsa contro il tempo è qualcosa che la mia generazione sente fortemente. I famosi trent’anni che tanto hanno fatto dannare Jonathan Larson sono sembrati sempre una spaventosa scadenza per me, e vedere questa emozione iconizzata sullo schermo mi ha trasmesso una calma incredibile.

Ma andiamo con ordine: Tick, tick … BOOM! è uno spettacolo teatrale, un musical atipico scritto e composto da Jonathan Larson attorno al 1990, poi rimaneggiato per Broadway nel 2001 e infine adattato per il cinema da Steven Levenson sotto la regia del creatore di Hamilton Lin Manuel Miranda (che fa anche un cameo!) e disponibile su Netflix dallo scorso 19 novembre. Concentrandosi sulla settimana antecedente il suo trentesimo compleanno, il film ci presenta Larson, un giovane compositore e paroliere, polistrumentista e performer che sogna Broadway, lavora al suo musical rock Superbia e fa il cameriere.

Divorato dall’ansia di costruirsi come artista prima che sia troppo tardi, diviso tra la vita bohème e la possibilità di una buona paga e di una stabilità, nel mezzo di un blocco creativo alle porte del suo workshop, Jonathan è quello che si dice colui che non riesce a vedere se stesso. Pieno di idee, di talento, di qualità, è troppo preso dalla volontà di farcela per capire ciò che ha e ciò che vuole.

Miranda e il team di produzione hanno deciso di comporre il film come un flashback quasi completivo, intermittente e circolare, partendo dalla performance dello spettacolo Tick, tick … BOOM! per ritornare dal palco alla vita di Larson poco prima dei trenta: questo doppio asse, perfettamente inquadrato dal montaggio alternato, funziona efficacemente, ulteriormente arricchito da momenti di fantasticherie in cui ci è dato accesso alla creatività di Jonathan e da una breve frattura della quarta parete. A interpretare magistralmente Larson è un Andrew Garfield che urla Oscar ogni secondo che è inquadrato, catturando l’animo esasperato, dolce, aperto, brillante del creatore di Rent. Soffermandosi sulla vita dell’artista, sulla fatica del mestiere di scrivere e sulla necessità di far arte su ciò che si conosce, come dice Stephen Sondheim (che nel film appare interpretato con impressionante somiglianza da Bradley Whitford), la sceneggiatura non tralascia la storia d’amore fra Larson e Susan, a cui dà volto Alexandra Shipp, né l’epidemia di AIDS che negli anni ’80 e ’90 ha privato della vita una grossa parte della comunità LGBT*Q+.

Nel cast, che comprende cameo di altri grandi ex-Hamilton come Philippa Soo, Renee Goldsberry e Joshua Henry, brilla infine Vanessa Hudgens, che duetta spesso e bene con Garfield (soprattutto in Therapy) e meriterebbe anche lei una nomination. Tick, tick … BOOM! è un manifesto, radicato precisamente nella specificità del suo tempo, della sua città (l’instancabile New York) e allo stesso tempo universale. Parla di arte e di amore, ed è un inno a ritornare a se stess*. Non potete perdervelo.

Venticinque novembre il giorno dopo

Lo scorso sabato, venti novembre, è stato il Trans Day of Remembrance, una giornata dedicata al ricordo delle persone trans e gender diverse uccise nel corso dell’anno, finora 375 in tutto il mondo. Lo stesso giorno a Reggio Emilia è stato trovato il cadavere di Juana Cecilia Hazana Loayza, una donna di trentaquattro anni originaria di Lima. Ieri, venticinque novembre, è stata la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne: Juana Loayza è stata l’ultima delle vittime riportate di femminicidio in Italia, l’ultima di 104 donne uccise nel corso di undici mesi. In media, in Italia, ogni settimana due donne vengono uccise.

Il Trans Day of Remembrance e il venticinque novembre sono senz’altro due momenti diversi, ma una comune matrice di odio e sopraffazione maschile li avvicina e, oltre a farci piangere oltre quattrocento vite, ci fa sentire insicurə e feritə, ci spinge a interrogarci nuovamente sul senso di vivere in un mondo pieno di comodità e progresso e ancora privo di protezione per le minoranze. I dati possono essere illuminanti a volte, altre volte servono solo per confermare una triste certezza: secondo transrespect.org il 96% delle vittime trans erano donne transgender, il 58% sex workers, il 43% di quelle uccise in Europa erano immigrate. L’intersezione è evidente, l’odio si propaga in più direzioni e colpisce soprattutto coloro che si trovano nel mezzo di queste intersezioni.

