Don’t Look Up di Adam McKay

La miglior satira politica degli ultimi anni e una delle migliori uscite Netflix di sempre, Don’t Look Up è il film da non perdere. Scritto e diretto da Adam McKay- il regista de La grande scommessa, per capirci- Don’t Look Up è un ritratto impietoso, iperrealistico e divertente della società attuale, rinvigorito da dialoghi taglienti e da un cast stellare.

La storia è quella di Kate Dibiasky (Jennifer Lawrence), una dottoranda in astrofisica che scopre un’enorme cometa diretta verso la Terra, e del suo professore Randall Mindy (Leonardo DiCaprio). I due, persone comuni e terrorizzate dalla prospettiva dell’imminente estinzione del genere umano, partono così per la Casa Bianca, ma la presidente Orlean (Meryl Streep) – basata su Donald Trump- e il suo capo di gabinetto e figlio Jason (Jonah Hill) ignorano il problema. Costretti a fare per conto proprio e aiutati solo dal dottor Oglethorp (Rob Morgan), Dibiasky e Mindy si rivolgono al più celebre programma televisivo, guidato da Brie Evantee (Cate Blanchett) e Jack Brenner (Tyler Perry), che minimizzano e danno più spazio alla relazione turbolenta fra le popstar Riley Bina (Ariana Grande) e DJ Chello (Kid Cudi).

McKay ha preso spunto dall’urgente crisi climatica e dall’ignoranza e disinteresse dei maggiori capi di governo del mondo contemporaneo per dare una profonda scossa al grande pubblico. La sete di denaro, l’assoluta indifferenza verso coloro che non hanno accesso a potere o influenza, l’alienazione della popolazione nei confronti dei problemi più urgenti e la propensione al complottismo sono state riassunte e brillantemente esposte in un film che è allo stesso tempo deprimente e comico, che strappa risate ed esasperazione. Con un montaggio scattante e a sua volta ironico, Don’t Look Up giustappone immagini della natura incontaminata a prospettive apocalittiche e ridicolizza la dipendenza tecnologica con il personaggio di Peter Isherwell (Mark Ryalance), sorta di Tim Cook-Mark Zuckerberg.

Trainato da una protagonista tanto sboccata e decisa quanto spontanea e simpatica, il film gode di alcune performance eccezionali, oltre a quella della Lawrence: da DiCaprio, ansioso e insicuro docente, alla cinica e insoddisfatta cronica giornalista interpretata da Cate Blanchett, passando per la presidente, che riassume in sé egoismo, manipolazione, populismo e carisma nella persona della più grande attrice vivente, Meryl Streep. Il sornione Rob Morgan e l’adorabile Timothee Chalamet completano un quadro difficilmente replicabile – si parla di quattro premi Oscar a cui si aggiungono la più grande popstar del momento e il rapper Cudi.

Don’t Look Up è un manifesto contro l’irresponsabilità, un monito alla razionalità e uno specchio che ci chiede di fare i conti con noi stesse. Un film sarcastico che ha tanto diviso la critica proprio per il suo essere esplicitamente parodia di tuttə, nessunə esclusə. Su Netflix, intanto, ha raggiunto la prima posizione dei film più visti in ognuno degli 89 paesi in cui era disponibile, ed è diventato il secondo lungometraggio più visto di sempre della piattaforma streaming, con una audience stimabile attorno ai cento-centocinquanta milioni di account. Agli Screen Actor Guild Awards, i premi per la recitazione americani, ha ottenuto una nomination per il Miglior Cast- e chi potrebbe batterlo? – mentre ai Globes ha strappato quattro candidature, rientrando tra i dieci film dell’anno secondo l’American Film Institute e il National Board of Review.

Per gli Oscar si parla di possibili chances in categorie come Miglior Film, Sceneggiatura Originale e Effetti Speciali, oltre che un posticino per l’irriverente canzone scritta da Ariana Grande con Kid Cudi e cantata alla fine del film. Si tratta a tutti gli effetti douno dei migliori film dell’anno se non degli ultimi anni e uno dei migliori esempi di come far ridere sia un potente mezzo per far riflettere.

Dolly Madrina

Dolly Parton ha compiuto 76 anni lo scorso mercoledì, ma sembrano secoli che canta: quando ha iniziato, nel 1967 , c’erano sempre i Beatles e Elvis, e ora, che spopolano diciottenni come Olivia Rodrigo e Kid Laroi, Dolly continua a dispensare perle di saggezza e dolci motivi musicali, un progetto dietro l’altro, creativamente fertile come sempre in questi sei decenni di cantautorato.

A volte, quando è davvero difficile capire che direzione prendere, che tipo di persona si voglia essere, mi ricordo sempre di una canzone di Dolly, uscita nel 2008, Better get to livin, un po’ per il suo ritmo, ma soprattutto per il testo. La penna di Dolly, la zia madrina di tutt noi, ci ricorda che ”la guarigione deve partire da te’‘ e che dobbiamo ”iniziare a prenderci cura, condividere, provarci, sorridere‘.

Ho detto zia madrina non a caso, e non solo per il ruolo che, fra finzione e realtà, Dolly ha ricoperto nei confronti di Miley Cyrus in Hannah Montana, che è stata la prima volta che sono entrato in contatto con lei, ma proprio per quello che, attraverso la sua musica e la sua filosofia di vita Dolly trasmette. Con le parrucche cotonatissime, le unghie finte e il volto sempre truccato -anche quando dorme perché ”non si sa mai se ci sarà un terremoto o un incendio ”- Dolly è un’epitome di ottimismo, forza di volontà e soprattutto di accettazione. ”Volevo tanto assomigliare alla prostituta della mia città” ha dichiarato, e in Backwoods Barbie canta ”Sono sempre stata incompresa per il mio aspetto/ non giudicarmi per la copertina, perché sono un gran bel libro ”.

Come una fata madrina, appariscente e affabile, Dolly è piena di positività e saggezza, pronta a condividere i segreti della felicità e di una spiritualità che le ha permesso di arrivare alla pace, di decenni di lavoro per capirsi e capire. Non accetta di farsi definire da quello che dicono gli altri e ha sempre voluto sottolineare di essere più di una bella faccia. Dumb Blonde, il suo primissimo singolo, diceva proprio questo: per quanti strass, ciglia finte, botox e tacchi vedrete, nessuno si potrà permettere di sminuirla per come appare, per ciò che vuole per sé.

E così è stato: Dolly è diventata la Regina del Country, con venticinque singoli in prima posizione in classifica, ha scritto oltre quaranta album e recitato in classici femministi -o perlomeno coralmente femminili- come Dalle 9 alle 5, Il più bel casinò del Texas e Fiori d’acciaio, e non ha mai smesso di essere la filantropa e il modello che sin dall’inizio ha dimostrato di essere. Che si tratti di donare milioni di libri a bambini in situazione di povertà, di essere alleata e fonte di ispirazione per le persone queer, di finanziare il vaccino salvavita o scrivere la colonna sonora di un film contro il body-shaming, la bionda d’America ha sempre lasciato un segno colorato sulla mappa delle buone azioni, e più che altro le ha compiute senza secondi fini: avrà i suoi difetti, ma la Parton non è un’arrivista- e dopo aver venduto cento milioni di dischi e vinto undici Grammy non ne avrebbe bisogno.

Dicevamo sempre attiva- e anche l’ageism l’abbiamo scavalcato- Dolly ha fatto parte di un duetto con l’altra grande cantante country Reba McEntire a fine 2021, e in questo 2022 tornerà con l’album, e il suo primo romanzo omonimo, Run Rose Run. Non le togli l’energia a Dolly- grazie a Dio.

Shiva Baby – di Emma Seligman

Lo shiva sarebbe il funerale ebraico, un tradizionale ritrovo di cordoglio che può durare fino a una settimana: di chi è lo shiva in questione? Di Annie, o Abbie, non importa. Quello che importa è che la regista, sceneggiatrice e produttrice Emma Seligman, ebrea askenazita laureata alla New York University in cinema, ha scritto e diretto un’opera prima onesta, divertente, angosciante e trasparente. Considerando che Seligman aveva tra i ventitré e i ventiquattro anni quando ha dato alla vita la sua Shiva Baby si rimane senza parole e al contempo per niente sorprese.

Il film infatti riflette perfettamente le contraddizioni e le difficoltà della generazione nata a metà degli anni novanta, esplora i rapporti di potere e, come ha sostenuto la stessa Selingam, parla della sessualità e della legittimazione sessuale delle giovani donne e di come spesso si creda di avere più potere di quanto si abbia”. La sceneggiatrice è bravissima a creare momenti di crescente tensione che terminano con incidenti banali, esplosioni di momentaneo scoramento che restano visivamente sulla persona della protagonista Danielle, una giovane laureanda che incontra allo shiva il suo sugar daddy Max, che si tratti di una macchia di caffè sulla camicia o del sangue su una calza strappata.