Non è mai facile parlare di femminicidi e di transfobia, cosa possiamo fare se non scendere in piazza, parlare, ricordare, protestare? Cosa fare quando anche un’occasione di tutelare legalmente queste categorie viene buttata via senza nemmeno essere presa in considerazione e addirittura si festeggia per questa debacle? Praticamente in Italia dalle strade al Parlamento ognunə è consapevole della situazione e allo stesso tempo chiunque abbia il potere di cambiarla non vuole farlo, dal momento che beneficia di un’oppressione millenaria culturalmente codificata e accettata.

La violenza misogina non si esaurisce nel femminicidio: le molestie sessuali, dal cat-calling allo stupro, sono esperienza quotidiana di milioni di donne. La transfobia inizia a casa, con violenze fisiche e psicologiche impresse per sempre dai genitori allə figliə. Rifiuto, scherno, bullismo, minacce, sono solo l’inizio di ciò che porta all’omicidio. Ogni ora circa dieci donne nel mondo vengono uccise: deve esserci un cambiamento, non si può smettere di combattere per questa causa, perché si tratta davvero di vita o morte.

Non è facile essere ottimistə, ma si deve continuare a lavorare per un cambiamento. Non una di meno organizza marce, manifestazioni, proteste ma anche momenti di educazione e discussione in tutta Italia e questo sabato 27 novembre ha programmato una marcia nazionale a Roma, come ogni anno. Fortunatamente il mondo è ricco di organizzazioni queer e femministe pronte ad aiutare e sostenere le vittime di violenza: in Toscana sta aprendo Casa Marcella, il primo luogo sicuro in Italia per le persone trans* e non binary in fuga da situazioni di violenza o senza casa. C’è speranza perché non si è mai solə, e anche se il cuore si spezza in qualche modo andremo avanti. Ricordando Gianna Lombardi, Cina Rivera, Juana Loayza.

Novembre tutto al cinema

Un’esplosione, un tubo bloccato che all’improvviso scoppia, ecco cos’è novembre in ambito cinematografico. Le sale sono tornate al cento per cento della capienza e oltre tremila degli schermi italiani sono accessibili: la gente sta tornando al cinema, complice anche l’arrivo di un inverno sempre più invadente nei confronti dell’autunno. Dopo un anno e mezzo di ristrettezze e soluzioni alternative, tra le quali lo streaming, il grande schermo richiama, e lo fa con intriganti proposte.Novembre si preannuncia come il mese più esplosivo del cinema, sia per i film d’autore che per i blockbuster. Per orientarci ho deciso di dedicare un paio di righe a quelli più attesi.

Il 3 novembre arriva Eternals, ultimo film Marvel su, appunto, gli Eterni, un gruppo di eroi e eroine dalla vita lunghissima. Con un cast stellare guidato da Richard Madden (Cinderella, Rocketman), Kit Harrington (Il trono di spade), Salma Hayek e Angelina Jolie, il film è stato accolto con una delle più controverse reazioni di sempre per un prodotto MCU. La regia di Chloe Zhao, fresca vincitrice di due Oscar con Nomadland è la certezza per sapere che The Eternals avrà qualcosa in più rispetto ai precedenti Avengers & co.

Il 4 abbiamo un passaggio importante: dalla grande macchina di super-umani hollywoodiani passiamo al cinema d’autrice francese con L’evenement, il film di Audrey Diwan vincitore del Leone d’oro al Festival di Venezia. Tratto dal (consigliatissimo) romanzo autobiografico di Annie Ernaux, è la storia di una studentessa universitaria decisa ad abortire da sola nella Francia del 1963/4.

Altro grande ritratto femminile attesissimo è Spencer, il film diretto da Pablo Larraìn in cui una, a detta di chiunque, strepitosa Kristen Stewart è Diana Spencer. Un film che è un ritratto di una donna, un’interpretazione della sua anima e delle sue paure e sofferenze più che sviluppo di una parte della sua vita. Dovrebbe uscire il 5 novembre, ma per quanto riguarda l’Italia le notizie son ancora confuse.

Dal 4 disponibile anche Ultima notte a Soho, un film che si muove fra il crime, il fantastico e il thriller con co-protagoniste Thomasin McKenzie e la ormai famosissima Anya Taylor-Joy. Accolto abbastanza positivamente, racconta la storia di una ragazza che cerca di scoprire chi abbia ucciso negli anni ’60 una giovane donna che abitava nel suo appartamento.