Le inquadrature tagliano spesso le attrici in scena, ma si hanno comunque ben presenti le posizioni di ciascun personaggio, e l’affollato contesto è perfetto per creare momenti di inaspettata comicità, come quando, in un momento di ansia e fretta evidente, Danielle viene costantemente bloccata perché ha preso inavvertitamente il vassoio dei biscotti. Shiva Baby è divertente perché scherza sui rapporti genitori-figlie, sulla confusione e l’ansia per il futuro comune a tutte coloro che stanno affrontando un momento di passaggio nella vita: ha un tono realistico ma autoironico, la stessa Danielle è adorabile, infastidita com’è dalla situazione, invidiosa della moglie del suo sugar daddy- interpretata da una divina Dianna Agron– e agitata dalla presenza della sua ex Maya, verso cui prova un mai espresso a parole mix di amore, invidia e risentimento.

Le protagoniste coetanee Rachel Sennott e Molly Gordon sono eccellenti, così come tutto il cast e in particolare la madre di Danielle-Rachel, Polly Draper, che, seppur perfettamente inserita nel contesto delle tradizioni ebraiche, è molto facile da associare a una qualsiasi madre della sua generazione. Questo gioiellino è disponibile su MUBI, la piattaforma del cinema indipendente in streaming, e anche su prime video: girato ormai due anni e mezzo fa, Shiva Baby ha avuto estremi elogi dalla critica statunitense e canadese ed è stato inserito dal National Board of Review fra i dieci film indipendenti dell’anno. Un film che parla della comunità ebrea, della difficoltà di capire quale direzione far prendere alla propria vita, della bisessualità e del sesso in generale, un unicum più che una rarità.

Le canzoni più ascoltate del 2021

Ha senso scrivere di qualcosa di così mainstream da esserci proposto quotidianamente su più supporti e da fonti diversissime tra loro? Onestamente non lo so, quello che so è che niente tiene impressa nella memoria un’emozione più di una canzone. La musica è il diario della vita ed è uno dei collanti più belli su cui facciamo riferimento da sempre.

Per questo mi ha fatto piacere vedere Save your tears di The Weeknd e Ariana Grande in cima alla classifica di Global Traffic delle canzoni più ascoltate del 2021, perché io l’avrò sentita una dozzina di volte. Spinge molto ad andare avanti, ma non è triste e loro due sono dannatamente brav*.

Poi c’è spazio per tutte quelle canzoni che è bello sentire in macchina o ballare, Stay, Levitating di Dua Lipa, Bad Habits e Shivers di Ed Sheeran, Peaches di Justin Bieber. C’è ovviamente il repertorio di Olivia Rodrigo, che è al quarto posto con Good 4 U, la canzone perfetta per sfogare la rabbia, e all’ottavo con driver license, che è malinconica e bella e ha l’odore dell’adolescenza.

C’è Lil Nas X con Montero e Industry Baby, due pezzi da cantare e rappare, e ci sono i Maneskin, che fino all’anno scorso nessuno conosceva al di fuori dell’Italia e quest’anno hanno venduto cinque milioni e mezzo di copie con la cover di Beggin‘ e sono subito sotto la boy band più famosa degli ultimi decenni, i BTS.

C’è Doja Cat che è bello sentire e che sfugge un po’ da qualsiasi classificazione : Kiss Me More è la mia collaborazione preferita e Woman sta riempiendo le orecchie e gli occhi di una sonorità un po’ esotica, sensuale e molto materiale. C’è Cold Heart, il duetto fra Elton John, che fa musica eccezionale da cinquant’anni, e Dua Lipa, e sotto Deja vu, la nostalgica ballad da carillon di Olivia Rodrigo. C’è Happier Than Ever, che è senza dubbio la miglior canzone del secondo album di Billie Eilish, e di nuovo i Maneskin con I Wanna Be Your Slave, che porta nel listone quella carica che serve, e ovviamente Adele, a cui sono bastati due mesi per vendere quattro milioni di copie con Easy on Me.

Non ci sono alcune delle mie canzoni preferite di quest’anno, che vorrei comunque citare: All I Know So Far di Pink, la versione di dieci minuti di All Too Well, firmata Taylor Swift, Love Is a Game, dall’ultimo album di Adele, la collaborazione spagnola Pa’ Mis Muchachas di Christina Aguilera, Becky G, Nathy Peluso e Nicki Nicole e abcdefu di Gayle. Alcune sono state successi, altre lo stanno diventando, altre ancora non hanno avuto grande riscontro, ma tutte hanno qualcosa da dire: come andare avanti nella vita, come superare la fine dell’amore, come mantenere il proprio potere su se stesse e infine, saper mandare in culo chi lo merita.

House of Gucci di Ridley Scott

Che pasticcio Bridget Jones! House of Gucci, il film più atteso e chiacchierato dell’anno, girato in lock-down in Italia fra febbraio e maggio, aveva tutti gli elementi per essere l’appuntamento al cinema da non mancare e invece. Invece, nonostante la storia della celeberrima casata di alta moda, lo scandalo dell’omicidio da parte di Patrizia Reggiani, la storia d’amore fra due coetanei a metà fra Cenerentola e Romeo e Giulietta e il cast di stelle guidato niente di meno che da Lady Gaga, il film di Ridley Scott è lento, a tratti noioso, a tratti straniante, un potenziale enormemente sprecato.

Tratto dall’omonimo libro-inchiesta di Sara Gay Forden, House of Gucci è ambientato fra il 1970, anno dell’incontro fra l’allora studente di Legge Maurizio Gucci e la ventiduenne Patrizia Reggiani, e il 1997, data del processo che stabilì la “Vedova Nera” colpevole di aver commissionato l’omicidio dell’ex marito, ucciso da tre colpi di pistola il 27 marzo del 1995 all’ingresso del suo ufficio a Milano. House of Gucci, che riporta i dissidi familiari dell’azienda dai profitti miliardari presentando il padre di Maurizio, Rodolfo, lo zio Aldo e il cugino Paolo, viaggia bene nella prima metà, quella della spensierata storia d’amore fra i suoi protagonisti e delle tensioni familiari legate più ai conflitti generazionali che al denaro e al prestigio, e poi, quando ha il materiale- la vendetta, le invidie, le faide interne, l’evasione fiscale, la trasformazione di un uomo nel suo opposto- si perde in dialoghi castrati, in battute tronche e già sentite, in scene giustapposte e asfissiate in interni lussuosi.

Così non si va mai verso lo sperato camp, nonostante alcuni momenti e interazioni siano effettivamente divertenti, soprattutto quelle con protagonista Aldo, interpretato da Al Pacino. La rabbia e la profonda disperazione della Reggiani, più una possessiva passionale che una cinica manipolatrice, vengono tagliate in piccole scene editate in una quindicina di minuti finali e perdono potenza. Per quanto non sia un fan della rottura della quarta parete o dell’introduzione del film nel film, una gestione alla Tonya, il lungometraggio del 2017 su Tonya Harding, è un esempio di efficacia ben superiore. Non c’è la profondità del dramma e neanche la dinamicità dell’eccesso, che si manifesta solo nella performance di Jared Leto, il quale ”interpreta” con voce stridula e accento da Super Mario l’immaturo e incapace Paolo Gucci, inguardabile dal primo all’ultimo minuto.

In effetti, il cast eccezionale mette insieme tre premi Oscar e altre tre candidate e alla fine l’unica che brilla è Gaga, che è anche l’unico vero motivo per andare al cinema. Gaga sì che si cala fino in fondo nel suo personaggio, dotandolo di un arco emozionale visibile, di un’espressività che si manifesta in sguardi magnetici, di una umanità che non giustifica le azioni della Reggiani, ma almeno dona loro un contesto. A confronto Jeremy Irons, impomatato come l’ex attore Rodolfo Gucci, e Adam Driver – quest’anno oltre a Gucci anche in The Last Duel e Annette– scompaiono. Scott se ne rende conto e la rende il centro nevralgico della storia, dandole anche più spazio di quello avuto effettivamente dalla reale Patrizia , e chiudendo il cast con la messicana Salma Hayek nel ruolo della sensitiva Pina Auriemma, amica napoletana della Reggiani e sua complice.

Il lato positivo? Come sottolinea la critica italiana e statunitense, House of Gucci è un dramma, un film a metà fra il thriller e il biografico scritto – male, okay- e pensato per un pubblico adulto, ed è l’unica alternativa quest’anno nel cinema di grande distribuzione ai supereroi –Spiderman, Eternals, Venom, Black Widow e anche Dune, per quanto visivamente spettacolare- e super-mostri ( Godzilla vs Kong…).

Il film firmato Scott ha già incassato centodieci milioni di dollari al botteghino, e per quanto io non vi consigli di vederlo, da fan di Gaga e dei grandi ruoli, dei grandi film per attrici, un pensierino potete farcelo. Anche perché, per aggiungere un pizzico di curiosità, la Germanotta è stata già candidata ai Globes e ai Critics’ Choice come Miglior Attrice, oltre a vincere il premio per la Miglior Attrice del New York Film Critic Circle… potrebbe essere un clamoroso Oscar – Kristen Stewart/Diana permettendo. E sarebbe anche meritato, perché se Gucci mantiene il suo fascino lo deve alla performance e all’indiscutible star power della sua protagonista.

Golden Globes 2022

I Golden Globes sono stati, giustamente, boicottati dalla scandalosa edizione dello scorso anno: per la prima volta in decenni la NBC si è rifiutata di trasmettere l’evento in chiaro nel 2022. Il polverone è stato sollevato dalle immeritate (si legga Emily in Paris e James Corden) candidature quanto dalla mancanza di rappresentazione di minoranze nell’Hollywood Foreign Press Association, l’associazione di giornalisti/e che sceglie le candidature e le vittorie.