L’11 sarà la volta di un attesissimo ritorno: presentato a Cannes, The French Dispatch of Liberty è l’ultima fatica del visionario regista Wes Anderson, già amato per Moonrise Kingdom e Gran Budapest Hotel. Un’ode al giornalismo d’altri tempi, The French Dispatch è una intersezione di varie storie con un cast corale ricchissimo: se non vi portano al cinema Timothee Chalamet, Frances McDormand, Owen Wilson, William Defoe, Bill Murray, Saoirse Ronan e Tilda Swinton allora forse pcoo altro ci riuscirà.

Il 12 sta a uno dei, a quanto dice la critica, più sensibili e commoventi film dell’anno: Belfast, scritto e diretto da Kenneth Branagh (già regista di Cinderella e Assassinio sull’Orient Express negli ultimi anni, e di molti drammi shakespeareani prima) è un’opera in bianco e nero tenera e molto identitaria, con una sublime Judi Dench nel cast guidato da Jamie Dornan.

Uscirà direttamente su Netflix invece Tick Tick… BOOM! il 19 del mese, film diretto dal creatore di Hamilton Lin Manuel Miranda sulla composizione di un grande musical da parte di un sognatore interpretato da Andrew Garfield, così come l’ultima, grande, opera di Sorrentino, è stata la mano di Dio, in streaming dal 24. Autobiografico, il film si incentra sul superamento del dolore e del lutto di un giovane napoletano interpretato da Filippo Scotti, il ventiduenne vincitore del premio come Miglior giovane attore a Venezia.

Ancora in sala anche l’ultima fatica del maestro spagnolo Pedro Almodovar, Madres Paralelas, con protagonista una straripante Penelope Cruz nel ruolo di una matura madre e fotografa che fa i conti con i resti del regime franchista.Insomma, di cose da guardare e da cui lasciarsi ispirare ce ne sono, la scelta forse è la parte più difficile. Attendendo dicembre, con House of Gucci, Being the Ricardos e Don’t Look Up.

La musica del cuore

Nel mezzo di una carriera dedicata ai cult horror (i vari Scream su tutti) il regista Wes Carven, morto nel 2015 dopo quarant’anni di cinema molto intensi, si è allontanato dalla comfort zone per dedicarsi alla cura de La musica del cuore, dramma musicale e scolastico del 1999.

La storia, vera e d’ispirazione, è quella di Roberta Guaspari, notevole violinista di mezza età che, lasciata dal marito e in piena crisi, decide di rimettersi al lavoro come insegnate e scopre la Harlem della povertà, multiculturalità e criminalità. Tra difficoltà personali e professionali, su tutte quella di riuscire a conquistare i bambini e le bambine e i loro genitori scettici nei confronti del violino, Roberta è chiamata a ricostruirsi una vita quasi da capo.

Con un intrecciarsi di sub-plot, dalle varie relazioni di Roberta al rapporto con la madre fino a quello con i figli musicisti, e personaggi di contorno interessanti, su tutti la preside interpretata da Angela Bassett (determinata e bellissima), l’azione è tenuta sempre viva in un dramma classico e colmo di bella musica, un film che parla dell’ordinarietà delle vere eroine.

A reggere il tutto è infatti Meryl Streep, nominata all’Oscar anche per questo ruolo (all’epoca era la dodicesima candidatura). La Streep, che perse la statuetta contro Gwyneth Paltrow per Shakespeare in Love (e qui stendiamo un velo pietoso), è stata elogiata proprio perché ha mostrato tutte le fragilità e la semplicità di una donna, un po’ disorganizzata, un po’ sopraffatta dal lavoro e talvolta brusca, piena di passione e dal cuore d’oro. Umana troppo umana la Roberta di Meryl, una persona fantastica nella realtà tanto quanto sullo schermo. Non è la classica storia della donna bianca che salva il malfamato quartiere nero, è più un racconto di integrazione nel senso di individui diversi in un gruppo, un’orchestra appunto, funzionante e di formazione dei propri punti di forza nel corso di una vita che, per fortuna, non si può controllare.

L’ambiente scuola, con tutte le sue difficoltà pratiche e organizzative, ha la sua giustizia, così come la magia di uno strumento e di una branca della musica, la madre musica classica, che può dare ancora tantissimo, in un film che sottolinea le interconnessioni fra un’attività e i mille sentimenti e sensazioni che va a intaccare.