Riformatisi con una rivoluzione delle proprie personalità e l’ingresso di donne e minoranze etniche, a detta dell’HFPA i Globes si sono redenti in fretta dai loro peccati, che includevano anche corruzione più o meno esplicita, e ieri hanno annunciato le candidature per la cerimonia del prossimo 9 gennaio. Molte persone dell’industria dell’intrattenimento e della comunicazione si sono mostrate ancora scettiche nei confronti di quelli che fino a pochi anni fa erano i secondi premi per importanza di Hollywood, il più grande produttore di cinema dell’emisfero occidentale.

Per quanto riguarda il cinema, sono stati rispettati i pronostici, con Belfast in cima a tutti. Il film, scritto e diretto da Kenneth Branagh, ripercorre una versione parzialmente fittizia dell’infanzia irlandese del regista, ed è stato inserito nelle categorie Miglior film drammatico, Miglior Regia, Sceneggiatura e Miglior Attrice non protagonista (Caitriona Balfe) esattamente come The Power of the Dog di Jane Campion, la regista neozelandese che ha diretto Benedict Cumberbutch (Miglior attore in un film drammatico) e Kirsten Dunst in questo nuovo western crepuscolare.

Dune, il kolossal da quasi 400 milioni di dollari d’incasso con Timothee Chalamet e Oscar Isaac, è stato anch’esso candidato come Miglior Film e Miglior Regia (Villeneuve) mentre King Richard, biopic sul padre delle sorelle tenniste Williams, ha ricevuto la nomination al Miglior Dramma e anche quella al Miglior Attore per Will Smith, alla sua miglior performance in carriera da Alì: Smith se la dovrà vedere con Denzel Washington, il Macbeth dell’adattamento di Joel Coen, ma anche con Javier Bardem, che è stato inserito nella cinquina per la sua interpretazione di Desi Arnaz in Being The Ricardos, che ha ricevuto un ‘ulteriore nomination per la Sceneggiatura di Aaron Sorkin.

Fra le commedia spicca invece l’apocalittico Don’t Look Up di Adam McKay, candidato come Miglior Film, Sceneggiatura e per le performance delle stelle Leo DiCaprio (alla sua 14esima candidatura) e Jennifer Lawrence, con i bellissimi musical Tick Tick… BOOM! e Cyrano inseriti alla pari del film di formazione Licorice Pizza, per cui Alana Haim ha ricevuto la nomina a Miglior Attrice in una Commedia. Gioia per i nomi di Andrew Garfield e Peter Dinkagle nella lista dei Miglior Attori in un Musical, mentre fra i Miglior Attori non protagonisti spicca il veterano Ben Affleck, per The Tender Bar, diretto da George Clooney. Fra le Migliori attrici non protagoniste Ruth Negga merita una menzione, per il lavoro svolto come Clare, la donna nera che si fa passare per bianca nel dramma Passing di Rebecca Hall (su Netflix, consigliatissimo).

Discorso a parte per West Side Story, il remake del classico musical, prima a Broadway e poi vincitore di dieci Oscar, che ha fruttato a Spielberg una candidatura come Miglior Regia e che ha visto nominate le due protagoniste Rachel Zegler e Ariana DeBose.

Fra le Migliori Attrici in un Dramma la battaglia è dura: la favorita è Kristen Stewart per il suo ritratto di Lady D in Spencer, ma occhio all’eccezionale Lady Gaga/Patrizia Reggiani di House Of Gucci, alla sempre incredibile Nicole Kidman/Lucille Ball di Being The Ricardos e alla trasformista Jessica Chaistain nell’omonimo ruolo di Tammy Faye. Tutte alle prese con personaggi storicamente esistiti, le quattro performer sono state affiancate da Olivia Colman, protagonista di La figlia Oscura, l’adattamento di Elena Ferrante che è valso a Maggie Gyllenhall una nomina come Miglior Regista (solo la nona donna dopo la già citata Campion, Barbra Streisand, Chloe Zhao, Emerald Fennell, Regina King, Sofia Coppola, Kathryn Bigelow e Greta Gerwig).

Per concludere in bellezza, questi più o meno condannati Globes hanno dato spazio anche all’Italia di Sorrentino e al maestro Almodovar, candidando E’ stata la mano di Dio e Madres Parallelas come Miglior film in lingua straniera e sì, ci saranno anche le stelle pop, con Billie Eilish e Beyoncé a competersi la statuetta come Miglior Canzone Originale, la prima per No time to Die (pezzone), la seconda per Be Alive.

30 (e lode)

Il mega ritorno di Adele è stato annunciato con la più classica delle promozioni. Che la sua musica e il suo personaggio richiamassero altre epoche non è una novità: Adele fa soul con venature pop, musica strumentale senza distorsioni o sintetizzatori per lo più, e quindi l’affidarsi a interviste classiche, in poltrone bianche e completo con la più celebre voce d’America, la stessa Oprah Winfrey che ha fatto confessare i reali inglesi dopo decenni di stelle, attrici, modelle e chiunque avesse mai provato un sentimento, è stata la scelta più tradizionale e appropriata.

30, quarto album in studio di una carriera che solo lei poteva permettersi, ha chiuso cinque anni di assenza dal panorama musicale e mentre chiunque altro ha dovuto reinventarsi per rimanere interessante, fra collaborazioni, televisione o cinema, Adele è rimasta fedele alla sua immagine. Assolutamente silenziosa quando non era ancora pronta a condividere, ora ha messo musica e parole al dolore e canta, canta di amore e divorzio. 30, onesto fino al dolore e di una purezza e coerenza che poche persone hanno nell’industria dell’intrattenimento, è tutto ciò che potevamo chiedere alla sua creatrice. Un mezzo di espressione, un compagno delle emozioni più spinose da ammettere, una voce (portentosa come sempre) a cullarci – sì, cullarci, come Adele fa con il figlio Angelo, di nove anni, a cui ha dovuto spiegare il perché della fine della sua famiglia.

Easy On Me, che già si conosceva, è bellissima, così come I Drink Wine, che dovrebbe essere il secondo singolo estratto, e ha delle parti che ricordano tanto la commistione di soul e gospel che hanno reso celebri Mariah Carey e Aretha Franklin prima. Le preferite di chi scrive sono quelle più sperimentali, la dolce ballad che chiude il disco, Love Is a Game, e la traccia che apre tutto, Strangers by Nature. To be Loved, struggente e vocalmente complessa, è la più dura da digerire, la più ritmata Oh My God, che sta facendo ottimi ascolti.

In generale tutto l’album è molto, molto ascoltato: 30 ha debuttato con 1,6 milioni di copie vendute in una settimana nel mondo, il più grande debutto di un’artista donna dal suo stesso 25 del 2015. Adele ha fatto suoi i primi posti nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in tutti i più grandi mercati del mondo e non solo: ha dimostrato il talento di cui è intrisa con uno speciale concerto andato in onda lo scorso fine novembre, con invitate/i molto speciali, tra cui Leonardo DiCaprio, Drake, Selena Gomez, Lizzo. Annunciata una residency a Las Vegas fra gennaio e aprile, Adele è ormai irraggiungibile, lassù nel pantheon di chi aveva qualcosa da dire e ha saputo come farlo.

Tick, tick… BOOM! di Lin Manuel Miranda

La prima cosa che mi è venuta in mente guardando Tick, tick … BOOM! su Netflix pochi giorni fa è stata “devo assolutamente far vedere questo film alle mie amiche” . La seconda è stata “Questo è ufficialmente il mio film preferito dell’anno”. Se quest’ultima affermazione è assolutamente personale, la precedente è a mio parere condivisibile e comprensibile. Tick, tick … BOOM! è un film sul tempo, come sottolinea il nome stesso: questa sensazione di ansia, di angoscioso stress e di corsa contro il tempo è qualcosa che la mia generazione sente fortemente. I famosi trent’anni che tanto hanno fatto dannare Jonathan Larson sono sembrati sempre una spaventosa scadenza per me, e vedere questa emozione iconizzata sullo schermo mi ha trasmesso una calma incredibile.

Ma andiamo con ordine: Tick, tick … BOOM! è uno spettacolo teatrale, un musical atipico scritto e composto da Jonathan Larson attorno al 1990, poi rimaneggiato per Broadway nel 2001 e infine adattato per il cinema da Steven Levenson sotto la regia del creatore di Hamilton Lin Manuel Miranda (che fa anche un cameo!) e disponibile su Netflix dallo scorso 19 novembre. Concentrandosi sulla settimana antecedente il suo trentesimo compleanno, il film ci presenta Larson, un giovane compositore e paroliere, polistrumentista e performer che sogna Broadway, lavora al suo musical rock Superbia e fa il cameriere.

Divorato dall’ansia di costruirsi come artista prima che sia troppo tardi, diviso tra la vita bohème e la possibilità di una buona paga e di una stabilità, nel mezzo di un blocco creativo alle porte del suo workshop, Jonathan è quello che si dice colui che non riesce a vedere se stesso. Pieno di idee, di talento, di qualità, è troppo preso dalla volontà di farcela per capire ciò che ha e ciò che vuole.