Dark Shadows – di Tim Burton

Per entrare nell’atmosfera di Halloween ho scelto di andare sul sicuro : Tim Burton, il regista gotico per eccellenza di cui non si possono dimenticare Nightmare before Christmas e La sposa cadavere, e il suo Dark Shadows sono su Netflix.

La storia

Dark Shadows è la storia della famiglia Collins, in crisi finanziaria. Guidata da Elizabeth (Michelle Pfeiffer) e composta dalla figlia Carolyn, dal fratello Ronny, dal piccolo figlio di questi David e dalla psichiatra Julia (Helena Bonham Carter). Raggiunti dall’istitutrice Victoria, i /le Collins vengono sconvolti dal ritorno dalla prigionia di Barnabas (Johnny Depp), uomo del settecento trasformato in vampiro dalla strega Angelique (Eva Green) , adirata dal rifiuto ricevuto e ancora in vita, ora donna d’affari in concorrenza con la famiglia Collins.

La trama ha dei buchi non indifferenti, sembra seminare senza raccogliere, rischia di essere confusionaria, eppure i personaggi accattivanti e la combo scenografia-fotografia-effetti speciali, specialità di casa Burton, rendono Dark Shadows attraente come tutti i film del regista. Iper caratterizzat& dal trucco e dal tono umoristico e dark del film, Johnny Depp e Helena Bonham Carter (già dirett& insieme da Burton ne La fabbrica di cioccolato, Sweeney Todd e Alice in Wonderland) brillano come sempre, con Eva Green che si conferma la Gothic queen del grande schermo, strega dalle mille espressioni e dall’aura al contempo malévola, irresistibile e gelida. Il resto del cast, perfettamente adatto come nel caso di Bella Heathcote, praticamente la sposa cadavere in versione umana (e viva) e della carismatica Pfeiffer.

Dark Shadows è perfetto per entrare nell’atmosfera di fine ottobre, vuoi per i temi, per la presenza di vampiri, lupi mannari e spettri o per il tema del folle amore, che regala gioie tanto quanto dolore.

American Music Awards 2021: le nominations

Gli American Music Awards vanno presi con le pinze: sono espressione del successo, della fascinazione del pubblico e soprattutto si limitano alla musica statunitense. Detto questo, tolti i Grammy, nessun altro premio può competere gli AMAs per visibilità e importanza e, soprattutto, alla cerimonia di premiazione del 21 novembre, ci possiamo aspettare ospiti illustri.

Passando alle nominations, i risultati premiano coloro che hanno riscontrato di più i favori del pubblico anche internazionale. Artista dell’anno se lo contendono Ariana Grande e Taylor Swift, con i BTS, Olivia Rodrigo, Drake e The Weeknd. Taylor, che ha già vinto il premio più importante sei volte comprese le ultime tre edizioni, è in gara anche come Miglior artista pop, che ha vinto cinque volte, comprese le ultime tre edizioni, così come Ariana, Olivia e Dua Lipa.

Miglior Album pop è un’altra bella gara fra evermore della Swift, positions della Grande e Future Nostalgia di Dua, con ancora Olivia Rodrigo con Sour. Rodrigo, per drivers license, e Dua Lipa con Levitating, si contendo anche la Miglior canzone pop, dove spiccano i duetti Save your tears di The Weeknd e Ariana Grande e Kiss Me More di Doja Cat e SZA. Kiss Me More che è anche candidata come Collaborazione dell’anno, con Save your tears fra i Video dell’anno, quest’ultimo titolo insidiato da Montero di Lil Nas X e dalla solita driver license.

Nelle categorie hip-hop, come Miglior artista spicca Cardi B, la cui Up è fra le canzoni hip-hop . Nell’R&B ci sono Bruno Mars e Andersoon Paak, con la bella Leave the door open, mentre nella Musica Latina Maluma con tre e Bad Bunny con quattro sono in cima a tutti/e. Un po’ d’Italia anche grazie alla candidatura dei Maneskin, la cui cover di beggin ha ottenuto la nomination come Best Push Song.