Miranda e il team di produzione hanno deciso di comporre il film come un flashback quasi completivo, intermittente e circolare, partendo dalla performance dello spettacolo Tick, tick … BOOM! per ritornare dal palco alla vita di Larson poco prima dei trenta: questo doppio asse, perfettamente inquadrato dal montaggio alternato, funziona efficacemente, ulteriormente arricchito da momenti di fantasticherie in cui ci è dato accesso alla creatività di Jonathan e da una breve frattura della quarta parete. A interpretare magistralmente Larson è un Andrew Garfield che urla Oscar ogni secondo che è inquadrato, catturando l’animo esasperato, dolce, aperto, brillante del creatore di Rent. Soffermandosi sulla vita dell’artista, sulla fatica del mestiere di scrivere e sulla necessità di far arte su ciò che si conosce, come dice Stephen Sondheim (che nel film appare interpretato con impressionante somiglianza da Bradley Whitford), la sceneggiatura non tralascia la storia d’amore fra Larson e Susan, a cui dà volto Alexandra Shipp, né l’epidemia di AIDS che negli anni ’80 e ’90 ha privato della vita una grossa parte della comunità LGBT*Q+.

Nel cast, che comprende cameo di altri grandi ex-Hamilton come Philippa Soo, Renee Goldsberry e Joshua Henry, brilla infine Vanessa Hudgens, che duetta spesso e bene con Garfield (soprattutto in Therapy) e meriterebbe anche lei una nomination. Tick, tick … BOOM! è un manifesto, radicato precisamente nella specificità del suo tempo, della sua città (l’instancabile New York) e allo stesso tempo universale. Parla di arte e di amore, ed è un inno a ritornare a se stess*. Non potete perdervelo.

Venticinque novembre il giorno dopo

Lo scorso sabato, venti novembre, è stato il Trans Day of Remembrance, una giornata dedicata al ricordo delle persone trans e gender diverse uccise nel corso dell’anno, finora 375 in tutto il mondo. Lo stesso giorno a Reggio Emilia è stato trovato il cadavere di Juana Cecilia Hazana Loayza, una donna di trentaquattro anni originaria di Lima. Ieri, venticinque novembre, è stata la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne: Juana Loayza è stata l’ultima delle vittime riportate di femminicidio in Italia, l’ultima di 104 donne uccise nel corso di undici mesi. In media, in Italia, ogni settimana due donne vengono uccise.

Il Trans Day of Remembrance e il venticinque novembre sono senz’altro due momenti diversi, ma una comune matrice di odio e sopraffazione maschile li avvicina e, oltre a farci piangere oltre quattrocento vite, ci fa sentire insicurə e feritə, ci spinge a interrogarci nuovamente sul senso di vivere in un mondo pieno di comodità e progresso e ancora privo di protezione per le minoranze. I dati possono essere illuminanti a volte, altre volte servono solo per confermare una triste certezza: secondo transrespect.org il 96% delle vittime trans erano donne transgender, il 58% sex workers, il 43% di quelle uccise in Europa erano immigrate. L’intersezione è evidente, l’odio si propaga in più direzioni e colpisce soprattutto coloro che si trovano nel mezzo di queste intersezioni.

Non è mai facile parlare di femminicidi e di transfobia, cosa possiamo fare se non scendere in piazza, parlare, ricordare, protestare? Cosa fare quando anche un’occasione di tutelare legalmente queste categorie viene buttata via senza nemmeno essere presa in considerazione e addirittura si festeggia per questa debacle? Praticamente in Italia dalle strade al Parlamento ognunə è consapevole della situazione e allo stesso tempo chiunque abbia il potere di cambiarla non vuole farlo, dal momento che beneficia di un’oppressione millenaria culturalmente codificata e accettata.

La violenza misogina non si esaurisce nel femminicidio: le molestie sessuali, dal cat-calling allo stupro, sono esperienza quotidiana di milioni di donne. La transfobia inizia a casa, con violenze fisiche e psicologiche impresse per sempre dai genitori allə figliə. Rifiuto, scherno, bullismo, minacce, sono solo l’inizio di ciò che porta all’omicidio. Ogni ora circa dieci donne nel mondo vengono uccise: deve esserci un cambiamento, non si può smettere di combattere per questa causa, perché si tratta davvero di vita o morte.

Non è facile essere ottimistə, ma si deve continuare a lavorare per un cambiamento. Non una di meno organizza marce, manifestazioni, proteste ma anche momenti di educazione e discussione in tutta Italia e questo sabato 27 novembre ha programmato una marcia nazionale a Roma, come ogni anno. Fortunatamente il mondo è ricco di organizzazioni queer e femministe pronte ad aiutare e sostenere le vittime di violenza: in Toscana sta aprendo Casa Marcella, il primo luogo sicuro in Italia per le persone trans* e non binary in fuga da situazioni di violenza o senza casa. C’è speranza perché non si è mai solə, e anche se il cuore si spezza in qualche modo andremo avanti. Ricordando Gianna Lombardi, Cina Rivera, Juana Loayza.