Gli American Music Awards sono quindi dominati da una giovanissima, la diciottenne Olivia Rodrigo, con sette nominations. Il suo album di debutto, SOUR, è il più venduto dell’anno con 3,3 milioni di copie e negli Stati uniti ha piazzato due singoli al primo posto. Facile immaginare che la Rodrigo sarà presente, con anche la rapper Doja Cat che potrebbe essere fra le presenti. Doja, quattro candidature, l’anno scorso si è fatta notare in ogni grande cerimonia, dagli AMAs ai Billboard Music Awards. Per il resto, Lil Nas X e Ed Sheeran dovrebbero promuovere la nuova musica, Dua Lipa potrebbe fare capolino e persino The Weeknd, che ha rilasciato una collaborazione la scorsa settimana.

Nella storia degli AMAs, giunti all’edizione numero quarantanove, alcuni premi hanno anticipato o colto perfettamente le tendenze musicali e il valore artistico di tante delle più grandi stelle di sempre. Il premio di Miglior Album Pop, per esempio, è andato a dischi come Lover, 1989 , The Bodyguard, Whitney Houston e Thriller, Miglior Artista esordiente a Ariana Grande e Billie Eilish, poi diventate due delle più importanti e seguite popstar al mondo, Miglior Artista Pop a stelle come Olivia Newton-John (1975-1976-1977,1983), Barbra Streisand (1981), Whitney Houston (1987-88-89 e 1994), Mariah Carey (1993,1995,1996), Jennifer Lopez (2003) e Katy Perry (2012 e 2014). Attualmente Taylor Swift è l’artista più premiata di sempre con 32 American Music Awards: saprà superarsi?

Julia in dieci film da rivedere

Che fine ha fatto Baby Jane? O meglio, che ne fu della più grande stella del cinema anni novanta e duemila? Julia Roberts è stata il volto, splendido, di Hollywood per oltre trent’anni, ma ormai dal 2018 manca dai grandi schermi globali. Cinquantaquattro anni compiuti oggi, la Roberts è stata davvero il centro di film che hanno fatto la storia del cinema a stelle e strisce indirizzato al grande pubblico.

Si dice che il suo lungo letargo artistico finirà a breve, con una nuova collaborazione con George Clooney, già suo compagno in Ocean’s 11 e 12 nonché Money Monster, alle porte. Nel frattempo, dieci film da (ri)vedere con Julia,in ordine crescente :

Notting Hill

Piacevole è piacevolissimo, pur con un soggetto visto e rivisto. Julia e Hugh Grant sono uno spettacolo per gli occhi e hanno la star quality necessaria per intrattenere. Onestamente la Roberts ha poco da fare qui, una riedizione di se stessa, simpatica e bellissima.

Il matrimonio del mio migliore amico

Penso che il personaggio interpretato dalla Roberts sia tanto irritante quanto simpatico e in qualche modo comprensibile. In questa ironica caccia all’amore della vita, ciò che cattura l’attenzione è la dinamica fra Roberts e Everett, che interpreta il finto fidanzato, nonché miglior amico gay, della protagonista. Molto meglio loro due di Diaz-Mulroney.

I segreti di Osage County

Potrebbe anche essere più in alto, ma in sceneggiatura, citando Linda Seger, è necessaria l’alternanza dei beat. Osage County, dramma familiare con colpi di scena e un cast di attrici e attori bravissim*, è troppo intensamente drammatico per piacere del tutto. Ma che brave Meryl Streep e Julia, madre e figlia in lotta.

Mystic Pizza

Per quanto piccolo il budget e modesto l’apparato tecnico-estetico, non si può negare che Mystic Pizza sia divertente, realistico, e che sia impossibile non simpatizzare con la passionale e impulsiva pizzaiola che rese la Roberts una star nel 1988.

Duplicity

L’ambiguità e l’imprevisto giocano un grande ruolo in questo sofisticato e intrigante film su una coppia apparentemente in conflitto. Lei truffatrice, lui pure, Roberts e Clive Owen sono un paio di assi in uno script accattivante anche se privo di quel calore che avrebbe potuto farci affezionare ai personaggi.

Il rapporto Pelican

Intrigante thriller pseudo-politico, con una notevole prova d’attrice la Roberts affianca Denzel Washington in un film in cui interpreta l’amante di un professore di legge depresso, assassinato perché sapeva troppo.

Il segreto dei suoi occhi

Pur non avendo convinto la critica internazionale, Il segreto dei suoi occhi è una terrificante e ben scritta storia sulla violenza, la perdita, la vendetta e l’elaborazione del lutto. Nicole Kidman è nella parte come sempre, ma la vulnerabile madre di Julia ruba la scena.

Pretty Woman

La cenerentola moderna, Pretty Woman non ha bisogno di presentazioni. Ha tutto, dai costumi di scena alla sceneggiatura perfettamente strutturata nei tre atti fino alle star, la Roberts, che strappò anche una nomination agli Oscar, e Richard Gere.

Fiori d’acciaio

Dramma corale femminile, Fiori d’acciaio ha fatto scuola e già nel 1989, quando uscì nelle sale, strappò applausi. Il cast di personaggi e attrici è una sfida continua a chi ci piace di più, con Dolly Parton, Olympia Dukasis, Shirley McLaine e Julia Roberts, che interpreta una giovane sposa diabetica, sugli scudi.

Erin Brockovich

Uno dei migliori personaggi femminili scritti nel cinema di inizio millennio, Erin Brockovich è una donna bella e istintiva, non istruita e in difficoltà economiche. Soderbergh, un regista strepitoso, ce la mostra nelle sue dolcezze e nelle difficoltà che ha a casa, a lavoro, nell’amore, nell’amicizia. Un personaggio a tutto tondo, un’eroina che lotta per una giusta causa con i suoi metodi e che fa tesoro dei mezzi che ha. Oscar alla miglior attrice e un’eredità non indifferente.

Katy Perry non mainstream

File:Katy Perry and Greg (47870635411) (cropped).jpg - Wikimedia Commons
Katy Perry, nata il 25 ottobre 1984

37 anni compiuti oggi, Katy Perry è stata per un decennio la regina delle vendite d’America e del mondo. Le hit estive per eccellenza, California Gurls e Last Friday Night, gli inni generazionali I kissed a girl, Hot N Cold, Teenage Dream e Part of Me: sono dozzine le canzoni di successo della californiana. Con oltre centocinquanta milioni di dischi venduti, dopotutto, è fra le dieci donne più importanti della musica a livello globale, e la sua musica è sempre stata smaccatamente commerciale, leggera, prodotta per il grande pubblico.

Eppure, in mezzo ai videoclip variopinti e ai singoli amati e cantati da chiunque fosse nata/o negli anni novanta, ci sono alcuni pezzi, conosciuti e apprezzati in maniera considerevole ma senza dubbio inferiore, che meritano. Li lascio qui, per festeggiare una delle migliori popstar del nuovo millennio, nella speranza che riprenda il prima possibile a fare musica🎶

Morgana- L’uomo ricco sono io – di Michela Murgia e Chiara Tagliaferri

<<Una volta mia madre mi disse: ” sai tesoro, un giorno dovrai sistemarti e sposare un uomo ricco” e io le ho risposto “Mamma, l’uomo ricco sono io”>>. Non c’è citazione migliore per introdurre un saggio sull’emancipazione femminile di questo famoso estratto di un’intervista fatta alla Dea del Pop Cher nel 1996, negli ultimi anni divenuto virale e fonte d’ispirazione. Soprattutto se una delle questioni fondamentali dell’analisi è l’indipendenza economica e la gestione del denaro.

Partendo dal celebre podcast prodotto da storielibere.fm, la scrittrice e opinionista sarda Michela Murgia e la collega Chiara Tagliaferri raccontano la vita e l’empowerment di dieci donne a cavallo degli ultimi tre secoli. Ho parlato di saggio perché, più che una raccolta di biografie, quello di Murgia e Tagliaferri è un libro dall’approccio metodico, conscio della complessità delle figure che va ad analizzare e mosso dalla volontà di comprenderle sotto uno stesso punto di vista. Ciò che interessa alle scrittrici è, per dirla in termini woolfiani, come abbiano fatto queste figure femminili ad avere una stanza tutta per sé e del denaro da spendere, gestire e usare per far fruttare la propria passione.

La scorrevolezza della scrittura, che sembra un prodotto di due anziché quattro mani, è resa ancora più fluido dall’utilizzo della schwa, il simbolo neutrale usato per evitare il maschile plurale sovraesteso che anche chi vi scrive preferisce e usa sempre: un atto di coraggio da parte di Murgia e Tagliaferri, che paga assai, dimostrando la fragilità delle arringhe di chi vorrebbe la schwa come difficile o inceppante. Il loro è un libro di donne in grado davvero di ispirare, sia dal punto di vista stilistico che dei contenuti. Studiano le grandi capacità emozionali ed empatiche di Oprah Winfrey, la prima donna afroamericana a diventare multimiliardaria e capace di superare anni di abusi sessuali e povertà con un carisma e una forza d’animo insuperabili. Scevrano l’immagine pubblica di Beyoncé, che ha fatto dell’empowerment al femminile, della cultura afroamericana e del proprio vissuto di donna tradita un mezzo attraverso cui esprimersi nella propria arte. Ci fanno scoprire figure un po’ più nascoste, come Chiara Lubich, suora laica madre dell’ecumenismo che puntava alla ricerca dei contatti fra le varie religioni e utilizzava la comunione dei beni.