Novembre tutto al cinema

Un’esplosione, un tubo bloccato che all’improvviso scoppia, ecco cos’è novembre in ambito cinematografico. Le sale sono tornate al cento per cento della capienza e oltre tremila degli schermi italiani sono accessibili: la gente sta tornando al cinema, complice anche l’arrivo di un inverno sempre più invadente nei confronti dell’autunno. Dopo un anno e mezzo di ristrettezze e soluzioni alternative, tra le quali lo streaming, il grande schermo richiama, e lo fa con intriganti proposte.Novembre si preannuncia come il mese più esplosivo del cinema, sia per i film d’autore che per i blockbuster. Per orientarci ho deciso di dedicare un paio di righe a quelli più attesi.

Il 3 novembre arriva Eternals, ultimo film Marvel su, appunto, gli Eterni, un gruppo di eroi e eroine dalla vita lunghissima. Con un cast stellare guidato da Richard Madden (Cinderella, Rocketman), Kit Harrington (Il trono di spade), Salma Hayek e Angelina Jolie, il film è stato accolto con una delle più controverse reazioni di sempre per un prodotto MCU. La regia di Chloe Zhao, fresca vincitrice di due Oscar con Nomadland è la certezza per sapere che The Eternals avrà qualcosa in più rispetto ai precedenti Avengers & co.

Il 4 abbiamo un passaggio importante: dalla grande macchina di super-umani hollywoodiani passiamo al cinema d’autrice francese con L’evenement, il film di Audrey Diwan vincitore del Leone d’oro al Festival di Venezia. Tratto dal (consigliatissimo) romanzo autobiografico di Annie Ernaux, è la storia di una studentessa universitaria decisa ad abortire da sola nella Francia del 1963/4.

Altro grande ritratto femminile attesissimo è Spencer, il film diretto da Pablo Larraìn in cui una, a detta di chiunque, strepitosa Kristen Stewart è Diana Spencer. Un film che è un ritratto di una donna, un’interpretazione della sua anima e delle sue paure e sofferenze più che sviluppo di una parte della sua vita. Dovrebbe uscire il 5 novembre, ma per quanto riguarda l’Italia le notizie son ancora confuse.

Dal 4 disponibile anche Ultima notte a Soho, un film che si muove fra il crime, il fantastico e il thriller con co-protagoniste Thomasin McKenzie e la ormai famosissima Anya Taylor-Joy. Accolto abbastanza positivamente, racconta la storia di una ragazza che cerca di scoprire chi abbia ucciso negli anni ’60 una giovane donna che abitava nel suo appartamento.

L’11 sarà la volta di un attesissimo ritorno: presentato a Cannes, The French Dispatch of Liberty è l’ultima fatica del visionario regista Wes Anderson, già amato per Moonrise Kingdom e Gran Budapest Hotel. Un’ode al giornalismo d’altri tempi, The French Dispatch è una intersezione di varie storie con un cast corale ricchissimo: se non vi portano al cinema Timothee Chalamet, Frances McDormand, Owen Wilson, William Defoe, Bill Murray, Saoirse Ronan e Tilda Swinton allora forse pcoo altro ci riuscirà.

Il 12 sta a uno dei, a quanto dice la critica, più sensibili e commoventi film dell’anno: Belfast, scritto e diretto da Kenneth Branagh (già regista di Cinderella e Assassinio sull’Orient Express negli ultimi anni, e di molti drammi shakespeareani prima) è un’opera in bianco e nero tenera e molto identitaria, con una sublime Judi Dench nel cast guidato da Jamie Dornan.

Uscirà direttamente su Netflix invece Tick Tick… BOOM! il 19 del mese, film diretto dal creatore di Hamilton Lin Manuel Miranda sulla composizione di un grande musical da parte di un sognatore interpretato da Andrew Garfield, così come l’ultima, grande, opera di Sorrentino, è stata la mano di Dio, in streaming dal 24. Autobiografico, il film si incentra sul superamento del dolore e del lutto di un giovane napoletano interpretato da Filippo Scotti, il ventiduenne vincitore del premio come Miglior giovane attore a Venezia.

Ancora in sala anche l’ultima fatica del maestro spagnolo Pedro Almodovar, Madres Paralelas, con protagonista una straripante Penelope Cruz nel ruolo di una matura madre e fotografa che fa i conti con i resti del regime franchista.Insomma, di cose da guardare e da cui lasciarsi ispirare ce ne sono, la scelta forse è la parte più difficile. Attendendo dicembre, con House of Gucci, Being the Ricardos e Don’t Look Up.