Le figure più controverse, come quelle di Asia Argento e Angela Merkel, non sono prive di obiettività nella loro definizione, con un’attenzione al background storico e personale che dimostra la passione alla base del progetto. Morgana è come un luogo, un museo di esempi e modelli e uno strumento di riflessione su come la società tarpa le ali delle donne, restringe il loro campo d’azione, e su come queste riescano lo stesso a emergere e allargare la fetta per tutte le donne che verranno dopo.

Nota a margine: l’unico punto dolente di questo lodevole progetto è l’inserimento e la parziale assunzione della scrittrice britannica Joanne Rowling. A onor del vero Murgia e Tagliaferri spiegano perfettamente e accuratamente le posizioni discriminanti della Rowling e se ne distaccano fermamente, ma se proprio dobbiamo cercare una morgana romanziera Joanne il suo posto lo ha perso, e sono in tante a poterlo prendere.

Angela Lansbury : auguri a un mito

Angela Lansbury

Sembra quasi di sentirla risuonare nell’aria quella musichetta da pianoforte che accompagnava la rituale puntata della detective dilettante più amata del piccolo schermo, la progenitrice del true crime televisivo, quella Jessica Fletcher che, fra maglioni, omicidi, lezioni di letteratura e libri scritti a macchina, ha cresciuto tre generazioni di spettatori e spettatrici. Angela Lansbury, Dama britannica, attrice e doppiatrice, compie oggi 96 anni e il ruolo che probabilmente l’ha resa indimenticabile è proprio quello de La signora in giallo, il serial di maggior successo della sua epoca, che fra il 1984 e il 1996 (fino a oggi con migliaia di repliche) ha sfamato la voglia di intrattenimento e intrigo di decine di milioni di persone.

Amata e adorata ancora oggi, sui social così come davanti alla televisione, Angela ha avuto una carriera così longeva e una vita pubblica talmente ricca di gentilezza e saggezza da diventare un’eroina internazionale e un modello di comportamento. La si conosce ovviamente per J.B. Fletcher, e probabilmente tutt avrete visto Pomi d’ottone e manici di scopa, prodotto Disney classe 1971 su un’aspirante strega che combatte i nazisti, ma Angela ha molto di più nel suo repertorio di attrice. Oltre ai purtroppo irrecuperabili ruoli teatrali che l’hanno resa una leggenda a Broadway, da Mame a Sweeney Todd fino a Blithe Spirit con 5 Tony Awards e un Olivier, Angela è l’unica stella del grande cinema classico hollywoodiano ancora in vita.

Ha lavorato con Orson Welles, Judy Garland, Paul Newman, Frank Sinatra, Katharine Hepburn e Elvis Presley. Amica di una vita di Elizabeth Taylor, ha diviso lo schermo con Spencer Tracey e Warren Beatty, con Sandra Dee e Dick Van Dyke.

The Machurian Candidate è probabilmente la sua prova d’attrice più sopraffine, con cui ha sfiorato l’Oscar interpretando una madre possessiva e manipolatrice. Angoscia, la sua prima esperienza sul grande schermo, la vede opposta a niente meno che Ingrid Bergman in un film scritto e diretto magistralmente, e non potete perdervi il suo lato comico nella screwball comedy medievaleggiante Il giullare del Re. Ha interpretato la passionale scrittrice erotica nell’intrigante adattamento di Assassinio sul Nilo e una vecchietta spia nel remake dell’hitchcockiano La signora scompare, per poi incantare come moglie di Babbo Natale e suffragetta nel musical Mrs Santa Claus e signora dei palloncini ne Il ritorno di Mary Poppins.

Un mito fra i miti, con una carriera lunga settantacinque anni e un’apparentemente infinita carrellata di personaggi iconici. Teatrale, dolce, autoironica, leggendaria. Tanti auguri Angela.